SULLA SCOMPARSA DEL BELLO

DI FLORES TOVO

Comedonchisciotte

C’è una frase che da tempo viene continuamente citata nel mondo più o meno colto, e che è ormai consunta da quanto è stata usata, che ci racconta che solo “la bellezza salverà il mondo”. Essa è stata pronunciata dal principe Myskin, protagonista del famoso romanzo “L’idiota” di Dostoevskij.  Tuttavia mai una frase, che in sé sarebbe profondissima, si è manifestata del tutto insensata se riferita al nostro presente storico, in cui la bellezza, soprattutto artistica, sta scomparendo in modo sempre più progressivo, tanto che ormai può essere considerata solo una moda e come tale una parvenza illusoria.

Se, infatti, si domanda ad un qualsiasi individuo che esclama “che bello!” di fronte a un paesaggio o a una opera d’arte, che cosa significa la parola bello, si vedrà che quasi nessuno sa esprimere il significato di tale parola. Ciò può sembrare una paradosso, poiché mai come oggi ci sono tanti turisti in giro per il mondo alla ricerca del godimento di bellezze naturali o artistiche. Eppure basta chiedere, senza ricorrere al metodo socratico, perché c’è il bello o che cosa esso sia, e subito si nota l’imbarazzo e l’incapacità di dare una risposta convincente. Una risposta che, in verità,  anche  moltissimi presunti critici d’arte eludono, poiché essi sono magari in grado di descrivere dettagliatamente tutte le tecniche e tutta la storia con cui e in cui l’opera d’arte è stata eseguita, ma non sono in grado di spiegare il perché quell’opera è bella.

Invero non esistono molti libri importanti che si occupano teoreticamente del bello: abbiamo, riguardo il passato, alcune notevolissime riflessioni nei dialoghi di Platone come il Simposio, il Fedro e in parte il Filebo, considerazioni di Aristotele, Plotino e Dionigi l’Areopagita,  eppoi  quelle del leibiniziano A.G. Baumgarten, che fu il primo a scrivere tra il 1750 e il 1758 un trattato compiuto sulla bellezza, intitolato “Aesthetica” ( un libro che influenzò sicuramente I. Kant), fino ad arrivare a B. Croce. Tutti libri o scritti indispensabili che ci danno lezioni su come il bello sia equilibrio, misura, armonia, proporzione, semplicità luminosa, sebbene abbia in sé, essendo un sentimento, un qualcosa di indefinito, come una finalità ineffabile da raggiungere. Ma è soprattutto con Kant che  troviamo una meditazione profonda in cui si passa dalla semplice spiegazione descrittiva del bello a su che cosa esso è veramente, e sul perché noi umani siamo gli unici enti in grado di coglierlo.

La critica del giudizio” kantiana è, a parer nostro, l’unico libro in cui si parla sì di estetica, intesa come arte liberale del bello, ma, in particolare, su come è possibile il bello: l’opera kantiana è perciò un saggio ontologico che esamina fenomenologicamente le capacità proprie dell’uomo nel provare il piacere estetico della bellezza e nel crearla per mezzo di persone dotate di genio. Anche Heidegger scrisse un libro fondamentale su “L’origine dell’opera d’arte”, che però è un saggio soprattutto ontologico, che descrive il rapporto indissolubile fra arte e verità, poiché “l’arte è la messa in opera della verità”, una verità intesa come disvelamento dell’Essere. Un libro, tuttavia, che non si occupa di estetica, diversamente dal libro di Kant, in cui, si diceva, ontologia ed estetica si fondono. Proprio per questo ci azzardiamo di affermare che “La critica del giudizio” è un’opera unica, insuperata ed insuperabile: il vero grande capolavoro di Kant. Egli scrisse questo libro cercando di far incontrare (e non di conciliare poiché per lui ciò era impossibile), il mondo dell’intelletto astratto, tecnico-scientifico e matematico, che configurava un mondo meccanicistico privo di libertà, col mondo della ragion pura pratica (la morale), appartenente al regno della libera volontà razionale, ossia alla facoltà del desiderare, in cui era postulato persino il libero arbitrio con la messa in azione dell’imperativo categorico. L’esame della facoltà del sentimento poteva perciò solo avvicinare questi due mondi contrapposti. Tuttavia questo peculiare motivo che spinse Kant alla scrittura del saggio è di secondaria importanza. Il centro profondo dell’opera, del tutto originale, consiste invece nella analisi ontologica riguardante quella capacità precipua del pensare umano, che è la riflessione. Tutto il libro si impernia su questo tema.

