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I CROLLI DI IERI: ABOLIRE LA BORSA

DI CARLO GAMBESCIA

Le persone comuni si chiedono ora che succederà. La caduta dei titoli borsistici, qualora proseguisse con questo ritmo, potrebbe portare le società quotate (industriali, assicurative, bancarie eccetera) all’insolvibilità e al crollo economico. E questo a prescindere dal rifinanziamento, pure qui caldeggiato, che non può però durare all’infinito, pena una crescita dell’inflazione a livelli weimariani.

Il meccanismo purtroppo è semplicissimo, se A, vede sparire in un giorno i suoi risparmi in azioni, conti correnti, eccetera , non potrà saldare i suoi debiti con B; B a sua volta non potrà rifondere C. E così via. Restano ovviamente le disponibilità patrimoniali di A,B,C, e di tutti gli altri.. Che però, se immesse sul mercato tutte insieme, come di solito avviene, per realizzare liquidità, rischiano, di regola, di far crollare i prezzi dei beni patrimoniali venduti, e quindi di impoverire ulteriormente i venditori, già coperti di debiti, e, al tempo stesso, incapaci di riscuotere i crediti. Come dire: il lungo serpente economico, fatto di crediti e debiti sostanzialmente inesigibili, finisce per mordersi la coda. E morire soffocato.

A seguire: “Ripensare questo modello di sviluppo” di Marco Cedolin e “Usa, i sette errori del capitalismo” di Massimo MucchettiDi solito in tali situazioni pochissimi si arricchiscono, quelli che già dispongono di enormi capitali, e moltissimi impoveriscono, quelli che di capitali non dispongono, la maggioranza delle persone.
Che fare? L’intervento, come abbiamo scritto in altri post, deve essere pubblico, sistematico e strutturale. E perciò diretto a rianimare l’economia reale. Salvaguardando a tutti i costi l’occupazione e i redditi della stragrande maggioranza delle persone. Soprattutto vanno evitati i fallimenti a catena, per le ragioni creditorie-debitorie di cui sopra.

A questo punto, per evitare che pochi si arricchiscano a danno dei molti, intanto suggeriamo una misura-tampone: chiudere temporaneamente la Borsa. Proprio per impedire alla radice, in un momento così difficile, qualsiasi forma di speculazione. E per il futuro, invece, una misura ancora più radicale: la sua abolizione. E’ vero che storia e funzioni della Borsa, le cui origini risalgono al Cinquecento (nel 1531 venne fondata la Borsa di Anversa), sono legate allo sviluppo del capitalismo. Ma a quanto pare in misura sempre più negativa e parassitaria.

Ma facciamo pure un passo indietro. Sul piano della teoria economica la Borsa è da sempre presentata come uno strumento di finanziamento delle imprese e di investimento per i risparmiatori. Per contro sul piano della pratica ha sviluppato, fin dall’inizio, una crescente funzione speculativa, riflettendo scambi non sul valore reale delle imprese (la produzione e i profitti effettivi), ma speculazioni su valori congetturali e sempre più spesso irreali ( la produzione e i profitti futuri). A puro scopo di lucro e a danno dei risparmiatori. Soprattutto quando produzione e profitti futuri rispecchino valori irreali ma diffusi ad arte per influenzare il mercato in chiave rialzista o ribassista. Per così profittare, sulla base di scambi a termine, delle differenze tra valori puramente ipotizzati: in pratica immaginari.

Se tuttavia fino alla grande crisi degli anni Trenta del Novecento, la Borsa aveva comunque svolto una funzione di finanziamento, con l’avvento del capitalismo manageriale e la conseguente distinzione tra proprietà azionaria e direzione strategica affidata ad amministratori delegati, l’aspetto speculativo è passato in primo piano. Alla fierezza dell’ imprenditore e spesso unico azionista, di essere il “fondatore” di un impero economico da estendere e difendere, si è sostituita la necessità di appagare la crescente fame di profitti a breve (in genere borsistico-speculativi e nel lungo periodo autolesionistici per il “sistema”), da parte di quasi sempre anonimi gruppi di azionisti, per nulla fieri, se non del tutto estranei ai lati eroici ed imprenditoriali del capitalismo, celebrati da Schumpeter. Hanno fatto il resto il progresso nelle comunicazioni e la crescente diminuzione dei controlli da parte dello stato-nazione di enormi masse fluttuanti di denaro. Accelerando, com’ è sotto gli occhi di tutti, la micidiale frequenza di crisi borsistiche sempre più gravi. Che attenzione – ecco il punto fondamentale – sono di natura puramente speculativa. Ma che purtroppo a lungo andare, come abbiamo già sottolineato, non possono non influire sull’economia “reale”, producendo crisi “reali”, sempre più gravi. Giocando quell’effetto moltiplicatore (in negativo), di cui sopra, su tutti gli altri fattori.

