Il Culto della Madre Terra, un viaggio alle origini del mito/3a parte

PREMESSA

Questo saggio è un contributo al Convegno MATRI-ARKÈ – IL FUTURO DI UN’IMMAGINE ARCAICA svolto a Pistoia dal 3 al 5 Ottobre 2014. Ho creduto utile riproporlo per una riflessione sulle nostre radici che possa orientarci nella buia fase che stiamo attraversando.

Da tempo immemorabile la Terra ci ha ospitati, nutriti, curati; ci ha insegnato a vivere attraverso le parole di coloro che hanno saputo interpretare i suoi “segni”.

Il Mito ci racconta il rapporto tra la Natura e la Divinità che governava i cicli di Vita – morte -rinascita e di come abbiamo voluto staccarci dai ritmi di Gaia.

La brama di potere e l’ossessione di dominio hanno prodotto effetti letali per l’Umanità e le presunte “correzioni” producono squilibri ancora più gravi.

Non possiamo illuderci che la nostra salute, intesa come benessere psicofisico, possa essere affidata a manipolazioni che operano al di fuori e contro la Natura; dobbiamo ritrovare la comprensione del rapporto profondo che abbiamo con la Terra e attingere alle sue energie vitali mediante una sapienza nuova.

Di Anna De Nardis, ComeDonChisciotte.org

Continuità e Fratture nel Culto della Terra in Area Mediterranea

3a Parte

I

– Prerogative ed attributi della Grande Dea mediterranea
– Est mihi fecundus dotalibus hortus in agris
– Dea sancta Tellus…

II

– Le prime fratture simboliche
– Shukallituda stupra la dea
– Inanna e la montagna Ebih
– L’uccisione del serpente

III

– Ashtartu, Anat, Ashera
– Giardino chiuso, fontana sigillata
– Memoria della sacralità della terra nel culto di Maria
– L’ “Hortus conclusus” nella tradizione cristiana

IV

– Il matricidio filosofico occidentale
– La morte della Natura

V

-Il regno della Regina Sibilla
– Il tesoro della Mucchia
– La spiritualità della Pacha Mama

Il ‘Regno’ della Regina Sibilla

«Io vivo in campagna, nelle Marche meridionali, nella valle di un fiume che si chiama Tenna […]; le sue sorgenti si trovano sul monte Sibilla, non lontano dalla grotta dove si dice abitasse, generazione dopo generazione, una donna molto saggia e molto colta, che conosceva il presente e il passato e faceva ipotesi attendibili sul futuro. In realtà la grotta, arieggiata da un torrente sotterraneo e coperta di neve per molti mesi, serviva solo come deposito per la conservazione delle scorte, e la Sibilla, come ovunque le sue consorelle, viveva in una casa normale […] Anche le Sibille erano donne normalissime, cui la comunità affidava, esentandole dalle quotidiane fatiche per la sopravvivenza, l’elaborazione e la memorizzazione di tutte le esperienze […]»191. Così Joyce Lussu, una delle più feconde intellettuali italiane del XX secolo, sintetizza il suo pensiero di filosofia femminista su quella figura leggendaria che ha dato il nome a una parte dell’Appennino umbro-marchigiano.

Ma le storie, che Joyce ha raccolto, con passione e tenacia, scavando in una tradizione millenaria, e che ha rielaborato dal suo punto di vista, conservano il senso di meraviglia e di mistero con cui sono state narrate dagli antichi abitanti di quei monti.

Magia e mito si rivelano in modo più limpido nella trascrizione offerta dallo scrittore Giuseppe Di Modugno.192 Anche questo autore presenta la Sibilla come una Regina saggia e dotta, maestra di agricoltura e di artigianato ed esperta nella cura di uomini e animali, una sapiente che dispensava consigli a chiunque si recasse da lei. In un racconto ci fa conoscere la Sibilla che tesse «una tela tutta d’oro fatta con i raggi del sole, e la trama cambiava di colore col passare delle stagioni, insieme con la natura», aiutata da tre sorelle. E della natura le quattro Fate risultano signore, perché ciascuna di esse presiede a uno dei quattro elementi Acqua, Terra, Aria, Fuoco.

