Home / Politica / Filippo Rossi de Bergerac

Filippo Rossi de Bergerac

DI CARLO BERTANI

carlobertani.blogspot.com

Strano a dirsi, ma ogni tanto spunta qualcosa di nuovo: un tenero porcino, una vellutata farfalla, un bocciolo di pesco…e un uomo che pensa, riflette e giunge a scrivere un libro per rifondare la Destra italiana. Per carità: niente di male, hanno pubblicato libri sulle barzellette dei Carabinieri o su quelle di Totti e c’è posto per tutti. C’è posto persino per la velleità di Filippo Rossi, che porta un nome prosaico ma anonimo, e ben si presta per presentare la rébellion d’un garçon plein d’air et de nullité, che al giorno d’oggi vorrebbe entrare nella parte del grande Savinien Cyrano de Bergerac (1619-1655) e calcar le scene (televisive?) dopo esser stato ristrutturato per il teatro e reso celebre da Edmond Rostand (1868-1918). Meraviglie della modernità.

Obiettivamente, sono stato troppo duro con Filippo Rossi ed il suo Dalla parte di Jekill, perché l’intento è buono…almeno…passabile, ossia raccontare (per sommi capi) che cosa è stata la Destra italiana da Cavour a Salvini, da come sono avvenuti trecentoquarantatré contrappassi, ventotto tradimenti, otto ristrutturazioni e, infine, la creazione di una coalizione che potrebbe anche vincere delle elezioni. Quando saranno.

Rossi (non Paolo) ha tirato sì in porta, ma diciamo che ne è nato solo un modesto calcio d’angolo dopo una sterile deviazione in corner. Perché?

Perché Filippo (non di Edimburgo) ha regalmente declamato la parola chiave, sulla quale ha intessuto capitoli di storie sulle disgraziate vicende della perduta nelle nebbie Grande Destra Italiana: Patria.

Oddio, non è il solo…

Giorgia Meloni pensa, addirittura, di affidare l’Italia alla grande Triade: Dio, Patria e Famiglia. Se il primo si degna di uno sguardo, se la seconda veramente esiste (come vedremo in seguito) e la terza, da tempo, ha smesso di far parte dell’insieme: ogni 72 ore, una donna (e spesso madre) viene uccisa.

Matteo Salvini si limita a misteriosi segni con le mani ed agita crocifissi e medagliette: la sua attuale famiglia (se è vero) è la di Verdini figlia, mentre per la Patria omette. Dovrebbe menzionare troppe patrie, quelle venete e lombarde in primis, e poi il vecchio regno piemontese, la repubblica ligure…mamma mia! Meglio star zitto.

Il BerlusKaiser ha smesso i panni neri od ossigenati per gli indumenti dai colori meno cangianti, come fanno tutti i vecchietti, e dopo aver partecipato alla grande kermesse del 19 Ottobre – dove hanno salutato “vigorosamente” coloro che partiranno per santificare il loro grande anniversario, la Marcia su Roma del 27-29 Ottobre – giunto a casa, sistemato nel suo lettuccio caldo, avrà aperto le pagine di Dalla parte di Jekyll e si sarà messo a sognare: oh, bei ricordi…un Montanelli giornalista, un Cossiga Presidente, un Andreotti agli Esteri…gli sarà sfuggita una lacrima, perché anche lui – come quelli che credono nel fulgore dell’amor patrio che tutto supera, travolge e calcina, oppure quelli che sognano una Destra in guanti bianchi a cena al Ritz – non ha capito una mazza. Oppure, persone che si sono rese conto che il problema esiste , ma che il problema stesso ha scarse possibilità di soluzione.

Sgombriamo subito il campo da stravaganti collusioni fonetico-culturali: possiamo subito affermare che il termine “Patria-Europea” è l’ossimoro più evidente in campo linguistico, perché non esiste un sentiero europeo sotto questo aspetto. I circa 50 milioni di morti nelle guerre nazionaliste o para-nazionaliste del ‘900 crediamo che bastino ad evidenziarlo. Non si possono creare “Patrie” dopo una simile, recente voragine: al più, si può parlare di reciproca tolleranza.

