Un bambino passeggia per la strada con suo padre, una persona qualunque, come tante, un lavoratore. Vede suo padre picchiato a morte da un branco di ragazzini non molto più grandi di lui. Altrove un ragazzo accoltella l’insegnante. Violenze di branco contro giovani ragazze. Casi continui e sempre più frequenti di una violenza assurda. Da dove nasce tutto questo disprezzo per gli altri? Che ruolo gioca la Scuola?
Di Davide Amerio per Comedonchischiotte.org
C’era una volta… il 7 in condotta. C’era una volta la Scuola, c’erano gli Insegnanti, c’erano i Presidi, e c’erano i Bidelli. Poi c’erano i genitori che si occupavano dell’educazione dei propri figli.
Sembra l’inizio di una favola, ma non lo è. Con il 7 in condotta venivi bocciato, e ripetevi l’anno, per cattiva condotta. Perché il comportamento a scuola era importante, tanto quanto l’apprendimento delle materie.
I docenti erano rispettati, perché, quando eri dentro la scuola, essi rappresentavano, in una certa misura, il prolungamento della famiglia, ed erano garanti della continuità del processo educativo. Non esistevano genitori che giustificassero sempre i figli (“sono solo ragazzate”): una “nota” di demerito scolastica implicava, necessariamente, una “punizione”.
Quelli della generazione anni ‘60 e ‘50, i così detti Boomer, hanno memoria di tutto questo. Una generazione per lo più cresciuta tra battipanni, ciabatte volanti, cinghiate, punizioni e proibizioni.
Come dice l’attore Brignano in uno dei suoi spettacoli: “siamo una generazione di sopravvissuti!”. Molti hanno conosciuto una tecnica educativa severa, perentoria, talvolta anche estrema, che oggi darebbe accesso a un abbonamento “Premium” al Telefono Azzurro.
Se il “maestro” a scuola ti rifilava uno scappellotto sulla testa, una bacchettata sulle mani, perché eri distratto a lezione, oppure facevi “casino”, oppure non avevi fatto i compiti assegnati per casa… non c’era ombra di genitore che si permettesse di criticare il docente, in alcun modo. Anzi, se veniva a conoscenza delle manchevolezze dei propri figli… la seconda dose di ceffoni la vincevi a casa.
Metodi brutali? Eccessivi? Ingiustificati? Anche, sicuramente in alcuni casi. I nostri genitori erano nati dentro, o poco dopo, le guerre. I nostri nonni le guerre le avevano vissute. Non c’era molto spazio per la psicologia, e per l’introspezione. Esistevano eccezioni a questo modello educativo, ma prevaleva un certo spirito di comunità da ricostituire, un’idea fondamentale dell’importanza di comportarsi bene con il prossimo.
Questo eccesso “manesco” raggiungeva però gli scopi: definire il limite di ciò che si può fare e di quello che non si deve fare; insegnare il rispetto, e la buona educazione; inculcare il senso di ciò che può essere considerato giusto, e di quello che è sicuramente sbagliato.
Non è che tutto questo avvenisse senza essere contestato. Pensiamo al percorso degli avvenimenti sociali che condussero al ‘68, e poi al ‘77. Anni di impegno politico, di ribellione verso il sistema degli adulti, talvolta sfociati nella violenza, ma desiderosi di cambiamento: ed esso maturò nel corso degli anni, mutando i paradigmi della società.
Le persone “normali”, di quella generazione avevano comunque acquisito il senso del limite, l'importanza della morale; sapevano vivere un’etica: bagaglio di strumenti ereditati dai famigliari e, anche se ne contestavano i modi, erano coscienti di aver ricevuto una “base” su cui misurare il mondo e gli altri.
Oggi tutto questo sembra scomparso, e ci ritroviamo a subire una brutalità occasionale che non è di tipo delinquenziale: non ha un progetto, oppure la finalità tipica di chi si pone l'obbiettivo di rubare qualcosa.
Piuttosto è violenza pura senza uno scopo preciso, se non quello di riversare odio, rancore, ignoranza, frustrazione, e la propria nullità umana.
Ora ci sarà abbondanza di interpretazioni psicologiche, e di teorie sociali, sulle motivazioni di questo “malessere” umano, sulle condizioni che generano questi livelli di inumanità. Non entro nel merito. Ma pongo qualche dubbio.
