CONTRO IL REATO DI NEGAZIONISMO. O, ALMENO, CONTRO QUESTO REATO

CONTRO IL REATO DI NEGAZIONISMO. O, ALMENO, CONTRO QUESTO REATO

GABRIELE DELLA MORTE

huffingtonpost.it

In una memorabile arringa conclusiva, Robert Jackson, Procuratore capo al processo di Norimberga, apostrofava gli accusati con le seguenti parole:

"Se mettiamo insieme solo le storie che provengono dal banco degli imputati questo è l'affresco che emerge: il governo di Hitler sarebbe composto da un numero 2 che non ha mai sospettato il programma di sterminio [...] da un numero 3 che era solo un innocente uomo di mezzo che trasmetteva gli ordini come un postino [...] da un ministro degli esteri che sapeva poco di affari esteri e niente di politica internazionale [...] da un ministro degli interni che non sapeva nemmeno quello che era successo all'interno del suo ufficio, ancora meno all'interno del suo dipartimento, e assolutamente niente della Germania in generale [...]. Se si dovesse affermare che questi uomini non siano colpevoli, sarebbe come dire che non c'è stata nessuna guerra, che non ci sono stati assassini, che non c'è stato nessun crimine".

Sarebbe come dire... quale incipit migliore per affrontare una relazione tanto importante quanto delicata, quella che intercorre tra diritto e memoria, anzi tra diritto, pena e memoria? L'occasione per ritornare sulla vexata questio è offerta dalla recente presentazione (l'8 ottobre 2012) di un disegno di legge bipartisan, diretto ad introdurre il reato di negazionismo nel nostro ordinamento.

Considerato "il drammatico aumento di forme di razzismo e di negazione di fatti storici incontrovertibili, come lo sterminio degli Ebrei e di altre minoranze", si propone di punire, con la reclusione fino a tre anni chiunque, con "comportamenti idonei a turbare l'ordine pubblico o che costituiscano minaccia, offesa o ingiuria", faccia apologia "dei crimini di genocidio, dei crimini contro l'umanità e dei crimini di guerra" (come definiti nello Statuto della Corte penale internazionale agli articoli 6, 7 e 8), "dei crimini definiti dall'articolo 6 dello Statuto del Tribunale militare interazionale" (di Norimberga), ovvero neghi "la realtà, la dimensione o il carattere genocida degli stessi".

Tale disegno, che tra ispirazione da una Decisione quadro del Consiglio dell'Unione Europea del 2008, oltre che da una serie di precedenti tentativi all'epoca aspramente "contestati dalla comunità degli storici, impegna lo Stato a tutelare penalmente l'interpretazione dei fatti più drammatici, avvenuti e da venire.

Il tema è molto complesso. Ammesso e non concesso che esista un divieto di oblio, è possibile dedurre da quest'ultimo un obbligo del ricordo? Certamente quando uno Stato istituisce - come ha fatto anche l'Italia - una giornata della memoria, si ricorre ad una legge per assicurare che talune narrazioni non sfumino col tempo (anzi, nel tempo: cosa accadrà, si è domandato David Bidussa, dopo che l'ultimo testimone della Shoah non sarà più in vita?).

Ma la norma penale si spinge oltre. Prevedere un nuovo reato significa, con buona approssimazione, legittimare lo Stato ad esercitare la forza a difesa di un bene ritenuto meritevole di questo tipo - estremo - di tutela. Ma qual è il bene in oggetto, in questo caso? L'ordine pubblico o la memoria storica?

Diverse problematiche si schiudono all'orizzonte. Per il giurista, che si serve di semplici coppie di significati antagonisti (colpevole/innocente, ammissibile/inammissibile, eccetera), è difficile cogliere la complessità insita nell'opera d'interpretazione storica. Il giurista non potrà mai utilizzare una prova illegale, lo storico sì. E sempre al giurista tocca operare in un orizzonte temporale definito (ragionevole), mentre lo storico può tornare e ritornare sugli eventi in modo indefinito.

