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PERVERSO SYRIANA

Informazione, diversivo o propaganda?

DI MIREILLE BEAULIEU

I film con grande successo di pubblico veicolano rappresentazioni della politica internazionale che possono influenzare le opinioni di milioni di spettatori nel mondo. Reseau Voltaire inizia oggi la pubblicazione di una serie di articoli che mettono in luce questa dimensione della produzione cinematografica. Mireille Beaulieu analizza il percorso sottinteso dal thriller politico “Syriana”, di Stephen Gaghan e prodotto da George Clooney, opera non sprovvista di ambiguità malgrado un involucro di contestazione. Così, la denuncia della dipendenza USA dal petrolio si accompagna ad un’implicita convalida dei principi della “guerra al terrorismo”.

Ancor prima dell’entrata in guerra degli Stati Uniti nella prima Guerra Mondiale, il presidente Woodrow Wilson confidò al suo consigliere George Creel la premura di creare un sistema nazionale di propaganda: il Committee on Public Information (CPI), costituito sul modello britannico della Wellington House. Questa fu la prima agenzia di stato al mondo a ricorrere al cinema per manipolare le masse, un esempio che sarebbe stato presto seguito da Joseph Goebbels in Germania e Serge Tchakhotine in URSS. Nel 1915 fu costituito un Comitato di cooperazione di guerra (War Cooperation Committee) per stabilire il legame con il sindacato padronale dell’industria cinematografica (Motion Picture Industry of America). Da allora, i legami fra Hollywood e lo Stato federale statunitense si sono, a volte, allentati, ma non sono mai stati recisi.
Dopo gli attentati dell’11 Settembre 2001, il Comitato di cooperazione di guerra è stato ricostituito grazie alla scappatoia di un accordo fra la Casa Bianca e Jack Valenti, attuale presidente della Motion Picture Association of America, ulteriormente esteso a Paramount, CBS television, Viacom, Showtime, Dreamwork, HBO e MGM.

(Jack Valenti)

I recenti prodotti hollywoodiani a carattere politico devono essere letti attraverso quest’accordo. Se non sono tenuti a sostenere l’amministrazione Bush, e possono ampiamente criticare la sua azione, devono partecipare allo sforzo della “guerra al terrorismo”. E questi film sono tanto più efficaci, in termini di propaganda, quanto più contestano le soluzioni portate dal potere per convalidarne meglio le problematiche.

Fermo nello smascherare le manipolazioni dell’opinione pubblica, Reseau Voltaire pubblicherà una serie di studi sui grandi film politici attuali. Non si tratterà, per noi, di apprezzare la valenza artistica di queste opere, ma di mettere in luce le ambiguità di una produzione che, con il pretesto di contestare ciò che non è in alcun modo difendibile, mira a far ammettere allo spettatore, a sua insaputa, una visione falsificata del mondo per farlo precipitare nello scontro di civiltà.

George Clooney e la guerra del petrolio

Il 22 Febbraio esce in Francia Syriana (Venerdì 24 febbraio in Italia ndr) lungometraggio di Stephen Gaghan prodotto da George Clooney. Questo thriller incalzante e cinico ha già suscitato vivaci dibattiti oltre Atlantico (1), ove è presentato come altamente polemico. Il suo tema: la lotta accanita degli Stati Uniti per il controllo delle ultime risorse petrolifere. Poche fiction statunitensi hanno evocato la questione in maniera così frontale. Per questo progetto, George Clooney si è associato a Participant Productions, società creata da Jeff Skoll (il fondatore di eBay) che organizza delle grandi campagne di azione sociale attraverso l’espediente del cinema. Ogni film coprodotto da Participant tenta di popolarizzare un tema preciso. Nel caso di Syriana, la campagna, sostenuta dalla principali associazioni ecologiste come il National Resources Defense Council ed il Sierra Club, è impostata sull’adozione di una nuova politica energetica. Il loro obiettivo non è quello di denunciare le guerre per le risorse, ma di proteggere l’ambiente riducendo la dipendenza degli Stati Uniti dal petrolio, il che dispenserà dal condurre guerre nel Vicino Oriente e di affrontare terroristi. Questo tema è così consueto negli Stati Uniti che è stato ripreso dal presidente Gorge W. Bush nel suo discorso sullo stato dell’Unione del 31 Gennaio 2006. Non c’è da stupirsi, dunque, che lo scenario di questa opera pseudo contestataria sia stata nominata all’Oscar.

