SE FOSSI FRANCESE

SE FOSSI FRANCESE

DI COSTANZO PREVE
ariannaeditrice.it

1. Quanto scrivo qui probabilmente aumenterà il gossip e l'antipatia in rete nei miei confronti. Ma siccome ho anche alcuni estimatori convinti (ad occhio e croce più di dieci e meno di cinquanta) a loro, e solo a loro, devo la sincerità e la parrhesia (in greco, parlare chiaro). In Francia il 22-4-2012 ci sarà il primo turno delle elezioni presidenziali, ed il 6-5-2012 il secondo turno fra i primi due rimasti. Se fossi francese andrei a votare in entrambi i turni. Al primo turno (scandalo! orrore!) voterei Marine Le Pen, ed anche al secondo turno, se fosse ancora in corsa.
Al secondo turno, nell'ipotesi che siano ancora in corsa solo Sarkozy ed Hollande, voterei sicuramente Hollande come male minore.

Sarkozy, o meglio il trio Sarkozy-Juppè-Bayrou, sono per la Francia e l'Europa il male maggiore, Draghi e Monti in salsa francese, più "nuovi filosofi", "polizia del pensiero" ed interventismo di guerra. Penso che non interesserà tanto questa dichiarazione, quanto la motivazione.

E cominciamo, partendo un po' da lontano, ma a costo di essere verboso non credo alla comunicazione via SMS e Twitter. Sono legato alla buona vecchia argomentazione su carta. Scrivo ovviamente prima del 22-4-2012, per cui non so proprio come andrà a finire.

2. Come cittadino italiano, non voto più dal 1992 (in cui votai per l'ultima volta la neonata Rifondazione per inerzia politica, avendo sempre votato dal 1968 l’estrema sinistra). Non voto più per protesta contro il colpo di Stato giudiziario extra-parlamentare surrealmente denominato Mani Pulite. Non voto più perché l'Italia non ha più nessuna sovranità politica dal 1945 a causa delle basi americane, ma almeno allora c'era l'opposizione comunista di sistema, e poi dopo il 1991 non c'è stata neppure più la sovranità monetaria, cui è subentrato il mantra "ce lo chiede l'Europa", di cui il rinnegato ex-comunista Napolitano è diventato la macchietta. Non voto più perché, pur avendo antipatia per il Puttaniere Sbruffone, mi sono sempre rifiutato di pormi sul terreno minato dell'anti-berlusconismo, ideologia di riciclaggio del serpentone trasformistico PCI-PDS-DS-PD. Non voto più perché, pur restando un anticapitalista radicale, non mi interessa l'innocuo massimalismo verbale dei tre porcellini (Vendola, Diliberto, Ferrero), ed in quanto a Bertinotti, lo considero solo una figura grottesca e poco divertente di una commedia dell'arte da periferia padana. E potrei continuare, ma ritengo sia già chiaro così. In Francia, grazie unicamente al meritorio De Gaulle, c'è ancora un brandello di sovranità nazionale. La gente è in maggioranza contro l'euro, anche se sventuratamente viene divisa ideologicamente fra la Le Pen e Mélanchon, per il quale voterei, se pensassi che facesse sul serio, senza recitare il semplice gioco delle parti (urla rivoluzionarie, e poi appoggio a Mitterrand e Jospin). E poi per ora non ci sono ancora basi americane, e ci sono persino pensatori geopolitici dell'asse Parigi-Berlino-Mosca (de Grossouvre). Insomma, un paese più serio del nostro. E adesso, scusatemi per il narcisismo, ma voglio dire qualcosa sul mio rapporto con la Francia.

