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STUCCHEVOLE, FORSE. MA AVATAR E' UN FILM PROFONDO

IMPORTANTE E CHE DA’ DA PENSARE

DI GEORGE MONBIOT
guardian.co.uk

Avatar, lo strepitoso film in 3-D di James Cameron, è profondo e al tempo stesso profondamente insulso. Profondo perché, come la maggioranza dei film sugli alieni, è una metafora sul contatto fra culture diverse. Ma in questo caso la metafora è cosciente e precisa: questa è la storia dello scontro fra gli Europei e le popolazioni native dell’America. È anche profondamente insulso perché architettare un lieto fine richiede un impianto narrativo così stupido e prevedibile da far perdere di vista il pathos intrinseco del film. La sorte dei nativi americani è molto più aderente a quel che la storia racconta in un altro recente film, The Road, nel quale i sopravvissuti fuggono in preda al terrore, votati come sono all’estinzione.

Ma questa è una storia che nessuno vuole sentire, poiché rappresenta la sfida al modo in cui noi scegliamo di essere noi stessi. L’Europa è stata massicciamente arricchita dai genocidi nelle Americhe; e sui genocidi si fondano le nazioni americane. Questa è una storia che non possiamo accettare.

A seguito, “Avatar, quando i kolossal sono storie che insegnano a pensare in grande” (Adriano Scianca, secolo.it);Nel suo libro American Holocaust, lo studioso statunitense David Stannard documenta i maggiori episodi di genocidio di cui il mondo abbia mai avuto conoscenza (1). Nel 1492, nelle Americhe vivevano all’incirca 100 milioni di nativi. Alla fine del XIX secolo, quasi tutti erano stati sterminati. Molti di loro erano morti a causa delle malattie. Ma l’estinzione di massa era stata accuratamente progettata.

Quando gli Spagnoli arrivarono nelle Americhe, descrissero un mondo che difficilmente avrebbe potuto essere più diverso dal loro. L’Europa era devastata dalle guerre, dall’oppressione, dalla schiavitù, dal fanatismo, dalle malattie e dalle carestie. Le popolazioni che gli Spagnoli incontrarono erano sane, ben nutrite, pacifiche (con qualche eccezione come gli Aztechi e gli Inca), democratiche ed egalitarie. Da un capo all’altro delle Ameiche i primi esploratori, compreso Colombo, sottolinearono la straordinaria ospitalità dei nativi. I conquistadores furono affascinati dalle costruzioni mirabili — strade, canali, edifici — e alle opere artistiche che trovarono laggiù, e che in alcuni casi superavano di gran lunga qualsiasi cosa essi avessero mai visto in patria. Niente di tutto questo li trattenne dal distruggere tutto e tutti sul loro cammino.

La mattanza ebbe inizio con Colombo. Fu lui a massacrare la popolazione di Hispaniola (ora Haiti e Repubblica Dominicana) servendosi di mezzi incredibilmente brutali. I suoi soldati strappavano i bambini dalle braccia delle madri e ne spaccavano la testa contro le rocce. Davano in pasto ai loro cani da guerra bambini vivi. Una volta impiccarono 13 Indiani in onore di Cristo e dei suoi 12 apostoli, «ad un patibolo lungo, ma abbastanza basso da permettere alle dita dei piedi di toccare il terreno evitando lo strangolamento […]. Quando gli indiani furono appesi, ancora vivi, gli spagnoli misero alla prova la loro forza e le loro spade, li squarciarono in un solo colpo facendo fuoriuscire le interiora, e c’era chi faceva di peggio. Poi gettarono intorno della paglia e li bruciarono vivi» [cit. da Bartolomé de Las Casas, History of Indies, trad. e cura di Andree Collard, Harper&Row, New York 1971, p. 94, in: David E. Stannard, Olocausto americano. La conquista del Nuovo Mondo, Bollati Boringhieri 2001, p. 136 — nota mia].

Colombo ordinò che tutti i nativi consegnassero un certo quantitativo di oro ogni tre mesi: ogni volta che qualcuno non lo faceva, gli venivano mozzate le mani. Nel 1535 la popolazione nativa di Hispaniola era passata da 8 milioni a zero: una parte delle perdite era dovuta alle malattie, una parte alle uccisioni, ma la maggioranza era dovuta alla morte per fame.

I conquistadores dispiegarono la loro missione civilizzatrice nell’America centrale e meridionale. Quando non riuscivano a rivelare dove fossero nascosti i loro mitici tesori, gli indigeni venivano frustati, impiccati, affogati, squartati, sbranati dai cani, sepolti vivi o bruciati. I soldati tagliavano i seni delle donne, rimandavano i nativi ai loro villaggi con le mani e i nasi mozzati appesi attorno al collo a mo’ di collana, e cacciavano con gli Indiani con i loro cani per sport. Ma moltissimi vennero uccisi dalla schiavitù e dalle malattie. Gli Spagnoli scoprirono che era più conveniente far lavorare gli Indiani fino alla morte e poi rimpiazzarli, piuttosto che tenerli vivi: l’aspettativa di vita nelle miniere e nelle piantagioni andava dai tre ai quattro mesi. Nel giro di un secolo dal loro arrivo, circa il 95% della popolazione dell’America Centrale e Meridionale era stata annientata.