Per chiarire il concetto si tenga conto che tra i reati per i quali l'attuale disegno di legge italiano prevede la copertura penale contro il negazionismo figurano, oltre il genocidio e i crimini contro l'umanità, anche i crimini di guerra (che possono comprendere anche fattispecie - tra mille virgolette - 'minori'). Inoltre, va rilevato che il disegno di legge menziona tutti i crimini di competenza della Corte penale internazionale eccetto l'aggressione. Perché mai si è proceduto in questo modo: per noncuranza? Perché il crimine è stato inserito all'articolo 8 bis dello Statuto della Corte con un emendamento del 2010 e i riferimenti non erano aggiornati?

Inoltre, nel caso in cui l'esclusione non fosse casuale, va rilevata una forte contraddizione: la war of aggression è già contemplata all'articolo 6 dello Statuto del Tribunale militare di Norimberga, cui il disegno, come riportato, rimanda. Ed è, quest'ultima, una fattispecie molto controversa, tra i giuristi ancor prima che tra gli storici. Se l'invasione del Kuwait da parte dell'esercito iracheno nel 1990 raffigura un caso indiscusso di aggressione, il bombardamento della Serbia da parte della Nato nel 1999, o gli interventi condotti dagli Stati Uniti in Afghanistan e in Iraq rappresentano delle ipotesi ancora oggi dibattute.

Si può immaginare un accusa di negazionismo in questi casi? Mi sembra più augurabile, in un capovolgimento di esigenze, un'adeguata storicizzazione. Come si comprende l'esperienza di Norimberga, ad esempio? Leggendone le straordinarie requisitorie, certo, ma anche ricordando che gli Accordi di Londra dell'8 agosto 1945 istitutivi del Tribunale sono stati firmati dalle potenze vincitrici due giorni dopo il bombardamento nucleare di Hiroshima, e un giorno prima di quello di Nagasaki.

La difficoltà insite in un simile bilanciamento sono state ripetutamente sperimentate dai giuristi che hanno lavorato nei tribunali delle Nazioni Unite per l'ex Iugoslavia e per il Ruanda negli ultimi due decenni: le prime sentenze si aprivano con decine di pagine di historical context che talvolta ripercorrevano l'intera storia del Paese interessato dal conflitto. Ma se le sentenze beneficiavano della ricerca degli storici, questi ultimi hanno in seguito beneficiato di quelle sentenze, in un pericoloso (corto)circuito.

Uno dei modi per contrastare simili circolazioni, è appunto quello di tenere separati gli autori e i metodi di lavoro: da una parte i giuristi, dall'altra gli storici. Far passare in giudicato la storia, significa contribuire alla creazione di una verità unica, immutabile, fabbricata - peraltro - con i rigidi strumenti del diritto. Ma la storia non passa, tanto meno in giudicato (ricordiamo il vecchio adagio: non è possibile "fare storia" senza anche "fare la storia"). E quando passa, specie tra mani disattente, può produrre memorie divise (perché anche la memoria degli sconfitti si tramanda, come quella dei vincitori - e sono le frange più estreme a custodire il ricordo).

Tutto ciò premesso, tra le principali "assi di tensione" (così le chiama Emanuela Fronza in un recente lavoro monografico dedicato ai profili penali del tema) troviamo la libertà di pensiero. Se è vero che la negazione di un crimine come il genocidio può rappresentare un attentato ai valori fondativi di una comunità democratica, è altresì vero che tra i medesimi valori rientra il pluralismo. Simili tensioni sono state ripetutamente oggetto dell'attenzione dei giudici, sia interni sia internazionali, e sono state indagate anche dalla dottrina internazionalistica e comparativa.

Per citare solo due esperienze tra le tante, nel caso Garaudy c. France i giudici della Corte europea dei diritti umani hanno avallato la legittimità del reato di negazionismo in Francia (ritenendo che il ricorrente non potesse invocare la libertà di pensiero contro l'accusa di negazionismo, perché il libro da quest'ultimo scritto rappresentava un'incitazione all'odio razziale).

Diversamente, in un caso concernente la pubblicazione e vendita di alcuni libri che negavano la Shoah in Spagna, la Corte costituzionale di tale Stato ha dichiarato l'illegittimità del reato di negazionismo, introducendo una sottile distinzione tra la prassi - legittima - di negare la ricostruzione dei fatti (sulla base di una diversa prospettiva interpretativa), e quella - illegittima - di giustificarli (violando in tal modo la dignità umana).