Naturalmente, come nostro solito, abbiamo semplificato (forse troppo) un problema complesso. Ma “l’invito” resta: sul breve periodo, vista la gravità della crisi, tutte le attività borsistiche andrebbero sospese. E su quello lungo abolite. Sì, a-bo-li-te. E l’abolizione della Borsa potrebbe essere il primo passo verso un nuovo modello di sviluppo. O comunque, in direzione di un capitalismo, a bassa velocità, capace di finanziarsi ricorrendo a valori reali e non fittizi, evitando qualsiasi forma di anticipazione di capitale, sia bancaria che borsistica.

Si dirà un bel rebus. Certo. Ma perché non augurarsi, per il bene di tutti, che gli economisti, quelli veri e non al servizio dei poteri forti, tornino finalmente a pensare? A “produrre” idee nuove e non ripetere la solita lezioncina sulla mano invisibile. Ora, basta.

Fonte: http://carlogambesciametapolitics.blogspot.com
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07.10.2008

RIPENSARE QUESTO MODELLO DI SVILUPPO

DI MARCO CEDOLIN

La crisi finanziaria sta ormai occupando in pianta stabile da alcune settimane le prime pagine dei giornali, riuscendo perfino ad intaccare l’atmosfera patinata dei TG, con tutto il suo corollario costituito da banche che falliscono, stati che nazionalizzano gli istituti di credito, governi che stanziano, o auspicano lo stanziamento, di cifre da capogiro destinate a preservare il sistema bancario dal crack imminente, mercati azionari ormai fuori controllo che si muovono in maniera schizofrenica simili ai vagoncini delle montagne russe.

Una debacle dalle conseguenze inimmaginabili che imperversa come un tornado nel mondo virtuale della finanza, costituito in larga parte da ectoplasmi del tutto inafferrabili per i comuni mortali, in quanto composti da algoritmi e calcolazioni complesse dalle quali fuoriesce un vero e proprio lemmario incomprensibile ai più. La crisi finanziaria parla il linguaggio del Mibtel, del Dow Jones, del Nasdaq del Nikkei, dell’Euribor, dei Bond, , degli hedge funds, dei sinking funds, degli swaps, della riserva frazionaria, dei piani di consolidamento del baylout da 850 miliardi di dollari, di 450 miliardi di euro “bruciati” in Europa nel corso di un solo lunedì.

