CONTRO IL REATO DI NEGAZIONISMO. O, ALMENO, CONTRO QUESTO REATO

CONTRO IL REATO DI NEGAZIONISMO. O, ALMENO, CONTRO QUESTO REATO

GABRIELE DELLA MORTE

huffingtonpost.it

In una memorabile arringa conclusiva, Robert Jackson, Procuratore capo al processo di Norimberga, apostrofava gli accusati con le seguenti parole:

"Se mettiamo insieme solo le storie che provengono dal banco degli imputati questo è l'affresco che emerge: il governo di Hitler sarebbe composto da un numero 2 che non ha mai sospettato il programma di sterminio [...] da un numero 3 che era solo un innocente uomo di mezzo che trasmetteva gli ordini come un postino [...] da un ministro degli esteri che sapeva poco di affari esteri e niente di politica internazionale [...] da un ministro degli interni che non sapeva nemmeno quello che era successo all'interno del suo ufficio, ancora meno all'interno del suo dipartimento, e assolutamente niente della Germania in generale [...]. Se si dovesse affermare che questi uomini non siano colpevoli, sarebbe come dire che non c'è stata nessuna guerra, che non ci sono stati assassini, che non c'è stato nessun crimine".

Sarebbe come dire... quale incipit migliore per affrontare una relazione tanto importante quanto delicata, quella che intercorre tra diritto e memoria, anzi tra diritto, pena e memoria? L'occasione per ritornare sulla vexata questio è offerta dalla recente presentazione (l'8 ottobre 2012) di un disegno di legge bipartisan, diretto ad introdurre il reato di negazionismo nel nostro ordinamento.

Considerato "il drammatico aumento di forme di razzismo e di negazione di fatti storici incontrovertibili, come lo sterminio degli Ebrei e di altre minoranze", si propone di punire, con la reclusione fino a tre anni chiunque, con "comportamenti idonei a turbare l'ordine pubblico o che costituiscano minaccia, offesa o ingiuria", faccia apologia "dei crimini di genocidio, dei crimini contro l'umanità e dei crimini di guerra" (come definiti nello Statuto della Corte penale internazionale agli articoli 6, 7 e 8), "dei crimini definiti dall'articolo 6 dello Statuto del Tribunale militare interazionale" (di Norimberga), ovvero neghi "la realtà, la dimensione o il carattere genocida degli stessi".

Tale disegno, che tra ispirazione da una Decisione quadro del Consiglio dell'Unione Europea del 2008, oltre che da una serie di precedenti tentativi all'epoca aspramente "contestati dalla comunità degli storici, impegna lo Stato a tutelare penalmente l'interpretazione dei fatti più drammatici, avvenuti e da venire.

Il tema è molto complesso. Ammesso e non concesso che esista un divieto di oblio, è possibile dedurre da quest'ultimo un obbligo del ricordo? Certamente quando uno Stato istituisce - come ha fatto anche l'Italia - una giornata della memoria, si ricorre ad una legge per assicurare che talune narrazioni non sfumino col tempo (anzi, nel tempo: cosa accadrà, si è domandato David Bidussa, dopo che l'ultimo testimone della Shoah non sarà più in vita?).

Ma la norma penale si spinge oltre. Prevedere un nuovo reato significa, con buona approssimazione, legittimare lo Stato ad esercitare la forza a difesa di un bene ritenuto meritevole di questo tipo - estremo - di tutela. Ma qual è il bene in oggetto, in questo caso? L'ordine pubblico o la memoria storica?

Diverse problematiche si schiudono all'orizzonte. Per il giurista, che si serve di semplici coppie di significati antagonisti (colpevole/innocente, ammissibile/inammissibile, eccetera), è difficile cogliere la complessità insita nell'opera d'interpretazione storica. Il giurista non potrà mai utilizzare una prova illegale, lo storico sì. E sempre al giurista tocca operare in un orizzonte temporale definito (ragionevole), mentre lo storico può tornare e ritornare sugli eventi in modo indefinito.

Per chiarire il concetto si tenga conto che tra i reati per i quali l'attuale disegno di legge italiano prevede la copertura penale contro il negazionismo figurano, oltre il genocidio e i crimini contro l'umanità, anche i crimini di guerra (che possono comprendere anche fattispecie - tra mille virgolette - 'minori'). Inoltre, va rilevato che il disegno di legge menziona tutti i crimini di competenza della Corte penale internazionale eccetto l'aggressione. Perché mai si è proceduto in questo modo: per noncuranza? Perché il crimine è stato inserito all'articolo 8 bis dello Statuto della Corte con un emendamento del 2010 e i riferimenti non erano aggiornati?