Nel corso del XVIII secolo, in California, gli Spagnoli sistematizzarono questo sterminio. Il missionario francescano Junipero Serra impiantò una serie di “missioni”: si trattava in realtà di campi di concentramento che utilizzavano il lavoro degli schiavi. I nativi erano raggruppati a forza in squadre e fatti lavorare nei campi, con un quinto delle calorie concesse agli schiavi afro-americani nel XIX secolo. Morivano di stenti, di fame e di malattia con spaventosa rapidità, e venivano continuamente rimpiazzati liquidando così le popolazioni indigene. Junipero Serra, l’Eichmann della California, è stato beatificato dal Vaticano nel 1988. Adesso gli manca soltanto di aver operato un miracolo per essere fatto santo (2).

Mentre gli Spagnoli erano guidati soprattutto dall’avidità e dalla brama di oro, gli Inglesi che colonizzarono il Nord America volevano la terra. In New England essi accerchiarono i villaggi dei nativi americani e ne massacrarono gli abitanti mentre dormivano. Mentre dilagava verso occidente, il genocidio veniva giustificato e sostenuto ai massimi livelli. George Washington ordinò la totale distruzione degli insediamenti e della terra degli Irochesi. Thomas Jefferson dichiarò ch le guerre della sua nazione contro gli Indiani sarebbero proseguite finché ogni tribù non fosse stata «sterminata o sospinta al di là del Mississippi». In Colorado, nel corso del massacro di Sand Creek, nel 1864, truppe paludate sotto bandiere di pace trucidarono gente disarmata, uccidendo bambini e neonati, mutilando i corpi e strappando alle vittime i genitali per farne borse da tabacco o appenderli come ornamento ai loro cappelli. Theodore Roosevelt definì questo evento «un’azione legittima e giovevole come quelle che accadevano solitamente sulla frontiera».

La mattanza non è finite: il mese scorso il Guardian riportava che in Amazzonia occidentale dei rancheros brasiliani, dopo aver ridotto in schiavitù parte dei membri di una tribù della foresta, avevano tentato di uccidere i superstiti (3). Cionondimeno, i più grandi atti di genocidio della storia difficilmente turbano la nostra coscienza collettiva. Forse è questo che sarebbe accaduto se i Nazisti avessero vinto la seconda guerra mondiale: l’Olocausto sarebbe stato negato, giustificato o minimizzato nello stesso modo, e continuato. Le nazioni responsabili — Spagna, Gran Bretagna, Stati Uniti ed altri — non accetteranno il confronto, ma le soluzioni finali perseguite nelle Americhe sono state di gran lunga più efficaci. Coloro che le commissionarono o le avallarono sono e restano eroi nazionali o religiosi. Coloro che cercano di stimolare la nostra memoria sono ignorati o condannati.

Questo è il motivo per cui la destra odia Avatar. Sul Weekly Standard, di orientamento neocon, John Podhoretz lamenta che questo film assomiglia a uno di quei «western revisionisti» in cui «gli Indiani diventano bravi ragazzi e gli americani teppisti» (4). Dice anche che questo spingerà gli spettatori a «fare il tifo per la disfatta dei soldati americani per mano dei ribelli». Ribelli è una parola interessante per definire il tentativo di resistere a un’invasione: ribelle, come selvaggio, è il termine con cui definiamo qualcuno che ha qualcosa che noi vogliamo. L’Osservatore Romano, organo ufficiale del Vaticano, ha già bollato il film come «nient’altro che una parabola anti-imperialistica e anti-militaristica» (5).

Ma perlomeno la destra sa che cosa attacca questo film. Sul New York Times il critico liberal Adam Cohen celebra Avatar perché difende il bisogno di sapere la verità (6). Esso rivela, dice lui, «il ben noto principio del totalitarismo e del genocidio — che è più facile opprimere quelli che non vediamo». Ma con meravigliosa e inconscia ironia egli deforma l’ovvia dirompente metafora, e sostiene che il film prende di mira le atrocità naziste e sovietiche. Siamo diventati tutti esperti nella nobile arte di non vedere.

Concordo con i critici di destra sul fatto che Avatar è grossolano, stucchevole e banale. Ma esso ci parla di una verità più importante — e più pericolosa — di quelle contenute in mille film indipendenti.

Note:

1. David E Stannard, 1992. American Holocaust. Oxford University Press. Salvo diversa indicazione, tutti gli eventi storici qui menzionati sono tratti dal libro in questione..
2. http://www.latimes.com/news/local/la-me-miracle28-2009aug28,0,2804203.story
3. http://www.guardian.co.uk/world/2009/dec/09/amazon-man-in-hole-attacked
4. http://www.weeklystandard.com/Content/Public/Articles/000/000/017/350fozta.asp
5. http://www.thesun.co.uk/sol/homepage/news/2802155/Vatican-hits-out-at-3D-Avatar.html
6. http://www.nytimes.com/2009/12/26/ opinion/26sat4.html

Versione originale:

George Monbiot
Fonte: www.guardian.co.uk
Link: http://www.guardian.co.uk/commentisfree/cifamerica/2010/jan/11/mawkish-maybe-avatar-profound-important
11.01.2010

Versione italiana:

Fonte: www.alessandracolla.net
Link: http://www.alessandracolla.net/?p=368
19.01.2010