La riflessione è la capacità più profonda del pensare puro, che è incondizionata rispetto gli aspetti empirici, quando si tratta della riflessione in sé. Essa è un ripiegamento del pensare su se stesso, un rapporto che si rapporta con se stesso e ne è consapevole. Con la riflessione nasce l’Autocoscienza. Il principio supremo del nostro pensare è il principio di identità (da cui discendono tutti gli altri principi logici), in cui l’io soggetto sa di essere l’io soggetto: Heidegger scriverebbe che “lo stesso è lo stesso con se stesso”. La riflessione è perciò l’accorgimento spirituale originario: “La critica del giudizio” viene organizzata come una analisi dei giudizi riflettenti, per cui la parola Giudizio  assume il significato specifico di organo dei giudizi riflettenti (1) , che implica perciò una facoltà del pensare umano capace di fungere da intermediaria fra intelletto (la facoltà che organizza il sapere scientifico, comunque empirico e fenomenico e perciò finito) e l’immaginazione (phantasìa) sentimentale (la facoltà che, pur attingendo dai dati sensibili, li rielabora liberamente porgendoli all’intelletto). Hegel osservava che la riflessione è da intendersi come capacità pensante propria del soggetto, “…ossia come il movimento della potenza giudicatrice, che oltrepassa una data rappresentazione immediata e cerca per essa delle determinazioni generali e con essa le confronta” (2). Sempre Hegel scriveva che “la verità dell’essere è l’essenza”: ma per conoscere codesta essenza è necessaria la riflessione, che è perciò la facoltà più profonda del nostro pensiero. Hegel  ha scritto pagine straordinarie nel rivelare le varie articolazioni esterne ed interne  della riflessione (che definisce anche come la negazione della negazione all’interno del pensare) (3). Bisogna però tener sempre presente che tale riflessione viene da lui concepita  al di dentro del pensiero puro, in quanto tutto si riconduce al Concetto, ovvero al tutto ciò che si fa dinamicamente razionale, per cui anche il bello è un’idea, mentre per Kant è una finalità sentimentale, e, come tale, indefinibile.

Kant in questo tema si distingue nettamente (dimostrando, a mio parere, una superiore complessità) da Hegel. La veduta dell’Essere in Kant è molto più larga e completa: già nella “Critica della ragion pura” egli riteneva che l’Essere fosse strettamente connesso al tempo (4) rendendo così compatibile il legame fra sensazioni e categorie. Infatti, attraverso gli schemi trascendentali (prefigurazione intuitive e temporali delle categorie), che sono possibili attraverso l’immaginazione produttiva (5), le categorie, cioè le supreme funzioni del pensare, vengono calate nel tempo tramite l’Io penso che lo condiziona. In tal modo l’eterogeneità fra sensazioni (il posteriori empirico) e categorie, che sono a priori (al di là dell’esperienza), viene superata e poi sussunta attraverso gli schemi, e perciò sottomessa al nostro pensare e ai suoi principi generali.  Nella “Critica del giudizio” Kant va ancora oltre: il Giudizio si lega, oltre all’intelletto, anche ai sentimenti e in particolare a quelli estetici quali il bello e il sublime, per cui anche i sentimenti “pensano”. La visione dell’Essere in Kant  supera quella idealistica che lo concepisce come pensiero puro: l’Essere è sì pensiero, ma anche intuizione temporale, sentimento e volontà. I sentimenti non sono semplici emozioni  o sensazioni momentanee: a differenza di queste, hanno, in generale, le qualità della durata e della costanza nel tempo. Sono situazioni emotive coerenti che possono fondare i valori permanenti di ogni vita personale. La coerenza e la permanenza implicano perciò un potenziale ordine logico. Per questo motivo Kant distingue i giudizi, in giudizi riflettenti determinanti e riflettenti sentimentali. I primi sono propri dell’Io penso universale (l’intelletto) e sono descrittivi, quantitativi e misurabili: sono in altre parole i giudizi della scienza, in cui la potenza giudicatrice, date le regole e le leggi, sussume il particolare empirico. I secondi aspirano  ad una finalità ultima. I giudizi riflettenti sentimentali vengono dopo i primi: ed essi, proprio perché sentimentali, cercano l’universale da trovare come spinti da un anelito insopprimibile. I sentimenti vogliono la totalità, l’intiero, l’eternità, sebbene siano fini impossibili da attuare. Il classico esempio è quello della cascata d‘acqua vista da un ingegnere che giudica coi giudizi della scienza e quello del poeta che giudica col sentimento:  il primo descrive il fenomeno con la fisica e la matematica, il secondo si esprime col sentimento della bellezza.