Inoltre, nel caso in cui l'esclusione non fosse casuale, va rilevata una forte contraddizione: la war of aggression è già contemplata all'articolo 6 dello Statuto del Tribunale militare di Norimberga, cui il disegno, come riportato, rimanda. Ed è, quest'ultima, una fattispecie molto controversa, tra i giuristi ancor prima che tra gli storici. Se l'invasione del Kuwait da parte dell'esercito iracheno nel 1990 raffigura un caso indiscusso di aggressione, il bombardamento della Serbia da parte della Nato nel 1999, o gli interventi condotti dagli Stati Uniti in Afghanistan e in Iraq rappresentano delle ipotesi ancora oggi dibattute.

Si può immaginare un accusa di negazionismo in questi casi? Mi sembra più augurabile, in un capovolgimento di esigenze, un'adeguata storicizzazione. Come si comprende l'esperienza di Norimberga, ad esempio? Leggendone le straordinarie requisitorie, certo, ma anche ricordando che gli Accordi di Londra dell'8 agosto 1945 istitutivi del Tribunale sono stati firmati dalle potenze vincitrici due giorni dopo il bombardamento nucleare di Hiroshima, e un giorno prima di quello di Nagasaki.

La difficoltà insite in un simile bilanciamento sono state ripetutamente sperimentate dai giuristi che hanno lavorato nei tribunali delle Nazioni Unite per l'ex Iugoslavia e per il Ruanda negli ultimi due decenni: le prime sentenze si aprivano con decine di pagine di historical context che talvolta ripercorrevano l'intera storia del Paese interessato dal conflitto. Ma se le sentenze beneficiavano della ricerca degli storici, questi ultimi hanno in seguito beneficiato di quelle sentenze, in un pericoloso (corto)circuito.

Uno dei modi per contrastare simili circolazioni, è appunto quello di tenere separati gli autori e i metodi di lavoro: da una parte i giuristi, dall'altra gli storici. Far passare in giudicato la storia, significa contribuire alla creazione di una verità unica, immutabile, fabbricata - peraltro - con i rigidi strumenti del diritto. Ma la storia non passa, tanto meno in giudicato (ricordiamo il vecchio adagio: non è possibile "fare storia" senza anche "fare la storia"). E quando passa, specie tra mani disattente, può produrre memorie divise (perché anche la memoria degli sconfitti si tramanda, come quella dei vincitori - e sono le frange più estreme a custodire il ricordo).

Tutto ciò premesso, tra le principali "assi di tensione" (così le chiama Emanuela Fronza in un recente lavoro monografico dedicato ai profili penali del tema) troviamo la libertà di pensiero. Se è vero che la negazione di un crimine come il genocidio può rappresentare un attentato ai valori fondativi di una comunità democratica, è altresì vero che tra i medesimi valori rientra il pluralismo. Simili tensioni sono state ripetutamente oggetto dell'attenzione dei giudici, sia interni sia internazionali, e sono state indagate anche dalla dottrina internazionalistica e comparativa.

Per citare solo due esperienze tra le tante, nel caso Garaudy c. France i giudici della Corte europea dei diritti umani hanno avallato la legittimità del reato di negazionismo in Francia (ritenendo che il ricorrente non potesse invocare la libertà di pensiero contro l'accusa di negazionismo, perché il libro da quest'ultimo scritto rappresentava un'incitazione all'odio razziale).

Diversamente, in un caso concernente la pubblicazione e vendita di alcuni libri che negavano la Shoah in Spagna, la Corte costituzionale di tale Stato ha dichiarato l'illegittimità del reato di negazionismo, introducendo una sottile distinzione tra la prassi - legittima - di negare la ricostruzione dei fatti (sulla base di una diversa prospettiva interpretativa), e quella - illegittima - di giustificarli (violando in tal modo la dignità umana).