Ma, all’interno del nostro Paese, si può parlare di “Patria”?

Abbiamo circa 150 anni di storia unitaria: fu l’Esercito Piemontese ad unificare il tutto, con l’aiuto francese in funzione anti-austriaca fino a quello tedesco in funzione anti-francese per il Veneto e la presa di Roma. E qualche “aiutino” britannico (per gli interessi di Sua Maestà, antifrancesi), che – dopo aver impiccato l’ammiraglio Caracciolo a Napoli nel 1799 – concesse a due fregate inglesi di sostare a Marsala ed attendere i due vascelli di Garibaldi (per non esporli prima dello sbarco al fuoco dei vascelli partenopei).

Negli anni successivi, reggimenti piemontesi iniziarono la guerra contro il brigantaggio – dovuto principalmente al tradimento delle promesse “unitarie” – ed uccisero circa 75.000 persone ma c’è un particolare che agghiaccia: cosa capivano, l’uno dell’altro, ribelli e soldati?

Eseguimmo una prova, a cena: un gruppo di piemontesi con due amici napoletani in un ristorante a Napoli.

I napoletani zitti, mentre noi discorrevamo in piemontese “stretto”, ma certamente più “largo” di quello post-unitario. Alla fine, i due amici napoletani chiesero così, in giro, a qualcuno chi ritenevano che fossimo: le risposte furono equamente suddivise fra francesi e tedeschi. Nessuno pensò nemmeno per un istante che fossimo italiani: saranno turisti…eppure era la Napoli della fine del Novecento, che aveva già vissuto l’emigrazione…niente: stranieri.

Oh certo, la “lingua di Dante” già esisteva…Manzoni aveva già sciacquato i suoi panni in Arno…ma questa era soltanto roba, nell’Ottocento, per gli ufficiali piemontesi ed i baroni meridionali che facevano parte – guarda a caso – della medesima alleanza.

Tuttora, non riesco a comprendere i pescatori pugliesi se parlano nel loro dialetto: eppure, in mare dovrebbe essere più facile…no, non è così: le connessioni linguistiche storiche, soprattutto fra italiani, spagnoli e portoghesi hanno un’altra radice: il Latino.

Quindi, la nostra “Unificazione” che doveva condurre ad una “Patria”, fu condotta da eserciti che parlavano lingue diverse – dove solo gli ufficiali potevano capirsi (a volte, a fatica) – mentre per la truppa c’era soltanto la legge del piombo e della sciabola.

Giunse, però, il gran momento: durante la Prima Guerra Mondiale – che i cantori del regime salutarono come “la grande offerta alla Patria in armi” – e, finalmente, i sarti napoletani ed i villici siciliani, calabresi, ecc ebbero il grande onore di crepare, con la bocca piena di fango, su terre che non sapevano manco riconoscere su una carta geografica. In mezzo a popolazioni che non capivano, vessati da ufficiali che non comprendevano se non per i comandi essenziali: fuoco! all’assalto! Savoia! E vi meravigliate se esiste una “questione meridionale”?

E venne il Fascismo. I fascisti erano tutt’altro che stupidi e compresero che per ottenere una “Patria” bisognava affidarsi ad un universale comune, ma anche loro poterono farci ben poco, perché l’unico “universale comune” che riuscirono a scovare fu l’Impero Romano.

Sempre per usi propagandisti, ossia per creare quella liaison fra i lontani Latini ed il Novecento, crearono una nuova architettura, che ha avuto il suo fulcro nella creazione dell’EUR, a Roma. Come tutte le scelte in capo architettonico, a qualcuno piacque, ad altri no, ma non per fedeltà/infedeltà verso il regime: quello che si può senz’altro affermare è che pochi compresero quel tentativo di celebrare gli antichi fasti dell’impero romano. Guardavano col naso all’insù le geometriche architetture…qualcuno diceva “Bello…” altri “Bah…”

Quel poco di Patria raffazzonata, molto esaltata sì, ma senza reali e solide radici per giungere ad essere interiorizzata, però, si squagliò al sole dopo due anni di occupazione straniera, tedesca ed anglo-americana. Gli italiani urlarono “basta!”, c’avete fregati un’altra volta, torniamo al nostro paese (il nostro piccolo Heimat? Vedremo in seguito) e non rompeteci più con fandonie del genere.