3. Il mio rapporto con la Francia (e con la francofonia, che pratico fin da bambino) è avvenuto in due tempi. La mia iniziazione sia alla filosofia che al marxismo è avvenuta in Francia, mentre l'Italia non vi ha giocato un ruolo. Ho avuto come amici personali alcuni fra i maggiori pensatori marxisti francesi della seconda metà del Novecento (nominativamente Labica, Vincent, Bidet, Balibar, Andréani, Tosel, ed altri), ed essi mi hanno praticamente insegnato tutto. Ho aderito per circa un quindicennio all'althusserismo, che poi ho radicalmente abbandonato, ma il suo abbandono è stato per me "maieutico", perché mi ha costretto ad elaborare un codice filosofico personale. In Italia ho goduto della consuetudine con alcuni pensatori più anziani (Norberto Bobbio, Ludovico Geymonat, Cesare Cases, Franco Fortini, fra gli altri), ma essi sono stati per me un esempio umano, non certo filosofico. Filosoficamente non ritengo di avere imparato da loro quasi nulla, ed ho anzi dovuto fare tutto da solo.

4. Un secondo tempo del mio rapporto con la Francia è stato caratterizzato dalla mia amicizia con Alain de Benoist, amicizia che i precedenti citati avrebbero senz'altro condannato, ma se si fa di testa propria non si può piacere a tutti. De Benoist è giunto fino a menzionarmi nella dedica del suo recentissimo libro-intervista di memorie (cfr. Mémoire Vive, entretiens avec François Bousquet, Editions de Fallois, Paris 2012). Non entro qui nel merito dei numerosissimi punti di accordo con de Benoist o sui punti di disaccordo (ad esempio, la valutazione filosofica dell'universalismo). L'ho già fatto in un apposito saggio (cfr. Il paradosso de Benoist, Settimo Sigillo, Roma 2006). Qui mi interessa solo sottolineare tre punti. In primo luogo, de Benoist sfugge alla inesorabile definizione sugli intellettuali come gruppo sociale distinto data a suo tempo da Bourdieu: una frazione dominata della classe dominante. Per sfuggirvi bisogna violare il tabù della dittatura del Politicamente Corretto, come ha fatto recentemente su Israele il benemerito Günther Grass. Inoltre, de Benoist non può essere definito in alcun modo un membro dominato della classe dominante, perché la classe dominante inscena un teatrino delle marionette Destra/Sinistra, il cui ingrediente fondamentale è l'antifascismo in assenza di fascismo e l'anticomunismo in assenza di comunismo. De Benoist è del tutto al di fuori di questo gioco e della sua utilizzabilità. In secondo luogo, c'è il gruppo intellettuale della "crociata umanitaria", in cui si distinguono i francesi Glucksmann e Henry-Lévy, ma che hanno numerosi cloni in Italia (paginoni culturali e giornaloni). E si trasformano guerre civili (Kosovo, Libia, Siria) in rappresentazioni fantastiche, in cui interi popoli unanimi lottano contro feroci dittatori personalizzati, a piacere hitlerizzati o stalinizzati. Naturalmente urlano a tutto spiano per i bombardamenti umanitari, e chi non è d'accordo con loro è bollato di populismo, antiamericanismo ed antisemitismo. Vergogna. In terzo luogo, c'è il patetico gruppo della "polizia del pensiero" (cito come esempi Rossana Rossanda ed Umberto Eco, in quanto francofoni e parigini di elezione). Costoro non hanno portato e non porteranno mai nessun contributo creativo, ma in compenso sono sempre attivi nel "mettere in guardia contro le infiltrazioni" del Fascismo Obliquo ed Eterno (FOE), contribuendo attivamente a bloccare e mummificare quanto restava di creativo ed anticonformista nel pensiero di sinistra. È evidente che all'interno di questa triste tipologia de Benoist spicca per creatività, originalità e coraggio politico e culturale. Per questo considero la sua amicizia un onore ed un privilegio, anche se essa può spiacere ad altri amici, francesi o italiani.

