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TOPSHOT - A demonstrator wearing a mask painted with the colours of the flag of East Turkestan and a hand bearing the colours of the Chinese flag attends a protest of supporters of the mostly Muslim Uighur minority and Turkish nationalists to denounce China's treatment of ethnic Uighur Muslims during a deadly riot in July 2009 in Urumqi, in front of the Chinese consulate in Istanbul, on July 5, 2018. - Nearly 200 people died during a series of violent riots that broke out on July 5, 2009 over several days in Urumqi, the capital city of the Xinjiang Uyghur Autonomous Region, in northwestern China, between Uyghurs and Han people. (Photo by OZAN KOSE / AFP) (Photo credit should read OZAN KOSE/AFP/Getty Images)

Hollywood mette in scena la Shoah degli uiguri

DI GIANCARLO  SCOTUZZI

giornaledibordo.org

Per gentile concessiuone dell’autore

Lo stile è quello rituale: da inquisizione. In Italia attecchisce meglio che altrove, perché secoli di dominazione vaticana hanno sedimentato mentalità da rogo. I libertari che s’azzardano a difendere l’accusato sono considerati rei loro stessi. In questi giorni è il turno persecutorio contro la Volkswagen, incriminata dai linciatori made in USA per aver aperto una fabbrica nella capitale dello Xinjiang.