L’attribuzione della tessitura, che magicamente è legata al fluire del tempo, fa pensare a reminiscenze di una cosmologia sacra. Penso a Porfirio che scrive: «…anche in Orfeo Kore, patrona di tutto quanto viene seminato, è rappresentata mentre lavora al telaio» (L’antro delle Ninfe, 14)193

Di Modugno ci informa inoltre che «nell’epoca romana il monte Sibilla, consacrato alla Magna Mater, era chiamato ‘Tetrica’, in riferimento ai quattro principali elementi alchemici».194

Il tema della conservazione dei raccolti nella grotta è presente anche nei suoi racconti e costituisce, come ricordato nel precedente capitolo, un aspetto della prerogativa matriarcale di conservare i prodotti della terra, che accompagna quella di tutelarne la capacità produttiva attraverso l’insegnamento dell’agricoltura e dell’artigianato, e di custodire la vita mediante la conoscenza di erbe magiche e salutari. Nell’antico mondo mediterraneo queste attività erano sottoposte alla signoria della Potnia, nell’aspetto di Demetra, che insegnava agli umani la coltivazione dell’orzo e del frumento, di Rea, che presiedeva alla metallurgia, della piccola Melissa, la dea Ape, che sapeva estrarre i poteri dei fiori, di Kibele, signora della Caverna, di Iside, la grande Maga, di Ecate, che governava la conoscenza dei ‘farmaci’, di Themis, nota per la sua virtù oracolare.

Della dea mediterranea la Regina Sibilla conserva anche un altro potere: «…quando arrivava venerdì, dopo la mezzanotte, la sua compagna si alzava daccanto a lui e se ne andava dalla regina, e lo stesso facevano tutte le altre dame di laggiù. E là, in stanze e in altri luoghi a ciò destinati, restavano tutte insieme sotto l’aspetto di bisce e serpenti; e così rimanevano fino a dopo la mezzanotte del sabato, quando ognuna tornava dal suo compagno».195 Per Antoine de La Sale, questo episodio può essere inteso come segno di forze diaboliche; alla luce di quanto detto sopra, però, rappresenta il potere di metamorfosi proprio della ‘grandissima Potnia’ che di frequente assumeva sembianze animali. Peraltro il serpente è strettamente legato alla «Terra Madre, nel grembo della quale operano le falliche energie dei serpenti, trasmettitori ai mortali dello spirito profetico di Gaia».196 E’ lecito anche ricordare la vicina Angitia, venerata dagli antichi Marsi in un ‘lucus’ presso il Lago Fucino: Angitia, rappresentata in una scultura in bronzo con una pantera nella mano destra e due serpenti levati in altro nella sinistra, era ritenuta sorella di Circe e Medea, e probabilmente condivideva i grandi poteri che erano riconosciuti alle due Maghe in epoca preellenica.197

In ogni caso, che si parli della profetessa che dispensa sapienza, della regina di un luogo felice o di un ‘reame tenebroso’, della letteraria Alcina di Andrea da Barberino, o delle sue fate che scendono la notte del plenilunio a danzare fra la gente, il perno intorno a cui ruota la narrazione è la grotta.

«L’antica sede della Sibilla cimmerica continua a essere magica meta di italiani e stranieri, dai cavalieri germanici a Cecco d’Ascoli, da Antoine de La Sale a Benvenuto Cellini»198. Luigi Pulci «certamente vi salì di persona attratto dalla fama di insegnamenti occulti (e, alla morte, gli fu negata sepoltura in terra consacrata»199.

Sulla fine del XIX secolo, Gaston Paris, grande filologo francese, accompagnato da Pio Raina, tentò la scalata. Nel 1964, Furio Jesi partecipò alla spedizione organizzata da Storia Illustrata200.

Una dettagliata descrizione della grotta è data da Antoine de La Sale, che riferisce di averla visitata nel maggio del 1420; nella sua opera Il Paradiso della Regina Sibilla si legge: «[Nella parte superiore e più stretta del monte], da lato destro, è l’entrata della grotta; e questa entrata è piccola, a forma di scudo, acuta in cima e larga di sotto. Davanti vi è una roccia, e a colui che vuole penetrare nella grotta tocca chinarsi assai ed entrare a carponi, scendendo a ritroso, i piedi in avanti, fino a una camera tutta quadrata, alla destra del pertugio, dove tutto attorno dei sedili sono intagliati nella roccia. […] In questa stanza vi è un’apertura arrotondata della grandezza di una testa umana, che non le dà che ben poca luce»201. All’uscita da questa stanza c’è un passaggio inizialmente stretto e ripido attraverso cui, secondo le testimonianze raccolte da de La Sale, dopo aver affrontato alcuni pericolosi ostacoli, tra cui uno stretto ponte su un «grandissimo fiume», si arriva a una grotta in cui «si trovano, ai due lati, due dragoni scolpiti»202. Nel 1964 Furio Jesi, a proposito del racconto citato, scrive che questa è «la descrizione puntuale di un santuario megalitico in grotta, o di una tomba in grotticella artificiale»203.

