Il colosso dai piedi d’argilla

Il momento di svolta

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di Stefano Vespo
comedonchisciotte.org

Adesso il processo decisionale è chiaro. Dopo due anni abbiamo fatto enormi progressi e riusciamo anche a capire in anticipo le tappe successive del programma seguito dai governi di tutto il mondo dall’inizio della pandemia: i prossimi passi saranno vaccinare la fascia pediatrica, introdurre una vaccinazione perenne veicolata dallo strumento del Green Pass, rendere il Green Pass uno strumento di ricatto.

Se ripenso a due anni fa e a tutto il lavoro di studio, analisi, documentazione che in molti abbiamo dovuto fare per uscire fuori da un annebbiamento mediatico terrificante, spinti soltanto dal bisogno di difendere la nostra libertà e dal sospetto invincibile nei confronti di un potere fin troppo zelante nella difesa della nostra salute quando ciò si traduce in forme di coercizione e controllo; se ripenso alla sofferenza, al senso di esclusione, alla sensazione di scacco continuo, oggi posso dire che le cose vanno meglio: decisamente meglio. Riusciamo a capire gli scopi. Ad anticipare le mosse. A vederne il fine.

Adesso appare chiaro che la vaccinazione è un fallimento, se gli stessi che la sostengono ci avvertono della necessità di un richiamo annuale continuo contro delle varianti, che il vaccino non riuscirà mai a debellare definitivamente. Che anzi, è il vaccino stesso a creare. E che dire della pesante ombra delle reazioni avverse?

Adesso comincia ad essere evidente che per i governi di molti stati europei l’obiettivo non è la difesa della salute pubblica, ma, insieme alla difesa della vaccinazione a tutti i costi, e forse dietro di essa, l’imposizione di un terrificante strumento di controllo sociale: il Green Pass appunto.

Tuttavia, le manifestazioni, le espressioni di dissenso che si allargano a macchia d’olio, il coinvolgimento in esse di categorie sempre più numerose, hanno avuto il loro inizio proprio con la sua imposizione. Ma veramente pensavano di poter assoggettare una popolazione abituata alla libertà, all’obbligo di esposizione di un documento per accedere ai luoghi pubblici, ai luoghi della nostra esistenza quotidiana? Lo stato d’animo di chi è munito di un documento del genere, vi assicuro, non è affatto quello di chi si sente un privilegiato. Egli sa che il luogo in cui sta per entrare, magari il luogo stesso di lavoro, che prima era per lui libero e accessibile, luogo di memorie, di esperienze, adesso non lo è più: quel luogo diviene di colpo ostile, estraneo, possesso di una piattaforma digitale.

Paradossalmente, il permesso che ti viene concesso da un qualsiasi controllore pesa ancora di più del divieto. È come se si fosse assoggettati al potere di chi ci controlla. Come se si venisse di colpo derubati di qualcosa che si considerava proprio, profondamente nostro: un luogo di umanità e di scambio. E chi compie il furto non è un individuo: è un sistema automatizzato, impersonale, che elabora una risposta di esclusione o inclusione. Meglio restare fuori: meglio non dover esibire nulla. Si ha la sensazione di essere ancora liberi.

Il progetto del Green Pass probabilmente si rivelerà un errore clamoroso: la pietra d’inciampo del processo stesso. Ha scatenato una vigorosa e salutare reazione popolare, che è ancora all’inizio ma che potrebbe portare all’attenzione di molti gli enormi e sconcertanti interessi economici e le connivenze che stanno guidando le campagne vaccinali. Ma soprattutto, sta già mettendo in chiaro quali sono le reti che legano tra loro tutti gli apparati dello Stato: dai sindacati ai partiti politici. È evidente ormai che i cittadini non godano di nessuna tutela da parte di nessuno degli organi che dovrebbero difenderli o rappresentarli: c’è uno scollamento completo. La gente si è riscoperta come una massa che va semplicemente soggiogata attraverso la propaganda e quindi sfruttata e ingannata. Il Green Pass introduce un modello sociale fondato sul controllo collettivo automatizzato e sull’esclusione dei disobbedienti, termine che già comincia a circolare. Su ogni spazio sociale graverà l’ipoteca del controllo e l’imposizione dell’obbedienza. Gli spazi sociali diverranno fruibili solo alle condizioni imposte dal potere: oggi è il vaccino, ma domani potrebbe essere qualsiasi altra cosa.

Ma è la violenza di questa rivelazione che probabilmente comincerà ad erodere l’appoggio prezioso dell’opinione pubblica: i piedi d’argilla su cui si appoggia il colosso.

Il colosso economico, politico e mediatico ha un bisogno vitale del consenso della gente. Il suo potere straordinario si regge sulla capacità di illudere la popolazione. Potrà ancora sperare che tale consenso ci sia, di fronte alle sempre più preoccupanti reazioni avverse, alla crescita del numero dei contagi tra gli stessi vaccinati, alla prospettiva di essere sottoposti a una perenne roulette russa vaccinale, di fronte all’incubo di una vaccinazione che colpirà anche i nostri bambini, e soprattutto di fronte a quella mutazione radicale della vita sociale che il Green Pass introdurrà?