L’inno italiano non si può dire che, musicalmente, sia un gran che: una marcetta, più noiosa della Marsigliese, che non raggiunge mai i toni aulici dell’inno tedesco od inglese.

Il nuovo regno d’Italia impose subito la Marcia Reale come inno ufficiale, ed il Fascismo s’accontentò di canzonette come Giovinezza per render gai gli animi, anche quando c’era poco da stare allegri. Mussolini, nella Repubblica Sociale finì per tollerare l’antico inno di Mameli, ma non lo appoggiò mai.

Così, finita la guerra, tutti s’affidarono “all’elmo di Scipio”: vorrei sapere quanti conoscevano o si riconobbero in un fumoso console latino di duemila anni prima, che era andato a soggiogare una lontana provincia d’origine fenicia, tale Cartagine. Difatti, diciamolo a chiare lettere: possiamo anche tollerare quell’inno perché non abbiamo alternative, però che piaccia e – soprattutto – che racconti qualcosa, non venite a raccontarcelo.

Alla Lega è piaciuto di più il coro del Nabucco – che per versi e musica non ho difficoltà ad avvertirlo come più gradevole – ma è una storia d’antichi esuli ebrei nella terra di Babilonia!

Come hanno affrontato la loro quasi contemporanea unificazione i tedeschi?

Non ci fu nessuna guerra, bensì un processo definito Zollverein, ossia “unificazione doganale”, facilitato dalle precedenti invasioni napoleoniche, che avevano fatto “saltare” molti confini fra piccoli ducati o contee ecclesiastiche. La Prussia era la più forte militarmente: difatti, subito dopo l’unificazione rese il favore fatto da Napoleone (qui, è interessante il carteggio ed il rapporto con Goethe!) sconfiggendola brutalmente nella guerra del 1870.

E sotto l’aspetto linguistico?

La Germania ha anch’essa dei dialetti (non così diversi come quelli italiani), ma fu molto facilitata dalla diffusione dei testi luterani – che furono anche un fattore linguistico unificante – poi da una serie di riforme sui codici e sul lessico (caratteri gotici, ecc), per giungere a Giuseppe II d’Austria, che “accomunò” le due lingue (austriaco e tedesco), infine da altri regnanti germanici che seguirono i medesimi impulsi. E i concetti di riferimento?

La “Patrie”, in Germania, sono due: il Vaterland la “terra dei padri” (e qui non ci sono problemi a capirlo) e l’Heimat, termine che non ha traduzione in italiano e nelle principali lingue europee. Significa pressappoco il luogo dell’anima, il mio “posto”…insomma, qualcosa che coniuga la “Patria personale” con quella grande, comune a tutti. E l’inno?

Il noto Deutschland über alles, nella sua traduzione, si presta ad una mistificazione: quel “über alles” può essere tradotto in vari modi, ossia molto frettolosamente in “sopra tutti” oppure, semanticamente corretto, in “sopra ogni cosa” o “prima di tutto”. Ed è così che l’intese chi lo scrisse all’inizio dell’800, che poi lo accoppiò con la musica di Haydn. Un inno molto pacifico, dove si esaltano i valori nazionali…donne tedesche, vino tedesco…nessun impeto guerresco, perché c’era da unificare, non da guerreggiare.

Come si può notare, si trattò di due percorsi analoghi, vissuti nel medesimo periodo storico, con due potenze regionali a guidarlo – Prussia e Piemonte – ma realizzate in modo completamente diverso: mentre in Germania ci fu molta attenzione sul versante linguistico ed anche sulla questione dei termini – l’uso dei due sostantivi, Vaterland ed Heimat, sostanzialmente, acquietò possibili incomprensioni e “fughe” mirco-nazionaliste – e nemmeno il regime nazista si sognò di toccare l’inno tedesco.