E di ragioni, a sostegno di questa considerazione, ce ne sono, soprattutto dal punto di vista simbolico, a partire dall’entrata della grotta, che fa pensare all’apertura di una vagina.

«Nell’Europa antica – scrive Marija Gimbutas – alcune costruzioni servivano sia da tombe sia da santuari, e avevano la forma di un corpo femminile». Questa caratteristica si inquadra nelle credenze degli Antico-europei: «Come nel mondo naturale, in cui la vita cresce sui resti di quella vecchia, la nascita era parte di un ciclo che comprendeva la morte: l’utero della dea, fonte della nascita, è allo stesso modo scaturigine di morte; in senso simbolico, l’individuo ritornava nel grembo della dea per rinascere»204. In questo contesto, «gli spazi chiusi delle caverne simboleggiano il canale del parto e il grembo della dea»205.

Anche dal punto di vista morfologico, la grotta della Sibilla marchigiana è simile ad altri santuari rupestri. Si può considerare, per esempio, la grotta di Scaloria, vicino a Manfredonia, descritta dalla stessa Gimbutas: «La grotta di Scaloria era composta da due sezioni, una superiore e l’altra inferiore. La parte superiore assomiglia a una vasta stanza; conteneva resti di abitazioni e diverse tombe. La grotta inferiore invece era piuttosto lunga e stretta, con un certo numero di caratteristiche naturali, come stalattiti e stalagmiti, che probabilmente la rendevano attraente per le funzioni rituali. Un vivace torrente scorreva verso il cuore della caverna, dove diventava più largo. Lo stretto corridoio che conduceva i visitatori e i fedeli verso le acque sacre poteva essere equiparato al canale del parto». I disegni su frammenti di ceramica che vi sono stati rinvenuti, «uova, serpenti, piante, germogli, soli radianti e forme a clessidra o a farfalla […], sono tutti simboli di rigenerazione»206. La Gimbutas ci informa inoltre che grotte simili si trovano lungo la costa adriatica, in Dalmazia e nel Peloponneso.

Da quanto detto, è plausibile ritenere che i dragoni di cui parla de La Sale, che si trovano all’inizio di una «galleria strettissima»207, non siano frutto della fantasia dei narratori che li pongono a custodia del regno della Sibilla, ma siano stati scolpiti per simboleggiare le forze rigenerative attribuite alla grotta.

Per costruire ipotesi più precise sulla funzione rituale dell’antro (senza peraltro escludere la possibilità che le comunità della regione circostante l’abbiano utilizzato con finalità attinenti alla loro vita sociale), risulta interessante lo studio di Anita Seppilli, che cerca nell’antichità più remota la fonte delle leggende che sono arrivate fino ai nostri giorni.

La ‘leggenda d’origine’ riportata da Andrea da Barberino ne Il Guerrin meschino, parla di una Sibilla vergine, profetessa, che desiderava diventare la madre di Cristo; poiché questo onore le fu negato, «per sdegno si disperò ed è incarcerata nel ventre di queste montagne»208.

Dopo aver riscontrato che il racconto si ritrova, con alcune varianti, in Sicilia, in Aspromonte e a Malta, e raggiunge anche la penisola iberica, la studiosa ipotizza che il nucleo centrale sia stato elaborato in periodo ellenistico: «un messaggio monoteista […] al mondo politeista, già per sua parte percorso da propagande mistiche e vaticinii»209.

Ma la versione maltese rimanda, per uno specifico elemento, alla cultura preistorica, a cui appartiene «una valutazione del grembo della terra come grembo creatore di ogni vita, come grembo a cui ritornano i morti, come grembo di ogni conoscenza»210.