Traduzione a cura di ALESSANDRA COLLA

Pubblicato da Davide

  • Tao

    AVATAR, QUANDO I KOLOSSAL SONO STORIE CHE INSEGNANO A PENSARE IN GRANDE

    DI ADRIANO SCIANCA
    secoloditalia.it/

    «Tutte le leggende,, tutte le mitologie e tutti i miti, tutti i fondatori di religioni, anzi tutte le religioni […] aspettano la loro risurrezione nel film, e gli eroi si accalcano alle porte». Era il 1927 quando Abel Gance folgorava in quest’immagine titanica i destini della settima arte. Una dimensione, quella del cinema come epica moderma, che ritorna in questi giorni prepotentemente alla ribalta dopo l’uscita di Avatar, il kolossal di James Cameron. Un film lungamente annunciato come il Matrix della nuova generazione, una pellicola destinata a fare scuola e imporre un nuovo canone estetico. E pazienza se, a detta di tutti i commentatori, in Avatar il significante ha la meglio sul significato, la grandezza della narrazione vale più della morale della favola. Nelle evoluzioni dei Na’vi per le foreste lussureggianti del pianeta Pandora non è certo la fascinazione bucolico-marziana, il luddismo di ritorno, l’apologo pacifista a sedurre il pubblico. È, piuttosto, questa smisurata voglia di grandezza, questa fame di epica, questa volontà, da parte del regista, di creare un mondo, di farsi demiurgo dell’immaginario postmoderno.

    E comunque, spiegava Michele Serra su Repubblica, in Avatar «la trama, per quanto tirata in lungo, alla fine ti conquista, la meraviglia di molte in quadrature lascia incantati e conferma che il cinema è ancora e sempre un’imbattibile scatola dei sogni, le creature della computer graphic sono sode e credibili quanto i giocattoli per un bimbo che li ami, li maneggi, li renda parlanti. Per giunta, senza bisogno di essere accaniti cinefili, in Avatar ci si può divertire (gioco nel gioco) a trovare rimandi e citazioni di tutte o quasi le più insigni americanate di celluloide, da Balla coi lupi a Mission a Apocalypse Now a Guerre stellari a Soldato blu e gli appassionati di fantascienza riconosceranno negli enormi volatili cavalcanti dagli alieni il segno ispiratore del grande Moebius».

    Azione, scene mozzafiato, avanguardia tecnologica, omaggio ai miti del passato: gli ingredienti per il grande capolavoro ci sono tutti. Il tam tam che ha costellato la fase del lancio della pellicola, del resto, faceva già intravedere i contorni dell’evento storico. In un’intervista a Xl, ad esempio, il produttore Jon Landau non ha fatto nulla per diradare l’aura di leggenda che si è diffusa attorno a questo film: «Avatar – ha detto – non è un film di cui si deve parlare: il pubblico deve vederlo e farsi la propria opinion. Per noi la questione non è mai stata trovare il progetto che offuscasse Titanic, ma piuttosto trovare qualcosa che facesse scattare tutte le nostre molle creative. Alla fine il duello era tra Avatar e Battle Angel, il film basato su Alita, il manga di Yukito Kishiro. Se qualcuno mi avesse detto: “nella tua vita potrai fare solo un altro film” avrei risposto senza esitare: Avatar!». Un entusiasmo che potrebbe sembrare eccessivo ma che invece appare legittimato da notizie abbastanza curiose e inquietanti, come quella del proliferare sul web di discussioni di spettatori del film caduti in depressione una volta accortisi che il pianeta Pandora non esiste e non esisterà mai, essendo noi condannati a una dimensione esistenziale ben più squallida. Un’ulteriore conferma che Avatar non è un film come tutti gli altri.
    E pazienza se si tratta di un bell’involucro per una storia mediocre. Anche Matrix, a dispetto delle pretese filosofiche, non mostrava che un platonismo banalotto già irriso da Jean Baudrillard (pure omaggiato esplicitamente in una delle prime sequenze). Eppure Neo, Morpheus e Trinity hanno segnato il modo in cui noi facciamo esperienza del cinema. Non è cosa da poco. La funzione dell’arte, del resto, è proprio questa: non descrivere un mondo, ma fondarlo. Non replicare l’esperienza usuale ma modificarla. È come per le scarpe da contadino ritratte da Van Gogh su cui si è soffermato Martin Heidegger: esse non portano sulla tela la vita delle campagne. Piuttosto, è a partire da quel quadro che noi comprendiamo l’essenza profonda di un certo contadinato radicato nella terra. Essenza che prima del dipinto non c’era, non era venuta alla luce, non era vera nel senso greco del non-velamento (a-letheia).

    Per il cinema il discorso vale mille volte di più. In effetti abbiamo smesso da tempo di meravigliarci davanti al grande schermo esclamando: «È proprio come nella realtà!». In compenso ci capita sempre più spesso, e nei momenti più autentici della nostra esistenza, di accorgerci che ciò che viviamo “è proprio come al cinema”. L’arte, quindi, ha una grossa responsabilità, poiché ci fornisce il fondamentale vocabolario esperienziale. Che essa sia votata alla grandezza o alla banalità, quindi, non è cosa da poco. Perché un conto è accorgersi una mattina di essere finiti in Fight Club. Un conto è rendersi conto giorno dopo giorno di vivere ne L’ultimo bacio. Non è esattamente la stessa cosa. Il cinema deve esprimere grandezza perché di grandezza questo mondo ha bisogno. E se non si pensa in grande non sui agisce in grande. Al diavolo la navigazione a vista, i timori e tremori dell’ultimo uomo. Abbiamo pur sempre una crisi in corso da superare, no? Ebbene, ne saremo completamente fuori solo quando avremo imparato a guardare al mondo con occhi nuovi, più coraggiosi e creativi di quelli di chi ci ha preceduto. In tutto ciò il cinema, inteso come mitologia contemporanea, come epica tecnologica, può avere un grande ruolo e film come Avatar costituiscono tutto sommato un buon segno.