I nazisti diffusero molti inni  “accessori” come quelli militareschi ed usarono il famoso Horst-Wessel-Lied, l’inno dei lavoratori tedeschi (nazisti), che dopo la 2GM fu proibito in tutta la Germania, con ben due appositi articoli del codice penale. E, soprattutto, fatto rigidamente rispettare.

In Italia, invece, incomprensioni linguistiche, conquista militare, comportamento coloniale, uso di un inno sconclusionato e guerresco ed ampie repressioni successive finirono per proporre una forma di Patria grifagna, infida e nemica, che continua ad essere percepita, oggi, come inquisitrice, ingiustamente impositrice di gabelle, dilapidatrice di patrimoni pubblici ed incapace di portare all’Italia ciò che gli italiani hanno sempre desiderato: un posto da cittadini, con diritti e doveri uguali per tutti.

Qui termina il gran sogno di Filippo Rossi: se fossimo a scuola potrebbe meritare anche un buon voto, perché sviluppa con buona lena molti aspetti delle vicende della Destra italiana, partendo però da un presupposto errato: qualsiasi Destra che si rispetti – dai conservatori inglesi ai cattolici spagnoli – presuppone l’esistenza di una entità superiore ai singoli individui, e che sia percepita come tale! Quando non c’è, tutto crolla.

E torniamo al nostro Hercule Savinien (!) Cyrano de Bergerac, che in una nuova epoca intrisa di dubbi sul futuro delle Nazioni e sui loro destini – politici, economici, ambientali, ecc…come lo fu, in qualche modo, il tempestoso Seicento che doveva prender coscienza del “allargamento” del mondo abitualmente conosciuto da millenni – s’arrocca in una versione del tradizionale mondo “cortese” che la memoria ante-Americhe ancora gli rammenta. Ma lo declina da uomo del Seicento: un mondo tempestoso, corrugato da nuovi filosofi, sbalorditivi concetti, proto-ideologie…e viene considerato il primo precursore della letteratura fantascientifica.

Qui è la sintesi, o il parallelo, con la situazione della Destra italiana: Giorgia Meloni – oggi “sovranista” – non sa, o non ricorda, o fa finta di non ricordare quanto il partito che frequentò – Alleanza Nazionale – era proiettato in Europa, fidente e gagliardo, senza nessun dubbio su moneta comune e quant’altro, fino ad essere inclusa nel raggruppamento parlamentare “Alleanza per l’Europa delle Nazioni” che era, evidentemente, una tagliola in embrione, perché non puoi mantenere diviso (delle “Nazioni”) ciò che vuoi unire (l’Unione Europea).

Silvio Berlusconi, con la famosa “discesa in campo”, cercò prosaicamente – da buon imprenditore qual è – d’accaparrarsi quella “fetta di mercato” che la DC aveva lasciata libera e senza più referenti. Un cattolico conservatore, in sintesi, senza troppi orpelli. E che differenza c’è fra un cattolico italiano ed uno tedesco?

Per Umberto Bossi, invece, il sentiero era contiguo ma molto differente: non aderiva ad un concetto di “Patria” italiana, perché il suo obiettivo era un’Europa “delle Regioni”, qualcosa che gli consentisse di far convivere il Diavolo con l’Acqua Santa, ossia il suo Lombardo-Veneto indipendente purché “sistemato” in una personale visione europea.

Oggi, è molto difficile comprendere il nuovo lessico leghista: relegato in un angolo il “Grande Nord”, l’Italia intera deve diventare “Nord” per difendersi dal “Sud” del mondo? E i voti che deve prendere dai piccoli imprenditori padani? Mah…

Come si può notare, gli assiomi di base della Destra italiana sono fortemente divergenti: “Patrie” (europee) per il segmento Fini-Meloni, unione dei cattolici europei (DC-CDU, ecc) per Berlusconi, un pot-pourri di regioni affastellate per Bossi. Poi, c’è sempre il “non so” di Salvini: domanda non pervenuta.

Qualcuno si chiederà perché la Sinistra, in questa narrazione, sia totalmente assente: per due motivi.