Kant prende in esame principalmente codesto sentimento; un sentimento che si manifesta soggettivamente negli uomini quando si avverte intensamente un piacere estetico. Le caratteristiche di tale piacere sono appunto quelle del perdurare e del voler condividerlo universalmente. Esso non ha nulla a che vedere col piacevole, che è individuale, transeunte, interessato e fortemente condizionato dai singoli gusti (de gustibus non est disputandum): del resto anche gli animali provano il senso del piacevole. Il piacere estetico, duraturo e coerente, invece, richiede e genera la riflessione del Giudizio. Esso viene espresso quindi con giudizi riflettenti estetici puri, che Kant chiama giudizi del gusto, capaci di giudicare ciò che è bello. Essi sono a priori, un a priori finalisticamente da trovare, e tendono perciò alla trascendenza che, pur irraggiungibile, rimane, come si scriveva poc’anzi, l’anelito più struggente insito nell’animo umano, che i Romantici chiameranno “Sehsucht”. Il bello, diceva Platone, è l’unica Idea trascendente visibile in questo mondo. La riflessione (Reflexion) sentimentale, afferma Kant, è quindi la capacità di congiungere e comparare i dati della immaginazione con la propria facoltà di conoscenza intellettuale, per cui ad ogni categoria (concetti puri e universali) corrisponde un giudizio riflettente estetico puro, altrettanto universale, seppur un soggettivo. Sicchè alla categoria della qualità corrisponde il giudizio del bello (o del gusto) senza interesse, a quella della quantità corrisponde il bello senza un concetto determinante (quello magari dettato da un critico d’arte), a quella della relazione il bello senza scopo, e, infine, a quella della modalità, il bello come una necessità che deve essere condivisa da tutti. Tutte queste definizioni di bello hanno in sé un legame strettissimo: il bello scaturisce spontaneamente dal nostro sentimento di piacere estetico e vuole sempre essere compartecipe con tutti, poiché esso aspira a ciò che vi è più in alto nella nostra spiritualità, come finalità incondizionata.  Kant ribadisce che è il soggetto umano, inteso come soggetto universale, a creare e sentire sia il piacere del bello, che coglie l’armonia, sia il piacere del sublime (l’altro giudizio sentimentale puro), che è dato dal contrasto fra misura-dismisura e potenza-impotenza. Il bello di natura, invece, può essere compreso come tale solo da un soggetto che lo senta e lo pensi. La rosa può essere bellissima, ma non sa di esserlo.  In sintesi, solo dalla relazione ordinata ed armonica o contrastante fra pensiero e sentimento del piacere estetico scaturiscono il bello e il sublime, e questo spiega il valore ontologico dell’opera kantiana.

Torniamo ora al titolo del nostro breve saggio: perché la bellezza artistica tende a scomparire nella nostra epoca contemporanea? E’, questa, come si evince, una domanda estremamente ampia che può, comunque, essere spiegata sinteticamente e in modo semplice. A partire dal 1500 è in atto un sovvertimento generale della specie che chiamiamo uomo. Abbiamo osservato dapprima fenomeni come l’eclisse del sacro (legato ai sentimenti della trascendenza religiosa) a causa della riforma luterana e calvinista; poi la vittoria della scienza sulla metafisica e teologia; infine, col trionfo del capitalismo industriale abbiamo assistito, in parallelo, all’estendersi del sapere tecnico e del suo impianto livellatore (il Gestell heideggeriano). L’incanto, la poesia, l’idilliaco, la trascendenza,  il senso del mistero  sono quasi del tutto scomparsi: e con essi il bello, che è un piacere della semplice e spontanea riflessione. Gli ingegneri, invocati da Comte, e i banchieri mondialisti, sono i Demiurghi del nostro tempo.