    Tutto ciò ha del resto un ovvio rovescio della medaglia. Si tratta dell’esistenzialismo sciatto e ansiogeno che troppo spesso alligna nelle pellicole di casa nostra. Quelle dei drammi generazionali realizzati “con i soldi nostri”, per dirla con una brutale ma franca frase fatta. Quando, in effetti, il ministro Brunetta critica gli artisti sovvenzionati, che campano di aiuti statali senza mai confrontarsi con il mercato, dice una cosa in parte discutibile ma comunque con un grosso fondo di verità. Perché è vero che non si può consegnare l’arte al solo giudizio ondivago delle masse che pagano il biglietto senza preoccuparsi della profondità e dell’importanza oggettiva delle opere (e in questo il mercato non può certo bastare); ma è d’altra parte innegabile che un’arte che non abbia più alcun rapporto con il senso comune, che non sia capace di interloquire con il grande pubblico, che si faccia balocco autoreferenziale ed elitario di caste culturali estenuate non è arte. L’arte è avanguardia e l’avanguardia, negli eserciti, sta sempre avanti di un metro rispetto alla truppa. Non si confonde con essa, ovviamente. Ma neanche vi si allontana troppo, rischiando di ritrovarsi isolata e senza esercito al seguito. Ecco, il cinema italiano è troppo spesso costruito attorno a solitari colonnelli autoproclamatisi che tracciano mappe che nessuno utilizzerà mai e aprono percorsi scivolosi in cui finiscono per impantanarsi da soli. Una concezione ombelicale, narcisistica dell’arte non di rado nutrita di razzismo etico verso il pubblico stesso, verso tutto ciò che è “popolare” e verso il popolo stesso.

    Gli stessi addetti ai lavori se ne sono accorti. Qualche anno fa fu Carlo Verdone a lanciare l’allarme contro titoli «banali, ripetitivi, incomprensibili, inadatti a fissarsi nella memoria dello spettatore, compreso quello più attento. Nel mio amore, Le conseguenze dell’amore, L’amore ritrovato: è possibile far uscire contemporaneamente tre film con titoli tanto simili? Una talpa al bioparco: ma qualcuno si è posto il problema che il 70 per cento degli spettatori neppure sa cosa significhi bioparco?».

    Ma, senza nulla togliere al grande attore e regista romano, fu forse Quentin Tarantino a redigere il certificato di morte del nostro cinema. «I nuovi film italiani – spiegò – sono deprimenti. Le pellicole che ho visto negli ultimi tre anni sembrano tutte uguali, non fanno che parlare di: ragazzo che cresce, ragazza che cresce, coppia in crisi, genitori, vacanze per minorati mentali. Che cosa è successo? Ho amato così tanto il cinema italiano degli Anni 60 e 70 e alcuni film degli Anni 80, e ora sento che è tutto finito. Una vera tragedia». Scoppiarono polemiche, all’epoca di queste parole, ma il visionario cineasta non si tirò indietro: «Un’industria per crescere, con i film d’arte dei maestri, ha bisogno del cinema popolare e dall’Italia non arrivano nomi giovani con film d’azione. Dalla Corea o dalla Russia arrivano film rivoluzionari come Old boy o Nightwatch: perché non fate niente di così forte in Italia? E non c’è bisogno della sala, il successo di tanti autori asiatici viene solo dal mercato dei dvd, in cui i titoli italiani nuovi sono scarsissimi». Colpiti e affondati.

    Il riferimento ai film asiatici fatto dal cineasta americano mette del resto in luce un altro aspetto: l’emergere, nel cinema contemporaneo, di scuole nuove, giovani, con uno stile proprio e con tante cose da raccontare. La vecchia contrapposizione un po’ snob tra Hollywood e i film d’autore europei è già abbondantemente superata. Il che è del resto un segno dei tempi: a Copenaghen l’Europa ha fatto da cerimoniere imbolsito mentre Obama e la Cina decidevano le sorti del pianeta. Ecco, nelle sale non succede nulla di diverso. Chi sa immaginare il futuro sa anche progettarlo. La diffidenza un po’ provincialotta verso le “americanate”, quindi, è doppiamente fuori tempo massimo: in primo luogo perché di artisti pronti a sfidare l’impero ce ne sono già abbastanza, solo che non abitano da noi; e, secondariamente, perché a forza di condannare l’indubbia superficialità bambinesca di molte pellicole statunitensi si finisce per eliminare dai film ogni forma di meraviglioso, ogni fonte di stupore.

    Ha quindi ragione Guillaume Faye quando dice che «il successo delle superproduzioni hollywoodiane è dovuto al loro carattere immaginativo ed epico, al rigore drammaturgico, all’ultraprofessionalità della produzione e della distribuzione, una capacità tecnica perfetta… Ciò compensa largamente la frequente povertà della sceneggiatura o il pullulare di cliché infantili e mielati. […]. I francesi e gli europei hanno perso il senso dell’epopea e dell’immaginazione (a parte Luc Besson). Che cosa ci impedisce di ritrovarle? Chi ce lo vieta? Perché nessun europeo ha avuto l’idea di trattare (alla nostra maniera, senz’altro più intelligente e altrettanto drammaturgica) i temi di Et, Jurassic Park, Armageddon o Deep Impact, di Twister o di Titanic?».

    Abbiamo dovuto entusiasmarci per un Leonida bushano nel controverso e affascinante 300, mentre per godere dei fasti di Roma antica abbiamo dovuto attendere un Gladiatore di origine australiana. E in tutto questo, indubbiamente, c’è qualcosa che non va.