1) Tradizionalmente, il concetto di Patria è sempre stato associato alle formazioni politiche conservatrici, che ne hanno fatto il loro stendardo storico;

2) La Sinistra italiana, per sua genesi, fu sempre attratta/associata all’internazionalismo cosmopolita – due figure: Mazzini e Garibaldi – poi la lunga avventura degli internazionalismi socialisti/comunisti del Novecento, culminati, poi, con la piena adesione (come avvenne per la maggior parte della Destra) all’Unione Europea.

Ciò che distingue le due ideologie è che, mentre per le Destre la Patria è un concetto primario ed incomprimibile né “traslabile” in altre fumose concezioni (si noti la vicenda catalana), per la Sinistra è un concetto accessorio, non presente nel suo DNA costituente.

Ma i voti, i consensi, si prendono con concetti forti, che raggiungono gli animi e li scuotono, li seducono, fanno sentire gli elettori “partecipativi” ai processi in corso: era nato un nuovo partito, il M5S, che proponeva un concetto semplice da ricordare e da interiorizzare. L’onestà assoluta di chi è chiamato al governo della cosa pubblica, come avviene quasi dappertutto in Europa, dove il minimo scandalo conduce alla porta. Come reagire?

Per chiedere consensi o anche sacrifici, o cambiamenti sostanziali, bisogna trovare un altro concetto “forte” da contrapporre alla “onestà”: già, come fare? La Patria non funziona, o molto poco: due guerre mondiali l’hanno “consumata” parecchio, decenni di malgoverno l’hanno trasformata in un campo di battaglia a colpi di tangenti.

Ecco, allora, che si trova un escamotage, molto avvincente ma pericoloso: difendere la piccola Patria personale – potremmo scambiarla con l’Heimat tedesco, ma il nostro Vaterland è corroso e deriso – non importa, si va avanti a forza di tweet e di Facebook, fidando sull’ignoranza collettiva della Storia. E sottovalutando molti rischi sul fronte sociale.

Si giunge ad affermare che i tortellini col pollo al posto del maiale sono un insulto alla cultura culinaria nazionale: vade retro, Satana! Mia madre, ferrarese “doc”, li faceva col ripieno di cappone: a me non piacevano, ma il resto della famiglia s’abbuffava.

I crocifissi, nelle scuole, vennero re-introdotti poco prima del 1990, giacché prima – per un anelito di laicità della scuola negli anni ‘70 – erano spariti: me n’accorsi perché vidi un bidello, col martello in mano, risistemarli dietro la cattedra. Nessuno s’era accorto della loro sparizione, e nessuno s’accorse della loro ricomparsa.

Poi si devono armare tutti, contro il nemico incombente: all’armi! all’armi! Cosa non vera – provate ad andare in armeria e vedrete cosa vi daranno, ossia niente o troppo, esattamente come prima – però il messaggio che passa è che “potremo armarci” e difenderci dall’invasione della nostra Patria (che come universale presente nella vita comune non esiste più da tempo). E chi ci minaccia?

Gli immigrati, i negher, i musulmani, che stuprano le nostre donne e diffondono le droghe per i nostri giovani: se leggete anche solo un po’ la cronaca, vedrete che sì s’ammazza, ma soprattutto all’interno delle famiglie italiane, che il controllo delle droghe è sempre nelle mani dei cartelli italiani, che oggi sono insediati a Medellin per la coca ed in Albania per l’hascisc. Più un po’ di robaccia chimica che viene d’oltralpe o da chissà dove: non certo dall’Africa.

Ma il concetto è passato, e gli spin-doctor hanno saputo addobbarlo bene: il problema, oggi, è farlo durare, perché un Governo c’è, governa – come può, come sa fare, non è il Pico della Mirandola dei governi, ma nemmeno con i bilanci alla Paolo Cirino Pomicino! – e si deve programmare una lunga traversata nel deserto, fino all’Oasi del 2022, quando ci si fermerà, si apriranno i bloc notes, e ci si conterà di nuovo.

E tornerà la sempre difficile riesumazione di una Patria che non esiste, che non è mai esistita, per giudicare e scegliere fra questo o quello. Con l’Europa? Senza l’Europa? E chi lo sa!