(Il regista Stephen Gaghan)

La storia comincia in un emirato non identificato del Golfo Persico, che suggerisce l’Arabia Saudita. Il principe Nasir, figlio primogenito dell’emiro e ministro degli Affari Esteri annulla il contratto che accordava il diritto di trivellazione di un giacimento di gas naturale all’impresa Connex, gigante statunitense dell’energia. Egli accorda questi diritti alla Cina, che è pronta a pagarli più cari. E’ un grave rovescio per gli interessi statunitensi nella regione. La Connex licenzia brutalmente numerosi operai immigrati, in maggioranza pakistani che, lontani dall’opulenza della famiglia regnante, vivevano già nella più grande indigenza.
Nello stesso momento Killen, un’azienda texana più modesta, ottiene i diritti di trivellazione di un giacimento di petrolio kazaco molto ambito. Al tempo stesso in cui la Connex decide la fusione con Killen, il dipartimento della Giustizia degli Stati Uniti incarica lo studio di avvocati Sloan Whiting di verificare la legalità della manovra. Il suo direttore, Dean Whiting, affida l’inchiesta ad un avvocato ambizioso, raccomandandogli soprattutto di non scoprire nulla di illegale.
Parallelamente a questi intrighi, Bob Barnes, agente della CIA con base nel Vicino Oriente (interpretato da George Clooney), esegue senza stati d’animo le sue missioni – sovente, degli assassinii. Barnes è persuaso di servire con lealtà il suo paese. Ma la sua percezione del mondo si rovescerà presto….

La maggior parte dei giacimenti petroliferi ancora produttivi si va concentrando progressivamente nel Vicino Oriente. Syriana sottolinea il prosciugamento, ineluttabile e già avanzato, delle riserve mondiali sfruttabili. Un fenomeno che rimette in causa il modello di sviluppo dei paesi industrializzati – in primo luogo degli Stati Uniti, totalmente dipendenti da questa risorsa energetica – e che modificherà a breve i rapporti di forza internazionali (2). Il film stigmatizza l’implacabile volontà degli Stati Uniti di controllare i giacimenti chiave. Qualunque ne sia il prezzo. Al contrario, chiude il becco a tutti coloro che si oppongono alla guerra in Irak ma vogliono continuare a riempire il serbatoio dei loro 4×4 senza porsi delle domande esistenziali.

(Robert Baer, nel film Bob Barnes, interpretato dall’attore liberal George Clooney)

Un film di sinistra ispirato da Robert Baer

Gorge Clooney ha voluto portare sullo schermo il libro – memoriale dell’ex agente segreto Robert Baer, See No Evil: The True Story of a Ground Soldier in the CIA’s War on Terrorism (3). In definitiva, lo scenario è stato basato molto anche sul secondo libro di Baer, Sleeping with the Devil, How Washington Sold our Souls for Saudi Crude(4).

Se è difficile classificare Robert Baer sullo scenario politico degli Stati Uniti, è semplice identificare il gruppo di cui è divenuto il portavoce. Baer, che ha lavorato nel Vicino Oriente ed a Parigi, ha ufficialmente lasciato l’Agenzia di Langley nel 1997, denunciando la mancanza di volontà nella lotta contro l’islamismo. Dopo l’attribuzione degli attentati dell’11 Settembre 2001 ad Al Qaida, non ha mancato di apparire come un visionario che si aveva avuto il torto di non ascoltare. Le sue opere sono una lunga arringa per il rafforzamento dell’apparato d’azione della CIA, di cui egli faceva parte, ovvero per lo sviluppo dell’intervento segreto e dei “colpi bassi”. Le sue descrizioni del pericolo islamico rilevano la fabbricazione del nemico immaginario, indispensabile alla giustificazione della guerra al terrorismo. Il suo secondo libro naviga sull’onda dell’opposizione alla guerra in Irak per meglio condurre il lettore all’approvazione del bersaglio seguente: l’Arabia Saudita, secondo un ragionamento che si è già visto all’opera in Michael Moore con Fahrenheit 9/11 e che è direttamente ripreso dal Consiglio di difesa del Pentagono.

