Destini

DI CARLO BERTANI

carlobertani.blogspot.com

Ieri, era una giornata un po’ speciale: l’ho passata a tagliar legna per il prossimo Inverno ed a sistemare la cantina, perché c’è sempre tanta roba da sistemare e non sai mai dove metterla. Ma da dove piove tutta ‘sta roba?!? Eppure, mi rivoltavo in me stesso perché sapevo, ricordavo, pur non volendo ricordare, perché il ricordo non è sempre triste, ma è ingombrante. Il ricordo parte come un missile verso cieli tersi, poi finisce di trascinarsi appresso mille cosucce da nulla, pinzillacchere, bagatelle…minuzie…e poi, dal nulla, schizza fuori un drago fiammeggiante e non sei più tranquillo mentre sistemi le mille quisquilie di una vita, quando ti capita fra le mani un pallone. 70 anni fa, si schiantò l’aereo del Grande Torino.

Eppure, già 60 anni fa, ero nel prato con le mani legate dietro la schiena, mentre mio padre tirava palloni un po’ angolati e non forti: dovevo respingerli di testa. Le mani erano legate per scacciare l’istinto a posare le mani a terra: dovevo imparare a “scivolare” dai fianchi fino alle spalle senza farmi male.

Perché, papà, ti sei intestardito a voler fare di due figli due portieri come te? Perché – papà – non hai capito che avevamo la nostra strada, diversa dalla tua, io in difesa e mio fratello – più in gamba di me – attaccante? Domande inutili: poteva capitarmi un padre generale di brigata, e sarebbe andata peggio. Io, a differenza di te, mi sono limitato ad osservare mio figlio che correva, dalla tribuna: anche lui col classico “sinistro di famiglia”, certo mi faceva piacere osservare qualcosa di me e di te anche in lui, ma questo non consente “invasioni di campo”, e di vita.

Ieri i giornali hanno intessuto la solita retorica sul Grande Torino. Un po’ melensa, in fin dei conti inutile: conosciamo tutti la storia, Superga…e via discorrendo.

Certo, è una storia curiosa: un ex tenente colonnello della Regia Aeronautica alla cloche del velivolo, specialista in volo strumentale, tradito da un altimetro difettoso. Che si chiamava Meroni (Pierluigi) ed era stato decorato in guerra per aver salvato un suo commilitone, tale Capitano Bulgarelli (?), omonimo del futuro attaccante azzurro. Come Meroni (Luigi, detto Gigi) si sarebbe chiamato un grande attaccante del Toro che – una ventina d’anni più tardi – avrebbe risollevato le sorti della squadra e giocato in Nazionale (con Bulgarelli) se…non fosse morto in un banale incidente, travolto da un’auto mentre attraversava la strada. E chi era alla guida dell’auto? Attilio Romero – grande tifoso del Toro e vicino di casa di Gigi – che sarebbe diventato, molti anni dopo, presidente del Torino. Il cerchio si chiude.

Omero ci avrebbe intessuto una tragedia (Eresiade?), ma è una storia che sa di karma contorti, d’incongrui grovigli, di destini segnati anzitempo dalle Parche.

Io vi posso raccontare com’era la vita di un giocatore del Torino dell’epoca, giacché mio padre faceva parte delle giovanili del tempo di guerra e, nel 1946, stava per firmare il contratto, ma…mio nonno (mio padre era ancora minorenne) non lo controfirmò. Tragedia familiare. Sì, mio padre nella parte di Achille, con la sua ira funesta, ci può stare. Sì, ci sta.

Al termine della guerra, mio padre guadagnava 30.000 lire al mese, che imponevano 8 ore d’allenamento presso lo stadio “Lamarmora” di Biella ed un impiego di “comodo”, ossia andava a dormire in un locale della “Piaggio Aeronautica” di Candelo Biellese, dove la fabbrica toscana s’era trasferita per le vicende belliche. Dormì un paio d’anni vicino ad una flak tedesca da 88 mm della difesa contraerea. Una volta gli chiesi: faceva tanto rumore? Non lo so – rispose – non sparò mai un colpo.

Per fare un confronto, Bacigalupo (il primo portiere) guadagnava 160.000 lire il mese (fonte: Wikipedia): mia madre, operaia tessile, nel 1946 prendeva 15.000 lire il mese.

Sarebbe come se, oggi, il portiere della Juventus guadagnasse intorno ai 12.000 euro il mese: questa poche cifre qualcosa raccontano sull’attuale suddivisione della ricchezza.

Aprendo una parentesi, confesserò di non credere assolutamente alle cifre che i club, oggi, comunicano per gli acquisti e gli ingaggi dei giocatori: sono superiori – ma di molte volte! – al totale degli incassi, dei diritti televisivi e dei contributi degli sponsor, che sono le voci “attive” dei bilanci. O sono false le cifre – ossia le squadre barano sulle cosiddette “plusvalenze” – oppure entrano in gioco i bilanci delle aziende dei presidenti, e qui la cosa sarebbe ancora più complessa e dunque non quantificabile da un semplice giornalista. Ci vorrebbe un’inchiesta da parte della Magistratura.