5. Essendo un uomo di libri (e non vergognandomene affatto) cito nell'ordine quattro libri francesi, che mi hanno portato liberamente a questa folle decisione politicamente scorrettissima, anche se virtuale perché non ho il passaporto francese. Il primo è un recente saggio di de Benoist (cfr. Au bord du gouffre, Krisis, Paris 2011). Il secondo è un saggio di Jean-Claude Michéa (cfr. Le complexe d'Orphée, Climats, Paris 2011). Il terzo è un saggio di Régis Debray (cfr. Èloge des fronti&egr ave;res, Gallimard, Paris, 2011). Il quarto e ultimo è direttamente di Marine Le Pen (cfr. Pour que vive la France, Grancher, Paris, 2012). D'ora in poi li citerò con il nome del solo autore, ma lo farò analiticamente, perché mi pare che due esistano anche in traduzione italiana, ma due ancora no. Cercherò di fare un ragionamento piano e non settario.

6. Intitolato in italiano "Sulla soglia dell'abisso", il più recente libro di de Benoist sarebbe forse il più bel libro di "sinistra" pubblicato nell'ultimo anno, se la sinistra esistesse ancora e non fosse stata completamente fagocitata dalla "polizia del pensiero", dal futurismo progressistico automatizzato, dalla retorica dei diritti umani a bombardamenti incorporati, dall'antifascismo nostalgico-paranoico in totale assenza di fascismo, e via dicendo. So che quello che dico pare surrealistico e kafkiano, ma leggere per credere. Oggi chi è di sinistra dovrebbe essere contro la globalizzazione finanziaria, forma post-moderna di imperialismo post-borghese e post-proletario, ed in effetti libri contro il finanz-capitalismo (Gallino) si sprecano. Ma de Benoist è veramente contro la globalizzazione, non per finta o in modo teatrale (indignatos, Occupy Wall Street, eccetera), ma lo è con il coraggio di tirare anche alcune conclusioni sgradevoli e politicamente scorrette per i palati di sinistra: connotazione esatta del nemico principale indicato con nome e cognome e senza perifrasi, contingentamento dell'immigrazione incontrollata (senza la minima ombra di razzismo), ritorno alla sovranità monetaria nazionale anche se in forma federalista, protezionismo moderato ma visibile, opposizione al multiculturalismo americanizzante, eccetera. Tutte cose che la sinistra politicamente corretta non osa non solo dire, ma neppure pensare. A proposito della globalizzazione, la "sinistra" è divisa in due grandi tronconi, che definirei dei globalizzatori anarchico-utopisti e degli altermondialisti politicamente corretti. I globalizzatori anarchico-utopisti (Negri, Hardt, ma anche Badiou e Zizek) sono soprattutto nemici del vecchio Stato nazionale autoritario, e vedono nella globalizzazione nuove possibilità di liberazione ed il potenziale avvento di una nuova "moltitudine" (che sostituisca la vecchia e noiosa classe salariata, operaia e proletaria, che nel frattempo ha "deluso"), cioè di una soggettività capace di legare "la singolarità al comune”. Formalmente, si tratta di marxismo ortodosso legato analogicamente al Marx del Manifesto del 1848: così come la società borghese è un progresso rispetto a quella feudale, così l'impero mondializzato è un passo avanti rispetto alla realtà degli Stati nazionali edificati dalla borghesia (cfr. G. Giaccio, Diorama Letterario, n. 306, 2011). Si tratta di una ipocrita follia popolare nei due estremi della società, le cafeterias dei campus americani ed i centri sociali, dove vegeta una generazione di disoccupati. Gli altermondialisti politicamente corretti (ad esempio "Le Monde diplomatique", i trotzkisti francesi delle due varianti, i tre porcellini italiani Vendola, Diliberto e Ferrero, la Linke tedesca, eccetera) respingono invece le idiozie precedenti, ma ritengono in buona fede che le "lotte" (proletari più ecologisti, femministe e pacifisti) possano "imporre" alle oligarchie un secondo compromesso keynesiano-fordista, riproducendo i trenta anni gloriosi (Hobsbawm). Essi condannano virtuosamente la globalizzazione e la dittatura dello spread e della speculazione, ma pensano di poterne venire fuori non solo con Bersani, Hollande e la SPD rinnovata, ma anche senza pagare prezzi sgradevoli come il contingentamento dell'immigrazione, misure protezionistiche e ristabilimento delle monete sovrane nazionali (magari tenendo l'euro come sola unità di conto di riserva). Insomma, vogliono la botte piena e la moglie ubriaca, e vogliono fare la frittata senza rompere le uova. Il libro di de Benoist rompe finalmente l'ipocrisia politicamente corretta, ed ora si capisce meglio perché la "polizia del pensiero" adori Negri, Badiou e Zizek e lo condanni alla damnatio memoriae in vita.