Appartenente a quella cultura è un monumento scoperto nel sito maltese di Hal Saflieni: si tratta di una struttura scavata nella roccia calcarea, comprendente camere a forma di uovo, con funzione di tombe e, al livello inferiore, un vero e proprio tempio. In uno dei vani più profondi è stata trovata una statua in terra cotta di una donna distesa addormentata sopra un giaciglio, che rappresenterebbe una profetessa che riceve vaticinii nel sogno211. L’elemento della leggenda maltese, che si riallaccia a questa testimonianza di profezia per incubazione, è che la Sibilla profetizza la nascita di Cristo attraverso l’interpretazione dei sogni. Questo potrebbe dare indicazioni circa il substrato arcaico su cui poggiano i racconti più recenti. D’altro canto, aggiunge, l’autrice, «le grotte abruzzesi, umbre e umbro-marchigiane sono cariche di leggende spesso qualificate da caratteri estremamente arcaici»212. Queste, probabilmente, si sono trasmesse e si sono ‘contaminate’ lungo le vie della transumanza, riallacciandosi a credenze e riti collegati ad antichi santuari ipogei.

La Seppilli scrive inoltre, sia pure senza indicarli, di elementi presenti, forse in maniera inconsapevole, nei racconti rinascimentali. Nell’opera di de La Sale ritengo se ne possano individuare almeno due, anche se l’autore può averli tratti dai cicli arturiani e da leggende culturalmente a lui vicine.

Consideriamo le difficoltà incontrate dal cavaliere germanico per raggiungere la dimora della Sibilla: la non facile ascesa alla vetta, gli ostacoli di carattere magico, come il vento impetuoso, il ponte strettissimo, i dragoni, le porte che battono continuamente. Si possono interpretare come prove iniziatiche a cui il giovane è sottoposto. Scrive Mircea Eliade: «In un certo senso l’esperienza iniziatica di Teseo nel labirinto di Creta equivaleva alla spedizione in cerca delle Mele d’oro nel giardino delle Esperidi o del Vello d’oro in Colchide. Ognuna di queste prove metteva capo, morfologicamente parlando, alla penetrazione vittoriosa in uno spazio difficilmente accessibile e ben difeso, ove sta un simbolo più o meno trasparente della potenza, della sacralità, dell’immortalità. […] La strada è ardua, sparsa di pericoli, perché in realtà si tratta di un rito di passaggio dal profano al sacro […]. L’accesso al ‘centro’ equivale a una consacrazione, a una iniziazione […]213.

il culto della madre terra viaggio mitoE un segno dell’iniziazione avvenuta per il cavaliere di de La Sale potrebbe essere un anello d’oro. «Quest’anello glielo diede la sua compagna per ordine della regina, e gli disse la virtù che esso possedeva; ma non ci fu mai nessuno che riuscisse a sapere di cosa si trattasse»214. In realtà, in una nota della traduttrice del testo, si legge che l’espressione vergette d’or può essere intesa sia come ‘verga’, ‘scettro’, che come ‘anello’215. Una ragione in più per credere che quel dono potesse avere un valore rituale.

L’altro elemento da evidenziare è la trasformazione di Sibilla e delle donne che vivono con lei in serpente. L’episodio richiama la leggenda di Melusina e l’associazione del serpente col diavolo, che ha origine nel tardo periodo biblico216. Ma abbiamo già sottolineato come la metamorfosi sia una caratteristica importante della Potnia mediterranea e il serpente le sia strettamente associato, soprattutto nel suo aspetto di Madre Terra, fonte di sapere. Da notare che, nel giardino delle Esperidi, il serpente Ladone che custodiva il melo, secondo alcuni autori era nato per partenogenesi dalla Madre Terra e aveva il dono di parlare il linguaggio umano217: «È il serpente oracolare che alberga in ogni paradiso, le spire avvolte all’albero delle mele»218. Secondo altri, Ladone era fratello o figlio di Echidna, per metà una bellissima donna, per metà un serpente dalla pelle maculata; essa viveva in una grotta.

Vediamo quindi che temi connessi col culto della Terra, quali la sapienza oracolare, il potere sul linguaggio, la stretta relazione tra gli umani e gli esseri viventi, riemergono, come un fiume carsico, nelle leggende tramandate fino ad oggi. Non importa tanto quale sia il percorso seguito o quali connotati abbiano assunto i simboli dei racconti a noi più vicini; è interessante osservare che quei simboli non hanno esaurito la loro forza e ci ricordano che la Terra è viva e le sue cavità emanano energie e offrono esperienze attraverso cui si può percepire il suo potere rigenerativo.

