Ricordando i nostri amici dell’11 settembre

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Ted Snider – 9 settembre 2022

 

Vladimir Putin era stato il primo leader mondiale a chiamare il presidente George W. Bush dopo l’11 settembre. In realtà, lo aveva chiamato due giorni prima, il 9 settembre, per avvertire Bush che, in base agli eventi che aveva osservato nell’ambiente, aveva “il presentimento che qualcosa stesse per accadere, qualcosa che si stava preparando da tempo”.

Vedendo le torri gemelle colpite, Putin telefonò immediatamente al Presidente Bush per offrire le sue condoglianze e la sua comprensione. Quando la sua telefonata non riuscì a raggiungere Bush perché “era stato messo in salvo” sull’Airforce One, Putin parlò immediatamente con Condoleezza Rice, chiedendole di trasmettere il suo messaggio a Bush. Il mattino seguente, Putin chiamò Bush e gli assicurò che “in questa lotta, resteremo uniti”.

Putin offrì qualcosa di più della comprensione e del rimanere uniti: offrì un sostegno totale a qualsiasi cosa Bush decidesse di fare. In seguito, Bush e Putin parlarono al telefono per quaranta minuti. Il lunedì successivo, Putin offrì di condividere l’intelligence con gli Stati Uniti, di permettere a questi ultimi di utilizzare lo spazio aereo russo per l’assistenza umanitaria, di partecipare alle operazioni di ricerca e salvataggio e di aumentare l’assistenza militare all’Alleanza del Nord in Afghanistan. Riuscì persino a stupire gli Americani offrendo, dopo un’iniziale esitazione e contro il parere di alti comandanti militari russi, di permettere alle truppe statunitensi di entrare in Asia centrale. Gli Stati Uniti avrebbero stabilito basi in Kirghizistan e Uzbekistan.

La condivisione dell’intelligence da parte della Russia era di grande valore perché, durante la sua guerra in Afghanistan, aveva acquisito una conoscenza dettagliata del Paese. L’intelligence russa fornì una vera e propria mappa agli Stati Uniti, aiutandoli a orientarsi tra Kabul e le numerose montagne e grotte. Già prima dell’11 settembre, nel giugno 2000, l’intelligence russa condivideva informazioni sulla minaccia terroristica proveniente dall’Afghanistan.

Putin sperava ancora, in quel momento, di migliorare le relazioni con gli Stati Uniti e l’Occidente. Sperava che l’assistenza e la cooperazione con gli Stati Uniti avrebbero facilitato tali relazioni. Putin vedeva la tragedia dell’11 settembre come un momento per dimostrare agli Stati Uniti che era possibile un ordine mondiale in cui la Russia fosse un partner. In un discorso tenuto a Washington nel novembre 2011, Putin dichiarò:

È molto importante che l’interazione tra i nostri Paesi nella lotta al terrorismo non diventi un semplice episodio nella storia delle relazioni russo-americane, ma segni l’inizio di una partnership e di una cooperazione a lungo termine“.

Ma in cambio dell’aiuto agli Stati Uniti per vincere la guerra nello stesso Paese in cui gli Stati Uniti avevano attirato l’Unione Sovietica per farle perdere la guerra decenni prima, la Russia non ottenne nulla e la NATO rimase impegnata ad espandersi verso est. Nel 2004, il “big bang” dell’espansione della NATO portò la NATO nei Paesi baltici e fino al confine con la Russia.

Francis Richards, allora capo del GCHQ, la NSA britannica, una volta disse, secondo quanto riportato da Philip Short in “Putin”:

“Eravamo abbastanza grati per il sostegno di Putin dopo l’11 settembre, ma non lo abbiamo dimostrato molto. Ho passato molto tempo a cercare di persuadere le persone che dovevamo dare oltre che prendere… Credo che i Russi abbiano sempre pensato che [sulle questioni della NATO] venissero presi in giro. E così è stato”.

L’11 settembre, Jiang Zemin, presidente della Cina, aveva guardato gli attacchi terroristici in televisione. Gli erano bastate meno di due ore per chiamare Bush e offrirgli la sua solidarietà e il suo sostegno.

