GIORGIA, DOV’É FINITO IL BLOCCO NAVALE?

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Di Michele Rallo

E cosí, ancora una volta ci siamo calati le braghe. Le ultime tre navi delle ONG che avevano sfidato il governo italiano l’hanno avuta vinta su tutta la linea, e noi abbiamo fatto l’ennesima figura – come dicono a Roma – da perecottari.

Confesso di essere stato illuso da Giorgia Meloni: prima dalla sua promessa elettorale di un blocco navale alle acque libiche, e poi dalla garbata minaccia rivolta alla Von der Leyen e all’Unione Europea. Ricordate? «É finita la pacchia» aveva tuonato la Giorgia nazionale all’indirizzo della donnetta di Bruxelles, con chiaro riferimento alle angherie “europee” che l’Italia aveva dovuto subire fino a quel momento dai poteri forti di Bruxelles (e di Francoforte).

E, invece, la pacchia continua: continua con un PNRR che non si puó neanche scalfire senza che il solito Gentiloni si strappi i capelli, continua con un MES che i tedeschi ci agitano davanti al naso come un drappo rosso che nasconde la spada del torero, e continua in maniera plateale, ingiuriosa con l’affare dei migranti. Appena appena un cenno di orgoglio con i primi passi del ministro Piantedosi, e poi il mansueto ritorno alla politica degli accoglioni, zitti e muti, con la coda tra le gambe, obbedienti all’ordine di farci invadere con il sorriso sulle labbra; come qualcuno direbbe, cornuti e contenti.

Quel che é peggio é che ció che avviene a Lampedusa e dintorni é solamente una parte della manovra d’invasione ai nostri danni. C’é una situazione analoga, forse numericamente piú preoccupante alla frontiera orientale. Trieste é ormai diventata la Lampedusa del nord, il punto terminale della “rotta balcanica” di una migrazione eterodiretta, organizzata scientificamente (e criminalmente) per invadere l’Italia e poi – quando da noi la situazione sará divenuta insostenibile – per tracimare nel resto dell’Europa.
L’Unione Europea é perfettamente conscia di questo disegno, e non pensa certo di opporvisi. L’invasione afroasiatica del nostro Continente fa parte del pacchetto dei “valori dell’Europa” che i clan della sinistra di Washington (filantropi miliardari compresi) hanno imposto alla UE, insieme al suicidio energetico della “riduzione della dipendenza dal gas russo” e della dipendenza a peso d’oro dal gas liquefatto americano.

L’Unione Europea é complice, dunque, e non mi meraviglia punto che assecondi e promuova la politica della cosiddetta “accoglienza”. Il nuovo governo italiano, invece, non é complice. É semplicemente pauroso, timoroso di opporsi ai poteri forti europei (e americani), di apparire poco ragionevole, poco affidabile, poco presentabile per i salotti buoni dei poteri forti.

Manca al Governo Meloni una visione d’insieme della politica estera, manca la capacitá di percepire il disegno di annientamento della identitá europea connesso all’operazione di intelligence che sovraintende al fenomeno migratorio. A Roma si gingillano ancóra con i “porti sicuri” e con la politica delle tre scimmiette alla frontiera orientale (non vedo, non sento, non parlo).

Ci si interroga sul come convivere alla meno peggio con il fenomeno… e nessuno che abbia il coraggio di dire che l’immigrazione non va “governata”, ma soltanto fermata. Frontiere chiuse, porti chiusi, denuncia dei trattati internazionali che ci obbligherebbero a non effettuare respingimenti. É il concetto stesso di “immigrazione” che va riconsiderato. Accoglienza soltanto per i profughi, per chi cerca riparo da una guerra o da una grave emergenza; ma accoglienza temporanea, in attesa che la situazione nei paesi di provenienza si normalizzi; e, poi, riaccompagnamento degli stessi profughi in patria.

Lo stesso vale per le vite “salvate” in mare. Accogliamoli tutti, rifocilliamoli, curiamoli, assistiamoli, e poi rimandiamoli indietro. E, soprattutto, impariamo a distinguere tra chi fugge da un pericolo reale (che va accolto per un periodo piú o meno lungo) e chi é soltanto “alla ricerca di una vita migliore” (che va invece rimandato a casa).

L’idea che se qualcuno non é soddisfatto delle condizioni di vita nel suo paese possa liberamente scegliersene un altro e trasferirvisi con armi e bagagli, va rifiutata senza se e senza ma. E non giá per scarso buonismo, ma perché é una idea che mina alla base l’ordine mondiale. Un ordine mondiale che é stato finóra fondato sull’esistenza degli Stati, sulla loro individualitá, sulla loro identitá, sulle loro differenti economie nazionali, e – piaccia o non piaccia – sui loro confini, sui loro “muri”. Abbattere quei muri, permettere a chiunque di andare a stabilirsi dove piú gli aggradi, é semplicemente follía.

Fermo restando questo, facciamo poi tutto quanto é in nostro potere per aiutare i popoli del mondo intero ad avere condizioni di vita le migliori possibili. Aiutiamoli “a casa loro”, come suol dirsi. Ma purché ció sia inteso come gesto di umana solidarietá, come aiuto generoso, come il contributo di chi sta meglio per alleviare i disagi di chi sta peggio.

Ma senza mai porre in discussione l’esistenza dei “muri”. Perché ció significherebbe porre in discussione l’esistenza stessa degli Stati. E porre in discussione l’esistenza degli Stati significherebbe aprire la strada ad una tragica stagione di anarchia planetaria. Che gli USA non si illudano. Se dovesse cadere quella che loro chiamano con acrimonia “la fortezza Europa”, il contagio si estenderebbe rapidamente al loro Continente. E a trionfare sarebbero solamente gli interessi di quella altissima finanza che vuole governare il mondo senza la fastidiosa intermediazione degli Stati Nazionali.

Intanto, per quel che nell’immediato ci riguarda, possiamo soltanto sperare che a Roma qualcuno batta un colpo. Giorgia, datti una mossa!

Di Michele Rallo

Michele Rallo è storico e saggista, ex parlamentare della Repubblica Italiana

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