Con la loro affermazione epocale, tuttavia, osserviamo anche la regressione e il degrado dell’essere umano, poiché assieme al declino del bello si nota sempre di più lo smarrirsi del pensiero pensante. La riflessione, come si scriveva all’inizio, è l’atto supremo e più potente della nostra spiritualità: ebbene, la velocità dei movimenti umani nelle megalopoli, i ritmi sempre più celeri imposti ovunque dal lavoro parcellizzato e dalla Amministrazione politico-sociale sempre più totalitaria, impediscono la capacità di riflettere,  che necessita di contemplazione e di lenta calma. Perciò l’arte di oggi, in  tutte le sue discipline, si è completamente scissa dal bello, e questa è la palese rivelazione del  deliquio contemporaneo. Gli artisti sono ormai capaci solo di rappresentare il vuoto, dovuto all’assenza della riflessione.

Inoltre le invasioni migratorie di milioni di persone provenienti da paesi senza storia e senza arte rischiano di segnare la fine definitiva della nostra civiltà se non ci si opporrà con tutte le forze. Kant scriveva che di fronte ai bei palazzi di Parigi, “…un Sachem irochese” preferiva di gran lunga “le bettole”(6). La cura del bello richiede una lunga educazione sentimentale che si forma e si consolida nei secoli con fatica, “…all’interno di una vita associata da leggi che fa di un popolo una comunità durevole” (7). Ciò significa, come pensavano i grandi filosofi del passato, già citati, che senza il bello non c’è il bene, il vero e il giusto. L’esatto contrario dell’epoca in cui viviamo, un’epoca in cui l’Essere ci sta abbandonando sempre più.

Note:

  • Usiamo questa parola con la lettera iniziale in maiuscolo, proprio per indicarla come capacità riflettente.
  • W.F. HEGEL, Scienza della logica, Ed. Laterza, Bari 1988, traduzione di A. Moni, vol. II, p. 449.
  • IDEM, si vedano le pp. 437-545 dello stesso volume.
  • Si veda F. TOVO, Riflessioni sul principio di causa, pubblicato dalla rivista “Comedonchisciotte” il 14/01/2018.
  • L’immaginazione produttiva si configura come la facoltà di produrre a priori determinazioni formali dello spazio e del tempo, secondo le regole dell’intelletto (V. Mathieu), indipendentemente, aggiungiamo, dalla presenza fattuale e fenomenica dell’oggetto a cui si riferiscono.
  • KANT, Critica del Giudizio, Ed. Laterza, Bari 1989, traduzione di A. Gargiulo, p. 45.
  • IDEM, p. 220.

 

Rovigo 13-09-2019

Flores TOVO

Fonte: Comedonchisciotte.org

26.09.2019

13 Comments
  1. PietroGE says

    Un articolo del genere, per altro molto interessante, può essere commentato compiutamente solo da chi ha studiato Filosofia, agli altri, come me, non resta che sottolineare o argomentare su qualche punto specifico.
    “Con la riflessione nasce l’Autocoscienza.” Io ho sempre pensato che l’Autocoscienza sia il presupposto della riflessione, è capace di riflettere solo chi ha coscienza di se stesso.
    -Il giudizio sulla cascata d’acqua da parte dell’ingegnere e del poeta. Beh la bellezza c’è chi la trova anche nella Matematica e persino nella Fisica (Dirac ad esempio). Scoperte sono state fatte derivandole dal rispetto della simmetria.
    -“Gli artisti sono ormai capaci solo di rappresentare il vuoto, dovuto a l’assenza della riflessione.” Forse a loro non manca la riflessione bensì l’identità culturale. Rappresentano il vuoto perché il vuoto ce l’hanno dentro.

  2. Primadellesabbie says

    Questa dotta lettura, mi suggerisce di ricorrere a queste tre citazioni, che mi paiono appropriate a sistemare alcune pretese affioranti:

    “…C’é chi é capace di creare le arti e chi é capace di giudicare quale danno o quale vantaggio ne ricaveranno coloro che le adopereranno…”

    “…Infatti la scoperta della scrittura avrà per effetto di produrre la dimenticanza nelle anime di coloro che la impareranno perché, fidandosi della scrittura si abitueranno a ricordare dal di fuori attraverso segni estranei, e non dal di dentro da sé medesimi…”

    “…Della sapienza, poi, tu procuri ai tuoi discepoli l’apparenza, non la verità: infatti essi, divenendo per mezzo tuo uditori di molte cose senza insegnamento, crederanno di essere conoscitori di molte cose, mentre, come accade per lo più, in realtà non le sapranno; e sarà ben difficile discorrere con essi, perché sono diventati portatori di opinioni invece che sapienti…”.

    É Socrate che parla, dal Fedro.

  3. Divoll79 says

    Splendido articolo. Se viviamo nell’era del Brutto e’ perche’ siamo nell’era del Male che non ha mai dominato il mondo in modo cosi’ capillare e snaturante come oggi.