La crisi dei comuni mortali parla il linguaggio del Paese reale, lontanissimo dal gergo destinato a pochi iniziati che straborda dalle pagine dei giornali e dagli schermi della TV. Racconta il potere di acquisto di salari e pensioni ormai in caduta libera, le imprese che chiudono i battenti lasciando dietro di sé una lunga scia di disoccupati, le aziende, sia pubbliche che private, intenzionate a licenziare nei prossimi anni buona parte dei propri dipendenti, come si può evincere da quasi tutti i piani di programmazione industriale triennali o quadriennali. Racconta un Paese che produce sempre meno e consuma sempre meno, totalmente incapace di “crescere” pur continuando a poggiare la propria economia su un modello di sviluppo anacronistico fondato proprio sulla crescita.
I comuni mortali sono impegnati nel sempre più difficile esercizio alchemico consistente nel trovare 50 euro per riuscire ad andare a fare la spesa al discount (nonostante anche lì con 50 euro, ogni mese che passa si riesca a comprare sempre di meno) 100 euro per pagare la bolletta della luce che continua a salire, 200 euro per pagare il bollo dell’auto, qualche centinaio di euro per pagare la prima rata del riscaldamento, che va sommata a quella del mutuo o alla rata della macchina, ai libri per i figli o alla retta dell’asilo, alla benzina (sempre più cara nonostante il prezzo del petrolio da tempo stia scendendo) indispensabile per continuare a fare i pendolari, alla bolletta del telefono, al conto dell’idraulico, a quello del meccanico o al dentista, alla rata della spazzatura, alla bolletta del gas.
Non si tratta di calcolazioni complesse come quelle della finanza, le cifre sono “piccole”, così come sono semplici le logiche che le muovono, i nomi si pronunciano facilmente ed il loro significato appare chiaro a tutti. La complessità è data dal fatto che non esistono piani di salvataggio per i comuni mortali e una famiglia non può “bruciare” in un mese 2500 euro se ne guadagna 1500. Se manca loro il danaro per pagare la bolletta della luce i comuni mortali non vedono abbassarsi il proprio rating, né scendere il valore azionario della famiglia, rimangono semplicemente al buio, così come se non pagano le rate dell’auto arriva il carro attrezzi a portarla via, se non pagano la rata del mutuo la casa viene venduta all’asta, se non ci sono i soldi per fare la spesa l’unica alternativa (nel migliore dei casi) è costituita dalla mensa dei poveri.

La malattia che affligge il Paese reale è molto più grave di quella che sta colpendo il mondo virtuale della finanza, anche se tutta l’attenzione mediatica è focalizzata sui mercati finanziari e si sta vendendo l’illusione che risolta la crisi delle banche tutto tornerà a “girare” come e meglio di prima.
Non ci troviamo semplicemente di fronte al fallimento di una politica finanziaria troppo spregiudicata, di un turbocapitalismo che ha dimenticato di darsi delle regole, di una società neoliberista che ha giocato d’azzardo con la globalizzazione.
Ci troviamo di fronte al completo fallimento di un modello di sviluppo basato sulla crescita infinita che si è ormai scontrato con l’evidente incapacità di crescere ancora, dettata dal fatto che è impossibile crescere indefinitamente all’interno di un mondo dove tutto è finito e nulla può nutrire la presunzione di continuare a crescere senza sosta.
Occorre prendere coscienza del fatto che nulla girerà più come prima, a prescindere da come procederà l’operazione di salvataggio delle banche, ed è giunto il momento di ripensare in profondità un modello di sviluppo ormai senza futuro, per tentare di costruire una società della decrescita che sappia sostituirsi a quella della recessione selvaggia (con tutto il contorno di caos e violenza che immancabilmente porterà con sé) nelle cui spire stiamo precipitando senza paracadute.

Fonte: http://marcocedolin.blogspot.com/
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07.10.2008

USA, I SETTE ERRORI DEL CAPITALISMO

DI MASSIMO MUCCHETTI
Corriere della Sera

Eccesso di debito, mutui, innovazioni finanziarie Il doppio via libera alle banche d’investimento

Martedì 7 ottobre 2008, mentre il governo britannico vara aiuti straordinari per 50 miliardi di sterline alle banche in caduta libera al London Stock Exchange, da Lisbona arriva la notizia che il Banco Best offre un interesse speciale dell’8% sui depositi a chi indovinerà il nome del futuro presidente degli Stati Uniti. Sembra una stranezza e invece segnala l’attesa dell’unica novità capace di proporre nuovi rimedi ai sette eccessi del capitalismo contemporaneo e, forse, di far cambiare idea al capo economista del Financial Times, Martin Wolf, che scrive: «Stiamo assistendo alla disintegrazione del sistema finanziario».