E la vita? Com’era?

In tempo di guerra era tutto un “forse”: non per nulla il campionato 1943-44 fu vinto dalla squadra di calcio dei Vigili del Fuoco di La Spezia!

Ogni trasferta era sempre un “forse”, un’avventura che iniziava sul treno molte ore prima, sempre che il treno non venisse mitragliato, non si rompesse, non ci fossero bombardamenti all’arrivo…immaginate un po’. I tedeschi si diedero molto da fare per tenere in piedi una parvenza di normalità, ma i risultati furono ben lungi dalle aspettative.

La settimana, poi, trascorreva tranquilla (Biella non fu mai bombardata, per questo il Torino era migrato lassù) anche se i giocatori si muovevano: mio padre narrava di un bar nei pressi di Piazza Statuto dove s’incontravano con i “cugini” della Juventus per interminabili partite a biliardo od alle carte. Sorvolava, ovviamente, su dove passassero le notti: col senno di poi ho capito che qualche casa di tolleranza li ospitava, ma erano cose che non si potevano raccontare a un bambino!

Le amicizie, come sempre, dipendevano dal caso: Eusebio Castigliano era di Livorno Ferraris (fra Vercelli e Chivasso) ed erano molto amici perché prendevano lo stesso treno per tornare a casa. Mio padre, ancora piangeva quando vedeva le foto di Castigliano nell’album di famiglia.

Mazzola, invece, aveva il compito di allenarlo a parare rigori e punizioni e mio padre ne aveva un buon ricordo: sempre accondiscendente, nello “scoprire” i punti deboli di un attaccante per migliorare il portiere.

Poi, c’erano le “punizioni” – non quelle tirate sul campo – bensì i giri di corsa sulla pista dell’atletica da compiere come punizione per i ritardi (talvolta, incolpevoli, viste le condizioni di vita) ma che, comunque, il regolamento non considerava. Vai e corri, intanto ti fai il fiato.

Ciò che, invece, non molti sapranno, fu che proprio nel buio della guerra nacque l’innovazione nel mondo del calcio: dopo le disposizioni tradizionali (detto “Metodo”, ossia due terzini, tre mediani e cinque attaccanti) il Torino varò il WM, che è praticamente il 3-4-3 del calcio moderno, con le sue variazioni (4-4-2, 5-3-1, ecc) che oggi osserviamo, soprattutto nelle partite di Coppa Europea.

Forse, per questa ragione dovrebbe essere ricordato – unico al mondo, come Alessandro Magno – come “Grande” Torino, ossia qualcosa che sfugge al freddo computo delle virtù e degli errori: proprio come l’incommensurabile condottiero macedone.

Il resto è solo una fredda lapide con molti nomi incisi, che racconta poco o nulla: come in una fotografia, l’istantanea non comprende gli aneliti di vita vissuta, i sentimenti, a volta qualche acredine di troppo.

C’è ancora una quisquilia, una delle tante in questa vicenda epica, che sempre mi ha colpito. Mio padre, nel 1949 – oramai lontano dal calcio professionista – nel Marzo scivolò sulla neve e si ruppe un braccio. Anche se il destino fosse stato diverso, non sarebbe potuto salire su quell’aereo. Ma queste sono solo illazioni, perché il destino è sempre fumoso, a volte beffardo, e sempre difficile da interpretare per noi che ci crediamo lungimiranti, anziché accettarci come ciechi che s’arrabattano in qualche modo a vivere.

Accidenti…’sto pallone è ancora gonfio dopo tanti anni…ma dove ti metto?

 

Carlo Bertani

Fonte: http://carlobertani.blogspot.com

Link: http://carlobertani.blogspot.com/2019/05/destini.html

5.05.2019

10 Comments
  1. A 19th century man says

    Articolo sostanzialmente inutile.

    Detto questo, che grande squadra, una delle poche autentiche grandi squadre nella storia del calcio italiano, insieme alla Juventus del quinquennio d’oro e la grande Inter di Herrera, perché costruite in un’epoca in cui non c’era un netto strapotere economico da parte di nessuno e comunque seppure ci fosse stato non questo non sarebbe stato decisivo. Gli Agnelli, all’epoca, di spendere quello che spendono oggi, non se lo sarebbero sognati manco la notte. Il dubbio é: sono cambiati gli Agnelli, o fondamentalmente il nocciolo della questione é che la Fiat non é più degli Agnelli ma dei francogiudei Elkann? Chissà…

  2. MarcBin says

    Grande Torino.
    Non vi dimenticheremo mai. Mai!
    E non parlo di calcio.
    Bell’articolo Carlo.
    Grazie.
    Quando la Mole Antonelliana si tinge di granata per la ricorrenza c’è una città intera che pulsa di voglia di rivivere quei valori.
    Granata e bianconeri si stringono l’un l’altro, per un giorno molto più simili rispetto a quanto credono di essere diversi.
    E questo secondo me, deve far riflettere su tante cose.
    Il Grande Torino è leggenda perché incarna dei valori, chi vive la città questo lo sa bene.