Il Tesoro della Mucchia

L’antro, centro spirituale e punto di unione tra cielo, terra e mondo inferiore, luogo di morte e rinascita e, per questo, sede di iniziazione, è spazio sacro, a cui si accede dopo aver compiuto riti preparatori, a volte dopo aver percorso un labirinto, o superato degli ostacoli.219

Cosa è rimasto di questo mistero nella memoria collettiva?

A Caramanico c’è la leggenda della Mucchia220, che evoca alcuni aspetti del culto delle grotte.

La Mucchia è un rilievo a forma conica del massiccio della Maiella; per raggiungerla bisogna attraversare una cresta lunga e sottile e scalare una rupe. Sulla vetta si apre una voragine in cui si tramanda sia nascosto un ricco tesoro. Questo tema, che proprio per essere ricorrente è denso di significato, è arricchito di alcuni particolari interessanti: il momento in cui il tesoro si rivela, è nel giorno dell’Assunta, patrona di Caramanico, nell’istante in cui, durante la messa, viene elevato il calice; inoltre, nel medesimo istante in cui il cercatore penetra nel nascondiglio del tesoro, bisogna sacrificare una capra o un montone. Custodi del tesoro sono due anime dannate e chi si avventura nella cavità rischia di essere respinto violentemente o di morire.

Attraversiamo i vari strati culturali di questa leggenda: al centro troviamo la Maiella Madre, con una elevazione di forma conica, perfetto simulacro della Dea221; questa immagine suggerisce il potere vivificante della pietra, dispensatrice di fertilità.

L’immenso tesoro, all’interno della voragine, simboleggia i doni che la Terra può offrire; quelle ricchezze partecipano della sacralità del luogo e sono ben custodite222. Nel racconto i custodi sono diventati ‘anime dannate’, ma nell’antichità i doni divini erano custoditi da mostri, esseri semi divini, spesso figli partenogenetici di Gaia.223

Non si può passare impunemente dal mondo profano al territorio sacro della Dea. Pertanto la ricerca va fatta in un tempo ritualizzato e deve essere accompagnata da determinati atti: offerte votive e altro.

Non mi sembra superfluo sottolineare che la festa dell’Assunta cade in un periodo in cui venivano venerate le divinità italiche Diana e Opi e, fino a quando il paese ha avuto una vita prevalentemente agricola, in quei giorni venivano offerti a Maria i prodotti della terra224.

Nella leggenda della Mucchia, la prima parte del rito è sicuramente l’ascesa verso l’apice del monte, il punto in cui la montagna tocca il cielo. Non sembra esservi un giorno più appropriato: secondo Bernardo di Chiaravalle, con l’Assunzione «la nostra terra ha mandato in cielo un dono prezioso, perché in un felice scambio di amicizia s’intrecciasse l’umano col divino, il terreno con il celeste, il profondo con l’eccelso»225. In quel giorno i mondi si compenetrano e il divino irrompe sulla terra.

Forse per questo, oltre all’offerta più sacra della religione cristiana, quella del pane e del vino, è richiesto il sacrificio di un animale, il cui sangue abbia funzione purificatrice (infatti la vittima va immolata «nel medesimo istante» in cui il cercatore penetra nella voragine), oltre che apotropaica. La profanazione, infatti, può provocare una reazione distruttiva226.

Le forze che agiscono nelle viscere della Terra governano i cicli della Vita e della Morte: simbolicamente possono essere rappresentate dalle Ninfe dell’antro omerico227: esse partecipano alle nozze sacre, sono quindi artefici dell’autorigenerazione della Vita, ma custodiscono altresì il telaio, in cui si tessono i destini, aspetto che le accomuna alle Parche.

Non sappiamo se in un tempo remoto qualche cavità della Mucchia fosse sede di un culto. Ma è lecito ipotizzarlo.