Nello Xinjiang, regione autonoma della Cina, ci sono tre carceri che ospitano criminali di etnia uigura. Il governo di Pechino li chiama campi di rieducazione. Eufemismo smaccato. Se una minoranza etnica organizza attentati terroristici e lo Stato non riesce a disinnescarla con le buone, ricorre a repressione speciale, per quanto lenita da intenti riabilitativi. I terroristi mettono bombe nei supermercati, nelle stazioni ferroviarie e in altri edifici pubblici. Quando il colpo gli riesce appieno, accoppano decine di persone alla volta. Logico che lo Stato se ne difenda con mezzi adeguati. Ma che la stampa italiana – in coro con tutta quella atlantista – marchia invece di dittatoriali.
Eppure negli Stati Uniti, che la medesima stampa assurge a modello di libertà civili, quando il governo ritiene compromessa la sicurezza nazionale non ha eguali in ferocia. Ricordate le leggi liberticide approvate all’indomani degli attentati dell’11 settembre 2001? Consentivano – e in una certa misura continuano a consentire – ai militari d’incarcerare chiunque, senza controllo della magistratura, senza processo, negando al detenuto l’assistenza di avvocati e tenendolo in carcere a tempo indeterminato. Ricordate le riunioni settimanali alla Casa Bianca dove il presidente Barack Obama autorizzava l’assassinio di «nemici degli Stati Uniti» ovunque nel mondo? E all’oggi: sapete che Pentagono e CIA continuano a riservarsi il diritto di assassinare chiunque ovunque nel mondo? Avete presente la base USA di Guantanamo – peraltro abusivamente incistata a Cuba – dove pulsa di spasimi l’unico centro di tortura legale del mondo?
Il governo cinese non si degrada a tanto, però quando occorre non lesina fermezza. Quando la burocrazia minacciò di collassare sotto il peso di stuoli di funzionari corrotti, analogamente a quanto accadde in Unione Sovietica, il presidente Xi Jinping incaricò il proprio vice, Wang Qishan, di eradicare il male. In cinque anni, dal 2012 al 2017, Wang incarcerò un milione e 300 mila funzionari reprobi. Fine della corruzione patologica, fine del rischio di metastasi. Per contro, la corruzione fisiologica, per esempio espressa da qualche principe rosso (figlio di dignitario di partito) alla guida d’una Ferrari, è tollerata come scoria del capitalismo: di quello cinese di Stato, al pari di quelli privati del resto del mondo. Alexander Hamilton, il primo responsabile del Tesoro degli Stati Uniti, precettava che una certa dose di corruzione è l’olio senza il quale il motore capitalista s’inceppa. E i motoristi cinesi imparano in fretta. Tengono lo schiaccino a portata di mano, consapevoli che, se esagerano, vanno ad aggiungersi al milione e 300 mila dietro le sbarre.
Per contrastare i terroristi uiguri, il presidente Xi ha ordinato mano leggera, perché sono relativamente pochi e vuoti di moventi ideali. A Xi è bastato rinchiuderne diecimila. Che sulla stampa mondiale pilotata dagli USA, con quella italiana pronissima in primissima fila, sono diventati «da uno a tre milioni». Cioè da un quinto ai tre quinti degli americani privati della libertà: due milioni e mezzo in carcere e altrettanti semiliberi sulla parola o sottoposti ad altre misure cautelari.
Appunto: la «repressione degli uiguri» è un’invenzione della propaganda orchestrata dal governo di Washington. Un fronte della guerra fredda scatenata contro Pechino. I registi americani che tirano le fila dei burattini mediatici in Patria e in ogni loro colonia, hanno corredato l’effetto repressivo d’una causa scatenante. Questa causa sarebbe «l’atavica persecuzione della minoranza uigura ad opera della maggioranza Han». E perché gli Han dovrebbero avercela con gli uiguri? Rispondono i registi di Washington: «Perché gli Han sono razzisti».
Venite con me a Urumqi, la capitale dello Xinjiang e verifichiamo se è vero.
Urumqi è metropoli di 2,2 milioni di abitanti, capitale d’una regione che ne conta 22 milioni, al 55% di etnia Han (12,1 milioni); gli uiguri sono 8,5 milioni, cioè il 38,6%; il resto si frammenta in etnie marginali. Per capire le frizioni odierne tra i due gruppi maggiori nonché gli eccessi bombaroli contrastati dall’antiterrorismo, s’impone una digressione storica.
Il primo ottobre 1949, quando Mao Zedong fonda la Repubblica popolare cinese, si pone subito l’obiettivo di mettere le briglie a due province indisciplinate, su un totale di 22, di cui un pugno con rango di regioni autonome. Le aree riottose ad accettare l’autorità di Pechino sono il Tibet e lo Xinjiang. All’epoca il Tibet è succube dei Signori dei Monasteri, che da secoli hanno instaurato una teocrazia che divide la regione in due censi: in alto stanno i monaci, padroni di tutto e di tutti, e sotto sta il resto del popolo, condannato a semischiavitù e al giogo d’una polizia in saio prodiga di carcere medievale, tortura e morte. Ci vorranno decenni per liberare il popolo tibetano dalla feroce teocrazia.
I ribelli dello Xinjiang che impensieriscono Mao sono diversi. Sono di etnia uigura, turcofona ma di matrice mongola. Non accampano ascendenze sacre, ma sono di religione islamica sunnita e non ne tollerano altre. Non sono inquadrati da alcuna dittatura formale. Sono ostici a ogni legge e condizionamento. Scorrazzano allo stato brado razziando e imponendo il dominio del più forte. L’etnia all’epoca minoritaria (ma preponderante a livello nazionale), gli Han, fatica a difendersene.
Gli uiguri sono pochi milioni, in una landa in gran parte desertica e vasta 1,6 milioni di chilometriquadri. Certo, Mao potrebbe pazientare sino a che la barbara specificità degli uiguri sia annacquata per osmosi dalla civiltà Han. Ma ha fretta di risanare una Cina economicamente prostrata da 130 anni di sanguinario colonialismo occidentale, in particolare dalla Guerra dell’Oppio, con la quale americani ed europei pretendevano degradare i cinesi a drogati permanenti. Nel 1820, cioè prima dell’aggressione, la Cina vantava un PIL ch’era il 32,4% di quello mondiale. Ma al momento della fondazione della Repubblica il Paese è il più povero, o tra i più poveri, del mondo.
Così Mao avvia la sinizzazione dello Xinjiang. Cioè induce milioni di cinesi del resto del Paese (Han) a trasferirsi in questa regione. E siccome quasi tutto il resto della Cina è formato da Han, ecco spiegata la ragione per cui questa etnia, originariamente del 6%, è diventata maggioritaria anche nello Xinjiang. Sia detto, per inciso, che nel corso dei decenni il trasferimento di Han nello Xinjiang è stato in parte compensato dal privilegio concesso agli uiguri di fare anche due o tre figli, mentre per ogni altro cinese vigeva il limite di uno.
In meno di mezzo secolo lo Xinjiang evolve socialmente ed economicamente. Merito dei capitali, umani e materiali, profusi da Pechino. Nonché delle risorse del sottosuolo: miniere di uranio e abbondanza di giacimenti d’idrocarburi, che fanno della regione la maggior produttrice di gas naturale della Cina. E merito d’una politica viaria che taglia la regione con la principale delle sue quattro Vie della Seta: quella che connette al Kirghizistan e da qui al Nordeuropa.
Ma tanto bendidio fa gola ai neocolonialisti occidentali, coordinati da Washington. Che applicano in Xinjiang la preferita tra le loro collaudatissime tecniche di conquista militare: arruolano qualche centinaio di uiguri marginali, scegliendo soprattutto galeotti, e, a corrispettivo di salario o di miraggio migratorio in Occidente, li convincono a proclamarsi perseguitati politici e ad imbracciare le armi contro Pechino. È il 1997 quando, con i soldi e la regia della CIA, un gruppo di esuli uiguri fonda il MITO, Movimento Islamico del Turkestan Orientale, come ribattezzano lo Xinjiang. A conferma del loro ruolo mercenario, questi uiguri vengono trasferiti in Afghanistan, dove i talebani si fanno carico di addestrarli alla guerriglia e agli attentati che commetteranno in patria.
A settembre 2004 la messinscena allestita dalla CIA è pronta per essere presentata alla stampa mondiale che le è prona. Viene scelto un mercenario che ha frequentato con profitto i corsi di addottrinamento americani, Anwar Yusuf Turani, e gli si affida il compito di fondare a Washington un Governo in Esilio del Turkestan Orientale. Ma a Turani manca palesemente un seguito adeguato e minimamente credibile anche a cospetto di giornalisti peraltro disposti a tracannare l’inverosimile. Così la CIA colloca il movimento di Turani in un contesto meno angusto: ricostituisce l’alleanza tra il Kuomintang (l’esercito pro-USA sconfitto da Mao), Taiwan e il Dalai Lama, agente CIA fuggito dal Tibet per non esservi processato come traditore e terrorista. Insomma la CIA mira a un prolungamento della guerra civile cinese del 1927-1950, come se mezzo secolo fosse trascorso invano. Indifferente a tanto anacronismo, a novembre 2004 gli Occidentali fondano a Monaco di Baviera un Congresso Mondiale degli Uiguri. A presiederlo chiamano una lavandaia, già galeotta nello Xinjiang per complicità in eversioni sanguinose e rifugiata negli Stati Uniti, a libropaga della National Endowment for Democracy, uno dei bracci operativi del governo di Washington: Rebiy Kadeer. La signora proclama l’indipendenza dalla Cina di uno Xinjiang riservato agli uiguri. In questa e in altre circostanze la signora non manca di schiettezza rivelatoria di razzismo: «Noi uiguri siamo indo-europei e non possiamo farci opprimere da chi ha pelle gialla». Pelle di Han, cioè del 91,6% del miliardo e 300 milioni di cittadini della Repubblica popolare, di cui gli uiguri sono lo 0,6%.
Da maggio 2014 agli indipendentisti uiguri pagati dallo straniero si è schiusa nuova manna mercenaria. Al termine dell’abituale addestramento militare in Afghanistan o in Turchia o in Cecenia gli uiguri sono spediti in Siria a terrorizzare il governo legittimo e in Iraq a spalleggiare la fazione gradita a Washington. Il servizio segreto turco, cioè il MIT (Milli Istihbarat Teskilati) è tra i più attivi nello spalleggiare il governo americano inviando mercenari uiguri a compiere attentati nello Xinjiang. Di recente MIT e CIA hanno esteso il raggio d’azione dei terroristi uiguri a tutti gli Stati che aderiscono all’Organizzazione di Cooperazione di Shangai. Dunque anche alla Russia. Nel frattempo ci si sono messi anche i servizi segreti dell’Arabia Saudita. Agganciano i cinesi uiguri che vanno in pellegrinaggio alla Mecca e li arruolano come mercenari per andare a compiere attentati nel loro Paese.
L’obiettivo geostrategico di tutti questi manovratori nell’ombra è una replica in grande delle guerre dei Balcani. C’era una volta la Jugoslavia, Paese socialista e pacifico, reduce vincitore della resistenza a Hitler; Paese coeso e indipendente al punto d’aver sempre tenuto in rispetto anche l’Unione Sovietica quando questa pretendeva signoreggiare su ogni Paese a est della Cortina di Ferro. E oggi, sui ruderi e sulle tombe di un’aggressione NATO dove anche noi italiani abbiamo svolto ruolo d’ascari, c’è una distesa desolata e desolante di staterelli delle banane, dai confini sempre incerti perché la frammentazione dei Balcani continua.
Uno tra i primi anticipatori della replica balcanica in Cina fu, a febbraio 2016, lo storico e filosofo Domenico Losurdo:
… analisti, strateghi, politici, uomini di Stato prevedono o invocano la “frammentazione del colosso cinese”, il suo smembramento in “sette Cine“ o in “molte Taiwan”. L’ideale sarebbe procedere a una “disintegrazione dall’interno” (disintegration from within). In ogni caso Washington è chiamata ad «affrontare in maniera più coerente la futura frammentazione della Cina». Siamo in presenza di una campagna che si muove su vari fronti: dà da pensare il premio conferito dal Los Angeles Times a un libro che invoca il ritorno alla Cina della dinastia Ming (che vede la sua fine nel 1644), con esclusione quindi del Tibet, del Xinjiang, della Mongolia interna e della Manciuria. […] Ma, ovviamente, l’autore qui citato ha di mira solo la Repubblica popolare cinese: assieme dunque a secoli di storia, dovrebbe essere rimessa in discussione una parte assai considerevole (pressappoco la metà) del suo odierno territorio. Ancora oltre va un altro libro acclamato in Occidente (Ross Terrill, 2003, The New Chinese Empire And What It Means for the United States): occorre contrastare il governo di Pechino anche a proposito dell’«invenzione di un’unica etnia di cinesi Han…»