Simili divergenze rispecchiano numerose altre, certamente tecniche e non affrontabili in questa sede, che si evincono dall'esame delle legislazioni nazionali. Accanto agli ordinamenti che considerano il reato di negazionismo consistente nel semplice fatto di non riconoscere un determinato evento, ci sono quelli che richiedono qualcosa di ulteriore, come ad esempio un'istigazione all'odio o un'incitazione alla violenza. Allo stesso modo anche l'ambito di copertura della norma varia secondo il contesto. Per citare solo un esempio, in alcuni Paesi dell'ex area sovietica la portata del reato concerne tanto i crimini compiuti dall'asse, quanto quelli commessi dal regime comunista.

Fatte le dovute proporzioni, l'impressione generale è che il progetto di legge italiano si riferisca ad una figura decisamente troppo estesa, e quindi aperta al rischio di un utilizzo strumentale. Si pensi al provocatorio caso in cui taluni eventi vengano impropriamente definiti effetti collaterali: basterebbe per suggerire un processo per negazionismo della "dimensione" di un crimine di guerra?.

La tribunalizzazione della storia è, insomma, un processo (il lapsus mi sembra interessante e decido di lasciarlo nel testo) pieno di insidie. Da un lato, perimetra un campo in cui celebrare la memoria al riparo dagli attacchi più indegni (attraverso internet sciaguratamente alla portata di tutti). Dall'altro, offre la sponda alla creazione di sacche di memoria differenziata, destinate a cristallizzarsi, se non aperte al libero confronto delle idee.

Tzvetan Todorov, tra i tanti, presta attenzione al punto, e mette in guardia dagli abusi di memoria che, enfatizzando un evento traumatico (quale Stato non nasce da un momento di violenza?) allargano il solco tra i vincitori e i vinti. E in un fondamentale saggio dedicato al tema del perdono, Paul Ricoeur, ricorda come quest'ultimo sia generato da un virtuoso intreccio di memoria e di oblio.

D'altra parte riconoscere che la storia abbia bisogno di un supporto penale, non è forse ammettere - in filigrana - che la medesima non sappia provvedere a se stessa? Ricordo un paradosso (apparente): basta una sola sentenza per distruggere tutte le biblioteche del mondo, ma occorrono tutte le biblioteche del mondo per produrre una sola sentenza.

Gabriele Della Morte (Ricercatore in diritto internazionale, Universita' Cattolica di Milano)

Fonte: www.huffingtonpost.it

Link: http://www.huffingtonpost.it/gabriele-della-morte/contro-il-reato-di-negazi_b_2092908.html?utm_hp_ref=italy

12.11.2012

Commenti (55)

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    1. BaronCorvo 5 dicembre 2012

      No scusa, non è che stai parlando di Pallavidini per caso? E quello qualche rotella fuori posto ce l'ha davvero però...

    1. tania 5 dicembre 2012

      - "In previsione di ulteriori esperimenti con una nuova droga soporifera , vi saremmo grati se ci potreste procurare un certo numero di donne"
      - "Abbiamo ricevuto la vostra risposta , ma consideriamo che il prezzo di 220 marchi per donna sia eccessivo . Vi proponiamo un prezzo non superiore a 170 marchi a testa . Se siete d'accordo sulla cifra , prenderemo possesso delle donne . Ce ne abbisognano circa 150"
      - "Accusiamo ricevuta dell'accordo . Preparateci 150 donne nelle migliori condizioni di salute : appena pronte le prenderemo a nostro carico"
      - "Ricevuta l'ordinanza di 150 donne . Nonostante l'aspetto emaciato , esse sono state giudicate soddisfacenti . A giro di posta vi terremo al corrente dei risultati dell'esperimento" .
      -"Gli esperimenti sono stati eseguiti . Tutti i soggetti sono morti . Ci metteremo presto in contatto con voi per una nuova ordinazione"

      Così , nella corrispondenza commerciale tra la I.G.Farben e l'amministrazione di Auschwitz . Ora , la questione è che il nazista di turno sostiene che anche queste sono solo testimonianze , ma non prove . Come osservi tu , ha quindi ragione l'epistemologia quando sostiene l'impossibilità della verifica "totale" delle prove . Il fatto è non dovrebbero servire prove , processi e i timbri per capire lo squallore dell'ideologia nazionalsocialista .