La locomotiva del debito
L’eccesso di debito è il peccato globale. Al 30 giugno 2008, il debito aggregato degli Stati Uniti (famiglie, imprese, banche e pubbliche amministrazioni) supera i 51mila miliardi di dollari a fronte di un prodotto interno lordo di 14 mila miliardi. The Economist aggiunge che l’incidenza percentuale del debito aggregato sul Pil americano, ora pari al 358%, è raddoppiata rispetto agli anni Cinquanta e Sessanta ed è superiore perfino a quella della Grande Depressione. Il segreto della crescita della Corporate America è il debito che finanzia soprattutto i consumi. Che abbia copiato dall’Italia da bere degli anni Ottanta? Come ha notato Marco Fortis sul Foglio, i salvataggi ai quali è ora obbligato il governo Usa si mangiano tutto il vantaggio che l’economia americana aveva mostrato negli ultimi 4-5 anni rispetto a quella europea. E quando il granello di sabbia delle insolvenze dei subprime si è infilato nell’ingranaggio, il motore si è fermato. L’Italia è cresciuta meno, ma ha un debito globale che è pari a due volte il Pil. Ed è una provincia debole di Eurolandia. Qual è il sistema più sano?

La centralità della finanza
Alla crescita del debito il contributo maggiore l’hanno dato i mutui immobiliari e il settore finanziario (Martin Wolf, Paulson’s plan was not a true solution to the crisis, Financial Times, 23 settembre 2008). L’esposizione della finanza è passata da 21% del Pil, nel 1980, al 116% nel 2007. Del resto, la finanza ha dato una spinta crescente ai profitti. Tra il 1946 e il 1950, procurava il 9,5% degli utili. Nel 2002 è arrivata al 45% per riaggiustarsi a un comunque rotondo 33% nel 2006 non tanto per un suo calo quanto per la crescita degli altri settori (Ronald Dore, Financialization of the Global Economy, prossima pubblicazione). Quando i tassi d’interesse sono decrescenti, e in certi periodi addirittura negativi se depurati dall’inflazione e dai risparmi fiscali, il debito «costa» assai meno del capitale, al quale andrebbe riconosciuto il rendimento dei titoli di Stato più un premio al rischio. Conviene dunque ricorrere il più possibile al denaro degli altri. Usando il debito come leva, si ottiene il duplice effetto di aumentare a dismisura il rendimento dei capitali propri impiegati e di moltiplicare le attività. La scoperta, a dire il vero, non è recente. Già nel 1913 il futuro giudice della Corte Suprema, Louis Brandeis, ne faceva oggetto di una critica radicale. Ma allora come oggi ci è voluta una Grande Crisi per capire che i debiti hanno un costo certo mentre al capitale può anche essere negato il dividendo, e che i debiti fatti per consumare facendo il passo più lungo della gamba hanno una qualità inferiore a quelli accesi per lavorare e produrre reddito. Nel primo caso, l’insolvenza è dietro l’angolo. Ma per anni e anni si è pensato che questo fosse un rischio del passato.

Il mito dell’innovazione finanziaria
Il primo Cdo (Collateralized debt obligation) risale al 1987. Da allora è stata una fioritura senza fine di innovazioni finanziarie che hanno fatto credere ai loro inventori, matematici privi di filosofia benché talvolta premiati con il Nobel, come Merton e Scholes, di aver trovato la pietra filosofale del secolo XX. Costoro hanno studiato complicati algoritmi in base ai quali costruire portafogli immunizzati, e cioè esposti a un rischio complessivo inferiore a quello dei singoli titoli che racchiudono. I modelli matematici giocano su tre fattori: la diversificazione dei titoli, la scarsa correlazione dei rischi relativi e la diversità delle scadenze che consente di articolare nel tempo i flussi di cassa. Gli innovatori hanno creduto di poter elevare così il rendimento del capitale investito in queste strutture sintetiche senza elevare in proporzione il rischio. I banchieri ci hanno creduto volentieri. Le banche maggiori hanno ridotto gli impieghi classici e si sono imbottite di questi strumenti. Confidando sugli algoritmi, non hanno di pari passo irrobustito il patrimonio. Anzi.Ma i rischi si possono spostare, non cancellare. E al dunque ritornano. A spese loro e soprattutto degli altri, i banchieri possono rimeditare gli studi classici: chi sfida la legge divina pecca di hybris e diventa vittima dello phronos zeon, l’ira degli dei.