7. Il libro di Michéa affronta in modo impareggiabile un tema che un secolo prima di lui solo Georges Sorel aveva saputo affrontare così bene, anche se Sorel non aveva ancora conosciuto la natura controrivoluzionaria del cosiddetto Sessantotto (in proposito vedi D. Fusaro, Minima Mercatalia, Bompiani, Milano 2012, pp. 372-394). Michéa spiega come la "sinistra" abbia potuto alienarsi la "gente comune" sulla base dell'adozione dogmatica della "religione del progresso". Il paradosso che Michéa spiega in modo magistrale sta nel fatto che da un lato la sinistra critica il liberismo economico ed il liberalismo politico, visti correttamente come l'involucro del dominio delle oligarchie finanziarie, e poi accetta supinamente il suo necessario complemento culturalistico, la liberalizzazione dei costumi, la religione del progresso, il mito per cui l'Avanti è sempre per definizione meglio dell'Indietro, ed il fatto che la morale per definizione è considerato un fatto strettamente privato. Michéa non coltiva nessuno nostalgismo reazionario, semplicemente spiega con ricchi riferimenti storici, antropologici e filosofici in che modo la schizofrenia progressista si è impadronita del recinto sacro della sinistra, recinto ben sorvegliato dalla nota "polizia del pensiero" e dai "crociati dell'interventismo umanitario". Leggere per credere.

8. Régis Debray ha alle spalle una lunghissima storia rivoluzionaria che l'ha portato dal Che Guevara a Mitterrand alla difesa sacrosanta della Jugoslavia nel 1999. Debray vede nella "frontiera" un limite alla mondializzazione, perché è ad un tempo la precondizione della sovranità monetaria nazionale e la precondizione dell'opposizione al "mondialismo planetario", che si copre di buone intenzioni multiculturali, assistenzialistiche e pacifistiche, e poi inevitabilmente copre l'interventismo a cento ottanta gradi (Schmitt, Zolo). Quello di Debray è un vero discorso contro il politicamente corretto sans frontiéres e sans papier, fatto da una persona che ha girato il mondo, ha le credenziali "internazionalistiche" a posto ed è multilingue. Appunto per questo non ha bisogno di coprirsi con il ridicolo mantello del multiculturalismo politicamente corretto, può tranquillamente restaurare il significato positivo e non negativo della frontiera: un limite magari facilmente oltrepassabile con una semplice carta d'identità, ma anche un limite fisiologico della sovranità comunitaria praticabile.

9. Ed arriviamo ora al libro della Le Pen. Ma poiché ho fatto la mia dichiarazione scandalosa, devo ai miei amici di "sinistra" (ne ho infatti ancora) una spiegazione sul perché non le preferisco i due trotzkisti Arthaud e Poitou ed il normale "sinistro" comunista-sovranista Mélenchon.

