Convivere col virus

di Paolo Becchi su Libero, 22/04/2020.

Qui di seguito la versione integrale dell’articolo, abbreviato nell’edizione cartacea per motivi di spazio

Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà

Luca 9,24

Ma come, non dovevamo combattere fino in fondo questa “guerra” contro un nemico invisibile e insidioso, sino alla sua totale sconfitta, sino al suo annientamento? Una “guerra” che si sarebbe dovuta concludere con la nostra vittoria? Ed invece si ha come l’impressione che si tratterà di una nuova “vittoria mutilata”. Eh, sì! Perché, dopo l’imperativo categorico del “restate a casa!”, farà presto il suo ingresso ufficiale il nuovo imperativo – che ci accompagnerà nei prossimi mesi, o forse ancora più a lungo: “convivete col virus!”, in attesa del messianico arrivo del vaccino.

Dopo aver lasciato sul campo migliaia di morti per contrastare (malamente) il nemico, ora dobbiamo imparare a con-vivere con lui? È una “guerra” ben strana questa contro il virus fatta dal divano di casa o da un letto di terapia intensiva. Ma ancora più strano è ora dire che dobbiamo imparare a con-vivere col nemico. Cosa vuol dire con-vivere con il virus? La prima e più superficiale risposta potrebbe essere che dobbiamo con-vivere con la Cina. Il virus è di origine cinese (naturale o molto più probabilmente manipolato da biologi molecolari in un laboratorio cinese) e con-vivere con lui significa convivere con la Cina. Vuol dire, insomma, abituarsi al fatto che la Cina è diventata una potenza che occupa uno spazio geopolitico, e che può sempre diventare “virale”.

Cerchiamo però di andare più a fondo, sperando di non andare a fondo. Se c’è qualcosa che questo virus ci ha insegnato, è che siamo stati, e siamo ancora, disposti a tutto pur di mettere in salvo le nostre vite. Ma di quale vita stiamo parlando?

Cerchiamo di spiegare il punto. Già Aristotele aveva distinto la vita come “bios” dalla vita come “zoé”. Zoé è la “nuda vita”, il semplice fatto di vivere, la vita mediante la quale siamo in vita; bios, al contrario, è la vita che viviamo, la vita qualificata dal modo con cui la viviamo: è la “condizione di vita”, il “come di una zoé”. La “quarantena” allora non rappresenta altro che questo: la rinuncia, da parte nostra, ad ogni “condizione di vita”, in nome della “nuda vita”. Ma che cos’è questa “nuda vita”, questa vita spogliata di ogni attributo, una vita che non è nulla, se non vita? Il virus stesso è questa vita, nella sua forma estrema: una vita tanto “nuda” che neppure sappiamo se sia realmente “vivo” o no. Finto vivente, finto mortale, comunque un ospite indesiderato, un intruso.

Il virus è vita? È un interrogativo a cui la scienza non ha saputo ancora rispondere. Non tutte le domande forse possono avere una risposta. “La scienza”, “i virologi” (che spettacolo questi esperti, capaci – salvo rare eccezioni- di alimentare il panico collettivo e che in fondo parlano senza sapere di cosa stiano parlando!) non sono neppure in grado di dire che cosa sia un “virus”, ma sono loro ora a decidere della nostra vita e della nostra morte. Non è casuale. Sono loro infatti che per primi con le tecniche di rianimazione e del connesso trapianto di organi hanno separato ciò che nell’uomo era inseparabile: la vita meramente fisica e la vita biografica. No, no, la scienza e la medicina non ci immunizzeranno da questo virus.

E allora cosa ci resta? Forse possiamo passare dalla fisica alla metafisica, o se volete alla “biologia filosofica”, in senso jonasiano. La “nuda vita” del virus – priva di metabolismo? – può anche essere non vita. Un essere privo di esistenza. E se è vita che non è vita, allora neppure muore. Ecco, allora, perché non ci resta che con-vivere col virus. Con questo, come del resto con molti altri virus che albergano nei nostri corpi.