La sceneggiatura di Syriana incastra più racconti, implicando numerosi personaggi fra Oriente ed Occidente, tutti legati da questa stessa posta in gioco. Una costruzione complessa, frammentata, che devia lo spettatore e lo immerge in una tensione palpabile. E’ l’opera del regista Stephen Gaghan, che ha già ottenuto un Oscar per la sceneggiatura di Traffic.

Celebre liberale, nel senso anglosassone del termine (si era fermamente opposto all’aggressione degli Stati Uniti contro l’Irak), George Clooney svolge, da qualche anno, una triplice carriera di attore, regista, produttore. Cinque anni fa, ha fondato con il cineasta Steven Soderberg Section Eight, società di produzione dal nome promettente (“Section Eight” è un termine militare statunitense che significa una sospensione temporanea per inabilità fisica o mentale). Clooney e Soderberg finanziano progetti originali ed ambiziosi, come Far from heaven (Lontano dal paradiso) (2003), omaggio fiammeggiante di Todd Haynes ai melodrammi sociali di Douglas Sirk. L’anno 2005 rappresenta una tappa in più per Section Eight, che ha appena fatto uscire negli Stati Uniti film apertamente politici: Good night, and good luck, ritratto realizzato da Clooney di Edward R. Murrow, giornalista che contribuì a screditare McCarthy, e Syriana.

Ci si può stupire, per quest’ultimo film, della scelta di adattare Robert Baer, falco particolarmente estremista, che accredita nei suoi libri la famosa tesi dell’indebolimento e della disorganizzazione della CIA. Una CIA che si pretende sacrificata dal governo negli anni, e dunque incapace di prevedere e di contrastare gli atti terroristici. Il filo conduttore dei differenti intrighi di Syriana è, pertanto, proprio il personaggio di Bob Barnes, agente della CIA modellato su Baer. Nondimeno, See no evil non è che un punto di partenza per la sceneggiatura di Stephen Gaghan, anche se il vero Robert Baer interpreta un piccolo ruolo nel film – quello di un ufficiale dell’Agenzia…. Di fatto, l’immagine della CIA è poco lusinghiera: è un’organizzazione criminale, opaca, tentacolare, che pratica la manipolazione e l’assassinio su larga scala. Inoltre, il film fa chiaramente allusione alla guerra in Irak, questa troppo reale guerra del petrolio. Negli uffici della CIA, a Washington, Bob Barnes assiste ad una riunione del “Committee to Liberate Iran”, un organizzazione che raggruppa responsabili politici, uomini d’affari ed agenti segreti. Riferimento diretto al “Committee for the Liberation of Irak” (CLI) (5) ed alla sempre attiva Coalition for Democracy in Iran, fondata per opera di numerosi conservatori del CLI (6). Sembra dunque trattarsi di una presa di posizione contro una delle prossime guerre statunitensi – l’attacco annunciato all’Iran.
Una parte del racconto di Syriana assomiglia, così, ad una vera e propria requisitoria contro la CIA ed i metodi di potere a Washington. Una delle ultime immagini del film mostra il “colpo chirurgico” lanciato dalla CIA per sbarazzarsi dell’ “anti – americano” Nasir. Bob Barnes, piantato in asso dall’Agenzia, e comprendendo di essere stato manipolato tutta la sua vita, tenta di avvertire il principe. Scompare con lui, polverizzato da un missile.

Nel frattempo George Clooney nega la sincerità di questo messaggio affermando nelle note di produzione : “Uno degli aspetti della storia di Bob [Barnes] è lo smantellamento sistematico della CIA e le sue conseguenze. Il risultato, è che in Medio Oriente restano pochi agenti che parlano arabo, il che è pericoloso. Il concetto era il seguente: una volta terminata la Guerra fredda, non abbiamo più bisogno di reti di sorveglianza, di agenti del territorio. Così, si ritrova preso in una vera operazione di sgrassamento” (7).
Primo paradosso che turba, allorché il film abbozza un quadro estremamente cupo della società statunitense.