10. In Francia esistono tre gruppi trotzkisti organizzati, di cui due si presentano alle elezioni. Uno è il gruppo di Lotta Operaia (Arthaud) e l'altro è l'ex-Lega Comunista Rivoluzionaria, ribattezzata recentemente Nuovo Partito Anticapitalista. Entrambi hanno deciso di non unirsi al Fronte della Sinistra di Mélenchon, perché intendono chiarire di non voler fare da ruota di scorta massimalista a Hollande. A differenza di come si potrebbe pensare, io approvo fortemente l’esistenza organizzata di gruppi testimoniali apertamente anti-capitalisti, anche se (ma non è poco!) il loro analfabetismo geopolitico li porta a vere e proprie idiozie, come l'appoggio agli oppositori integralisti di Gheddafi in Libia e di Assad in Siria. Ma per quanto riguarda il trotzkismo, mi è venuto a noia il loro testimonialismo conservatore, per cui le analisi di de Benoist, di Michéa e di Debray non esistono, perché essi sono bensì rivoluzionari, ma prima di ogni altra cosa restano politicamente corretti di estrema sinistra. Da un lato, continuano a battere il tamburo di Stalin come capo termidoriano dei burocrati e della classe operaia, salariata e proletaria come soggetto rivoluzionario privilegiato, e dall'altro credono di poter rimpolpare il vecchio trotzkismo con dosi americaneggianti di ecologismo, femminismo e pacifismo, magari con un pizzico di sale di Negri, Badiou e Zizek presi a piccole dosi omeopatiche. Bisogna dire apertamente che si tratta di tempo perduto e di prosecuzione di un equivoco. In quanto a Mélenchon, i miei amici francesi di sinistra sicuramente lo voteranno. Nel secondo turno ha già chiarito che voterà Hollande, ma questo non mi scandalizza, perché anch'io lo farei, ritenendo l'accoppiata Sarkozy-Bayrou il male peggiore. Il fatto è che Mélenchon a mio avviso non fa sul serio, ma resta un tipico altermondialista e sovranista politicamente corretto, che si ferma intimidito di fronte al feticcio della unità della sinistra e del mantenimento della dicotomia Destra/Sinistra, a mio avviso obsoleta. E Hollande, il compare di Bersani, lo sa e ci marcia, anche se non giunge alla abiezione tutta italiana di appoggiare direttamente Monti per anti-berlusconismo ossessivo. Ecco in breve come vedo io la cosa.

11. E passiamo ora al libro della Le Pen. Mi si dirà che è un libro propagandistico, fatto per ingannare i creduloni "di sinistra" come me. Ma io non faccio parte della polizia del pensiero, ed ho già largamente pagato i miei prezzi al gossip malevolo. Io leggo libri, mi devo fidare di quello che leggo, e raramente ho avuto modo di trovarmi tanto d'accordo con un testo politico-teorico. Marine Le Pen (p. 135) afferma apertamente il deperimento attuale della dicotomia Destra/Sinistra. Se lo fa, questo significa che cerca voti a destra, al centro e a sinistra. Bene, è esattamente quello che da 15 anni aspetto da un politico. Perché ora che arriva dovrei sospettare l'inganno? Essa critica la guerra dell'Iraq (p.37). Sostiene che la bolla speculativa immobiliare è stata una strategia voluta (p. 36). Sostiene con Polanyi che il mercato è più utopico del piano (p.26). Sostiene con Maurice Allais che il liberalismo ha un codice "stalinista" e che il mondialismo è un'alleanza fra consumismo e materialismo (p. 49). Sostiene con Todd che c'è incompatibilità fra libero scambio e democrazia (p.50). Sostiene che se c'è qualcosa di "fascista", questo qualcosa è l'euro (pp. 54-61), affermazione certamente un po' hard, ma meglio esagerare che sottovalutare. Le è perfettamente chiara la natura abbietta dell'interventismo umanitario di Kouchner (p. 127). Si rifà positivamente a Lipovetsky, a Michéa ed a Bourdieu, e cita positivamente sia De Gaulle che lo stesso comunista Marchais. Ma soprattutto ci sono due punti importanti. In primo luogo, a differenza dei soliti politicanti ignoranti, la Le Pen traccia una vera genealogia teorica del capitalismo liberista, dai fisiocratici a Smith. In secondo luogo, non lascia dubbi sul fatto che la mondializzazione è cattiva in sé, è un orizzonte di rinuncia (p. 19), il modello americano è al cuore del progetto mondialista (p. 34), il debito pubblico è un buon affare mondialista (p. 72), l'organizzazione europea di Bruxelles è l'avanguardia europea del mondialismo (p. 74), e che infine l'immigrazione incontrollata è parte di un'offensiva economica e culturale del mondialismo (p. 80). Questa ultima affermazione è particolarmente sgradevole per le anime pie politicamente corrette di sinistra, perché identificata con il razzismo ed il populismo. Bisogna però sapere se essa è fondata o infondata, ed io la considero parzialmente fondata. La Le Pen afferma anche che il sarkozysmo è lo stadio supremo del mondialismo (p. 151), che la nazione non deve essere demonizzata (p. 103), che la scuola e la cultura classica devono essere difese (p. 111 e p. 235), che il popolo è diventato "indesiderabile” e viene sempre accusato di "populismo", termine vuoto e per questo sorvegliato dalla polizia del pensiero (p. 128). E potrei continuare. Sottolineo per chiarezza che la mia dichiarazione “scandalosa” deve essere giudicata solo ed esclusivamente sulla base del libro e dei punti citati; essa non comporta in alcun modo la condivisione del razzismo e della xenofobia anti-immigrati, con le quali la Le Pen si deve e si dovrà inevitabilmente confrontare sul piano elettorale. A questo punto mi si dica, se lo si vuole, che sono un vecchio ingenuo gabbione e che mi lascio infinocchiare da una scaltra "populista". Ammetto di avere un fraterno amico, che qui non cito, che fa parte del circolo politico della Le Pen. Egli afferma, ed io gli credo, che il libro corrisponde a verità e che la Le Pen crede veramente a quello che scrive. Preferisco sbagliare per ingenuità che essere sospettoso per paranoia. Ed ora terminiamo con un breve commento finale.

