STEFANO CUCCHI. NON MI UCCISE LA MORTE

STEFANO CUCCHI. NON MI UCCISE LA MORTE

DI NICOLA PIRAS

mirorenzaglia.org

Esistono degli scatti che ti perseguitano per tutta la vita. Nel tragico realismo della pellicola si riversa l’insensatezza del reale. La crudeltà del 900 è in una macchina fotografica, come un occhio vigile e laicamente donato di ubiquità.



Il caso di Stefano Cucchi è profondamente legato a una macchina fotografica, anzi deve a questa l’onore delle cronache, altrimenti mute su una casistica, pur frequente, come quella delle violenze nei penitenziari.

Stefano fu arrestato a Roma il 15 Ottobre scorso e scarcerato, causa prematura scomparsa, la mattina del 22. A non far piombare, quest’assurda morte, nell’assordante silenzio del meccanismo oscurantista dello Stato, teso a proteggere la sua efficiente “polizia”, fu il coraggio di una Famiglia che volle mostrare la tradita dignità del figlio con le foto di un cadavere terribilmente scomposto da fratture, tumefazioni ed ecchimosi.


Dopo mesi di indagini Paolo Arbarello, direttore dell’Istituto di Medicina Legale dell’università La Sapienza, ha consegnato il fascicolo relativo alle indagini che il suo pool di esperti ha condotto per sincerare le cause della morte del trentunenne romano.
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Si evince dalle sue dichiarazioni che non sia stata la disidratazione a condurre alla morte Cucchi, come in un primo tempo asserito dagli inquirenti, in quanto «La sera prima del decesso aveva assunto tre bicchieri d’acqua ed erano stati fatti dei prelievi di urina da cui è emersa una corretta funzionalità renale», ma l’assenza di terapie adeguate, prosegue infatti il Dottor Arbarello, «… pur in condizioni cliniche estremamente difficili, non è stato curato».



Neppure le lesioni, pur rilevate nell’autopsia, di natura grave hanno provocato la morte, seppur queste possono essere imputabili ad un presunto pestaggio come affermato nel fascicolo «avrebbe potuto essere stato spinto violentemente contro un muro o sul pavimento, tanto da provocare la frattura».



E’ dunque da imputare alla negligenza dei medici, consci della difficile situazione clinica, la morte di Stefano che sarebbe dovuto essere ricoverato in un reparto per casi “acuti” e non in quello “detentivo”, sempre nelle parole del capo del pool di esperti.

Tutto ciò a indotto la sorella Ilaria, consigliata dai legali di famiglia, a valutare un esposto di omicidio

A ricordare gli ultimi giorni di vita di Stefano e la terrificante ansia della sua famiglia ci pensa un fumetto, edito da Castelvecchi, scritto da Luca Moretti e illustrato da Toni Bruno intitolato Non mi uccise la morte.

Analizzando in profondità i risvolti del caso Cucchi si vedono le responsabilità di due delle “istituzioni totali”, gli spazi chiusi incaricati di normalizzare, plagiare e anestetizzare la “popolazione”: il carcere e l’ospedale.



Come chiarifica l’analisi di Foucault sui meccanismi del potere è compito di istituzioni di tale tipo la resa efficiente dell’individuo ai fini della società capitalistica.



Stefano Cucchi, come tanti altri, nella sua natura poco incline alle norme sociali, lontano dall’obbligo lavorativo, non solo attività tecnica ma vera e propria “parola d’ordine del pensiero etico” come esplicato da Jünger, è l’esempio peculiare di questa azione repressiva sulla massa. Colui che non rispetta, anche parzialmente o in maniera irrilevante, i dettami di questo potere anodino che ha «nella popolazione il bersaglio principale, nell’economia politica la forma privilegiata di sapere e nei dispositivi di sicurezza lo strumento tecnico essenziale» viene costretto dalla police a un allontanamento coatto dalla società civile. Questo allontanamento non è solo fisico, inteso come lo spostamento di un corpo, ma anche un azione sulla mente. Le botte e le umiliazioni coattive sono il congegno utile a piegare una coscienza alla volontà del potere.



La “paura urbana” è così annichilita nei manganelli delle forze dell’ordine che al contempo prevengono, rinchiudono e puniscono i trasgressori della morale comune, di continuo esaltata, a prescindere da schieramenti politici, dalla voce del potere. Ci dona l’illusione della sicurezza, elargisce serenità, fa sgorgare acqua dai nostri rubinetti ed elettricità dalle nostre prese di corrente ma «la condizione dell’animale domestico si porta dietro quella della bestia da macello».

La lezione della famiglia Cucchi, che mostrando i risultati tremendi di uno stato sicurtario, può portare agli esiti preconizzati da Ernst Jünger:

«Se le grandi masse fossero così trasparenti, così compatte fin nei singoli atomi come sostiene la propaganda dello Stato, basterebbero tanti poliziotti quanti sono i cani che servono ad un pastore per le sue greggi. Ma le cose stanno diversamente, poiché tra il grigio delle pecore si celano i lupi, vale a dire quegli esseri che non hanno dimenticato che cos’è la libertà. E non soltanto questi lupi sono forti in se stessi, c’è anche il rischio che, un brutto giorno, essi trasmettano le loro qualità alla massa e che il gregge si trasformi in un branco. È questo l’incubo dei potenti».