Il perdurare di riti nelle grotte, dai tempi preistorici, in Abruzzo, è attestato dal paleontologo Antonio Radmilli: «Tutti gli studiosi sono concordi nell’ammettere che i culti in funzione della fertilità della terra venivano svolti nelle grotte, cioè nei luoghi più vicini e comunque dove più facilmente potevano mettersi in comunicazione con le divinità ctonie, grotte che erano luoghi sacri e di cui abbiamo alcuni esempi molto interessanti nella nostra regione».228

Tra queste, la grotta Maritza, nella Marsica, che l’autore ritiene sia stata frequentata, fin dal Paleolitico superiore, per scopi rituali collegati alle sepolture, e che mantenne la sua sacralità nel Neolitico, fino all’epoca romana.229

In Abruzzo si è conservata memoria della sacralità della pietra, come testimonia il santuario di San Venanzio a Raiano, in cui la discesa dei pellegrini verso ‘il letto di San Venanzio’ per toccare e strofinarsi sulla roccia e la risalita in chiesa attraverso una ‘scala santa’ viene interpretato come una esperienza magico-religiosa di carattere purificatorio230.

E ancora oggi si visitano ritualmente le grotte della Maiella in cui sono vissuti gli eremiti celestiniani; un rito particolare si svolge in onore di San Bartolomeo, nella chiesetta posta sotto un tetto di roccia, tra scoscesi sentieri; la chiesetta è dotata altresì di una sorgente considerata taumaturgica231.

Non sappiamo neanche se qualcuno si è realmente introdotto nella voragine della Mucchia. In tal caso, forse i riti preparatori l’hanno introdotto a una nuova comprensione del rapporto con la Terra; forse si è reso conto che la Maiella non offre ori e preziosi, ma, come in tutte le altre terre ritenute sacre, si può attingere alle sue energie rigeneratrici. Così come, nelle leggende dei monti Sibillini, il cavaliere che si inoltra nel regno della Sibilla non trova la gloria mondana, ma una vita vissuta nella convivialità e in armonia con la Natura.

La spiritualità della Pacha Mama

Per concludere questa esposizione, vorrei citare la visione mistica di Leonardo Boff, un teologo che non appartiene per nascita all’area mediterranea, ma è molto vicino al pensiero francescano.

Queste sue parole sono un esempio di legame spirituale con la Terra nel mondo contemporaneo:

«Nel paleolitico questa percezione che siamo Terra ha costituito l’esperienza principale dell’umanità. Essa ha prodotto una spiritualità e una politica.

Innanzitutto una spiritualità: iniziando dall’Africa, alcune migliaia di anni fa, specialmente nel Sahara, quando era ancora una terra verde, ricca e fertile, passando per tutto il bacino mediterraneo, fino all’India, alla Cina, predominavano le divinità femminili, la Grande Madre Nera e la Madre-Regina. La spiritualità era quella di una profonda unione cosmica e di una connessione organica con tutti gli elementi come espressione del Tutto.

A lato di questa spiritualità sorse, in un secondo momento, una politica: le istituzioni matriarcali. Le donne formavano le assi portanti della società e della cultura. Sorsero società sacrali, permeate di riverenza, tenerezza e protezione della vita. Ancora oggi portiamo la memoria di questa esperienza della Terra-Madre, sotto forma di archetipi e di una insaziabile nostalgia per l’integrazione, inscritta nei nostri stessi geni. Gli archetipi ricordano in noi un passato storico reale che si adopera per essere riscattato e tornare in vigore nella vita attuale.

L’essere umano ha bisogno di rifare questa esperienza di fusione organica con la Terra per ricuperare le proprie radici e sperimentare la propria identità radicale. Ha bisogno di risuscitare anche la memoria politica del femminino, affinché la dimensione dell”anima’ entri nell’elaborazione di politiche con maggior equità tra i sessi e con maggiore capacità di integrazione.»232

(3/3)

FINE

(QUI LA PRIMA PARTE)

(QUI LA SECONDA PARTE)

Di Anna De Nardis, ComeDonChisciotte.org

Anna De Nardis, saggista, già insegnante di fisica, ha unito la ricerca di modalità di indagine della natura allo studio del simbolismo religioso. È una delle maggiori conoscitrici di Momolina Marconi e della sua vasta produzione.

