Schiavi della libertà

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Di Livio Cadè, ereticamente.net

Ad libitum, come pare e piace. Ritroviamo questa radice lib, che indica piacere e desiderio, nella libidine e nella libertà. Esser liberi significherebbe dunque aver la possibilità di soddisfare un desiderio, ovvero di evitare una frustrazione. Quando quello che inibisce o vieta la realizzazione dei nostri propositi viene rimosso ci sentiamo liberi. Da qui una tradizionale e ingannevole associazione tra libertà e felicità. Perciò l’uomo “libertà va cercando, ch’è sì cara”. Ma non si creda per questo che la gente, come Catone, ami la libertà tanto da sacrificarle la vita. Anzi, di solito l’associa al peso della responsabilità e la baratta volentieri in cambio della sicurezza. E la nostra società vive nell’ossessione della sicurezza, dell’assicurazione che copre ogni rischio. D’altro lato tuttavia assistiamo a una paradossale inflazione di nuove libertà, a un’incapacità di porre freni al desiderio. Incontinenza generale che pone in pericolo l’umanità stessa e aumenta il ”disagio della civiltà” con angosce prima sconosciute.

In genere non pensiamo alla libertà finché non viene compromessa, come non pensiamo alla salute quando stiam bene. Quindi è lecito credere che più se ne parla e meno ve ne sia. Ma cos’è la libertà? Io penso anzitutto il potere di fare qualcosa (sono libero d’aver figli perché dotato di capacità generativa). Poi l’assenza di impedimenti alla volontà (niente mi impedisce d’aver figli) e la mancanza di coercizioni (niente mi obbliga ad aver figli). Chi non ha mezzi e talenti efficaci non è libero. E non è libero chi è intralciato da limitazioni di natura fisica e psichica o da proibizioni e costrizioni sociali. Vi sono costumi, pregiudizi e leggi che regolano e inibiscono la libertà delle persone. Ma le norme umane, diversamente da quelle naturali, non possono impedire a priori che qualcuno le violi. Perciò ricorrono a intimidazioni, minacciano punizioni.

Il riflettere sul senso della libertà coincide di fatto con l’evoluzione della società occidentale e della sua filosofia. A forza di discuterne l’abbiamo resa sottile come un capello, fragile come un fiore appassito. Nell’Antico Testamento non esiste una definizione di libertà. L’uomo giusto non si preoccupava d’esser libero. “Ubbidisco ai tuoi decreti. Sto attento ai tuoi ordini. Ho sempre presenti i tuoi comandamenti” dice il salmista, che in questo amore della Legge trova la sua gioia. La sommissione al Divino risuona come un maestoso corale in tutte le religioni. Non negazione della libertà ma amorosa servitù, quella liberazione che viene dal servire un Ideale più grande di noi. La Grecia presocratica è dominata invece dall’idea della Necessità, del Fato, o del Logos, cui uomini e Dei devono sottostare. E fu forse quando la libertà divenne antitesi della necessità che cominciò un fatale declino. Quante lezioni di libertà ha dovuto sopportare l’uomo, condotte a fil di spada o di ghigliottina, al suono dei cannoni e delle bombe?

Un aspetto cruciale che facilmente dimentichiamo è che la libertà presuppone sempre, per necessità dialettica, l’esistenza della schiavitù. Così era nell’antica Roma, nella sua distinzione tra schiavi e cittadini liberi, e così è oggi. Chi debba essere servo e chi padrone è un problema complesso e controverso. La nostra società l’ha risolto stabilendo un’equazione tra libertà e denaro. In quanto sincretismo di poteri, e per la sua efficacia nel rimuover gli impedimenti, il denaro è misura della libertà di un individuo. Più ne ha, più è libero. Questa filosofia – detta appunto liberista – permette ad alcuni di accumulare immense quote di libertà privandone gli altri, ma almeno ha il pregio di render chiaro un concetto oscuro per natura.

I cinesi, meno idealisti di noi, hanno resistito per millenni alla tentazione della libertà. Non ne avevano né la parola né il concetto. Verso la metà del XIX secolo, quando si intensificarono gli scambi e le contaminazioni con l’Occidente, tentarono di tradurre quell’idea a loro estranea con perifrasi come: “ciò che procede da sé stesso”, ossia qualcosa che ha in sé la propria ragion d’essere, senza nulla fuori di sé che lo determini. Espressione che la Cina probabilmente usò senza intenzioni filosofiche ma per rivendicare un’autonomia culturale e politica, e difendersi da ingerenze straniere.