Simili divergenze rispecchiano numerose altre, certamente tecniche e non affrontabili in questa sede, che si evincono dall'esame delle legislazioni nazionali. Accanto agli ordinamenti che considerano il reato di negazionismo consistente nel semplice fatto di non riconoscere un determinato evento, ci sono quelli che richiedono qualcosa di ulteriore, come ad esempio un'istigazione all'odio o un'incitazione alla violenza. Allo stesso modo anche l'ambito di copertura della norma varia secondo il contesto. Per citare solo un esempio, in alcuni Paesi dell'ex area sovietica la portata del reato concerne tanto i crimini compiuti dall'asse, quanto quelli commessi dal regime comunista.

Fatte le dovute proporzioni, l'impressione generale è che il progetto di legge italiano si riferisca ad una figura decisamente troppo estesa, e quindi aperta al rischio di un utilizzo strumentale. Si pensi al provocatorio caso in cui taluni eventi vengano impropriamente definiti effetti collaterali: basterebbe per suggerire un processo per negazionismo della "dimensione" di un crimine di guerra?.

La tribunalizzazione della storia è, insomma, un processo (il lapsus mi sembra interessante e decido di lasciarlo nel testo) pieno di insidie. Da un lato, perimetra un campo in cui celebrare la memoria al riparo dagli attacchi più indegni (attraverso internet sciaguratamente alla portata di tutti). Dall'altro, offre la sponda alla creazione di sacche di memoria differenziata, destinate a cristallizzarsi, se non aperte al libero confronto delle idee.

Tzvetan Todorov, tra i tanti, presta attenzione al punto, e mette in guardia dagli abusi di memoria che, enfatizzando un evento traumatico (quale Stato non nasce da un momento di violenza?) allargano il solco tra i vincitori e i vinti. E in un fondamentale saggio dedicato al tema del perdono, Paul Ricoeur, ricorda come quest'ultimo sia generato da un virtuoso intreccio di memoria e di oblio.

D'altra parte riconoscere che la storia abbia bisogno di un supporto penale, non è forse ammettere - in filigrana - che la medesima non sappia provvedere a se stessa? Ricordo un paradosso (apparente): basta una sola sentenza per distruggere tutte le biblioteche del mondo, ma occorrono tutte le biblioteche del mondo per produrre una sola sentenza.

Gabriele Della Morte (Ricercatore in diritto internazionale, Universita' Cattolica di Milano)

Fonte: www.huffingtonpost.it

Link: http://www.huffingtonpost.it/gabriele-della-morte/contro-il-reato-di-negazi_b_2092908.html?utm_hp_ref=italy

12.11.2012

Commenti (55)

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Mostra commenti 20 caricati
    1. Mariano6734 7 dicembre 2012

      "Wissen macht frei": http://www.youtube.com/watch?v=yG5AQWsJpKs

    1. Jor-el 6 dicembre 2012

      Non sono nazista, tutto l'opposto, però vorrei appuntare una cosetta. Il documento citato da Tania è indubbiamente una prova, la prova documentale di un crimine orrendo. Ma NON E' la prova del particolare crimine di cui stiamo discutendo, cioè l'Olocausto. E' comprensibile e giusto disprezzare gli autori di un crimine ripugnante, ma non è che per questo li si possa accusare - senza prove - di un crimine ancor più grande. Il fatto che Jack lo Squartatore abbia assassinato 5 donne non è la prova che abbia ucciso anche 100 bambini. Secondariamente, qui non stiamo discutendo se gli storici revisionisti abbiano ragione o torto, ma se chi fa ricerche in quel senso debba essere o no punito con la galera. Ricordo a tutti che nessuno fra gli studiosi raccolti sotto l'etichetta di "negazionisti" ha mai torto un capello a un ebreo (mentre, purtroppo, è vero il contrario), né ha mai incitato nessuno alla violenza contro gli ebrei.

    1. mincuo 6 dicembre 2012

      "Non preoccuparti: ci sono sempre le scartoffie ed i certificati a rettificare le storture delle memorie. Si tratta in fin dei conti di credere ai certificatori (i vari scriba che da sempre pullulano nelle stanze che contano) oppure alle narrazioni popolari. Personalmente detesto le culture scritte e ho una naturale simpatia per quelle orali."

      Non mi preoccupo, Nonna Hasbara e nonna Chutzpah mi hanno spiegato bene questa cultura "popolare". Ci sono le narrazioni degli UNI che vanno bene, non importa quanto farlocche siano, ma solo le loro però, quelle degli altri no. Quelle le proibiscono, le censurano, e in genere diffamano e perseguitano tutte quelle che non gli aggradano.