    1. lucamartinelli 5 dicembre 2012

      Anche quella nullita' di Matteo Renzi ha cavalcato la bufala della responsabilità iraniana nel conflitto israelo-palestinese. Ha detto testualmente: non sarà possibile risolvere il conflitto israelo-palestinese se non si risolve prima il problema Iran. Questa immondizia mentale mi ha fatto subito capire a chi si è già venduto Renzi . Meno male che ha perduto le primarie.

    1. Kansimba 5 dicembre 2012

      Se non ricordo male Speer si dichiarò pentito di quanto successo agli ebrei tanto da fare continue donazioni in denaro come risarcimento a titolo personale. I soldi derivavano dalla vendita del suo libro.

    1. Jor-el 5 dicembre 2012

      «Review of the Holocaust: global vision» era il titolo della famosa conferenza del 2007. Scopo della conferenza, secondo il ministro degli esteri iraniano «non è negare o confermare l'Olocausto. Il suo scopo - continua il capo della diplomazia della repubblica islamica - è dare un'opportunità agli intellettuali che non possono esprimere liberamente le proprie opinioni sulla Shoah in Europa». Fece particolare scandalo, all'epoca, la presenza di una delegazione di rabbini antisionisti.

    1. Jor-el 5 dicembre 2012

      Perché in Italia questa legge con 10 anni di ritardo (in media) rispetto ad altri paesi? E' che c'entra l'Iran. Spero non vi sia sfuggita la più recente declinazione dell'Olocausto, quella in chiave anti-Iran. Cosa c'entra l'Olocausto con l'Iran? Negli Anni Quaranta la Repubblica Islamica non c'era neanche... Vero, ma l'attuale presidente Ahmadinejad ha avuto il grave torto di parlare a un convegno di storici a cui parteciparono anche alcuni studiosi definiti "negazionisti". Ahmadinejad nega forse l'Olocausto? Neanche per sogno! In quel famoso discorso sostiene, invece che di quel che è successo in Europa fra il 1942 e il 1945 i Palestinesi non hanno alcuna colpa, e che se gli USA e UK volevano davvero dare una patria agli ebrei europei, avrebbero dovuto dargli o il Colorado o il Galles (è un esempio, non ha detto proprio così, ma il succo è quello). Ahmadinejad è stato accusato di aver anche detto che "Israele deve essere cancellato dalle carte geografiche". Non l'ha fatto, ha detto, invece, che "Israele sarà cancellato dalle pagine dei libri di storia". In nessun caso ha mai detto che gli ebrei debbano essere uccisi o scacciati dalla Palestina. Come dovrebbe essere noto, la posizione dell'Iran è che debba sorgere in Palestina uno stato chiamato "Palestina" in cui cittadini ebrei e arabi possano vivere insieme con eguali diritti. Va ricordato che gli ebrei iraniani (numericamente la seconda comunità ebraica del mondo) non sono affatto perseguitati, anzi, sono riconosciuti dal governo come minoranza religiosa e gli è stato assegnato un seggio in Parlamento. A Tehran ci sono 11 sinagoghe e un cimitero. La Costituzione dell'Iran dice che gli ebrei sono uguali ai mussulmani. Israele non ha costituzione e nel suo territorio solo gli ebrei godono di pieni diritti. Comunque, la propagande di guerra israeliana ha fatto di tutto per appiccicare all'Iran l'etichetta di "negatore dell'Olocausto". E, secondo l'assioma di Bernard-Henri Lévy secondo cui il negazionismo è "lo stadio supremo del genocidio», l'Iran è colpevole quanto e più di Hitler! I vari articoli de Il Foglio non fanno che riproporre questa identica canzone. In definitiva, dobbiamo far la guerra all'Iran per i seguenti motivi: 1) vogliono costruirsi la bomba atomica per distruggere Israele (che, pur possedendo almeno 200 testate nucleari in barba ad ogni trattato, è la vittima della situazione) 2) hanno costruito un rete sotterranea di gallerie che collega Teheran al sud del Libano e a Gaza attraverso cui faranno arrivare le future bombe atomiche che Hamas lancerà su Israele con i famosi missili (prego date un'occhiata a una carta geografica e ammirate che straordinaria opera di ingegneria sarebbe, superiore persino alla Grande Muraglia) 3) dulcis in fundo, sono complici dell'Olocausto. Ah, dimenticavo, c'è pure 4) il grido di dolore delle ragazze di Teheran...