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193 Simonini L. (a cura di), L’antro delle Ninfe, Adelphi, 1986; si vedano anche Eliade M., Trattato, pp.188-89 e Graves R., Miti greci, p.62

194 Di Modugno G., Racconti, p.18

195 de La Sale A., Il paradiso della Regina Sibilla, TA RA RA’ Ed. Verbania, 2007, p.45

196 Pestalozza U., Eterno femminino mediterraneo, p.59

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198 Lussu J., Padre padrone padreterno, Mazzotta, 1976, p.56.

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200 Seppilli A., p. 56.

201 de La Sale A., Il Paradiso della Regina Sibilla, p. 23.

202 Ibidem, p. 33.

203 Seppilli A., La Tradizione, p. 56.

204 M. Gimbutas, Le dee viventi, p. 95.

205 Ibidem, p. 100.

206 Ibidem, p. 101.

207 de La Sale A., Il Paradiso, p. 33.

208 Seppilli A., La Tradizione, p. 43.

209 Ibidem, p.48.

210 Ibidem, p. 51.

211 Ibidem, p. 50.

212 Ibidem, p. 53.

213 Eliade M., Trattato, pp. 393-394. Si noti che, secondo Karoly Kerényi, il labirinto corrisponde simbolicamente alla caverna (Nel Labirinto, Torino 1983, p. 55) e che la grotta di Hal Saflieni a Malta è decorata con spirali, rappresentazione grafica del labirinto (ibidem, fig. 14); il melo era il dono di nozze della Madre Terra a Era, che l’aveva piantato nel suo giardino sito a occidente; le imprese di Teseo e di Giasone possono essere lette come prove nuziali, pertanto legate a un matrimonio sacro. Si veda R. Graves, I miti greci, Milano, Longanesi, 1983, p. 557.

214 de La Sale A., Il Paradiso, p. 47.

215 Ibidem, p. 197.

216 Nei Vangeli si leggono riferimenti positivi alla figura del serpente: «E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo; perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna» (Giovanni, 3:13-15). «Siate dunque prudenti come serpenti» (Matteo, 10:16).

217 Graves, I miti, p. 113.

218 Graves, I miti, p. 114.

219 Parimenti si possono trovare, come sedi di culti, anche crepacci o baratri profondi; Pausania ricorda un oracolo ad Aligai, in Achea, ove le sacerdotesse di Gea predicevano l’avvenire sull’orlo di un crepaccio (Eliade M., Trattato, p.261); a Creta, presso Juktas, gli archeologi hanno trovato mucchi di offerte all’interno di crepacci (Gimbutas M., Le dee viventi, p.200).

220 Questa leggenda mi è stata trasmessa dalla dott.ssa Cristina Parone, che, nella sua forma orale, l’ha ricevuta dal nonno. La stessa mi ha fornito anche la versione scritta da Corrado Colacito, a cui mi sono riferita per le mie considerazioni.

221 Marconi M., Riflessi mediterranei nella più antica religione laziale, Principato 1939, p. 315.

222 Marija Gimbutas ci informa che «il folclore europeo ha ricordi di colline magiche che si aprono se si bussa. Una bella signora conduce l’eroe del racconto alla collina e bussa tre volte o conosce una formula magica per aprirla; la collina si apre e dentro siede una Regina in pieno splendore. È la Dea preistorica della Fertilità della Terra, la Regina che possiede i segreti della vita delle piante (Il linguaggio della Dea, p. 151).

223 Tra i Romani, Dite, figlio di Saturno e Opi, custodiva i tesori all’interno della Terra.

224 Ancora oggi a Caramanico viene rievocata l’antica cerimonia dei Palmentieri, in cui vengono offerti all’Assunta, composti in forma conica, dei dolci votivi che si consumavano in alcune feste religiose e soprattutto nelle feste di nozze.

225 Bernardo di Clairvaux, in La Madonna nel pensiero di San Bernardo e dei primi cistercensi, p. 106.

226 Si pensi al mito di Shukallituda, precedentemente analizzato.

227 Odissea, XIII, vv. 96-109

228 Radmilli A., L’Abruzzo nei millenni, A. Polla Ed., 1993, p.97

229 Ibidem, p.61

230 Giancristofaro E., Tradizioni popolari d’Abruzzo, Roma 1995, p. 59.

231 Ibidem, p. 122.

232Boff L., Il creato in una carezza, Cittadella Editrice, Assisi, 2000, pp. 63-4.

 

 

Pubblicato da Jacopo Brogi per ComeDonChisciotte.org