Prendetela come meglio gradite, ma non ditemi che le cose non stanno proprio così: è un problema serio, che spesso non riusciamo a percepire.

Buona patria (o pappa, zuppa, sbobba…) a tutti.

 

Carlo Bertani 

Fonte: http://carlobertani.blogspot.com

Link: http://carlobertani.blogspot.com/2019/10/filippo-rossi-de-bergerac.html

22/10/2019

 

Pubblicato da Rosanna

La mia insolita passione è quella di andare a caccia della "verità" nelle vicende contemporanee, attraverso gli interstizi dell'informazione, il mio vizio assurdo invece consiste nell'amare l'anonimato più della notorietà, la responsabilità più del narcisismo, l'impegno sociale più del letargo intellettuale. Allergica al pelo di capra e alle fake news.
Precedente Sembrerebbe proprio che l’ammiraglio McRaven abbia appena invocato un colpo di stato
Prossimo Il male oscuro del nostro tempo, sospeso tra passato e futuro

14 Commenti

  1. Un’analisi/sfogo che alla fine si risolve in un quasi peana a questo governo.
    A questo riguardo, mi interessa l’ultima perla, o coniglio tirato fuori dal cilindro: le pene dai 4 agli otto anni per chi evade per più di 100 mila euro. In teoria il carcere per chi evade grosse cifre appare giusto ed esiste in paesi più e meglio organizzati del nostro anche se faccio notare che in USA dove si va in galera per questo, la tassazione sull’impresa è meno della metà (A parte che la cifra di 100mila a fronte di una pena di 4 anni pare eccessiva a fronte di un lassismo verso spacciatori e quant’altro). Mi interessa sottolineare il fatto che stiamo parlando di un paese in cui un’impresa media e piccola arriva a pagare all’erario anche più del 70%, (basta consultare un qualunque commercialista). Avremo quindi una situazione in cui un imprenditore, o un aspirante tale, a fronte di un impegno quotidiano pesante e continuato, soggetto al rischio imprenditoriale e quindi sempre sul’orlo del tracollo finanziario ed esistenziale, oberato da una tassazione da rapina e anche cervellotica, da una massa di impegni burocratici assurdi, rischia anche per un errore a causa di essa di andare in galera per quattro/otto anni. Che bella trovata hanno avuto! invece di ridurre quantità e complessità del regime fiscale, sola condizione perché questa fosse legittima oltre che razionale.
    Sapete che succederà secondo me? Che sempre meno persone tenteranno l’avventura, sempre meno aperture di imprese e quindi sempre meno occupazione; molte probabilmente chiuderanno e si realizzerà finalmente quella deindustriizzazione dell’Itallia, che vive di PMI, cui i gallo crucchi aspirano da tempo (dal 1992 di Mastricht) e che finora avevano trovato negli ex-PCI, poi PDS e infine PD i più diligenti e servili esecutori. Ora a quanto pare hanno trovato altri servizievoli alleati.
    Non a caso questa trovata rivela una forma mentis adatta e tipica delle Repubbliche Popolari dell’Est di famigerata memoria. Se questi avessero governato l’Italia nei cinquant’anni del dopoguerra altro che boom economico, altro che 5a potenza industriale, altro che benssere diffuso. Saremmo al livello di Romania e o al massimo di Polonia di trent’anni fa.