L’esaltazione del Roe
La fede nell’illimitata sostenibilità del debito ha alimentato l’attesa di ritorni sempre più alti sul capitale investito dai soci (Roe, return on equity). Negli ultimi 11 anni, le società del S&P 500 Index hanno distribuito agli azionisti, sotto forma di dividendi e acquisti di azioni proprie, ben 4200 miliardi di dollari. Ben 22 delle prime 50 principali società hanno distribuito più dell’utile e altre 8 tra il 90 e il 99% delmedesimo (William Lazonick, The Quest of Shareholder Value, settembre 2008). Un autentico saccheggio delle imprese che, in molti casi, avevano goduto di varie forme di sussidio statale. Un’operazione che ha indebolito la propensione all’investimento, come nel caso della Exxon, e alla spesa in ricerca e sviluppo, come nel caso della Microsoft e delle altre imprese high tech, che hanno investito nella riduzione del capitale, addirittura indebitandosi, multipli di quanto hanno speso nei laboratori. Tra le 50 imprese che più si sono distinte in quest’opera di autodistruzione spiccano tutte e cinque investment banks di Wall Street, le due prime banche commerciali d’America e Fannie Mae (Freddie Mac è al 53esimo posto). Nel periodo 2000-2007 queste otto banche hanno speso 174 miliardi di dollari per ridurre il proprio capitale. Potremmo dire: un gigantesco insider trading legalizzato il più delle volte a sostegno dei corsi azionari nei periodi di esercizio delle stock options da parte dei manager. Non l’avessero fatto, oggi le banche d’investimento sarebbero ancora su piazza.

L’estremismo della deregulation
Gli eccessi delle banche d’investimento sono stati possibili perché il Congresso e il Senato hanno abolito nel 1999, con decisione bipartigiana, il Glass Steagall Act che dagli anni Trenta vietava la commistione tra banche commerciali e banche d’affari e d’investimento. E poi perché nel 2001, una volta ottenuta la sorveglianza delle banche non commerciali, la Sec guidata dal repubblicano Christopher Cox ha concesso alle big five di Wall Street il diritto di autoregolare i propri rischi. Il ricorso al debito si è fatto così sempre più imponente: prima ci voleva un dollaro di capitale per ogni 6-7 di investimento, poi lo stesso dollaro bastava per 30-40. L’autoregolazione ha pure consentito alle banche di tenere fuori bilancio entità da esse stesse promosse e finanziate allo scopo di acquistare titoli variamente innovativi nel presupposto che era loro interesse vagliare la serietà del creditore. Queste tre scelte non sono errori, ma decisioni politiche esaltate come segno di modernità da stuoli di economisti che non si pongono mai il problema dei conflitti d’interesse impliciti nell’accumularsi dei mestieri. Regolare dopo aver deregolato non è facile, specialmente se a farlo sono le stesse persone.

Il breve termine
La deregolazione per favorire l’incessante negoziazione dei titoli ha sempre più focalizzato la gestione delle imprese sul breve termine. È stato coniato perfino un neologismo anglicizzante: shortermismo. Naturalmente tutti i top manager negano di essere shortermisti: la cosa parrebbe gretta e poco lungimirante. Ma con le relazioni trimestrali sulla base delle quali, a Wall Street, si erogano i dividendi e si riconsiderano i «fondamentali » del titolo e con i principi contabili basati sul fair value e sul mark to market (il valore al quale si può compravendere un bene e le quotazioni correnti) gli andamenti a breve termine condizionano come mai in passato. E poiché è chiaro il loro effetto pro ciclico, i gerenti sono incentivati a fare tutto quanto può far salire domani il titolo al quale sono legati i propri compensi. Nel 1864 il banchiere Rothschild discuteva con il ministro Minghetti delle disastrate finanze del Regno d’Italia avendo come orizzonte gli anni. I suoi epigoni americani hanno per orizzonte i giorni e parlano con i loro simili, via computer, 24 ore su 24. Ai primi serviva sapere di economia certo, ma anche di politica e cultura. Ai secondi bastano i modelli matematici. La professione del banchiere si è impoverita. Ma il banchiere è diventato più ricco. E con lui tutto il ceto dei capi-azienda.