Però ha senso conviverci ponendoci, adattandoci come abbiamo fatto finora, al suo stesso livello, “nuda vita” contro “nuda vita”? Ecco l’interrogativo esistenziale dei prossimi mesi, o forse anni. E sì, perché niente sarà come prima. Siamo partiti con il piede sbagliato riducendo tutto alla “nuda vita” e ora ci troviamo costretti a convivere con essa. Convivere con l’incubo, con il panico, con l’ossessione da virus. Fuori sì, ma con app di tracciamento, guanti e mascherina che diventeranno per sempre parte del nostro abbigliamento come le cravatte e i foulard? Impareremo a baciare con la mascherina senza il contatto delle lingue, o magari utilizzando un apposito profilattico? Gli abbracci avverranno a distanza? L’università e le scuole funzioneranno in modalità e-learning? D’altro canto felici (felici?) per il fatto di poter essere in contatto continuo su whatsapp, facebook, twitter, Instagram, vicinissimi nel mondo virtuale, ma in spiaggia con mascherina e sotto l’ombrellone ben isolato e schermato da pannelli di plexiglass ?

Resterebbe filosoficamente e sociologicamente da chiedersi se sia possibile costruire un “Gemeinwesen” autentico, una comunità umana, basato su queste nuove abitudini di distanziamento. Non sulla distanza sociale – le differenze sociali sono sempre esistite – ma sulla distanza tra le persone, tra i corpi. Modificheremo gli organi di senso? Vedere, sentire, odorare, gustare, ma non più toccare? Neppure sfiorare con una carezza il volto dell’altro? Eppure proprio Aristotele aveva insegnato, lui per primo, che l’unico senso senza il quale non si può vivere è proprio il tatto.

E noi stiamo andando esattamente in questa direzione. Una società senza con-tatti o con contatti ridotti al minimo. Questa sì che sarebbe la vittoria del virus. Con-vivere in questo modo col virus significa ammettere la nostra sconfitta. Lui se ne andrà per conto suo seguendo le leggi della sua natura, ma avendo già modificato la nostra natura. La sicurezza starà nella distanza. E anche a distanza dispositivi di protezione saranno obbligatori: mascherine e guanti per tutti. La “nuda vita” avrà allora vinto sulle nostre abitudini, sulle nostre storie, sulle nostre vite, sulla nostra vita. Ma il non-essere dell’uomo è davvero qualcosa di più terribile del non-esserci-più in modo autentico? Più banalmente: la sopravvivenza della “nuda vita” è davvero l’istanza suprema? Dal punto di vista del darwinismo sociale può forse essere accettabile. Questo però non vale per altri punti di vista. Basti pensare a Walter Benjamin: “L’uomo non coincide in nessun modo con la nuda vita” (der Mensch fällt eben um keinen Preis zusammen mit dem blossen Leben). Tranchant. L’uomo non vive semplicemente come una pianta. E se qualche volta oggi questo succede ci troviamo di fronte ad una tragica realtà prodotta dalle tecniche di rianimazione. Ma per l’uomo non conta solo la “nuda vita”, ciò che conta è soprattutto la storia di una vita, la vita vivente.

In fondo, è per questo che diritti fondamentali come la libertà personale, la libertà di circolazione, le libertà religiose e persino la libertà di espressione sono caduti uno dopo l’altro come soldati mandati al macello. Perché se ciò che conta è semplicemente “salvare” la “nuda vita”, allora tutto è permesso. Il limite è stato abbondantemente superato col trattamento incivile, barbaro, privo di qualsiasi pietà, riservato ai malati contagiosi. Uomini e donne lasciati morire soli, senza che abbiano potuto neppure vedere un’ultima volta i propri congiunti e i loro cadaveri bruciati come rifiuti tossici. Parlare di diritti e di diritto ha dunque ancora un senso, in una situazione come questa? E dai diritti si è facilmente passati a mettere in discussione l’ordinamento costituzionale. Per farsi carico dell’emergenza sanitaria diritti e diritto sono stati neutralizzati, sospesi. Bastano “le grida” televisive del Capo che anticipano i suoi atti amministrativi, volti a “salvare” le “nostre vite”. Possibile che siamo arrivati ad accettare tutto questo? C’è ancora una speranza?

L’episodio – riportato dalle cronache – di un nonno di Savona che, non potendo più toccare il suo nipotino, ha preferito uccidersi, in fondo è quello di un uomo che ha vinto la battaglia contro il virus. Il nonno per la sua età era certo un soggetto vulnerabile, esposto più facilmente al contagio, ma per lui c’era qualcosa di più importante persino della sua stessa persona fisica, qualcosa di più alto della sua mera sopravvivenza fisica, per lui c’era la sua vita vissuta col nipotino e a questa non poteva e non voleva rinunciare. Soltanto sopravvivere: quella, per lui, non era più Vita.

 

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22.04.2020