  2. Caro Bertani,
    leggo volentieri i tuoi articoli e continuerò a leggerli anche se non condivido affatto i contenuti di quest’ultimo. ascoltare un pensiero discordante dal proprio aiuta a crescere anche se si rimane su posizioni del tutto differenti. sai che p***e leggere sempre e solo cose sulle quali si è totalmente d’accordo.
    Bene, ciò premesso veniamo al dunque, mi cingo la testa dell’elmo di Scipio, mi stringo a coorte (da solo, ma fa niente) e, pronto alla morte, vorrei ribattere su alcuni punti.
    Se di Italia ne parlavano già Dante (Ahi serva Italia, di dolore ostello…) e Petrarca (Italia mia, benché ‘l parlar sia indarno) e non sono solo espressioni “geografiche” ci sarà un perché e vorrei io scoprirlo stasera. L’Arno all’epoca era assai più pulito rispetto ad oggi e ci si potevano lavare un sacco di cose, fatto sta che, sciacqua e risciacqua, per studiare la Letteratura Italiana, anche solo al livello di scuola secondaria superiore, oggi occorre riempire tre corpose antologie, per tacer di tutti i poveri esclusi che rimarranno appannaggio di curiosi ed eruditi. Quindi, se esiste una Letteratura Italiana ciò implica che esiste una Lingua Italiana; non è forse un primo elemento unificante quello linguistico?
    Potrei allora definire Patria la terra nella quale si parla la lingua dei miei Padri, che ha prodotto la lingua e la letteratura dei miei antenati, l’unità ed identità spirituale accomunata da una Cultura, declinata in una miriade di sfumature diverse ma pur sempre un’unità.
    Se parlo di terra dei Padri nonché delle Madri è perché questo territorio non è stato un poutpurri di genti disperse che nome non hanno ma queste genti sono suddivise in comunità locali via via sempre più piccole fino a strutture chiamate famiglie. Ognuno di noi ha un nome ed un cognome che identifica una storia familiare, quella di gente meccanica e di picciol affare, certo, ma ognuna di queste, nel suo piccolo, ha contribuito a rendere questa povera italietta una delle sette potenze industriali del mondo ed il più grande addensamento di opere d’arte e di produzione d’ogni genere culturale del mondo, e scusa se è poco! Un Popolo fatto da Famiglie ha reso grande questo paese di cui mi onoro di appartenere. E poi basta con questo mantra della donna uccisa ogni 72 ore dalla perfida istituzione familiare! Queste donne sono state uccise non dalla famiglia ma dalla dissoluzione del senso tradizionale della famiglia, dissoluzione propagandata dai media a reti unificate 24h/24, un tempo ci si sposava, si facevano 20 figli, ci si ammazzava di lavoro per mantenerli e, salvo casi eccezionali, si rimaneva insieme per 50 e più anni.
    Se poi la Patria e la Famiglia non ti bastano per creare il senso di unità nazionale c’è sempre il latino e la religione cattolica… ci sono da duemila anni “et portae inferi non praevalebunt adversus eam”. preferisci un papa re ad un presidente?

    • Visto che citi i programmi scolastici, ti proporrò una riflessione.
      3° anno: apoteosi! Dante, Petrarca, Boccaccio, eureka!
      4° anno: Tasso, Ariosto, poi Monti (un traduttore dal greco), infine Vico (un filosofo?) Sigh!
      5° anno: Qualche poetello, un po’ eroico o malinconico, oppure sognatore…un paio di romanzieri che nessuno ricorda più nel panorama internazionale. Boh!

      Col Cinquecento, termina l’avventura letteraria italiana.
      E all’estero?
      Shakespeare e Marlowe, Rabelais, Montaigne, Molière e Racine, La Fontaine, Hugo, Balzac, i due Dumas e Stendhal, poi Daudet, Zola, Flauber e Maupassant e terminiamo con Apollinaire. Dei tedeschi limitiamoci a Goethe e Schiller, per non strafare. E i russi? Puskin, Lemontov, Gogol, Dostoevskij, Tolstoi, Turgeniev e Cechov. E mettiamoci Cervantes, visto che siamo su CDC.

      Noi, abbiamo finito quando gli altri (in età moderna, e dunque correlata alla genesi delle nazioni moderne) cominciavano.

  3. Il concetto di “patria” implica il concetto di “non patria”. A che serve? A far sì che chi è identificato con il primo lotti con quelli che sono identificabili con il secondo.
    Quindi non è un concetto pacifico. È il preludio, il presupposto alla guerra.

  4. La sinistra non compare, perchè la destra ha sempre affermato che i comunisti mangiavano i bambini.

  5. Ma certo! Io sono napoletano, quindi italiano, mi chiedo cosa ho a che fare con un milanese? A parte lingua (sono terrone ma parlo e scrivo italiano, riesco anche a leggerla sa?), religione, e tre millenni di storia? Mentre con un danese siamo in pratica quasi indistinguibili! E su questo posso anche chiudere sul discorso Patria.