La diseguaglianza
Legare in modo meccanico e crescente le remunerazioni dei top manager al rendimento del capitale ha accresciuto le diseguaglianze. Tra i capi delle imprese dello S&P 500 Index, il guadagno da stock options è salito da una media pro capite di 3,5 milioni di dollari del 1992 a un picco di 14,8 milioni nel 2000 per assestarsi sugli 8,7milioni nel 2003. Nell’illuminata Ibm i guadagni da stock options dei 5 primi dirigenti sono stati pari a 689 volte quello del dipendente medio. Più in generale il rapporto tra la paga media degli amministratori delegati delle maggiori imprese americane e quella dei dipendenti è volato dalle 42 volte del 1980 alle 107 volte del 1990 fino al record di 525 volte del 2000 per scendere a 364 volte nel 2006. Dietro la durezza con la quale i membri del Congresso interrogavano il banchiere Dick Fuld della Lehman Brothers c’è la consapevolezza che questo gioco non è più accettabile per il cittadinomedio americano la cui ricchezza netta, già minore di quella del cittadino medio italiano, sta in buona parte evaporando legata com’è alla Borsa. Ma è inutile chiedere al bancarottiere, come pure si è fatto, quali dovrebbero essere le regole per rimediare. Lo dovrà dire il nuovo presidente degli stati Uniti.

Massimo Mucchetti
Fonte: http://www.corriere.it
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09 ottobre 2008

Pubblicato da Das schloss

  • lino-rossi

    Stimolante l’idea di eliminare le borse. La simpatia che emanano fa sposare subito questa proposta. Ma siamo sicuri che non salteranno fuori dei mercati neri?
    Non è meglio regolamentarle facendole ritornare alla loro antica funzione, di punto d’incontro fra investitori ed imprenditori?

    Per decrescita si intende il calo del PIL?
    Supponiamo che la collettività anziché ritenere un valore lo sviluppo di prodotti OGM oppure il commercio di titoli finanziari esoterici, ritenga un valore la pulizia del sottobosco.
    Se si fa pulire un determinato sottobosco da (ex) disoccupati (quelli cronici + banchieri, finanzieri, speculatori, biotecnologi, ecc.) ottenendo biomassa e quindi energia, cosa succede?
    Otteniamo un aumento del PIL, ma risparmiamo tanti combustibili fossili.
    Ciò mi sembra auspicabile e positivo.

    Non sarà che anziché dirigerci verso la decrescita è meglio dirigerci verso la compatibilità sociale ed ambientale?

    Mi pare che l’obiettivo sia la “buona Politica” e non la decrescita, che potrebbe, in determinate situazioni, anche essere corretta, ma in generale NO. sono 30 anni che ci fanno fare la cura dimagrante! adesso che possiamo (forse) liberarci di quella costrizione ce la mettiamo da soli? e poi la parola decrescita fa venire in mente a troppa gente la miseria. mi pare proprio un grande autogol.

  • paolapisi

    E se prima di abolire la borsa (impossibile, almeno allo stato attuale), si cominicasse DAVVERO ad abolire le vendite allo scoperto? Questo si potrebbe fare in 5 minuti. Invece hanno messo solo alcuni divieti o limiti ai traders, ma gli hedge funds continuano a vendere azioni che non hanno alla grande. La Lehamn brothers è fallita anche per un mega attacco di shortisti (i galantuomini che vendono quello che non hanno). I guai di unicrediti sono scattati con un enorme ordine di vendita allo scoperto, da parte di uno che non ha neppure consegnato le azioni tre giorni dopo e per il momento la Consob “indaga” ma non è successo niente. Ieri a 30 minuti dalla chiusura il down jones era a + 1, 3: ha chiuso a -2. Cos’è successo in quella mezz’ora? Niente, i signori shortisti dei grandi fondi hanno aspettato tranquilli la mezz’ora finale, come hanno fatto 1000 altre volte, e poi tutti insieme hanno schiacciato il bottone “sell”, vendendo quello che non avevano. E i piccoli traders hanno fatto altrettanto, perchè sapevano quello che sarebbe successo nella mezz’ora fnale (era già successo numerose altre volte). E oggi scadono anche quei blandi limiti allo short che avevano messo due settimane fa negli USA.

    Quando si legge 1000ml di $ bruciati in borsa, bisogna sempre tenere presente che quei soldi sono finiti in tasca a qualcuno.