    Adriano Scianca
    Fonte: http://www.secoloditalia.it
    17.01.2010

  • Tonguessy

    Patacca illeggibile.
    “Matrix, a dispetto delle pretese filosofiche, non mostrava che un platonismo banalotto”. Se il commentatore si limitasse a sparlare di cinema la cosa, pur nella sua gravità, sarebbe finita lì. Ma purtroppo si avventura anche nelle sabbie mobili filosofiche, senza mappa, GPS nè avatar resuscitabile. Cosa ci azzecchi Platone con una descrizione del “reale” inteso come pura descrizione formale e suscettibile di forti virtualità (e quindi di linguistica wittgensteiniana) me lo deve dimostrare. Matrix a mio avviso è solo questo: la denuncia che dietro ai formalismi linguistici (e la programmazione di computer è linguaggio) c’è tutt’altro. Lo diceva Lao Tze ben prima di Baudrillard.
    “a forza di condannare l’indubbia superficialità bambinesca di molte pellicole statunitensi si finisce per eliminare dai film ogni forma di meraviglioso, ogni fonte di stupore.”
    L’alternativa quindi è rimanere di stucco per le costosissime produzioni hollywoodiane, anche se hanno contenuti pari a zero. Facciamoci stupire dal nihil, a patto che sia ben vestito. Logica patetica. Perchè non spiega invece i motivi per cui gli americani non sono in grado di produrre filmografie di contenuti?
    Sul fatto che Tarantino trovi deprimenti i nostri film e non il suo splatter ne ho già parlato, e preferisco sorvolare stavolta.
    Infine: se smantellano Cinecittà, dove fu girato Ben Hur (il corrispettivo fine anni ’50 del Gladiatore), dove pensa l’acuto critico si possano girare i kolossal? Mah…..

  • Tonguessy

    “Nel 1492, nelle Americhe vivevano all’incirca 100 milioni di nativi.”
    Altre stime parlano di 250 milioni. Qualunque fosse la cifra iniziale, quella finale non fu che la prova del più grande genocidio nella storia dell’umanità, al cospetto del quale anche la shoah diventa uno scherzo da patronato. Succede così che il “giorno della memoria” si riferisca solo ed esclusivamente ai numeri dello sterminio ebraico (tali numeri non comprendono comunisti, anarchici, dissidenti, zingari etc…cui nessuno deve mai nulla) ma venga allegramente celebrato il 12 ottobre per la dose di gioia e umanità che la rotta di collisione (anche se si tratta di un vero speronamento) “Civiltà Europea” contro “barbari d’oltreoceano” ha causato.
    Tanti bei festeggiamenti a ricordarci la gioia dello sterminio, la felicità della strage pianificata, il fausto evento della depredazione sistematica, l’incommensurabile valore del pensiero unico e del mondo unipolare.

    “Siamo diventati tutti esperti nella nobile arte di non vedere.”
    Certo che sì: tutta la nostra educazione ha come fine ultimo proprio quello di obbedire e non vedere. A scadenze regolari ci concedono un “bel film”, poi tutti a lavorare duro per mantenere il sistema in forma, scambiandoci tanti bei commenti sul film per tenere su il morale……

  • buran

    Io l’ho visto prevenuto negativamente, sarà per questo che invece mi è piaciuto. Logico che i personaggi sono tagliati con l’accetta, il capo dei marines è lo stereotipo dell’ottusità, il Na’vi sembrano una comunità new age etc. Ma non c’è dubbio alcuno che gli amerikani rappresentati siano proprio loro, e che i Na’vi siano gli indiani (Na’vi-Nativi, si chiamano anche uguale!), questo lo capisce anche un cieco sordomuto con una benda sugli occhi e i tappi nelle orecchie, e i tentativi di dare altre letture sono patetici, oltre che in evidente malafede. Non solo, ma oltre a descrivere metaforicamente il genocidio americano, si colgono espliciti riferimenti alla realtà odierna dell’imperialismo USA (il minerale “energetico” in nome del quale si invade il pianeta è il petrolio dei giorni nostri).

  • 21

    Nessun commento fatto al film da parte di chicchessia,

    o nessuna modalità di richiesta di scuse di un qualsiasi osservatore

    impediranno al boomerang di concludere la sua traiettoria d’inevitabile… Verità 😉

    Ciao ciao

  • ADANOS

    Concordo con te

  • ADANOS

    La differenza fondamentale tra la Terra e Pandora è che l’atmosfera terrestre non è tossica per gli imperialisti del czz.
    dannazione!

  • obender71

    Caro Tonguessy, ci sono cattedre da giustificare.

  • redme

    ..il primo articolo, di “sinistra”, rivendica e se il film nella chiave dell’antimperialismo,….il secondo, di “destra” si riconosce nella visione epica della storia…..manderò il mio avatar democristiano per sentire cosa ne pensa….non vorrei che ci rimanesse male per non essere salito sul tram….

  • pasqui

    Sono letteralmente schifato da tutto questo e noi li trattiamo pure come eroi ai vari Colombo, Washington e Jefferson senza sapere che sono stati i fautori del più grande genocidio che la storia abbia mai conosciuto, peccato che questo non si racconta sui libri di storia, vabbè è facile capire il perché………………….