    1. Tonguessy 5 dicembre 2012

      Jakson doveva prendere atto che nessuno di quegli imputati si dichiarasse colpevole. Il fatto è che i veri colpevoli erano da un'altra parte...

      Scrive Antony C. Sutton nel suo "Wall Street and the Rise of Hitler" che "senza i capitali offerti da Wall Street non ci sarebbe stata nessuna IG Farben in primo luogo, e quasi sicuramente nessun Hitler nè Seconda Guerra Mondiale".

      La IG Farben fu finanziata dalle seguenti società di Wall Street: Dillon, Read & Co., Harris, Forbes & Co., e National City.

      Anche a Norimberga ci fu chi riuscì a capire dove stesse veramente il problema. Il pubblico ministero americano del Tribunale per i crimini di guerra di Norimberga prefigurò questo scenario contro la IG Farben dicendo:

      "Questi esponenti della IG Farben e non i pazzi fanatici nazisti sono i principali criminali di guerra. Se i loro crimini non verranno portati alla luce e puniti, rappresenteranno una minaccia per la futura pace del mondo ancora più grande che se Hiltler fosse ancora vivo".

      http://www.appelloalpopolo.it/?p=1978

    1. Wotan 5 dicembre 2012

      Il fatto che gran parte di campi di concentramento nazisti siano stati fino al 1989 in un territorio sotto "protezione" sovietica dovrebbe bastare ad accettare che COME MINIMO su quanto accaduto in quei luoghi sia necessaria un'approfondita ricerca storica. Una ricerca che non necessariamente è destinata a cambiare i libri di storia. Il fatto però che venga soppressa con la minaccia del carcere credo faccia nascere qualche perplessità anche al più ottuso degli umani.

      La negazione è una cosa, la revisione è un'altra. La Storia con la "S" maiuscola E' revisione continua. Se fosse "dogma" si chiamerebbe religione.

      In ogni caso quanti volessero fare una ricerca sul web sul tema revisionismo troverebbero una quantità tale di documenti che, condivisibili o meno, possono venire utili ad ampliare la propia visione dell'argomento.
      E forse è proprio per impedire una visione più ampia che nascono leggi come quella in oggetto.

      Guai a pensare con la propria testa...

    1. Tonguessy 5 dicembre 2012

      La domanda diventa: "in un processo, valgono di più le prove documentali o le testimonianze?"

      In effetti la questione si gioca quindi nei termini di riproducibilità delle prove, qualsiasi esse siano. Ma anche questa metodologia si dimostra non definitiva e quindi la domanda non fa che spostare il peso da un'altra parte: cos'è la riproducibilità? Quand'è che un avvenimento è confermato?

      In epistemologia la questione è centrale. Ci si chiede quand'è che è vera scienza e quando invece non lo è. Nel campo dell'indagine storica pare sia la stessa cosa.

      Una cosa il verificazionismo dovrebbe impararla, dall'epistemologia: non è possibile la verifica TOTALE delle prove. Teoria del Cigno Nero. Non si può escludere che esistano cigni neri, anche se quelli che vediamo sono bianchi. Si può ragionevolmente pensare che il nostro incontro con un cigno nero sia molto improbabile, ma nessuna certezza assoluta. Si gioca con la statistica, non con la prova definitiva.

      Nelle analisi storiche le cose non sono diverse. Peccato che agli storici manchi il Circolo di Vienna con i suoi Schlick e Carnap. E manchino le successive analisi e controproposte. Per questo la domanda centrale sulle validità delle verifiche resta ancora imperniata oggi su questioni che l'epistemologia si pose quasi un secolo fa.

    1. Erwin 4 dicembre 2012

      Il solo mettere a cappello dell'articolo un soggetto come Jackson che si INVENTO' lo sterminio di 20.000 ebrei con l'uso della BOMBA ATOMICA... rende incredibile OGNI affermazione successiva! Lui aveva avuto notizia da "certi rapporti"...OVVIAMENTE FALSI!