Nicola Piras

Fonte: www.mirorenzaglia.org

Link: http://www.mirorenzaglia.org/?p=13188

12.04.2010

Commenti (24)

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    1. maristaurru 24 aprile 2010

      Sono d'accordo con radisol.
      La situazione è grave, il barbaro assassinio, che di questo si è trattato, è avvenuto con un concorso di colpevoli.

      Mi meraviglia che molti giornali e molte persone, sembrano quasi ritenere che sia normale ricevere un pestaggio in carcere. Invece noi di fuori dovremmo ribellarci, dovremmo davvero scendere in piazza contro la realtà barbara delle carceri e contro quello che il caso Cucchi, come dice radisol evidenzia; Omertà, tra guardie, e medici, ma davvero non ci sono altri soggetti di cui non si parla? Cucchi è stato portato in aula malfermo ed evidentemente sofferente, l'avvocato d'ufficio ha fatto il nesci, ma c'era una autorità superiore assai distratta: il Giudice. hanno troppo lavoro, sono stanchi, son distratti, ma non mi sembra che sia normale che nemmeno se ne debba accennare, davvero per un magistrato un giovane trovato con pochi grammi di hascisc vale tanto poco da non vedere nemmeno quello che era evidente: si era commesso un reato:perchè lo si era pestato , aveva persino il viso segnato.

      O ci sono leggi per cui un fermato deve essere pestato?

      Perchè accettano tutti questa barbarie? davvero fino a questo punto ci siamo lasciati ridurre, così vili e cattivi?
      davvero dobbiamo restare indifferenti di fronte all'inferno delle nostre carceri, lasciare delle persone, colpevoli o innocenti non conta, in mano ad autentici carnefici? E davvero possiamo noi società ipocrita, collusa nei fatti, poi lanciarci a criticare questo o quello?

      Mi chiedo con che diritto, se non siamo capaci di fare massa pensante e critica per tentare di risvegliare un poco di umanità in chi dimostra troppo spesso di averla persa da tempo, se mai la ha avuta, e non solo delle guardie, esecutori materiali, parlo.
      Ricordo che dopo Cucchi un altro ragazzo almeno è stato pestato ed è morto, ma è sparito dalla cronaca e quanti altri spariscono?

      Due guardie lo hanno ucciso o non piuttosto un sistema che include un modus operandi che non conosce dissenzienti tra quanti partecipano al rito direttamente o indirettamente?

    1. radisol 24 aprile 2010

      Come spesso succede la verità sta nel mezzo, MA NON E' PER QUESTO MENO GRAVE.....

      Stefano lo avevano massacrato di botte le guardie carcerarie di servizio a Piazzale Clodio ... e per coprire questa situazione i medici carcerari ( tali sono quelli del reparto appunto carcerario del Pertini) hanno cercato di nasconderne le gravissime condizioni psico-fisiche evitando come la peste pure la possibilità, che Stefano richiedeva, che lo vedessero avvocato e familiari .... certo magari non pensavano potesse morire ma più semplicemente dovevano tenerlo lontano da contatyi esterni almeno fino a che le tumefazioni e gli effetti delle fratture fossero meno evidenti ....

      L'istituzione/carcere c'entra e come ... i medici carcerari lo hanno fatto morire per evitare che fosse sgamato il pestaggio belluino da parte delle guardie carcerarie ....

    1. Rossa_primavera 24 aprile 2010

      Stranamente l'articolista prima imputa alla negligenza dei medici in servizio la morte del giovane,poi parte invece lancia in resta in un
      intricato dissertamento sociale-psicologico teso a dimostrare che le carceri e gli ospedali siano in realta' in Italia dei veri e propri luoghi
      di coercizione fisica ed indottrinamento alle teorie capitaliste.
      Senza entrare nel merito se tali affermazioni siano veritiere o meno,la prima ipotesi,quella della negligenza,esclude la seconda,cioe' quella del dolo che giuridicamente e' molto piu' rilevante.Pur configurandosi in entrambi i casi reati gravi,la prima situazione e' molto diversa dalla
      seconda:un conto e' cioe' un medico sciatto che preferisce andare a vedere la partita piuttosto che occuparsi di un malato,altro conto quello del medico reazionario che lascia morire ad arte un figlio del proletariato
      reo di non adattarsi al sistema di valori capitalista.

    1. Tao 24 aprile 2010

      MI CERCARONO L'ANIMA A FORZA DI BOTTE

      DI SAVERIO FATTORI

      nazioneindiana.com

      Non mi uccise la morte, ma due guardie bigotte, mi cercarono l’anima a forza di botte. In molte città italiane vennero affissi cartelli con queste parole. Le parole di De André accompagnano la fine di Stefano Cucchi, arrestato al Parco degli acquedotti di Roma il 15 ottobre del 2009 per venti grammi di hashish e mai più reso alla famiglia. E mai titolo poté essere così folgorante. Stefano Cucchi assassinato dallo Stato. Il cartello chiudeva con questa frase.