  • rosmer

    Non ha senso distinguere significato e significante in un opera d’arte. E’ un insieme organico e non basta dire che siccome il significante è bello e spettacolare, il significato, sterotipato e banale, conta meno nella valutazione del film.
    Anzi, proprio l’enorme sforzo sul piano della spettacolarità, che fa di Avatar il film più costoso della storia del cinema, rende inaccettabile la pochezza della drammaturgia.
    Tra pochi anni, quando lo stupore iniziale per l’uso a profusione del mezzo digitale, sarà svanito per l’inevitabile progresso, ci si renderà conto di che occasione mancata sia stato il film.
    Del resto il motivo vero per cui la storia è così banale e scontata è il fatto che il target dei produttori hollywoodiani e l’adolescente USA, su cui si basa la valutazione economica di rientro dei costi. Per questo non si è osato nulla e si è preferito cucinare l’ennesima variazione sul tema, non certo per specifica incapacità degli sceneggiatori.

  • renatino

    Interesante articolo se:
    ma c’era bisogno di andare così al dettaglio su cosa ci facevano con le parti genitali?!
    A me pare che sia diventata una mania generale quella di orririficare alla massima potenza ogni cosa!!
    Il fatto che l’articolo provenga dagli UK mi fa venire il dubbio se forse non sia un pò troppo montato dal fatto che ancora gli brucia di aver perso quella colonia!!

  • nettuno

    Tra poco saranno gli occidentali ad essere sacrificati. La loro corruzione e la loro religione li porterà alla estinzione..

  • Tonguessy

    Tu non sei occidentale, vero?

  • d_a_d_o

    “Questo è il giorno. Questo è il giorno che il sole si è voltato.
    Il nostro
    cuore è pieno di piaghe che ci avete portato voi. Il mio popolo ha perso la
    potenza, è debole e disperso.
    La situazione della mia gente mi riempie di
    angoscia.
    Risparmiate le donne e i bambini.
    Noi abbiamo combattuto contro gli
    uomini e vogliamo comportarci da uomini.
    Siete venuti nella nostra terra e vi
    abbiamo accolto come fratelli e sorelle.
    Poi ci avete preso l’anima e con
    l’inganno il comando.
    Erano nostre le praterie dove trovavamo cibo, e riparo
    dal freddo.
    Erano nostre le stelle, che ci guidavano il cammino.
    Avevamo
    tutto, ora voi avete tutto quello che era nostro.
    Avevamo la vita, ora anche
    la nostra vita vi appartiene.
    Verrà un giorno, lo so, che il nostro popolo
    risorgerà.
    Verrà un giorno, lo so, che ci alzeremo ancora in piedi e vi
    scacceremo dalla nostra terra.
    Verrà un giorno, che capirete cosa è il male, e
    questa terra tornerà al popolo degli uomini.
    Per sempre!”

    Nuvola Rossa. Capo Sioux (Lakota) Tribù Orlala.

  • Tonguessy

    Nuvola Rossa era della tribù Oglala, non Orlala.
    Mi auguro che le sue previsioni si avverino.

  • wolf

    Sono andato a vedere avatar.

    La prima idea che mi sono fatto è che ci fosse poco da dire.
    – storia banale
    – personaggi stereotipati
    sostanzialmente un “cartone animato” (non so come definire, se non con questo nome antico, i lungometraggi computer-graphic based) disney-pixar.

    Nota positiva: il mondo disegnato al computer è bellissimo.

    Poi ho riflettuto sul fatto che quando un film diventa un’operazione culturale che tocca miliardi di persone in tutto il mondo, nulla può essere lasciato al caso. Ogni particolare, anche minimo, ha una valenza culturale importante.

    Peraltro, la storia degli ultimi decenni ci ha insegnato che Hollywood è in grado sia di recepire i segni dei tempi, sia di anticiparli, sia di influenzarli. E’, che ci piaccia o meno, il respiro di parte dell’umanità. Quella parte occidentale, pari a 1/5 della popolazione mondiale che però consuma i 4/5 delle risorse mondiali.

    Però è impossibile, anche, non vedere un semplicissimo meccanismo semplificativo che rende il film una favola lontana, quando invece la sopraffazione di una civiltà più potente su altre è cosa di tutti i giorni sul nostro martoriato pianeta.

    Il punto è si viene portati a parteggiare per la civiltà aliena, che appare chiaramente migliore della nostra, in base a valori quali il vivere in armonia con ciò che ci circonda. E i cattivi che non comprendono quanto gli spilungoni blu siano meglio di noi sotto tutti i punti di vista, sono così stupidi da non avere alcuna giustificazione.

    Il problema è che il messaggio che passa, in questo modo, è che il rispetto per il diverso è ammissibile laddove il diverso si dimostra essere migliore di noi, in una scala di valori che comunque è fottutamente e pervicacemente nostra.
    Resta esclusa, per convenzione, la possibilità di rispetto per il diverso non compreso, ovvero i cui valori non siano sovrapponibili ai nostri, sia pure alternativi a quelli del dominio del profitto.

    E così è difficile identificare nei marines che per conto di società private stanno lì a derubare un pianeta che contiene un certo minerale di enorme valore la metafora dei marines che sono in afghanistan o in irak per prendersi il petrolio.
    Perchè quelli, afghani o irakeni, sono terroristi e portatori di una civiltà retrogada, da cui nulla possiamo imparare.

    E’ difficile pensare che la semplice resistenza con archi e frecce del popolo di pandora alla sopraffazione viene disegnata come atti di terrorismo ingiustificabile ogni giorno sui media.

    Insomma… si parla di una favola… ma il film si guarda bene dallo spingere a fondo l’acceleratore sul piano della metafora.
    La gente esce di là convinta che gli esseri umani, genericamente, siano cattivi, (difficile da negare, anche se pieni di ottimismo) ma che esistano anche i buoni. E i buoni alla fine vincano.
    Che i militari siano cattivi, ma siano anche così stupidi che in fondo i loro giochi sono trasparenti e sia facile sconfiggerli.