Oggi, dicembre 2019, la propaganda bellica finalizzata a inorridire l’opinione pubblica occidentale al fine di rassegnarla al rituale intervento umanitario contro la Cina, è alimentata – come puntualmente documenta Thierry Meyssan su Réseau Voltaire, da cui in parte attingo – da:
– un rapporto falso della Jamestown Foundation, che blatera di 73 centri di detenzione segreti in Cina;
– Radio Free Asia, che diffonde pretese interviste a reduci dei campi di detenzione e afferma che in Cina il Corano è vietato;
– reiterati interventi degli Stati Uniti al Consiglio dei diritti umani, a Ginevra, per invocare condanne della repressione dell’islam in Cina; interventi analoghi di parlamentari statunitensi presso il Congresso.
Si tratta di campagne e di accuse prive di fondamento e palesemente incongruenti. Basti pensare all’accusa di reprimere l’islam lanciata a un Paese che, soltanto nello Xinjiang, censisce 24.400 moschee, a servizio di 13 milioni di mussulmani. Sono panzane echeggiate anche da Amnesty International e Human Rights Watch, il che la dice lunga sull’acrisia di questi sodalizi.
Quanto alla stampa cosiddetta indipendente basti citare questo episodio. Tutti sbattono in prima pagina il preteso assassinio in carcere di un «eroe della resistenza uigura contro la dittatura di Pechino». L’indomani questo preteso morto compare alla televisione cinese per… dichiararsi in vita e spiegare le imputazioni di criminalità ordinaria per cui si ritrova in carcere in attesa di processo.
Non uno, delle centinaia di giornali e televisioni che avevano dato la notizia dell’«assassinio dell’eroico resistente» ha onorato il precetto deontologico di rettificare la notizia falsa.