La risposta della Cina all’11 settembre si sarebbe complicata con l’aggravarsi della guerra in Afghanistan e la Cina iniziò a temere una prolungata presenza militare statunitense nella propria area quasi quanto la minaccia terroristica e l’influenza dei Talebani a livello globale e nel proprio Paese. La Cina temeva la presenza di forze armate statunitensi ai suoi confini, che l’alleato pakistano fosse costretto a consentire la presenza di basi statunitensi sul suo territorio e di rotte di rifornimento attraverso il suo territorio e la possibilità che in Afghanistan si insediasse un governo strettamente filoamericano.

Mentre la guerra si trascinava, la Cina non avrebbe appoggiato completamente né i Talebani né gli Stati Uniti, mantenendo relazioni diplomatiche con i Talebani e persino fornendo loro armi.

Ma nelle prime ore del settembre 2001, il leader cinese chiamò immediatamente il Presidente americano e gli offrì il suo sostegno. Secondo Andrew Small in “The China-Pakistan Axis”, la Cina offrì la condivisione dell’intelligence e sminatori. Permise persino all’FBI di aprire un ufficio a Pechino. Gli Stati Uniti rifiutarono gran parte dell’offerta di aiuto cinese, ma la Cina lo offrì.

Anche l’Iran venne in aiuto dell’America dopo l’11 settembre. Dopo gli attacchi terroristici negli Stati Uniti, l’Iran si schierò immediatamente con gli USA contro i Talebani e Al-Qaeda. Il presidente riformista, Seyyed Mohammad Khatami, voleva migliorare le relazioni con gli Stati Uniti e, come la Russia e la Cina, vide la tragedia come una sfortunata opportunità per dimostrare la loro partnership e amicizia.

L’Iran arrestò centinaia di combattenti di Al-Qaeda e dei Talebani che erano fuggiti nei suoi confini. Inoltre l’Iran documentò alle Nazioni Unite l’identità di oltre duecento fuggitivi di Al-Qaeda e dei Talebani e rimandò molti di loro in patria. Per molti altri che non potevano essere rimandati nei loro Paesi, l’Iran si offrì di processarli in Iran, dando anche seguito alla richiesta americana di cercare, arrestare e deportare molti altri agenti di Al-Qaeda identificati dagli Stati Uniti.

L’Alleanza del Nord, che fornì molti dei combattenti anti-talebani una volta che gli Americani e i loro alleati ebbero invaso l’Afghanistan, fu in gran parte messa insieme dall’Iran, che la mise a disposizione degli Stati Uniti. Infine, l’Iran offrì le sue basi aeree agli Stati Uniti e permise loro di effettuare missioni di ricerca e salvataggio per gli aerei americani abbattuti, oltre a fornire informazioni sugli obiettivi dei Talebani e di Al-Qaeda.

Già nell’ottobre 2001, diplomatici iraniani si incontravano segretamente con funzionari statunitensi per pianificare la rimozione dei Talebani e la creazione di un nuovo governo in Afghanistan. Alla Conferenza di Bonn del dicembre 2001, l’Iran svolse quello che l’esperta di Iran e autrice di “Perdere un nemico“, Trita Parsi, ha definito un ruolo assolutamente cruciale nell’istituzione del governo post-talebano dell’Afghanistan.

In cambio, come la Russia, l’Iran ha ottenuto meno di nulla: tutto ciò che gli Stati Uniti hanno dato loro è stata l’inclusione nell’Asse del Male.

Russia, Cina e Iran, tre acerrimi nemici dell’America, hanno tutti teso la mano in [segno di] amicizia dopo l’11 settembre. Quelle mani erano piene non solo di parole, ma di vero e proprio sostegno. Il mondo potrebbe essere un po’ migliore oggi se gli Stati Uniti avessero preso quelle mani e, come ha detto Francis Richards, avessero mostrato gratitudine e dato oltre che preso.

 

Ted Snider laureato in filosofia scrive analizzando i modelli della politica estera e della storia degli Stati Uniti su Antiwar.com. Collabora spesso con Responsible Statecraft e con altre testate.

 

 

Link: https://original.antiwar.com/ted_snider/2022/09/08/remembering-our-friends-on-9-11/

 

Scelto e tradotto (IMC) da Arrigo de Angeli per ComeDonChisciotte

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