In fondo, si può dire della libertà quello che Agostino diceva del tempo: quando non ci penso so cos’è, quando ci penso non lo so più. Ma il nostro sistema sociale pare non poter sopravvivere senza farsene un’opinione. Che libertà profonda e sconosciuta è quella di non avere  opinioni! Il nostro tipico vizio è “dare un senso alle cose”, dimenticando che le cose hanno già un senso e noi possiamo solo scoprirlo. La libertà pone in tal senso cruciali domande, anche di ordine metafisico. Per noi, infatti, nulla avviene senza causa. Hume si provò a dimostrare che la causa non esiste. Disse che era solo un concetto causato dall’abitudine, e forse non si accorse del lapsus. Dunque, ammesso che cause e condizioni siano reali, come si può pensare che sia libero ciò che è causato da altro? La libertà richiederebbe un essere causa sui che non dipende da nulla, assolutamente libero. Ma un essere simile sarebbe un Dio, una Trascendenza. E l’uomo sarebbe libero solo se partecipasse di questo Assoluto, condividendone le prerogative di natura autonoma e increata. Sulla libertà della creatura, infatti, pesa sempre l’ombra del suo creatore.

Dio è il prototipo del liberatore, colui che nella Bibbia riscatta l’uomo dalla sua condizione di servitù. Ma questa libertà non è propria dell’uomo, visto che gli può essere tolta in qualsiasi momento. Se “tutto ciò che ho viene da Dio”, non ho nulla di mio, neanche una mia libertà. La libertà, nel suo senso radicale, non può essere qualcosa che ci viene data, né da un regime politico o da un Demiurgo che ci crea dotati, per sua decisione, di libero arbitrio. Una libertà concessa da altri non ci rende soggetti liberi, anzi, rimarca la nostra dipendenza.

In fondo la posizione del pensiero contemporaneo, che pure si professa liberale, è proprio questa idea – forse di matrice protestante – che vede nell’uomo il risultato di molteplici predestinazioni: leggi fisiche ed economiche, pulsioni inconsce, meccanismi evolutivi. Non v’è spazio per un’anima che vive secondo quella “legge della libertà” di cui parla l’apostolo Giacomo. Così, mentre cerca di liberarsi da vincoli etici e religiosi, la modernità presuppone un mondo deterministico che la incatena. La libertà sopravvive come feticcio retorico, contrappeso alle coazioni postulate dalla scienza.

La nostra stessa pretesa di compiere un libero esame della realtà si scontra con l’idea che tale indagine sia decisa da involontari fenomeni neurologici. Anche l’enorme spazio conquistato dalla tecnologia contribuisce a rafforzare l’idea che l’uomo dipenda da necessità meccaniche e preternaturali. E l’universo in espansione della Rete ci intrappola non più nel moto casuale degli atomi ma in quello dei segni e dei messaggi. Il nuovo e più potente determinismo è la nuova fatalità legata alle forme della comunicazione di massa.

Ho nostalgia di quel pensiero antico in cui la libertà ancora vibrava inespressa, senza nome e forma, prima che la modernità la rendesse tanto greve. Penso al Tao Te Ching, poema misterioso e sublime dove la libertà è solo un profumo, tanto ovvia da essere impensabile, coessenziale all’essere. Laozi dice di custodire tre tesori: la compassione, la frugalità, l’umiltà. Come il salmista, non intende dar libero sfogo alle pulsioni e ai desideri dell’uomo ma, come direbbe Emerson, ci invita ad attaccare il nostro carro a una stella, alla conoscenza e alla prassi della Via. Venendo dal Tao, l’uomo ne condivide la natura incoercibile e indicibile. A che discutere di libertà? Si può ben vivere senza tale concetto.

Neppure Confucio traduce in parole l’idea di libertà, né sente il bisogno di trovare un termine per definire l’esperienza umana che vi corrisponde. Importante per lui è che l’uomo si intoni ai decreti del Cielo che assicurano regolarità e continuità alla vita. Il moto degli astri e la vita umana appartengono allo stesso ordine immutabile. Così la società umana deve reggersi su comportamenti uniformi e rituali, obbedire alla Legge che governa i rapporti del singolo con la famiglia, la comunità, lo Stato.

Per Laozi seguire il Tao significa ritrovare quella semplicità e spontaneità naturale che sarà la linfa della poesia zen. Il ciliegio fiorisce, un uccello canta, la neve scende, la rana si tuffa nello stagno. Non è libertà di un io ma libertà dall’io, ovvero da un centro psicologico e dalle sue manie di appropriazione e controllo. Per Confucio è invece frutto di disciplina etica, rispetto preciso di ruoli e di doveri. Il confucianesimo ha di mira la buona organizzazione della società, il taoismo incoraggia un certo individualismo anarchico. Ma entrambi seguono una logica dello scambio, non del dominio. La Via è una rete a larghe maglie cui nulla sfugge, che lega l’uomo agli altri e all’universo. È la capacità di creare interazioni armoniose e reciproci benefici, perché il Tao agisce per il bene di tutti, senza preferenze. Una personalità armoniosa genera una famiglia armoniosa che genera una società armoniosa.