  4. Proder says

    Non ho gli strumenti intellettuali per comprendere pienamente questo scritto, forse ho compreso soltanto una piccola parte della dotta spiegazione; come diceva Gipo Farassino, è un geometra ma c’ha la faccia da muratore. Mi ha fatto riflettere su questa grande verità: oggi si è perso il senso della bellezza e della positività. Oggi la bellezza non è più di moda. Non solo il ritmo alienante in cui siamo obbligati a vivere impedisce di riflettere, è che il brutto, il volgare, il becero tirano di più perché così deve essere. Perché così dobbiamo essere. Brutti, volgari e beceri. Soprattutto beceri. Nelle cose dobbiamo vedere solo il brutto, il sordido, il miserabile. Altrimenti come faremmo ad abbruttirci e scannarci tra noi? Una boccata di aria pulita, insomma. Poi sono arrivato all’ultimo paragrafo. E mi sono cadute le braccia. E ho rimesso in discussione le parole del grande Kant, che peraltro non conosco minimamente. La mia ignoranza l’ho già segnalata. Se però il giudizio è il mediato tra intelletto e fantasia sentimentale non posso non chiedermi perché ha scritto quella misera frase finale. Per quale cavolo di motivo il Sachem irochese avrebbe dovuto preferire i bei palazzi di Parigi alle bettole? Quell’irochese, a casa sua, magari guardava estasiato il cielo stellato e la Via Lattea in tutta la sua gloria, senza bei palazzi a rovinargli la visuale, sporcata anche dal fumo del carbone. Quel cielo che oramai nelle nostre luride città non si vede neanche più. E non credo neppure che a Parigi ci fosse andato di sua spontanea volontà. Non credo commentabile la frase “le invasioni migratorie di milioni di persone provenienti da paesi senza storia e senza arte” frutto, mi auguro, di pura ignoranza.

  5. Holodoc says

    Tutta questa pappardella filosofica per arrivare a dire che l’uomo occidentale, per di più cattolico non protestante, è migliore dei baluba che ci invadono.

    Peccato, perché alcuni spunti interessanti potevano essere approfonditi, come il rapporto tra la senso estetico ed evoluzione sociale e tecnologica.

  6. Rossi Mario says

    Parlando di bello nell’arte,ora non c’è più perchè ogni pittore,pagando un critico d’arte e gli organi di stampa adeguati alla bisogna,dipinge mostruosità definite opere d’arte.Il bello non dovrebbe avere prezzo ed essere essenzialmente creato per piacere e il benessere dell’umanità.Ma al giorno d’oggi questo è impossibile.

    1. Holodoc says

      Tutto ormai è sottomesso al marketing. Non riesco ad immaginare una definizione di Inferno più calzante di questa.

  7. feaniris says

    Poichè si parla all’inizio di Dostoevskij,mi sarei aspettato quanto meno un’attenzione maggiore alla disquisizione estetica di Pavel Florenskij e Soloviev.
    Superiore in tutto a quella Kantiana/occidentale.

    Kant, o meglio il suo approccio filosofico, ha vinto nella storia.
    Il risultato è la bruttura che ci circonda. Pertanto il suo pensiero è fallace.

  8. Platypus says

    Partirei col commentare le ultime affermazioni, quelle relative all’Irochese ed ai flussi migratori.
    Ritengo sostanzialmente falsa l’affermazione che i migranti appartengano a popoli senza storia e senza arte; appartengono in realtà a popoli con una propria storia, spesso legata a quella dei popoli occidentali per via delle vicende coloniali, con una propria arte ed una propria spiritualità nonostante i tentativi di omologazione operati a loro danno dai colonizzatori.
    Un africano in Europa fa perfettamente il paio con l’irochese a Parigi, non ha le chiavi di lettura per fruire la nostra cultura, finisce per dimenticare la propria essendo deprivato dei propri punti di riferimento e finisce con l’abbruttirsi preferendo la bettola alla cattedrale. ma è colpa sua? Ni, nel senso che se si è lasciato incantare dalle sirene dell’occidente ricco e gaudente ha venduto la sua anima per un tozzo di pane ma, ancora più colpevoli, sono coloro che l’hanno ingannato mostrandogli tali sirene.
    Ora proviamo ad immaginare un europeo forzosamente trapiantato in Africa, ad esempio presso una tribù dei famosi Baluba (sempre citati a sproposito come esempio di incivili). Dovrà integrarsi in strutture sociali ed entrerà in contatto con linguaggi che gli sono estranei perché frutto di una spiritualità totalmente differente e sarà ritenuto sostanzialmente un incapace dagli indigeni anche, ma non solo, dal punto di vista pratico: non saprà cacciare né produrre alcun manufatto, non saprà né ballare né cantare né comprendere la cultura locale. contrariamente al protagonista del film “un uomo chiamato cavallo” molto probabilmente continuerà a fare il cavallo anzi, l’asino.
    la mia considerazione è che la perfezione della talpa consista nello scavare gallerie e quella delle rondini nel volo ed in questa perfezione risieda la Bellezza, la Bontà e la Giustezza.