      E mi hanno detto, le nonne, che gli "scriba nelle stanze che contano" sono perlopiù a servizio loro, e loro se ne avvalgono quando non basta nemmeno calunniare e censurare. Le nonne dicevano che il segreto è controllare la finanza e i media. Tu che ne pensi, sbagliavano?

    1. mincuo 6 dicembre 2012

      Chi ha detto che fossero in "competizione". Io ho detto che non c'era la IG Farben e basta, ma un cartello molto robusto di imprese. Il lavoro forzato lo sfruttarono tutte le imprese di Auschwitz III, Monowitz. Che era erano parecchie, essendo il terzo polo industriale Tedesco. Nei Durrfeld files, a Washington, vedi i lavoratori forzati fianco a fianco a quelli liberi, cioè quelli che se ne tornavano a casa loro alla sera ed erano la stragrande maggioranza.

    1. Tonguessy 6 dicembre 2012

      Se pensi che ad esempio la Krupp fosse in competizione con la IG Farben, spiegami perchè entrambe sfruttarono lo schiavismo ad Auschwitz. O qualsiasi altra delle ditte che citi. La IG Farben era un cartello petrolchimico, punto. Ma, con la solita spocchia che ti contraddistingue, queste sono "frottole per deficienti Goyim".

    1. Tonguessy 6 dicembre 2012

      Non preoccuparti: ci sono sempre le scartoffie ed i certificati a rettificare le storture delle memorie. Si tratta in fin dei conti di credere ai certificatori (i vari scriba che da sempre pullulano nelle stanze che contano) oppure alle narrazioni popolari. Personalmente detesto le culture scritte e ho una naturale simpatia per quelle orali.

    1. MrStewie 6 dicembre 2012

      Maledettamente, spaventosamente e tristemente vero...

    1. Erwin 5 dicembre 2012

      Robert Jackson, Procuratore capo al processo di Norimberga, era solo un funzionario che doveva mettere in pratica ciò che da anni era stato stabilito:
      assassinare i responsabili del "delitto" di stampare moneta in proprio ed impedire,così, il diffondersi di questa "malattia" mortale per l'USURA apolide che gli pagava lo stipendio,tramite il governo yankee.
      Non contento era pure un perfetto sprovveduto e FALSO (quando parla di " programma di sterminio ")!

      Tale Jackson NON ha MAI esibito ALCUN DOCUMENTO che dimostrasse l'esistenza di tale "piano"!
      NON C'E' TRACCIA DOCUMENTALE!
      Quindi HA MENTITO!
      Non se ne esce!
      A tutt'oggi NESSUN storico ha MAI esibito uno STRACCIO di documento a supporto della IDIOTA affermazione del "piano di sterminio"!
      Piaccia o meno,ad oggi, non si hanno certezze su CHI lo avrebbe ideato, ordinato, quando , a chi .
      Per non parlare della BOMBA ATOMICA,dal Jackson affermata, quale arma per uccidere 20.000 ebrei!

    1. grillone 5 dicembre 2012

      "Se mettiamo insieme solo le storie che provengono dal banco degli imputati questo è l'affresco che emerge: il governo di Hitler sarebbe composto da un numero 2 che non ha mai sospettato il programma di sterminio [...] da un numero 3 che era solo un innocente uomo di mezzo che trasmetteva gli ordini come un postino [...] da un ministro degli esteri che sapeva poco di affari esteri e niente di politica internazionale [...] da un ministro degli interni che non sapeva nemmeno quello che era successo all'interno del suo ufficio, ancora meno all'interno del suo dipartimento, e assolutamente niente della Germania in generale [...]. Se si dovesse affermare che questi uomini non siano colpevoli, sarebbe come dire che non c'è stata nessuna guerra, che non ci sono stati assassini, che non c'è stato nessun crimine".

      non saprei dire se introdurre il reato di negazionismo sia giusto o sbagliato, ma questa frase al processo di norimberga è stata davvero molto azzeccata. per me non ci sono dubbi sel fatto le la persecuzione e il tentativo di sterminio ci siano stati, il problema è che ho l'impressione che gli israeliani di oggi usino i fatti tragici di allora per giustificare in qualche modo i loro eccessi in medio oriente

    1. mincuo 5 dicembre 2012

      Per la precisione 29 trust + 50 territoriali.