Vi avevo invitato nella capitale Urumqi a verificare la pretesa persecuzione degli uiguri. Andiamo alla filiale locale della Volkswagen, da giorni alla berlina della stampa atlantista perché accusata di essere «complice di Pechino nella repressione degli uiguri». La multinazionale tedesca ha cominciato a produrre berline a Urumqi nel 2013. Ne sforna 60 mila l’anno. È il più piccolo dei suoi 15 stabilimenti installati in Cina, dove nel 2018 ha venduto 4,2 milioni di auto, circa il 40% del fatturato mondiale. Lo stabilimento di Urumqi evoca una centrale del latte svizzera. Candido, cosparso di vetrate, lindo, bordato di prato raso. Ci lavorano 650 persone, per un quarto uiguri. I quali sono rappresentati in proporzione nell’organismo omologo dei nostri consigli di fabbrica. Dove una componente etnica si dice discriminata. Ma a lamentarsi non è la minoranza uiguri. È la maggioranza Han. In questi termini:
A pretesto che sono mussulmani, gli uiguri si prendono cinque pause al giorno per recitare le preghiere. Dicono che poi recuperano al termine del lavoro, ma se ci sono i turni devono lasciare la postazione a ora fissa, per consentire al collega di subentrare, e dunque non recuperano niente. Altro privilegio degli uiguri: il venerdì stanno a casa, in ossequio al giorno festivo prescritto dal Corano. Dicono che recuperano la domenica, ma qui si lavora sei giorni su sette e la domenica lo stabilimento è chiuso. Dunque gli uiguri lavorano cinque giorni la settimana. E non credere che la paga venga loro ridotta. Al contrario, guadagnano più di noi. E sai perché? Sempre perché sono mussulmani: non potendo mangiare maiale, ripiegano sull’agnello, che è più caro.
Gli stessi privilegi valgono per gli uiguri che lavorano altrove: orario ridotto e paga maggiorata.
Un discrimine che basterebbe a spiegare – certo non a giustificare – che di quando in quando s’infiammino pogrom interetnici. Ma sono quasi sempre a scapito degli Han. Il quasi si spiega con questa successione di eventi: prima bande di uiguri, espressione di quell’ultraminoranza costituita dagl’indipendentisti fomentati da USA e soci, compiono scorribande violente nei quartieri residenziali degli Han, dove non di rado ci scappa il morto. Poi accade che gruppi di Han vendichino i propri morti con assalti ai quartieri uiguri. Le ritorsioni da parte delle vittime sono rare, ma la manipolazione mediatica occidentale le eleva a unica, unidirezionale manifestazione di violenza interetnica.
Per carità cristiana verso i propagandisti bellici ometto gli esiti della visita al comando regionale della polizia, marchiata come nazista dalla stampa atlantista. Mi limito a un solo dato: il 44% degli agenti sono uiguri. Avreste creduto alla persecuzione nazista contro gli ebrei sapendo che, su 100 aguzzini hitleriani, 44 erano ebrei?