Non si tratta di chiedere “sono libero?” ma “come devo vivere?”, “come devo comportarmi in questa circostanza?”, domanda che presuppone necessariamente l’esser libero ma lo subordina a un’intuizione di sé e del proprio ruolo nell’universo. La felicità nasce dall’adeguarsi a un’Armonia universale, da un adempimento di doveri spirituali. Non è ricerca di un bene gelosamente conservato per sé ma una concertazione tra le aspirazioni di tutti e le leggi della vita. Utopia che la nostra sconcertante società ha sempre frustrato.

Dice Confucio: “a settant’anni agivo seguendo il mio cuore senza per questo trasgredire alcuna norma”, ossia ubbidivo ai miei desideri restando in sintonia con il Tao. Questa matura serenità non dipende da un indebolirsi delle passioni ma dalla capacità di ascoltare un’intelligenza profonda o, come diremmo noi, di seguire il Logos, fare la volontà di Dio. Questo fare è in realtà un non-fare, non è un produrre ma un lasciar essere, seguire la Via e ubbidirle con fiducioso abbandono. È un ordine che esce direttamente dal cuore, specchio fedele delle cose. Non si tratta di porre in conflitto libertà e necessità, come noi facciamo, ma di vederne l’intima coesione.

Ne abbiamo un esempio nell’antico voto di ubbidienza del monaco. Nel procedere ritmico della sua esistenza, scandito da riti e uffici obbligatori, egli si sentiva parte di un Ordine metafisico. Il premio all’ubbidire era la liberazione dalla volontà propria. ‘Ordine’ vale infatti tanto per sistema rettamente organizzato quanto per comando. Il cinese si inchinava al Tao. Il monaco, di fronte a Dio, pronunciava il suo amen, parola che rinvia a un’idea di solida, rocciosa stabilità. Così sia, così deve essere.

In fondo, tutti hanno bisogno di ritualizzare e dare un ordine alla vita. E l’uomo moderno, che pretende d’esser libero, è schiavo di ritualità e formalismi più d’ogni altro, ubbidisce con una passività che lo esime dal prender decisioni e dal riflettere. Basti ricordare la tragica pantomima della pandemia. Alla radice della massiccia obbedienza non v’era la semplice paura ma quel senso quasi mistico di elevazione che deriva dal partecipare a un grande rito collettivo. Compiere il cerimoniale sanitario nella più scrupolosa osservanza dei gesti prescritti rappresentava un tentativo di riparare al caos e riportare l’ordine nel mondo. Chi non ricorda quei ‘decreti celesti’ che stabilivano regole e protocolli, il loro carattere oscuro e misterico? Non atti politici ma liturgie cui la gente partecipava con zelo religioso e fanatico.

Ubbidienza intrisa non di fede ma di inerzia, e di una superstizione legata a un eccesso di istruzione più che all’ignoranza. L’informazione e la scuola rappresentano oggi non un’educazione al sapere ma un vasto sistema di condizionamenti del pensiero e della volontà. Così, più la gente studia meno sa, meno sa più crede di sapere e più crede di sapere più si sente libera. Non si conforma a una Via eterna ma all’opinione effimera di esperti, dà valore apodittico alla cultura dominante, si sente sicura solo se protetta dai pregiudizi della ‘maggioranza’, questa entità ripugnante che fa anche della vita e della verità dati statistici.

Gli antichi cinesi erano per lo più contadini, meno istruiti e quindi più saggi di noi. Sapevano che per vivere dovevano capire e assecondare la natura. Vivevano “secondo antiche leggi alle quali presiedeva il Sole. Erano tutti servitori obbedienti e operosi, e ogni nube in cielo aveva più potere della loro volontà. Ma sapevano che la terra era di buona volontà più degli uomini”. Evadere dall’ordine naturale non sarebbe parso loro un’espressione di libertà ma di follia. Il risultato di una tale ribellione non poteva essere che il caos e la distruzione.

Questo non implicava un conflitto con le forze naturali, perché il pensiero cinese non conosceva l’antitesi tra Spirito e Natura che assilla l’Occidente, dualista per vocazione. Anche oggi, che la fisica quantistica ci ha edotti sull’irrealtà dell’oggetto, siamo lontani dal credere nell’irrealtà dell’io. Sentiamo ancora d’essere una monade, entità misteriosa opposta al mondo che si immagina distinta persino dalle sue strutture biologiche, dai suoi istinti. È proprio questa idea di un sé contrapposto al non-sé a chiuderci in un sistema di determinazioni che è contraddizione di ogni libertà. Nel nascere, nell’ammalarsi, soffrire, invecchiare, morire, vediamo sempre l’invadenza di un Non-sé che ci costringe. Esser liberi è allora sentirsi responsabili di tutto quanto ci accade, anche di ciò che sembra non dipendere dalla nostra volontà. Il destino è ciò che ci appartiene intimamente, maturazione di semi che noi stessi abbiamo gettato.