    1. gnorans 4 dicembre 2012

      Norimberga è stato un frutto unico della barbarie anglo-americana, come i bombardamenti sulla popolazione civile.

      Mai si era visto che dopo una guerra il vincitore si travestisse da giudice e si mettesse a fare processi allo sconfitto.

      Mentre gli americani processavano i tedeschi, continuavano a ucciderne più di un milione nei propri lager (James Bacque - Gli altri lager - un libro che si legge con difficoltà per le continue citazioni di documenti e fonti).

      Niente di strano che le conclusioni di un tale processo debbano essere difese con la repressione.

    1. francefar 4 dicembre 2012

      Questa intervista è grandiosa..
      http://www.youtube.com/watch?v=uW1rPxy-n5c

    1. Servus 4 dicembre 2012

      La cosa mi è chiara, ma aspirerei ad un ampliamento della legge, così possiamo andare tutti in prigione.

    1. mincuo 4 dicembre 2012

      Non devi avere ben chiara la cosa. Quelli citati prendi una medaglia se li "neghi".
      Qualche rogna magari te la prendi a ricordarli, e anzi d alcuni è pure proibito parlare.

    1. Servus 4 dicembre 2012

      Chissà se poi faranno imprigionare tutti i comunisti (Napolitano compreso) per negazione degli stermini stalinisti; gli israeliani per negazione degli stermini dei palestinesi; gli americani per negazione degli stermini su vietnamiti, irakeni, afgani; i turchi per negazione dello sterminio armeno; e tutti gli italiani per gli stermini in Africa al tempo del fascismo o magari al tempo dell'impero romano.

    1. Stopgun 4 dicembre 2012

      Da quale data non sarà più lecito negare?

    1. Merio 4 dicembre 2012

      Se uno volesse approfondire questa vasta questione da dove dovrebbe partire?? Esistono documenti che danno una visione ampia della tematica senza perdersi troppo in chiacchere??

      P.s.
      Ma una legge del genere anche se passasse non sarebbe anticostituzionale?

    1. mincuo 4 dicembre 2012

      "Vasto pubblico".....beh....non proprio vasto.

      Se parli con chiunque i "negazionisti" sono al 100% "Neo-nazisti" cogli stivaloni che vanno in giro dicendo "io nego" "io nego", mica ricercatori, storici, chimici, fisici, giudici, tossicologi, statistici, ingegneri, docenti ecc....che hanno scritto decine di migliaia di pagine (tra parentesi alcune accolte da storiografia classica, con libri anche all'Istituto di Storia Contemporanea di Monaco, ma non son cose per il volgo) e inoltre Americani, Europei, Africani, Orientali, e ancora di destra sinistra e centro e apartitici, e infine atei Cristiani Musulmani ed Ebrei.

      Più comico ancora è poi che a fronte delle centinaia (non è un'esagerazione) di aggressioni fisiche, incendi ad abitazioni e librerie, devastazioni, omicidi, tutte senza coseguenze per i responsabili, e oltre a processi, incarcerazioni, calunnie, perdita del posto di lavoro, della pensione, morte civile ecc...non si conosce una violenza di alcun Revisionista, che io sappia. Però è così che funziona.....

    1. Jor-el 4 dicembre 2012

      La domanda è retorica, ovviamente. La risposta è che le colpe e le discolpe erano già stabilite in partenza e che in quel processo non ci fu nessun colpo di scena alla Perry Mason.

    1. cardisem 4 dicembre 2012

      Non cambierebbe nulla, ma esiste un precedente... In un liceo torinese fu proprio la figlia di una nota giornalista ebrea che fece partire un’operazione che portò alla visita psichiatrica di un docente, colpevole di aver dato un apprezzamento non benevola per Israele in risposta ad una specifica domanda che le era stata fatta. Il professore nè passò non poche, fu assolto e risarcito, ma il solito Delatore (indagatore delle fogne di facebook) produsse una nuova campagna diffamatoria ed il docente è ora un desaparecidos: non si sa più nulla di lui, a mezzo stampa, dopo la notizia di una nuova incriminazione... Certo, chiunque può presentare denunce e delazioni...

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