12. Io resto un anticapitalista radicale. Lo sono diventato a 18 anni, nel 1961, ed è chiaro che lo sono diventato all'interno della cultura di "sinistra". Mio padre, morto nel 1993, non me lo ha perdonato, perché era un anticomunista viscerale, e l'ha preso come un vero e proprio tradimento di un figlio ingrato. Da posizioni di sinistra mi sono messo a studiare la filosofia, Hegel, Marx ed il marxismo, e ne sono diventato un esperto, al di là della condivisione o meno della mia interpretazione. Negli anni Sessanta, a Parigi mi sono interessato sia all’althusserismo, che ho condiviso per più di un decennio, e sulla cui base sono diventato amico di Gianfranco La Grassa, sia alle differenze fra le tre tradizioni staliniana, trotzkista e maoista. Negli anni Sessanta sono anche entrato a fare parte organica della sinistra greca, dopo un lungo soggiorno ad Atene. Negli anni Settanta e Ottanta ho attivamente militato nella sinistra italiana della mia città (Torino). Come si vede, ho un pedigree di tutto rispetto e ritengo di non avere nulla di cui vergognarmi. Soprattutto, ritengo di non avere "scheletri nell'armadio" e di aver sempre fatto pubblicamente quello che ho fatto.

Un amico mi ha sconsigliato di mettere in rete pubblicamente queste pagine, perché sembrano fatte apposta per incrementare un gossip maligno. Ma penso che se si comincia ad autocensurarsi perché si è introiettato il politicamente corretto, tanto varrebbe andare da soli all'ospizio, finché i piedi ci portano ancora.

Costanzo Preve
Fonte: www.ariannaeditrice.it
Link: http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=43120
18.04.2012

Sulle reazioni all'articolo, leggere: POLITICAMENTE CORRETTO...

Commenti (58)

Per commentare accedi all area riservata con un account abilitato.

Nascondi area commenti 18 caricati
    1. reio 20 aprile 2012

      contento te

    1. hal900 20 aprile 2012

      tutto condivisibile, a parte le sviolinate a Regis Debray, che non si toglierà MAI di dosso la infamante accusa di avere tradito il Che in Bolivia. e scusate se è poco.

    1. patrocloo 20 aprile 2012

      Libertè, egalitè & fraternitè?

    1. yiliek 20 aprile 2012

      Cazzo ti quoto! a me sti polli che fanno i galletti non sono mai andati giù!

    1. reio 20 aprile 2012

      voi che siete del posto, come si dice eia eia alalà in francese?