I giganteschi profitti
incamerati dalle compagnie petrolifere trascinano, logicamente, corruzione ed intrighi di potere. Ma è il sistema economico e politico, nel suo insieme, che è incancrenito, poiché il controllo dell’oro nero giustifica sottili relazioni incestuose fra lo Stato, servizi segreti, settore giuridico e multinazionali. Un businessman del petrolio declama d’altro canto, in una cena memorabile, un elogio cinico della corruzione. Quanto alla posta in gioco finanziaria dell’industria petrolifera statunitense, può essere illustrata mediante i risultati del numero uno mondiale Exxon – Mobil per il 2005: più di 35 miliardi di dollari di utili, ovvero una somma superiore al PIL di 125 dei 184 paesi classificati dalla Banca Mondiale. George Clooney sottolinea in una recente intervista che: “Non si tratta di un attacco contro l’amministrazione Bush, è un attacco contro il sistema che è in vigore da 60 o 70 anni, al centro del quale si trova, sempre, il petrolio”. Un’analisi contraddetta dalle sue precedenti dichiarazioni sulla CIA, che si tratterebbe, secondo lui, di rinforzare! Leggendo fra le righe, si potrebbe attribuirgli una semplice volontà d’alternanza – il ritorno al potere dei democratici come pegno per il risanamento del sistema ?

Syrianatenta, malgrado tutto, di far esistere sullo schermo dei personaggi di paesi generalmente assenti dai prodotti hollywoodiani, se non a fini di bassa propaganda. Clooney ed il suo regista Stephen Gaghan affermano di voler far scoprire al pubblico statunitense delle problematiche che gli sono totalmente estranee. Il rispetto delle differenti lingue, cosa molto rara ad Hollywood, è da sottolineare: in Libano si parla arabo, a Teheran farsi; gli immigrati pakistani dell’emirato conversano in ourdou. Allo stesso modo, le immagini sono prese, il più spesso possibile, sui luoghi dell’azione; le scene situate nel Golfo Persico, sono, così, state filmate nella metropoli di Dubai e nei suoi dintorni. E’ la prima volta che una produzione statunitense gira, ufficialmente, in quest’emirato. Le scene, invece, che si presumono rappresentare Beirut e Teheran sono state, viceversa, ricostruite a Casablanca, ufficialmente per ragioni di sicurezza.
La rappresentazione degli Arabi e degli Orientali cerca, senza mai riuscirci, di evitare la caricatura. Il principe Nasir, uno dei pochi personaggi positivi del film, incarna, per esempio, la ragione ed il progresso. Vuole rompere con gli Stati Uniti, anticipa l’esaurimento dei giacimenti petroliferi e desidera la democratizzazione delle istituzioni. “E’ il nuovo Mossadegh!” esclama, con ammirazione, un giovane consigliere statunitense convertito alle sue vedute. Il riferimento è saporito, ed anticipa la povertà del film…..

Un’attenzione particolare è portata alla descrizione delle condizioni di vita degli operai immigrati che lavorano negli impianti petroliferi dell’emirato. Alloggiati in sordide baracche, sgobbano per un salario da miseria, senza il minimo diritto. Il racconto si attacca ad un gruppo di pakistani. Allorché la Connex licenzia in massa, il giovane Wasim e suo padre perdono prima il loro lavoro e, poi, il loro permesso di soggiorno. La vita quotidiana del giovane, nei baraccamenti surriscaldati e l’errare nel deserto circostante, assume aspetti quasi documentaristici. Ecco una realtà sconosciuta della guerra del petrolio. Un proletariato senza radici e sottomesso ad una forma moderna di schiavitù. Il personaggio di Wasim è osservato con discreta finezza; è un adolescente sensibile e dolce, molto commovente. Ma…. è musulmano.