    Se uno va sui forum finanziari USA, può facilmente veddere che i traders festeggiano ogni nuovo crollo, addirittura scrivono “Ragazzi, abbiamo fatto un rally di altri 500 punti”, per intendere il rally al contrario, 500 punti in meno. Perchè sono tutti su posizione short, e ricavano milioni dai ribassi. E se qualcuno scrive : “ma vi rendete conto che la gente sarà senza pensione, e non avrà di che vivere”, quelli sghignazzano ancora di più, e rispondono “selezione naturale”, e giù a festeggiare di nuovo.

    .
    Perchè non si chiede, invece di proporro misure irrealistiche, di mettere fuori legge TUTTE le vendite allo scoperto, e TUTTI i derivati? Oltretutto, la vendita di quello che non ho dovrebbe essere comunque vietata, al di là di quello che sta provocando negli ultimi mesi. Se io vendo una casa di un altro, mi mettono giustamente in galera; perchè posso invece vendere legalmente azioni che non ho e che in quel momento appartengono a qualcun’altro?

  • Tao

    Innanzitutto grazie dell’attenzione amici di Comedonchisciotte. E naturalmente grazie anche ai gentili commentatori, Lino Rossi e Paolapisi.
    Provo a rispondere.

    Lino Rossi: sì, il rischio del mercato nero sussiste. D’accordo per la buona politica. Il che però significa – e la mia è una constatazione, non una critica – restare all’interno del “sistema”… E il riformismo ( certo, parliamo di quello vero) è ancora una riposta valida alla crisi? Domanda quest’ultima, che da qualche giorno ci poniamo, con altri amici, sul mio Blog.

    Paolapisi: Concordo. Anche perché sospendere o abolire le vendite allo scoperto equivale a sospendere o abolire le borse ☺. Visto il ruolo determinante – se ricordo bene circa i quattro/quinti della transazioni – svolto da questo tipo acquisizione.

    Carlo Gambescia

  • RobertoG

    Invece secondo me demonizzare la vendita allo scoperto è inutile.

    E’ vero che lo shortista vende ciò che non ha, ma è anche vero che poi è obbligato a ricomprarlo se vuole guadagnare.

    Tra l’altro moltissimi short sono intraday per cui nell’ambito della stessa seduta, tanti ne vendi e tanti ne riacquisti.

    Lo short è semplicemente un modo per sfruttare le discese anzichè le salite ma alla fine sul valore dell’azione non ha influenza.

    Unicredit con le vendite allo scoperto bloccate ha perso il 30% in poco più di due settimane.

  • paolapisi

    Quello che dici sarebbe parzialmente vero se gli shortisti operassero individualmente uno indipendentemente dall’altro (A mio parere dovrebbe essere comunque illegale vendere ciò che non si possiede, ma non voglio aprire questo capitolo).

    Invece accade che gli hedge funds e altri mega invesitori si mettano d’accordo per affossare un titolo, con strumenti finanziari semplicemente osceni e in questo caso nulla può fermare la discesa. Dunque lo short determina la caduta di un titolo, non è solo una scommessa su una futura discesa. E in certi casi può determinare anche il fallimento di un’azienda o un crollo tale della capitalizzazione da renderla poi acquistabile per due soldi. A colpi di short è stata fatta fuori la Lehman brothers (e altre aziende): non dico che l’attacco speculativo dei ribassisti sia stato certo l’unico problema, ma da quello tutto è iniziato ed è stato assolutamente determinante per il fallimento Lehman . Aggiungo che si innesta un effetto a catena, con abile spargimento di rumors, che non solo porta a una vendita delle azioni anche da parte di chi li possiede ma povoca anche la fuga di clienti da una banca, rende difficile ad un’azienda ottenere prestiti etc.

    Non so se sia giusto, nobile e bello far finire sul lastrico i dipendenti di un’azienda per permettere ad alcuni arci-arci-arci-miliardari (in euro) di diventare ancora più ricchi. Secondo me non lo è, ognuno però la può pensare come vuole.