    1. carloslage 20 aprile 2012

      In Italia non vi sono ne' comunisti ne' fascisti (perche' non c'e' traccia di comunismo ne' di fascismo) e' proprio questa "miopia" di analisi,lo rispolverare queste vecchie categorie obsolete,che consentono la perpetuazione dello stagnante politicamente corretto,la nuova religione seguendo la quale si afferma il "fascismo"...quello vero,che bombarda l'Iraq e la Libia distruggendo nazioni e popoli sovrani nel nome di una democrazia inesistente che significa solo sfruttamento privato di ricchezze sottratte ad altri,furti quindi,appropriazioni indebite ottenute massacrando popoli inermi.L'inasprimento delle sanzioni contro i delinquenti recidivi e la reintroduzione della pena di morte(che non condivido) sono proposte sagge se confrontate con globalizzazione perseguita dalle elites mondialiste che ci porterebbe a scenari ben piu' apocalittici di quelli descritti da Foucault e che ci allontanerebbero forse dalla fatalizzazione di questo mondo che fior fiore di intellettuali descrivono come immutabile e definitivo.

    1. carloslage 20 aprile 2012

      Il superamento della dicotomia destra-sinistra,la distinzione tra borghesia e proletariato,l'analisi del '68 come travolgimento degli ideali borghesi ed affermazione definitiva del capitalismo,la critica al "politicamente corretto" imperante,agli intellettuali come gruppo dominato della classe dominante,la necessita' di opporsi chiaramente a questa globalizzazione mondialista intesa giustamente come un immenso arretramento economico,materiale e di civilta' tale da ricordare a qualcuno l'epocale collasso dell'impero romano e la sua metamorfosi in feudalesimo,con la conseguente trasformazione di cittadini romani in servi della gleba,legati alla terra come cose,anche allora per ragioni di schiavitu' fiscale.L'analisi acuta e penetrante di questi accadimenti fanno di Preve un "dotto"(e non quindi un intellettuale inquadrato nella succitata definizione data da Bordieau) capace di illuminare con le sue intuizioni una fase storica complessa come la nostra,e che gli intellettuali di regime,sia di destra che di sinistra,non possono e non vogliono fare,per poter continuare a "vendere" i loro servigi a censuratissimi mass-media in mano totalmente a quei "mondialisti" che stanno rovinando le vite di quasi tutti.

    1. Jor-el 20 aprile 2012

      Durante l'ultimo governo Prodi, un giorno sì e un giorno no sbottavo: "Basta, la prossima volta voto Berlusconi!", dal gran che li odiavo. Ah, io sono di sinistra...

    1. fanfara59 20 aprile 2012

      Estimatore n. 54

    1. patrocloo 20 aprile 2012

      Grande Preve, come sempre. E adesso attendiamo gli (in)utili idioti fustigatori di "rosso-bruni".

    1. Eurasia 20 aprile 2012

      Non c'è peggior razza degli ex comunisti diventati fascisti... lo ha letto il programma di Marine Le Pen? A pag. 7 "Una politica di tolleranza zero sarà applicata all'intero territorio... inasprimento delle sanzion contro i delinquenti recidivi... e ciliegina sulla torta reintroduzione della pena di morte..." (http://www.projetmarine2012.fr/#/7/zoomed). Va be' tra le sue frequentazioni di intellettuali francesi ho notato che non ha citato Foucault... evidentemente troppo anarchico e sincero ... pensieri troppo scomodi... Foucault, nel libro Sorvegliare e punire, riporta quello che scriveva nel 1836 un corrispondente alla "Phalange": Moralisti, filosofi, legislatori, adulatori della civiltà, ecco il piano della vostra Parigi messo a punto, ecco il piano perfezionato in cui tutte le cose simili sono riunite: ospedali per tutte le malattie, ospizi per tutte le miserie, case per i pazzi, prigioni, bagni, per uomini, donne, bambini. Attorno alla prima cinta, caserme, tribunali, case di polizia, dimore di aguzzini, aree per patiboli, abitazione del boia e dei suoi aiutanti. Ai quattro angoli, camera dei deputati, camera dei pari, Accademia e Palazzo del Re. Al di fuori, ciò che alimenta il recinto centrale, il commercio, le sue furberie, le sue banca-rotte; l'industria e le sue lotte furiose; la stampa, i suoi sofismi; le case da gioco; la prostituzione, il popolo morente di fame o avvoltolato nella corruzione, sempre pronto alla voce del Genio della Rivoluzione; i ricchi senza cuore... infine la guerra accanita di tutti contro tutti. (Op. cit. pagg. 338-339 ..."La Phalange", 10 agosto 1836.)