La propaganda mira costantemente a far sentire ogni cittadino isolato e in balia di un potere assoluto, privo di qualunque possibilità di difendersi dalle scelte politiche imposte. Invece le proteste contro il Green Pass stanno creando quella coesione sociale, quello scambio di idee, di riflessioni, quel senso di comunità che fa molta paura a chi ci governa. Le manifestazioni pacifiche che ogni sabato riempiono le maggiori città italiane di migliaia di persone sono occasioni di incontro, di scambio, di confronto, di reciproco sostegno. Sono il laboratorio di forze politiche extraparlamentari che pian piano si vanno formando. Perché è chiarissimo lo sforzo di non far penetrare nessuna delle forze politiche e sindacali esistenti all’interno di questo processo.

La nuova coscienza politica è rappresentata dai tanti gruppi e comitati che vanno formandosi e dalle manifestazioni pacifiche, che hanno l’obiettivo di superare quella polarizzazione estremistica promossa dalla propaganda attraverso le continue provocazioni. Occorre dirlo una volta per tutte: la violenza non è una via d’uscita, è semplicemente accettare il ruolo che il potere vorrebbe assegnare al dissenso, perché nulla cambi veramente. Si tratta invece di lavorare pazientemente alla ricostruzione della pace sociale, di superare il caos fomentato dai mezzi di informazione, di superare le contrapposizioni assurde che dividono colleghi, amici, familiari. Una divisione nata dall’avere collegato un fatto medico ad atteggiamenti moralistici – come lo slogan “vaccinarsi è un atto d’amore” – piuttosto che a una concreta valutazione scientifica.

Quali prospettive?

Il sistema di oppressione che stiamo sperimentando in questo momento assomiglia molto ai sistemi di corruzione e sfruttamento economico dei paesi post-coloniali. Multinazionali che si appoggiano alle classi politiche corrotte per sfruttare le economie e le risorse degli Stati. Ecco perché dovremmo far tesoro di quelle esperienze che si iniziano a fare nei Paesi in via di sviluppo, proprio per sanare i disastri provocati da quel legame perverso. Prima che si arrivi al coronamento di tutto il processo in atto: una società impoverita, controllata da una oligarchia economica. Fare riferimento alle comunità e al ritorno a un sistema economico che rivaluti i localismi; insieme, dal punto di vista etico, all’idea di un consumo critico della tecnologia. Si tratta di uscire dall’incubo di un mondo unico e lavorare al progetto di un mondo fatto di mondi.

Ma quale prospettiva inventare? Quali saranno i compiti che dovremo affrontare per rispondere alla crisi del nostro tempo, una crisi che rischia di traghettarci verso una società del controllo?

Se facciamo una mappa degli elementi della crisi ne potremo forse dedurre delle linee di riflessione e di azione politica.

  1. L’apparato tecnologico digitale si è trasformato in un sistema di controllo efficacissimo e pervasivo. Ne dipendiamo, per il nostro lavoro, i nostri consumi, il nostro svago, in modo totale. È naturale che si sia trasformato in uno strumento di controllo e, tra breve, in uno strumento di coercizione con l’espansione dell’uso del Green Pass. Bisogna assegnare limiti precisi a questo apparato. Ecco un compito importantissimo.
  2. L’informazione si è rivelata uno strumento di propaganda in grado di facilitare, preparare, orientare la massa verso l’accettazione delle imposizioni dei governi, togliendo qualunque potere al diritto. Ha messo in atto tutte le strategie di manipolazione dell’opinione pubblica, derogando totalmente dalla sua funzione informativa. Ecco un’altra sfida: porre limiti ferrei alla diffusione di messaggi provocatori, distorti o palesemente falsi.
  3. Gli apparati burocratici, come quello della sanità e quello della scuola, hanno fornito un notevole aiuto alla diffusione e applicazione delle norme oppressive, proprio a causa della loro rigidità gerarchica, al cui interno non è possibile derogare a norme e imposizioni, anche palesemente assurde. Occorrerà in futuro smantellare i sistemi centralizzati, ripensare la cura e l’istruzione come un sistema pluralistico, in cui le singole istituzioni godano di una vera autonomia. Si può immaginare un sistema di istituzioni che creano coordinamenti e collaborazioni dal basso.
  4. Anche la struttura politica e amministrativa dovrà andare verso un decentramento, in modo da favorire un controllo più diretto delle comunità sugli organi di rappresentanza.
  5. La prospettiva della pluralità, della frammentazione, sembra incapace di poter reggere al confronto con le grandi multinazionali, dotate di strumenti economici e tecnologici in grado di ricattare il mondo intero. Eppure, sono le strutture centralizzate che favoriscono quelle collusioni che oggi ci stanno conducendo verso una società che imporrà un controllo spietato su ogni singolo individuo, se non fermeremo questo processo. Il pluralismo, la reale partecipazione delle comunità alla gestione politica, saranno invece degli scogli insuperabili.

Il problema in fondo è uno solo: occorre tornare ad un primato della politica, quale autentico sistema correttivo dei poteri; alla politica quale forma di tutela della comunità. Bisognerà andare verso il decentramento e la responsabilizzazione politica delle comunità.

Oggi il nostro compito è organizzarci e ripensare il futuro.

Stefano Vespo

 

 

Pubblicato da Verdiana Siddi per ComeDonChisciotte.org

 

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