    In Italia non esiste più il concetto di patria, inesatto, approssimativo, certo è che dopo 70 anni di colonizzazione gli invasori qualche risultato lo hanno ottenuto, c’è a chi sta bene o non si rende conto del problema (vole fa l’americano…mericano…o più di recente l’Erasmuspeo…) poi ci sono quelli che hanno gli occhi per vedere ed un cervello per elaborare e vedono che:

    Mio nonno non aveva quasi nulla, salvo un padre morto nella prima guerra mondiale e amor di patria.

    Mio padre da bambino dopo la guerra non aveva nulla, salvo un fisico bestiale e amor di patria e tanta voglia e capacità di lavorare, ha avuto diritto a una pensione, ad una sanità gratuita alla possibilità per i suoi figli di studiare, ha costruito case, coltivato terra, mantenuta accesa una candela nella tempesta.

    A me hanno tolto la pensione, tolgono tutto quello che guadagno, non ho alcuna sanità o diritto, non avrò nemmeno il diritto di crescere i miei figli come mi va (se mai ne avrò).

    Ma questi non sono problemi reali, l’EUrodittatura non è un problema reale, i negri (ovvove, ovvove ha usato una parola brutta…) che fanno PAURA per la strada (certo non dove vivono i BOH!caviar) non sono un problema reale, il problema è il contante, il ricchione (oh mio qualcosa o mio qualcosa denunciamolo alla polcorr) che non può allattare il pargolo altrui, IL MORBILLO! (chissà perché)

    Ma soprattutto è tutta colpa di Cavour!

    Beh, lo so che faccio schifo, lo so che do fastidio, lo so che vorreste non ci fossi, ma io ci sono e sono ITALIANO, la mia patria, la mia casa, la mia DIFESA, si chiama ITALIA!
    In ogni luogo ogni Italiano e mio fratello, mio fratello oppresso come oppresso sono io.

    Ma la mia patria dice Lei non esiste, invece esiste forse l’EUropa? Esiste Gretinolandia?
    Che lingua si parla in LGBTQESPQRC1P8?

    La Nazione, la patria, basate su lingua, religione, storia comune sono la nostra UNICA difesa contro i bastardi assassini liberglobalisti.

    Viva l’Italia. Viva gli Italiani.

  6. Tradurre HEIMAT? Facilissimo! Legga qui sig Bertani.
    Un paese ci vuole
    non fosse che per il gusto di andarsene via.
    Un paese vuol dire non essere soli,
    sapere che nella gente, nelle piante,
    nella terra c’è qualcosa di tuo,
    che anche quando non ci sei
    resta ad aspettarti. CESARE PAVESE

    Vuole il Manzoni adesso? Le cime ineguali a me più familiari del volto di mia madre…..
    Certo che ne dovranno fare di fatica i comunisti internazionalisti ecc ecc per cancellare quest’heimat insita nel cuore di ogni essere umano! La patria, detto più pomposamente, è più o meno la stessa cosa .

  7. Questo gesto e l’espressione di questo volto dicono più di mille parole, nove secondi in cui la Merkel strappa dalle mani di un convenuto la bandiera tedesca e la getta via:
    https://youtu.be/xo8NHni4inw
    “Angela Merkel wirft verächtlich die Deutschland Fahne weg – Deutschland Flagge”
    (Angela Merkel getta via con fare sprezzante la bandiera della Germania)
    L’agenda europea prevede che il sentimento nazionale venga estirpato, mentr’invece è l’unico baluardo rimasto contro la sopraffazione da parte dell’UE.
    Bertani si è fatto paladino di questa agenda?

  8. Pure io voglio scrivere su CDC!

  9. Benissimo, mi sono convinta: patria e sovranismo sono cose losche. Ma allora niente tasse! A chi dovremmo darle? Ad una patria che non esiste o a un concetto di sovranismo che dovrebbe redistribuirle ma che non esiste nemmeno lui?
    Quanto ai “servizi” è meglio che stia zitta: in estinzione senza dirlo.