    Per cui il messaggio è a dir poco edulcorato e Avatar è un’astuta operazione commerciale, che sfrutta il senso di inquietudine che attanaglia l’occidente in questi tempi di crisi ponendo ben attenzione a non far riflettere su nulla, dandosi una verniciatina di ambientalismo e tolleranza falsi quanto irrealistici.

    Eh sì.
    Forse qualcosa abbiamo sbagliato. Un tantinello.
    E a hollywood piace soffiare sul fuoco dell’inquietudine, tirandoci su soldi.
    E niente altro.

    I ribelli sono belli e romantici nelle favole. Nella realtà si chiamano terroristi e sono brutti, stupidi, cattivi, immorali e le favole con la realtà non c’entrano niente. Non te lo ha spiegato nessuno?

  • Pellegrino

    * le boiate fintoambientaliste alla Al Gore
    + il mito (nefasto) del ‘buon selvaggio’
    + un pò di spiritualità neopagana di stampo new age
    + palate di ‘senso di colpa’
    + la tematica del ‘doppio’ alla Lewis Carroll
    + il risveglio della “kundalini”
    + la tematica del ‘Mondo Nuovo’ (e dell’Uomo Nuovo)
    + la dicotomia gnosticheggiante corpo/spirito (corpo astrale permanente)

    il tutto, rafforzato dalla pervasivityà sensoriale del 3D, rendono questa operazione una perfetta ‘iniziazione di massa’ alla Religione Globale che il NWO ha confezionato per il ‘gregge’.

  • Pellegrino

    Le boiate fintoambientaliste alla Al Gore + il mito (nefasto) del ‘buon selvaggio’ + un pò di spiritualità neopagana di stampo new age + palate di ‘senso di colpa’ + la tematica del ‘doppio’ alla Lewis Carroll + il risveglio della “kundalini” + la tematica del ‘Mondo Nuovo’ (e dell’Uomo Nuovo) + la dicotomia gnosticheggiante corpo/spirito (corpo astrale permanente), il tutto, rafforzato dalla pervasività sensoriale del 3D, rendono questa operazione una perfetta ‘iniziazione di massa’ alla Religione Globale che il NWO ha confezionato per il gregge dei trascurabili.

  • marcello1991

    ATTENZIONE AI SIMBOLI ED AI MESSAGGI SUBLIMINALI..

    PER ESEMPIO NON C’E’ UN PERSONAGGIO “VECCHIO” MAGARI UN SAGGIO SI MA SENZA RUGHE E PERFETTAMENTE IN FORMA!

    ALMENO… UNA VOLTA NEI FILMS DI INDIANI A COWBOYS C’ERANO!

    I GRANDI VECCHI SAGGI AD UN PASSO DAL TRAPASSO… QUESTI PANDORIANI INVECE SEMBRA VIVANO IN ETERNO..

    UMMM – questo film mi convince poco!

  • amarti

    Grazie D_A_D_O per il tuo commento!!!

    Il giorno in cui lo Spirito dei Nativi sarebbe dovuto tornare sulla Terra è arrivato.
    Questo Spirito è ben più grande della morte del corpo, e chi ha ricordato le sue vere radici non dimenticherà più, al di là del nuovo colore della sua pelle.
    Nonostante un nuovo genocidio si presenti ogni giorno ai nostri occhi, sfornato in vari modi più o meno occulti, il programma di occultamento della Verità che trascende ogni morte fisica è miseramente FALLITO!
    Migliaia di persone si sono ri-svegliate alla loro realtà più profonda, a chi sono sempre state, cioè Spirito in un corpo, che vive e rispetta ciò che lo circonda.
    Questo è il messaggio della trasmigrazione della mente-anima del protagonista da corpo umano ad Avatar, di cui nessuno parla se non i Mistici di ogni tempo, chi ha conosciuto la meditazione e sa VEDERE lo Spirito in ogni cosa, in ogni respiro….
    Migliaia di persone sanno oggi che potranno anche essere uccise dai “cattivi” di turno, ma il loro Spirito no….
    E’ finita l’era del terrore, semplicemente perchè è finita l’egemonia di chi ha voluto vendere la paura della morte.
    Avatar parla allo Spirito che sopravvive ad ogni genocidio, parla a Te e a Me, a quel Me che sa di essere sempre stato qua, ovunque.

    Grazie d_a_d_o per la tua condivisione:

    “Questo è il giorno. Questo è il giorno che il sole si è voltato.
    Il nostro cuore è pieno di piaghe che ci avete portato voi. Il mio popolo ha perso la potenza, è debole e disperso.
    La situazione della mia gente mi riempie di angoscia.
    Risparmiate le donne e i bambini.
    Noi abbiamo combattuto contro gli uomini e vogliamo comportarci da uomini.
    Siete venuti nella nostra terra e vi abbiamo accolto come fratelli e sorelle.
    Poi ci avete preso l’anima e con l’inganno il comando.
    Erano nostre le praterie dove trovavamo cibo, e riparo dal freddo.
    Erano nostre le stelle, che ci guidavano il cammino.
    Avevamo tutto, ora voi avete tutto quello che era nostro.
    Avevamo la vita, ora anche la nostra vita vi appartiene.
    Verrà un giorno, lo so, che il nostro popolo risorgerà.
    Verrà un giorno, lo so, che ci alzeremo ancora in piedi e vi scacceremo dalla nostra terra.
    Verrà un giorno, che capirete cosa è il male, e questa terra tornerà al popolo degli uomini.
    Per sempre!”