Noi pensiamo sempre a libertà – politiche, economiche o sociali – poste fuori di noi. Ma la vera libertà è “sedersi nell’oblio”, dimenticando sé stessi e tutto ciò che chiude l’essere nel contingente, nell’immanenza del limite. Libertà che trascende ogni concetto e quindi non può farsi oggetto di riflessione. Tuttavia, come dice Nagarjuna, “l’insegnamento si svolge in base a due verità: la verità relativa del mondo e la verità assoluta. La realtà assoluta non può essere insegnata senza prima appoggiarsi sull’ordine pratico delle cose”. Così, possiamo concepire una libertà relativa, che si manifesta nelle ordinarie forme umane, e una assoluta, prerogativa di Dio e dell’uomo divinizzato. E la prima tende all’altra come al suo orizzonte.

Camminando sulla Via, superati i sentieri di rovi, lo sguardo si allarga e si fa più semplice, il desiderio si affina, si fa quiete purificata dal dolore, distacco di un cuore che ha conosciuto la vanità delle cose. Guardiamoci però dall’attribuire al cuore i nostri stereotipi sentimentali. Cuore è lo spazio che accoglie l’essere. Essendo vuoto, è libero, niente lo lega. Ma è un vuoto creativo, da cui tutto nasce. La sua libertà non dipende dall’avere o essere qualcosa. Un cuore libero non vuole appropriarsi di nulla. Meno ha, più è libero. Perfetta libertà è la povertà del non avere, non sapere, non volere, non essere. Per questo ci fa paura e le preferiamo i nostri ‘diritti’, i nostri possessi.

È la solitudine adamantina dell’Uno. Libertà immacolata di vette su cui lo sguardo non può indugiare senza restarne offeso, come per un eccesso di luce. Possiamo averne l’intuizione in certi momenti crepuscolari dell’anima, o prima di addormentarci, quando niente più importa, l’io e il mondo diventano ombre lontane, e la mente non è più incatenata a pensieri ed emozioni. Ma una vetta non è fatta per viverci. La nostra vita si appaga di libertà maculate e relative: semplici aspirazioni, un amore devoto, qualche oziosa bellezza. Così, nell’immaginario incontro con Confucio, il brigante Zhi descrive i sentimenti naturali: “l’occhio vuol vedere, l’orecchio vuol sentire, la bocca vuol gustare i sapori, l’energia vitale vuol manifestarsi pienamente”. La vita è breve, “un cavallo in corsa che salta un fossato”. Ecco una buona immagine della libertà.

Ma davanti a noi si apre la palude degli idoli e delle false libertà: il denaro e lo status sociale; il nostro libero sistema politico, il nostro libero stile di vita, le leggi che liberamente ci opprimono; un libero mercato che è solo disprezzo dell’uomo e dei suoi reali bisogni, la libera circolazione di merci che riduce l’uomo e la stessa libertà a merce; una libertà di stampa asservita ai grandi capitali; libera sessualità, liberi modelli familiari, ribelli a un ordine cosmico; un’arte libera di esaltare la bruttezza; una tecnologia che pretende liberarci dalla natura e dalla nostra stessa umanità. Siamo ogni giorno chiamati a liberazioni illusorie. Depressi quando l’orizzonte dei nostri desideri si restringe, eccitati quando sembra dilatarsi. Obbligati a emanciparci, costretti a esser liberi. Che epoca tremenda è quella in cui anche la libertà diventa schiavitù!

Gli antichi intuirono forse che parlare di libertà avrebbe portato l’uomo alla rovina. Perciò non le diedero un nome. A noi, meno saggi, tocca oggi liberarci della libertà. Come dice Nietschze: “bisogna ora ridurre al silenzio eterno tutta la rumorosa pseudo-cultura del nostro tempo”. Così noi, per la prima volta nella storia, dovremo fare una rivoluzione per esser meno liberi. Condannare le nostre pseudo-libertà all’esilio perpetuo, guarire dalle nostre psicosi libertarie e forse dai nostri stessi discorsi sulla libertà. Perché definirla, chiuderla in un concetto, è in sé contraddittorio. La libertà è un silenzioso invincibile nulla. Ma anche una cosa assurda come la vita.

Di Livio Cadè, ereticamente.net

02.04.2023

Fonte: https://www.ereticamente.net/2023/04/schiavi-della-liberta-livio-cade.html

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