Giancarlo Scotuzzi

Fonte: http://www.giornaledibordo.org/

2.12.2109

Pubblicato da Davide

4 Commenti

  1. Sti americani! Continuiamo a fare i loro piglxaincxlo come sempre altrimenti se ne escono con la Shoah dei cartaginesi.

  2. So qualcosa del Tibet. Tempo fa mi è capitato di leggere un libro intitolato “La ferrovia impossibile”. Questa ferrovia, che copre più di quattromila km, è stata fatta lì dai Cinesi. Attraversa e si inerpica per montagne, paludi, e scenari impervi per collegare il Tibet al resto del mondo. Un’opera titanica data ad un popolaccio di maniaci religiosi. Inoltre un’amica conosce bene quei posti e quella gente e mi ha raccontato che i Monaci la fanno da padroni. Mi ha detto: Hai presente Il Nome della Rosa? Là dove un monaco convince una popolana, l’unica protagonista donna, a stare con lui in cambio di un pezzo di cuore di bue da mangiare? Ecco, lì sono ancora così, come nel nostro medioevo. Solo che sono Monaci Buddisti invece che Benedettini o Domenicani. In effetti niente a che vedere coi Cinesi ma hanno la più grossa riserva mondiale di acqua dolce, a cui la Cina non può rinunciare.
    Gli Uguri ce li sta facendo conoscere la Botteri: sono diventati, a suo dire, degli Eroi e dei Santi e l’ultima sarebbe che hanno messo in piedi un’Olimpiade da far impallidire le nostre.
    Sono Mussulmani come i Tibetani sono Buddisti . Della categoria “fanatici”, quelli insomma che NON piacciono a me.
    Ovviamente gli uni e gli altri sono supportati da Richard Gere e Hollywood al gran completo per far danno alla Cina.

  3. Mi sembra la storia degli Armeni, per anni dimenticati se non fosse che negli ultimi decenni negli Usa si è creata una forte comunità armena, utile per far leva nella politica interna di questo paese, sopratutto in ottica anti russa;cosi Hollywood negli ultimi anni gli sta dando molto spazio nei telefilm e gli hanno prodotto anche un film sullo sterminio degli armeni da parte dei turchi.

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