    Nuvola Rossa. Capo Sioux (Lakota) Tribù Orlala.

  • Tonguessy

    Migliaia di persone sanno oggi che potranno anche essere uccise dai “cattivi” di turno, ma il loro Spirito no..
    Tranquilla, amarti, che se continui a scrivere Orlala ammazzi anche il loro spirito. Mai sentito parlare del potere delle parole?

  • anonimomatremendo

    Concordo pienamente.

  • savi

    Ma com’è che nessuno ha fatto caso al più importante ,secondo me, messaggio diretto ai sudamericani. All’inizio del film , viene detto che il ragazzo protagonista è stato in nell’ultima guerra terrestre dei marines ,pensate un pò dove? …IN VENEZUELA!!!!! il messaggio è diretto ai Venezuelani cazzo!!! che rientrino nei ranghi o dopo l’Iran toccherà a loro!!

    L’altro messaggio diretto al mondo intero invece è abbastanza chiaro :
    “In futuro ,come anche in passato, gli angloamerisrealiani saranno sempre più determinati a saccheggiare l’intera terra delle sue risorse minerarie”.
    Altro che terroristi Islamici!!!
    sono loro che devono essere scomparire…e al più presto

  • savi

    Dimenticavo di dire che il film fa abbastanza schifo.

  • Tonguessy

    “gli angloamerisrealiani saranno sempre più determinati a saccheggiare l’intera terra”.
    Dici che diversamente da quanto hanno fatto finora (filantropia pura) adesso vogliono intascare qualcosa? Bah….

    E se invece fosse il contrario, cioè che finora hanno saccheggiato il saccheggiabile e adesso devono fare i conti della serva e notare come alla fine il rapporto costi/benefici della manutenzione dell’impero sia alquanto traballante? Quanto costa mantenere sotto scacco militare (grosso eufemismo) intere aree del pianeta? Se l’occupazione costa più di quanto se ne ricavi, allora la fine è vicina.

  • amonpaike

    Mi viene voglia di postare questo video, non per razionalità ma per istinto
    http://www.youtube.com/watch?v=7v9EAIdynEU

  • buran

    OK, ma il Venezuela, nel film, è citato come nemico di quelli che sono i “cattivi” guerrafondai sterminatori etc., ergo…Non ci vedo nessun messaggio subliminale, anzi, questo è un ulteriore esplicito riferimento critico all’oggi. Del resto è chiaro quello che viene detto proprio da un personaggio del film: “se un popolo non ti ha fatto nulla ma è oggettivamente ostacolo alle tue mire economiche e politiche, lo dichiari “nemico” e puoi fargli quello che vuoi”

  • Pellegrino

    Non sfuggirà ai più accorti che già dal titolo “Avatar” il riferimento alla Teosofia di Helena Petrovna Blavatsky è palese.
    La dottrina degli ‘Avatar’, mutuata dall’induismo, è infatti uno dei cardini della teosofia blavatskyana

    Foster Bailey (alto dirigente della Società Teosofica,1888-1977) in Running God’s Plan (Lucis Publishing 1972- ex Lucifer Trust)
    affermò chiaramente “La New Age produrrà un Nuovo Governo Mondiale, nuovi obiettivi per l’istruzione publica e una “Nuova Religione Mondiale

    Iniziate a riconoscerne le manifestazioni, prima che sia troppo tardi.

  • ftp

    Non è sicuramente il caso a guidare la trama sottile che lega in modo circolare il nuovo capolavoro di J.Cameron, Avatar, una trama dove ogni evento è un simbolo, un annuncio e una sentenza netta.
    Tutto il film è la rivelazione, ciò che traspare è l’ assoluta importanza di ogni singolo momento di questa storia.. a rimanere nel cuore non è tanto il trionfo dell’ amore e della verità sul profitto, ciò che rimane è l’ emozione nel ritrovare quei territori nascosti, l’ emozione di imparare di nuovo, di conoscere un passato così lontano che può diventare solo il nostro futuro più autentico, un passato, un futuro, un mondo lontano abitato da alieni in cui ci possiamo trasformare.. qualche anno fa erano macchine del tempo, ora nuovi esperimenti di ingegneria genetica, solo, possono riportarci al nostro antico essere..
    i messaggi del passato non vivrebbero se non avessero più nessun futuro..come tutto su questa terra..e infatti i Na’vi parlano con i loro antenati, sono connessi a loro, ad una sapienza antica, che dura da sempre,contenuta nel nostro corpo e nelle nostre emozioni..quella sapienza che così lontana da noi, oggi, prende la forma di libri enormi che con parole, il nostro solo linguaggio, vogliono indicarci la verità, nascosta nella terra, nella terra su cui camminiamo, per ricordarci che ci tiene in vita,che ci sostiene..ma è ancora tutta da essere scoperta..e per ora rimane lì..
    i Na’vi la cercano..le coincidenze non vogliono essere interpretate, ma solo seguite..messaggi..briciole di pane che indicano che la strada battuta è quella giusta, non importa sapere perchè..la fiducia diviene un modo di vivere, il destino una rivelazione..non sanno dove andranno ma sanno cosa è importante..sanno che il significato è la loro vita, mai conclusa, mai finita eppure perfetta..
    volano e con le loro ali hanno un rapporto che dura una vita..
    Ma niente commuove di più di questo ragazzo..”stupido..sì ma con un grande cuore”..emoziona la scoperta che lui fa di nuovo di quei territori per poi non perderli mai..ha perso le gambe solo per ricordarsi delle sue vere gambe..

    dal mio blog spumasulconfine.blogspot.com