  9. gix says

    Difficile partecipare del dibattito filosofico, senza prima conoscere bene il pensiero dei grandi citati, che magari hanno il pregio di essere riusciti ad individuare e spiegare bene certe tematiche. Ma la ricerca della bellezza merita senz’altro alcune riflessioni, magari non del tutto consapevoli. Ciò che accade oggi, ad esempio nella musica ma non solo, è che se non è più di provenienza umana o naturale, se ne vedono chiaramente le conseguenze: se la musica proviene da un computer, comandato da una persona sola, oppure senza più nemmeno la necessità di un intervento umano, diventa una cosa senza anima e ripetitiva. Per quanto una macchina possa ampliare all’infinito certe possibilità di espressione, non potrà mai rivaleggiare con il sentimento proveniente da una orchestra o da uno strumento in mano all’uomo (o alla natura). Ma c’è un altro aspetto che andrebbe approfondito, ovvero l’importanza della cura e del mantenimento del bello, di un ambiente quantomeno armonico e decente, sulla psiche umana. Vedere come incide un ambiente degradato e abbandonato, o anche solo privo di armonia o incapace di suscitare un minimo di ammirazione (come certe periferie lasciate in mano ad architetti distruttori del paesaggio), sulla mente delle persone, ci potrebbe aiutare a capire come questo causa una involuzione a livello di partecipazione, socializzazione ed empatia con gli altri e con lo stesso ambiente. Purtroppo questo è un aspetto che oggi sembra quasi assumere le caratteristiche di una vera strategia a tutto campo; si vuole forse distruggere qualsiasi forma di legame naturale con gli altri e con l’ambiente?

    1. Holodoc says

      Di sicuro i media vengono usati come arma di ingegneria sociale.

      MTv ha proposto rap per 20 anni quando al pubblico italiano non poteva fregarne meno, ma alla fine sono riusciti a farlo entrare nei gusti dei nostri giovani. E rovinare il loro senso del bello.

  10. Nightwhisperer says

    Percepisco nell’articolo e nei commenti un approccio che non condivido e cioè che il bello è un attributo esterno di cui l’uomo fruisce e ne gode per svariate ragioni. Credo invece che il bello sia nient’altro che uno stato interiore di estasi, che infatti le religioni hanno ben compreso e incanalato (chi più chi meno), e di grazia. Perciò l’assenza del bello che viene descritta è nient’altro che l’assenza di grazia e cioè il distacco tra la manifestazione del vivere e il vivere stesso. Aggiungo per chiarezza che la percezione del bello, cioè del proprio stato di grazia, è un percorso educativo che richiede esercizio continuo e l’attribuzione di valori a gesti apparentemente meccanici.
    L’autore ha perciò ragione quando lamenta l’incapacità dei negri o di altre culture lontane di capire la bellezza perché è nelle sinapsi delle loro connessioni cerebrali l’impossibilità di elaborare processi che portino alla grazia. Pensiamo alla musica cinese o africana, ai balli cinesi o africani, eccetera esse non portano all’estasi o alla grazia ma alla trance, come tanta musica che si ascolta oggi.
    Infine per sottolineare il significato interiore del bello si può fare l’esempio della musica o della parola e del linguaggio. Mentre la simmetria o l’armonia conducono al bello con l’esercizio, una frase al contrario o una canzone o una melodia al contrario possono essere sgradevoli, mentre una musica cinese o africana al contrario porta alla trance ancora. La differenza è sostanziale.

  11. robertis says

    Non è bello ciò che è bello ma è bello ciò che piace. Dire che il bello è scomparso è come dire che non esistono più i fiori. Dire che non ci sia più il bello nell arte nella musica e nell’architettura contemporanea mi pare molto soggettivo.

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