  3. Mario Vincenti says

    A volte accade che una morte prematura, improvvisa e violenta ingigantisca in maniera spropositata i meriti, pur indubbi, del defunto o dei defunti e contribuisca a crearne un mito o una leggenda : Che Guevara, Jim Morrison e Van Gogh ne sono degli esempi nei rispettivi campi. La riprova che il grande Torino fosse una delle squadre più forti di tutti i tempi non potra’ mai esserci perche’ vinse solo dei campionati in pieno periodo bellico e nel primo periodo postbellico che erano davvero scarsi per numero e qualita’ dei partecipanti a causa di ovvi motivi. Le coppe non esistevano ancora e le competizioni per nazionali erano sospese, dunque i parametri per giudicare la squadra sono davvero minimi. Ma è una leggenda che piace e che affascina la parte di Torino abituata a veder trionfare sempre gli odiati cugini: perchè dunque non crederci?

    1. CarloBertani says

      C’è del vero in quel che dici, ma ricorda che la disposizione a WM fu un’assoluta novità per l’epoca, la “radice” del calcio moderno. Erano grandi giocatori, ma con una disposizione in campo rivoluzionaria, che stentò ad affermarsi, soprattutto in Italia. Né la Juve né l’Inter e né il Milan la applicarono completamente come il Grande Torino. Per certi versi, ricorda un po’ l’Olanda di Cruijf, che sbalordì il calcio degli anni ’70. Ciao

  4. Tonguessy says

    Viviamo in un universo indeterministico dove la logica, per quanto ferrea, basta per condurci solo per brevi tratti e nei limiti che l’universo stesso ci concede. Le scoperte legate alla logica ci immettono in un universo sempre più oscuro dove le domande si susseguono ad un ritmo multiplo rispetto alle risposte. Alla fine tutti i cerchi si chiuderanno e ci ritroveremo esattamente al punto di partenza. Solo che avremo impegnato millenni per capire che non c’è differenza tra partenza ed arrivo, sono solo due punti che assumono valore quando vengono visti con aspettative diverse. Le aspettative sono tutto ciò che conta, ma le aspettative spesso nascono per essere tradite, e farci ripiombare nella ricerca affannosa della differenza tra partenza ed arrivo.

    1. CarloBertani says

      Forse la logica di matrice aristotelica non è in grado di fornirci risposte che siano complessivamente soddisfacenti: c’è sempre quel “tertium non datur” che impone limiti oggettivi all’analisi pur, dall’altro lato, impedire di “perderci” in un universo fumoso e “d’andar per bubole”. Trovo la logica buddista, pur ferrea, più possibilista in molti campi, perché si tratta – in realtà – di un sistema filosofico e non teologico. Certo, quel che scrivi è realistico, ma mi ricorda un po’ Cesare Pavese! Ciao

  5. Rossi Mario says

    Ma non avevano un altro posto,su cui costruire la basilica di superga.Dove c’è dolore c’è sempre una chiesa.

    1. CarloBertani says

      La basilica di Superga fu costruita nel 1700, credo come ex-voto dopo una pestilenza, ma non sono sicuro. Era lì da due secoli quando c’impattò l’aereo. Ciao

  6. gix says

    A chi obietta (giustamente o meno chissà) che articoli come questo sono inutili, poiché parlare di calcio, per di più di un calcio antico, che non esiste più, potrebbe essere considerata una ennesima arma di distrazione di massa, bisognerebbe chiedere lumi sul concetto di utilità in generale, in questo caso applicato alle idee, ai discorsi e ai ricordi di modi di intendere il calcio, ma anche di esistenze diverse da quelle che oggi ci sembrano inevitabili. Certo, deviare per 5 minuti (il tempo di una piacevole lettura…) dai martellanti discorsi sull’economia, sull’Europa e sulla Bce che ci fanno il mazzo per 24 ore al giorno, potrebbe essere considerato disfattismo… il nemico va sempre ascoltato e mai perso di vista…salvo poi considerare il fatto che magari il nemico stesso non vuole che ci perdiamo in riflessioni estranee al complottismo da combattimento. E’ vero che il nemico va sempre tenuto nel mirino, ma magari visto da altra prospettiva (che non sia quella ristretta di un mirino per l’appunto) potrebbe risultare più piccolo di quello che è…Quindi chissà che fine avrebbe fatto il Torino di allora in un ipotetico torneo di fantacalcio con squadre di tutti i tempi.

  7. enricodiba says

    Le poche squadra che hanno fatto la leggenda in Italia sono state la Lazio di Tommaso Maestrelli, il Verona Osvaldo Bagnoli e il Napoli di Maradona; che hanno vinto contro tutti e tutto, le altre bene o male avevano i soliti agganci politici o industriali alle spalle.

Comments are closed.