    Non è vero che sia stato vietato lo short: sono state messe alcune regole. Ma la maggior parte delle contrattazioni avviene tuttora allo scoperto, come chiarisce sopra anche Carlo Gambescia. Tanto che è inutile chiedersi quando risaliranni i mercati: risaliranno quando i signori degli hedge funds & C. decideranno che hanno “guadagnato” abbastanza sulla discesa ed è ora che cominicino a “guadagnare” su una risalita. Dopo aver lasciato dietro di sè un terreno lastricato di morti.

  • lino-rossi

    aprire un pacco postale in generale non è un atto pericoloso, ma se in giro ci sono dei deficienti che dentro i pacchi postali ci mettono delle bombe, potrebbe diventarlo.

    così per le vendite allo scoperto: se non ci fossero situazioni demenziali con problemi tuttora irrisolti, quali l’anarchia legata agli edge found, i paradisi fiscali, ecc., potrebbero anche risultare complessivamente “neutre”, ma così non è e quindi la proposta di bloccarle ci sta tutta.

    altra considerazione.
    a mio avviso i mali principali del sistema che sta per morire sono:
    a) la riduzione continua della percentuale del PIL destinata al compenso del lavoro (a vantaggio delle rendite parassite);
    b) l’eliminazione del concetto della socializzazione delle rendite (la società non esiste – Margaret Thatcher);
    c) l’abnorme ricorso al falso surrogato (dei punti a) e b)) chiamato debito (falso perchè funziona solo per un po’, e poi crolla; non è stabile; non hanno considerato che esiste “debito sostenibile” largamente superato da tempo ).
    se quei delinquenti degli edge found non avessero fatto tutto questo macello saremmo ancora qui a sopportare i vari giavazzi pontificare sulle virtù della mano invisibile, ovvero saremmo ancora condannati a patire le calamità connesse al perdurare dei punti a), b) e c).
    a questo punto vien da dire: meno male che quei delinquenti degli edge found hanno messo in crisi il vecchio sistema!!!

  • lino-rossi

    c’è una strada diversa dal riformismo?

    le rivoluzioni sono sempre state organizzate dalla grande finanza;
    da quella fascista (http://archiviostorico.corriere.it/2003/febbraio/04/Comit_conto_aperto_signor_Mussolini_co_0_0302041528.shtml),
    a quella bolscevica (http://reformed-theology.org/html/books/bolshevik_revolution/index.html),
    a quella nazista (http://reformed-theology.org/html/books/wall_street/index.html),
    a quella delle BR (http://cpeurasia.etleboro.com/?vid=2067) che ha creato le condizioni per abbandanare Keynes per abbracciare friedman,
    all’11/9 (mi pare che su questo siamo tutti d’accordo).
    noi non siamo capaci a farle, le rivoluzioni. per farle ci vogliono delle attitudini particolari che solo pochi eletti posseggono.
    c’è pure la prova del nove nonché denominatore comune: alla fine della giostra il popolo l’ha sempre preso nel …

  • sultano96

    lino si dimentica volutamente dell’antropocrazia, unica via d’uscita.

  • sultano96

    Più che d’accordo!!

  • RobertoG

    Gli attacchi speculativi dei mega investitori avvengono tanto al ribasso quanto al rialzo e questo è un altro problema sul quale posso essere d’accordo con te.

    Il titolo parmalat, ad esempio venne gonfiato artificialmente fino oltre 3 euro prima del crollo, oppure le scalate bancarie dei furbetti del quartierino fecero salire in maniera abnorme RCS.

    Ti ripeto che un ribassista (inteso come un normale speculatore) per guadagnare deve ricoprirsi e non ha nessun interesse a far fallire una società altrimenti resterebbe pure lui con un pugno di mosche in mano.

    I titoli cadono quando gli investitori escono dal titolo per sfiducia o per panico vendendo anche in perdita e non ad opera dei trader che sono come i surfisti, le onde le cavalcano (e spesso ne vengono travolti) e non le determinano.

    Sullo short non sei correttamente informata. Questo è stato temporaneamente inibito su tutti i titoli bancari ed assicurativi dalla consob. Ciao.

    http://www.consob.it/main/documenti/bollettino2008/d16622.htm

  • lino-rossi

    non ritiene che la saggezza di Steiner possa essere introdotta mediante riforme? se NO, come?