Là cominciano i limiti del rispetto e della rappresentazione che si pretende oggettiva. Avendo perduto, a seguito del suo licenziamento, ogni diritto di soggiorno nell’emirato, brutalizzato dai servizi di polizia, Wasim non ha alcuna prospettiva. Spinto dalla fame e dalla disperazione, inizia a frequentare, con un amico, una scuola coranica, in cui può mangiare gratuitamente. L’insegnamento vi sembra, in un primo momento, moderato. Ma subito appare un religioso più giovane, e nettamente meno simpatico. Lo si identifica immediatamente come cattivo, per averlo visto, in precedenza, rubare un missile Stinger. La sua apparenza colpisce: è un arabo dallo sguardo azzurro e sornione. Non ha che uno scopo: indottrinare le giovani reclute per far commettere loro degli attentati suicidi. La storia di Wasim diventa, a questo punto, un mucchio di clichés improbabili. L’adolescente sognatore e così poco religioso si trasforma, in un tempo record, in fanatico, che lancerà una barca zeppa d’esplosivo contro il fianco di nave statunitense. Si sarà riconosciuta, nel passaggio, un’allusione all’attentato commesso nel 2000 contro la nave militare USS Cole. Clooney e Gaghan hanno, parecchie volte, esposto un altro dei loro disegni: spiegare gli atti terroristici attraverso la miseria, l’umiliazione e la rivolta, e mostrare semplici esseri umani sacrificati in questi attacchi. Ma la spettacolare trasformazione di Wasim non è mai credibile. Questo trucco grossolano nello scenario riduce al nulla l’obiettivo dichiarato. Si tratta piuttosto, qui, di confortare i fantasmi dell’opinione pubblica a cui si inculca l’equazione terrorista = musulmano. Il che non ha impedito a sceneggiatore e produttore di esser vilipesi negli Stati Uniti da una parte della stampa per aver reso simpatico un miserabile terrorista.

(La USS Cole)

Allo stesso modo, il finto emirato nel film è una trasposizione appena velata dell’Arabia Saudita. Le similitudini abbondano: il vecchio emiro malato invoca il re Fahd alla fine della sua vita, la sua grandiosa residenza di Marbella è una copia di quella che la famiglia Al – Saoud possiede, effettivamente, a Marbella, ecc. Riecco il tema del “patto col diavolo”, dei legami mortiferi intessuti degli Stati Uniti con un regno che sostiene il terrorismo, al solo scopo di sfruttare i suoi giacimenti di petrolio. Robert Baer aveva consacrato un secondo libro a questo inesauribile argomento, Sleeping With the Devil: How Washington Sold Our Soul for Saudi Crude, al quale il film si richiama molto più che a See no Evil. Ci si può, in aggiunta, domandare come la questione del conflitto israelo – palestinese possa essere interamente passata sotto silenzio in un film che esamina la posta in gioco geopolitica del Medio Oriente.

Ma c’è di peggio: l’episodio situato in Libano.
Ci si vede Bob Barnes – Clooney, che ha per missione di “neutralizzare” il principe Nasir, sollecitare la protezione di Hezbollah. Al suo arrivo a Beirut, lo si getta, occhi bendati, in un’auto che dovrebbe condurlo al quartier generale segreto di Hezbollah. La telecamera segue il veicolo nelle vie di un quartiere povero; si osservano numerosi uomini in armi appostati sui tetti. Un sottotitolo indica “Periferia di Beirut controllata da Hezbollah”. In una casa, Barnes è ricevuto da un religioso anziano e rispettabile, che gli accorda la sua protezione. Poi contatta un personaggio dubbioso di nome Moussawi, che vuole incaricare dell’assassinio di Nasir. Ma Moussawi è un traditore, e sottopone Barnes a tortura. Mentre è sul punto di ucciderlo, il religioso anziano di Hezbollah entra nella stanza e gli ordina di smettere. Barnes sviene; al suo risveglio, trova al suo fianco una foto del vecchio imam con su scritte queste parole: “Pensi a fare un regalo, prima di lasciare Beirut”. Qual è il significato dell’intero passaggio, raramente rilevato nelle recensioni del film? Senza alcun dubbio, l’assimilazione di Hezbollah ad una organizzazione terroristica sanguinaria. Il torturatore non è mai chiaramente presentato come un membro di Hezbollah, ma il suo nome è Moussawi, proprio come il vero responsabile degli affari internazionali di quel partito, Naeaf El Moussawi. Una delle guide religiose di Hezbollah interviene con calma in pieno “interrogatorio”; sembra venire dritto dalla stanza vicina. E questa interminabile scena di tortura, nel cui corso Moussawi strappa le unghie di Barnes con una tenaglia, è particolarmente atroce, pressoché insostenibile dallo spettatore. Per complicare le cose, Stephen Gaghan ha lungamente spiegato nel dettaglio, alla stampa, il suo tentativo come sceneggiatore e regista di Syriana. Si presenta come uno statunitense medio, ma appassionato di politica internazionale. Quando Stephen Soderberg e George Clooney gli hanno affidato l’adattamento di See no Evil si è, dice, documentato in modo approfondito sull’argomento. Afferma di aver trovato il termine “Syriana” nel vocabolario di certi think – tanks di Washington, per designare il rimodellamento del Medio Oriente che desideravano imporre. Ora, è totalmente falso. Il vocabolo non appare in alcun documento pubblicato dai gruppi di riflessione vicini al potere. Max Boot, feroce giornalista neo conservatore, conferma il fatto in un articolo per il Los Angeles Times ostile al film (e giudicato favorevole al terrorismo!): “io lavoro in un think–tank che possiede un vasto ufficio a Washington, e non ho mai sentito questo termine” . “Syriana” è, infatti, il nome storico del progetto della Grande Siria, che raggruppa attorno a questo paese il Libano, la Palestina e la Transgiordania.