Non sarà che la continua e gratuita giustificazione di certi comportamenti, soprattutto da parte di una generazione di genitori lagnosi, convinti di aver partorito dei principini e delle principesse, possa essere almeno una con-causa di certe degenerazioni?
Non sarà che una certa promiscuità personale, di certi genitori, incapaci di assumersi la responsabilità dello sviluppo e del benessere psicologico dei propri figli, rinunciando un po’ ai propri piaceri personali, possa influire negativamente su di loro?
Non sarà che l’eccessiva garanzia di impunità verso questi giovani, soprattutto in quanto minorenni, convinca loro di avere il diritto a esercitare ogni capriccio?
Non sarà che l’aver declassato la figura degli insegnanti a meri impiegati statali di terzo ordine, anziché riconoscere il loro ruolo di educatori, costretti a subire (rassegnati e silenti) gli arbìtri dei discenti, e di genitori che interpretano la scuola come un posteggio, sia anche all’origine di certi comportamenti?
Siamo sicuri che la responsabilità di tutto questo sia sempre e solo imputabile ai Social? O piuttosto la fragilità generata da questi strumenti non sia anche responsabilità educativa delle famiglie, incapaci di insegnare il loro uso e consumo (imponendo dei limiti)?
Si dice che la violenza genera violenza: e c’è del vero in questa convinzione. Ma se fosse sempre vera… i Boomer, di cui ho parlato, avrebbero dovuto trasformarsi quasi tutti in serial killer! Eppure così non è stato. Forse perché c’era, in quel modello educativo “rigido”, una credibilità genitoriale oggi scomparsa.
E' un bene che i modelli educativi siano cambiati, e si siano evoluti nel senso di una maggiore sensibilità verso le esigenze dei giovani. I bisogni dei ragazzi più fragili e problematici ricevono maggiori attenzioni, e il necessario supporto. Questo sforzo è però inficiato da zone "franche" nelle quali permissivismo, e superficiale accondiscendenza genitoriale, prevalgono.
Non sarà certo il mondo politico, con le sue ipocrisie palesi, che potrà offrire modelli virtuosi a queste giovani e fragili generazioni. Lo si è potuto constatare con i diversi “decreti” attuati negli ultimi anni, che producono più violenza di quella che vorrebbero sopprimere.
Sarà necessario che ciascun cittadino adulto si interroghi sulla scomparsa, dal dibattito pubblico, della “questione morale” di berlingueriana memoria. Senza un’etica, una filosofia morale comune, che distingua i comportamenti virtuosi da quelli scorretti e inaccettabili, sarà difficile offrire un esempio educativo alle nuove generazioni.
Che sia con la convinzione delle amorevoli parole, o con un sonoro ceffone (e l’uno non esclude l’altro), una comunità non può reggere senza una visione dei limiti da non superare. Non ci può essere vita democratica se essa è imbevuta della a-moralità dei vertici istituzionali. Non c’è progresso di benessere individuale e sociale nell’incapacità di distinguere il lecito dall’illecito: anche quando, e forse soprattutto, non è associabile a un reato penale (Borsellino docet!).
La presenza di una idea di morale, qualunque essa sia, è fondamentale per la convivenza civile. La si può poi contestare, cambiare, ripudiare, modificare, ma senza di essa vale la Legge della Giungla: inaccettabile per una società che voglia dirsi civile.
Di Davide Amerio per Comedonchischiotte.org
17.04.2026
—
Le opinioni espresse in questo articolo riflettono il pensiero dell’Autore ma non necessariamente la linea editoriale di ComeDonChisciotte.
akel 17 aprile 2026
La «civiltà occidentale» si fonda su un libro nel quale l'adorato dio si esibisce in un continuo di violenze inaudite: genocidi, massacri e mostra un totale disprezzo per la vita umana e i sentimenti degli uomini.
Si parla qui di mancanza di educazione ma si dimentica che nella "civiltà occidentale" l'educazione inizia e si fonda su questo elenco di violenze inaudite che chiamiamo bibbia.
Si parla anche di impunità: a me sembra ridicolo visto che abbiamo trasformato un genocida, vendicativo, sterminatore di intere popolazioni, torturatore di animali in un essere che deve essere adorato.
absitiniuriaverbis 17 aprile 2026
Vedo che ci sei andato leggero leggero...
Continuo a ritenere che sia sempre il momento di ricordare chi eravamo prima che ci dicessero chi e come avremmo dovuto essere.