      Le immagini del corpo dopo il supplizio per qualche giorno sono state visibili su alcuni giornali e telegiornali. Forse hanno turbato la debilitata coscienza dell’italiano lobotomizzato da anni devastati e vili. Forse lo hanno solo infastidito, avrà indugiato qualche secondo come quando si arriva sulla scena di un incidente automobilistico fresco, prima di virare con il telecomando su un telequiz con le domande facili e i concorrenti ritardati mentali. Le tumefazioni tondeggianti attorno agli occhi, la pupilla schizzata fuori dalle palpebre, le fratture alla spina dorsale, quella magrezza estrema, trentasette chili, davvero rimaneva solo l’anima da far saltar fuori e da sputare come il nocciolo di una ciliegia. Le ossa sovraesposte, il viola pesante, tutto ci parla della bestialità della natura umana, di cadaveri scheletrici ammonticchiati, di filo spinato, di fatti lontani che bussano di nuovo alla porta, di intolleranza isterica e folle. Le facce dei torturatori, come sottolinea Cristiano Armati nel breve ma illuminate saggio che chiude questa grafic novel, non le vedremo mai.



      Luca Moretti (fondatore della rivista TerraNullius e autore di Cani da rapina, uscito per Purple Press) si è occupato dei testi e delle pagine introduttive, Toni Bruno (illustratore, ha lavorato per la Newton Compton e per L’Unità, pubblicato fumetti per Coniglio Editore) dei disegni, il risultato è crudo, importante per la qualità e per l’importanza del tema. Queste pagine sono necessarie, mettono rabbia e lasciano una pena infinita per la famiglia, persone che credevano nelle istituzioni, fiduciosi verso gli uomini dello Stato. La madre Rita, il padre Giovanni e la sorella Ilaria non avevano ragione di dubitare che il figlio fosse in mani se non misericordiose, almeno non così pesanti. Stefano aveva qualche problema di tossicodipendenza, ma lavorava nello studio di geometra e da qualche tempo frequentava anche una palestra, la vita non ha sempre un happy end facile, qualche inciampo ci può stare prima della luce piena, la condanna sarebbe stata certa, reato colto in flagranza, ma lieve, avrebbe dovuto essere un ultimo ammonimento, nulla di definitivo e tragico, la famiglia Cucchi avrebbe aspettato Stefano e nulla era perduto. Solo la morte è per sempre. Stefano ha subito pestaggi in carcere, da chi l’anima gliela ha davvero cercato solo per gioco e per noia.

      All’ospedale Sandro Pertini (un nome che stride in questi tempi maledetti di restaurazione e di tentazioni autoritarie) non gli lasciavano vedere il figlio ricoverato, occorreva una firma del giudice in quanto detenuto. Sono ore di stallo, la posizione dei medici non è chiara, c’è quantomeno imbarazzo. Prendono tempo. Comunque tornate, deve arrivare l’autorizzazione. E non vi preoccupate, il ragazzo è tranquillo. Ma Stefano giace e tira gli ultimi stenti come un novello Sergio Citti giovinetto di Mamma Roma. O addirittura in ospedale arriva morto.

      Quante balle in questa storia, le balle di sempre, le assurdità reiterate perché come mantra impazziti possano intontire un popolo senza coscienza. Quel corpo devastato da una caduta dalle scale (tesi ribadita dal Ministro Alfano)? Dalla tossicodipendenza? Dall’Aids? Dalla anoressia (by Ministro Carlo Giovanardi)? I soliti nonsense classici che ricorrono in questi casi, menzogne che solo un popolo connivente può digerire. Nemmeno la retorica delle “Mele marce” è insufficiente giustificazione, nemmeno viene evocata. Il corpo e il viso martoriati di Stefano Cucchi urlano giustizia. Non sarà facile. Le parole di Carlo Giovanardi in un’intervista rilasciata a Maria Giovanna Maglie su Libero sono rivoltanti. Indegne di un paese civile maturo e laico. Non le riporterò con nessun “copia incolla”, non ce la faccio, il tasto destro del mouse si rifiuta, il senso etico del mio mouse è superiore a quello di un ministro qualunque del nostro governo. Sono parole ripugnanti e in antitesi con quel cattolicesimo di posa con cui questa gente si riempie la bocca. Prendono tranci di religiosità come fossero a un bancone di un bar all’ora dell’aperitivo, prendono quello che gli conviene al momento e lasciano la parte migliore. Si ingolfano, sono voraci.

      Poi ci vomitano addosso.

      Saverio Fattori

      Fonte: www.nazioneindiana.com

      Link: http://www.nazioneindiana.com/2010/04/24/non-mi-uccise-la-morte/#more-32997

      24.04.2010

      L. Moretti e T. Bruno, Non mi uccise la morte, Castelvecchi (2010), pp.110, 12 euro.

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