Sempre per documentarsi, Gaghan ha viaggiato molti mesi in Europa e in Medio Oriente in compagnia di Robert Baer. Baer si suppone l’abbia messo in contatto con un certo numero di persone e di organizzazioni che facevano parte della sua rete di contatti per la CIA. Il cineasta insiste sulla grande varietà di punti di vista che ha raccolto. Interrogato su Hezbollah, si dichiara abbastanza impressionato dalla sua esperienza, senza esprimere accordo o disaccordo con la dottrina del partito libanese. Ma il racconto della sua intervista con un dirigente ufficiale è rocambolesca. Afferma di aver ricevuto una chiamata telefonica sul suo cellulare, fin dal suo arrivo a Beirut. Un contatto di Robert Baer gli dà appuntamento qualche minuto più tardi. Là, lo si mette in un’auto, gli si benda gli occhi, sempre parlandogli in arabo, lingua che non comprende. Preso dal panico, si domanda se non lo si voglia giustiziare sommariamente. Ma, dopo un percorso segreto, lo si introduce in un immobile decrepito, dove lo riceve un vecchio di 80 anni. E’ Mohammed Hussein Fadlallah, la guida spirituale di Hezbollah. Cortese e carismatico, Fadlallah gli parla delle azioni sociali del suo partito, specialmente della creazione di orfanotrofi. Il cineasta non spiega mai esplicitamente la sequenza libanese di Syriana, né il suo significato profondo. Ma ripete, a più riprese, la storia del suo “rapimento”, avventura riprodotta, praticamente identica, nel film.

(Mohammed Hussein Fadlallah)

Noi abbiamo interrogato dei responsabili di Hezbollah sulle circostanze dell’incontro fra il realizzatore Stephen Gaghan ed un membro di questa organizzazione. I fatti reali si rivelano totalmente differenti. Il viaggio segreto, ad occhi bendati, non è che pura invenzione. Hezbollah è, in Libano, un partito politico ufficiale, che siede in parlamento da molti anni e non ha alcun bisogno di messinscene teatrali per ricevere visitatori stranieri. In più, Gaghan, che era accompagnato da due persone, non ha mai incontrato Mohammed Hussein Fadlallah, ma solamente un segretario dell’ Ufficio Politico ed un quadro, incaricato degli Affari Esteri di Hezbollah.
E’ stato, egualmente, ricevuto nei locali di Al-Manar, la televisione creata dal partito. Per estensione, la sequenza della “periferia di Beirut controllata da Hezbollah” nel film – delle strade dai tetti invasi da uomini armati – è totalmente menzognera. Le strade dei sobborghi di Beirut hanno, oggi, un’apparenza molto ordinaria, senza spiegamento di forze. Quale ideologia veicolano tali immagini? Il fatto di travestire un’organizzazione libanese di resistenza da officina terroristica è rivelatore.

Cosa resterà agli spettatori ?