      Nella Wirthschaftslenkund, così chiamata dopo cioè il piano della Reichsverband (ass. industriali + finanza) stavano, tanto per citarne un pò oltre alla I.G. Farben, i colossi di Henkel, Krupp, Siemens, Schnitzler, Bosch, AEG, Junker, Conti (gomma), e poi Voegler, Zeppelin, Zeitz, Zeiss-Ikon, Erla, Goldschmitt, Solvay, Steir, Telefunken, Valentin, Vistra, Volkswagen, Agfa, Puch, Rhein Metall Borsig SA, Schneider, Daimler, Benz, Dornier, Adler SA, Astra, Auto-Union, BMW, Messerschmitt, Metall Union, Optique Jena, Agfa ecc...

      E poi Dresder Bank, Duetsche Bank, Allianz, Commerz Bank
      Più tutte le società Ebraiche alla Borsa di Berlino e attive fino al 1937 tutte le banche Ebraiche: Mendelssohn, Bleichröder, Arnhold, Dreyfuss, Strauss, Warburg, Aufhäuser, e Behrens....

      Il prodotto interno lordo pro capite raddoppia da 70 a 150, la disoccupazione da 6,5 milioni (40%) è azzerata, e nel 1938 sono a corto di manodopera, nascono da loro le 40 ore lavorative e ci sono scioperi e manifestazioni ovunque in Europa per averle uguali, e lo stesso per le leggi di tutela e sicurezza del luogo di lavoro, e lo stesso per assistenza sanitaria, ferie, pensioni, casa ecc....ma niente paura poi ti racconterà “la veritài” qualche nonna Hasbara di complemento, che di frottole per deficienti goyim è una specialista.

    1. mincuo 5 dicembre 2012

      Ma và, ce ne erano 29 di grandi trust, che sono quelli poi che pianificarono l'economia NazionalSocialista ben prima dell'avvento di Hitler che si trovò poi tutto pronto compreso il controllo dei cambi. E se fosse andato su un altro se lo trovava uguale. E poi Schacht si occupò dlle questioni finanziarie, e dei problemi con l'estero, molto brillantemente.

      Un programma quello economico di altissimo livello tecnico economico tra l'altro, la cui preparazione richiese mesi e mesi ed è migliaia di pagine. E gettò le basi della ripresa economica dopo il disastro e gli usurai di Weimar.

      La IG Farben fu importante, ma le "memorie" e letteratura di Serie C poi fanno il resto a raccontare panzane per gli stupidi goyim.

      L'economia Nazionalsocialista fu il primo e più grande esempio di privatizzazioni moderne tra parentesi. Anche servizi erano privatizzati in buona parte.
      Che non significa che lo Stato non facesse il suo, come direttive e controllo, anzi.

      Nonna Hasbara misto a La Repubblica e a Topolino.

    1. Kansimba 5 dicembre 2012

      Una specie di IRI insomma?

    1. Tonguessy 5 dicembre 2012

      come se un'azienda, grande per carità, fosse da sola in grado di far scoppiare una guerra come quella che fu.

      In realtà la IG Farben era un cartello, non una singola azienda. Rappresentava in qualche modo tutto l'apparato industriale della Germania nazista, ed aveva poteri immensi, esattamente simili a quelli degli attuali grandi gruppi finanziari. Prova a pensare di fare qualcosa che non piaccia a Monti, e vedi cosa significava in quegli anni fare qualcosa che non piacesse alla Farben.

    1. Kansimba 5 dicembre 2012

      Spesso viene tirata in ballo la IG Farben come "causa" principale per i finanziamenti a Hitler e lo scoppio del conflitto come se un'azienda, grande per carità, fosse da sola in grado di far scoppiare una guerra come quella che fu. La storia delle fabbriche non bombardate per la prosecuzione della guerra è interessante. Inglesi e USA infatti fecero dissanguare gli URSS aprendo solo a metà 44 il secondo fronte in Europa. Per 3 anni di fatto il fronte orientale è stato tenuto solo dai Russi e le richieste di Stalin venivano sempre rimandate.