    1. stefanodandrea 20 aprile 2012

      Non so se voterei la Le pen se fossi in Francia. Senza avere posizioni di stampo razzista sul problema degli extracomunitari, abbiamo promosso l'Associazione Riconquistare la Sovranità, che, sia pure con un "moderatismo" dei toni necessario a chi deve prendere il volo, sostiene le medesime idee e muove dai medesimi presupposti. Nel riquadro a destra trovate le Proposte dell'associazione. Nel medesimo riquadro, un paio di settimane fa sono state pubblicate le analisi, poste a fondamento delle proposte.

    1. Nyarlathotep 20 aprile 2012

      ehi, non scordatevi di me, numero 53 (ho fatto pure la rima)

    1. Giancarlo54 20 aprile 2012

      Estimatore n. 52.

      Bravissimo Preve, ha spiegato chiaramente il perchè ed il per come. Se fossi francese voterei esattamente come lui, sia al primo che al secondo turno.

      Ieri criticavo un forumista di CDC che si rammaricava della mancata alleanza tra Marine e Melenchon al primo turno. Lo criticavo non nel merito ma perchè ritenevo che Melenchon, mai avrebbe accettato di mischiarsi coi "fascisti", e questo per gli stessi motivi che ha ampiamente argomentato Preve. E saranno gli stessi motivi per cui, credo, tra un po' si scateneranno contro Preve i forumisti di "sinistra" di CDC.

      Grazie di esistere, Costanzo Preve.

    1. VeniWeedyVici 19 aprile 2012

      10, 100, 1000 Le Pen, e visto che il problema sono i coglionazzi con i paraocchi, altrettanti Preve, se non di piú.

    1. Aironeblu 19 aprile 2012

      Chissà se con la vittoria della Le Pen riusciremo a vedere anche qualche calciatore francese nella loro nazionale di calcio, invece della selezione afro-coloniale................... Sì, speriamo in una bella svolta nazionalista, che insegni ai galletti a camminare con le proprie gambe, e a usare le mani per fare qualcosa: magari avranno meno tempo per bearsi della loro presunta e autorefernziale GRANDEUR, costruita sulla depredazione di un impero coloniale che va dal Maghreb, all'Africa Nera, alla così chiamata "Indocina", con qualche parentesi in America Latina, e sui milioni di schiavi nordafricani senza diritti attualmente sfruttati nella banlieue francese. Avete visto qualche candidato di origine algerina o marocchina per le elezioni? O forse fanno comodo solo nello sport, per coprire la nullità dei galletti "di razza"? Ma non dobbiamo essere così severi nei giudizi, in cambio della depredazione selvaggia di risorse e forza lavoro, il governo francese elargisce a piene mani accordi bilaterali per la costruzione di centrali nucleari, o, dove non si riescono a smaltire le centrali, arrivano almeno le navi cariche di scorie. ............ Oui, la France...........

    1. gattocottero 19 aprile 2012

      E' una grande candidata ed è una grande persona. Non credete alle str***ate che dicono in Italia su di lei.

    1. polidoro 19 aprile 2012

      Estimatore n.51 (ma sono di più, lo so).

      Ecco, per quel che posso, sono praticamente d'accordo su tutto. Non proprio tutto, altrimenti Io non sarei Io.

      Alcune cose (de Benoist) mi sembrano addirittura ovvie, sono presuntuoso, non so, sarà che è da tanto che ci penso che per me lo sono (ovvie).

      Un amico mi ha sconsigliato di mettere in rete .....

      E perché mai ?

      Saluti

Visualizzati 18 di 58 commenti approvati.