    1. mincuo 5 dicembre 2012

      L'unica cosa che vedo io è che sono ridotti che non basta nemmeno censura, calunnie organizzate e media, nessun dibattito da 70 anni consentito, ma ci vogliono le leggi speciali. Anche un tonto trae le conseguenze. La verità si sostiene bene da sola. E le leggi ordinarie ci sono: su falso, falso ideologico, diffamazione, ecc....Quindi non ci vuole un genio. N.B. Le traduzioni dal Tedesco e soprattutto il contesto sono una cosa diversa da quel che viene fuori alle volte. Le fonti servono a quello e servirebbe anche uno straccio di elementare giustizia su chi fa determinate operazioni di quel tipo.

    1. mincuo 5 dicembre 2012

      Jackson, mel senso di USA, insieme a Sovietici, Inglesi e Francesi stava meglio seduto dall'altra parte. Poi ci sono le "memorie" che ci pensano a rovesciare storia diplomatica ed economica.

    1. tania 5 dicembre 2012

      "Salterà fuori che l'omicida non era schizofrenico e men che mai nazista (i nazisti non reclutano psicopatici e Nelböck semmai era comunista), e che Schlick sta oggi gradevolmente sorseggiando Martini a Parigi in compagnia di Jim Morrison."

      :DDD ... Anche secondo me potrebbero arrivarti delle contestazioni simili ; nel frattempo grazie per le risate

    1. mincuo 5 dicembre 2012

      La I.G.Farben è solo un aspetto. E Sutton dice solo una parte, così come fa per la Rivoluzione Bolscevica, giusto per non avere guai, che già ne ebbe lo stesso, ma basta non essere particolarmente tonti e approfondire anche solo dove lui stesso indica.
      Il quartier genrale della I.G. Farben, (che era in parte mista con USA), con gli Americani che collaborarono ad esempio alla BUNA (gomma sintetica) fino a tutto il 1940, comunque non fu mai bombardato così come la gran parte delle aziende Tedesche.
      Si voleva far durare la guerra con l'Est, che era un affarone (land lease act) che se no sarebbe finita in 3 mesi.
      Questo te lo certifica ufficialmente pure lo Strategic Bombing Survey USA, che tra l'altro "finto-ingenuamente" si chiede anche come mai poi non bombardarono (come indicato) l'apparato industriale, ma fecero invece bombardamenti a solo scopo terroristico sui civili.

    1. Tonguessy 5 dicembre 2012

      Interessante fu la fine di Moritz Schlick, anima pulsante del Circolo di Vienna e del verificazionismo, acerrimi nemici delle proposizioni non verificabili. Ecco che metafisica, etica e religione diventano costrutti logici basati sul nulla. Ma Johann Nelböck, un suo ex-studente affetto da schizofrenia, non la vedeva così: lo freddò davanti ai gradini del Dipartimento di Filosofia dell'Università di Vienna dopo averlo fermato per chiedere chiarimenti (Schlick rifiutò la sua tesi di laurea proprio perchè intrisa di metafisica). Nelböck non negò mai le vere ragioni del suo gesto malsano: Schlick con la sua filosofia antimetafisica (fatalmente ebrea, chissà poi perchè dato che Schlick non era ebreo ma protestante) stava minando la moralità austriaca.

      Il sentimento razzista lo trasformò in un "eroe ariano" contro la "filosofia senza anima" del Circolo . Lo studente omicida fu scarcerato poco dopo e divenne un membro del partito nazionalsocialista austriaco dopo l'Anschluss.

      http://it.wikipedia.org/wiki/Moritz_Schlick

      La morte di Schlick decretò anche la morte del circolo di Vienna.
      Ecco chiariti i rapporti tra verificazionismo e nazismo, tra epistemologia e ideologia. Ovviamente adesso mi aspetto una qualche decina di contestazioni sul significato di tali testimonianze. Salterà fuori che l'omicida non era schizofrenico e men che mai nazista (i nazisti non reclutano psicopatici e Nelböck semmai era comunista), e che Schlick sta oggi gradevolmente sorseggiando Martini a Parigi in compagnia di Jim Morrison.

    1. cardisem 5 dicembre 2012

      Io non parlo di nessuno, ma parlo di quella che i tecnici chiamano il “caso marginale”: o un diritto esiste ed esiste per tutti, o non esiste per nessuno. Le garanzie costituzionali tutelano il più debole, non il più forte. Se tu ti intendi di "rotelle” e di meccanica, parlane tu... Vediamo quali sono le “rotelle” e come girano o vengono fatte girare.

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