Syriana è un’opera ambigua, intessuta di contraddizioni. La chiamata in causa del sistema politico degli Stati Uniti e delle sue guerre del petrolio è certamente positiva per un pubblico statunitense disinformato e nutrito di slogan sul “modello di vita non negoziabile” del paese. George Clooney si riferisce espressamente al periodo di contestazione degli anni ’70, nel corso del quale Hollywood ha prodotto dei film di denuncia: All the President’s Men (1976) (Tutti gli uomini del presidente) brillante ricostruzione dello scandalo Watergate, e The Parallax View (1974) (Perché un assassinio), che mette in scena un allucinante complotto politico, tutti e due realizzati da Alan Pakula; Three Days of the Condor di Sydney Pollack (1975) (I tre giorni del condor), celebre denuncia dei crimini della CIA….
Ricordiamo, nel frattempo, che dopo l’11 Settembre il silenzio nella sfera mediatica e culturale degli Stati Uniti è stato assordante, tranne rare eccezioni. Quando l’ampiezza del disastro in Irak e gli effetti delle leggi totalitarie dell’amministrazione Bush ebbero poco a poco scosso il condizionamento dei cittadini, il bisogno di sfogo di fronte a questo brutto sogno divenne vitale. Oggi, la maggioranza della popolazione statunitense si pronuncia contro la prosecuzione della guerra in Irak e Bush è discreditato. E’ dunque molto più facile girare dei film un po’ di denuncia. Inoltre, il successo inatteso di Farheneit 9/11 di Michael Moore nel 2004 ha fornito idee alle majors.
Dei film che criticano la politica del paese possono, potenzialmente, portare molto denaro. Perché privarsene? Section Eight, la società di Clooney e Soderberg, ha un contratto con la Warner Bros. La Warner sperava di realizzare buoni affari con Syriana, che è, dopotutto, un thriller virtuoso interpretato da numerose star (George Clooney, Matt Damon, William Hurt, Jeffrey Wright, Christopher Plummer…). I risultati al box – office (più di 45 milioni di dollari di incassi durante i primi due mesi di programmazione sul territorio degli Stati Uniti, per un costo di produzione di 50 milioni) sono, d’altro canto, molto apprezzabili per un film etichettato “suspense geopolitica”.

Ma cosa vedranno gli spettatori? Una suspense esotica o un’opera politica? Cosa penseranno della storia? Alcuni saranno incapaci di discernere tra i fatti. La stigmatizzazione dei musulmani come terroristi potenziali non è ben più angosciante, per un pubblico condizionato alla paura dell’altro, della denuncia delle estorsioni statunitensi nel mondo? Quanto alla corruzione del sistema politico degli Stati Uniti, è notorio, e passa sovente per una fatalità. Il più grave resta l’assimilazione di Hezbollah, movimento di resistenza nato durante la guerra del Libano, ad un’organizzazione di torturatori nemici dell’ “America”.

Il messaggio cinematografico di Stephen Gaghan e George Clooney è un messaggio perverso. Si tratta di non lasciarsi ingannare.

Mireille Beaulieu
titolare di un DEA di Geopolitica e ricercatore di Storia del Cinema. Programmatrice di cinema, giornalista.
Fonte: www.voltairenet.org
Link: http://www.voltairenet.org/article135924.html
22.02.06

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di GIORGIA

NOTE:

1) “Dopotutto, non è che un film”, Voltaire, 13 Gennaio 2006;
2) “Lo spostamento del potere petrolifero” di Arthur Lepic e Jean Naffair, Voltaire, 10 Maggio 2004.

3) See No Evil: The True Story of a Ground Soldier in the CIA’s War on Terrorism di Robert Baer, Three Rivers Press, 2002. Versione francese: La caduta della CIA, le memorie di un guerriero dell’ombra sul fronte islamico, Lattès edizioni, 2002.

4) Sleeping with the Devil, How Washington Sold Our Soul for Saudi Crude di Robert Baer, Three Rivers Press, 2004. Versione francese Oro nero e Casa Bianca. Come l’America ha venduto la sua anima per acquistare il petrolio saudita, Gallimard éd., 2004

5) “Una guerra succulenta per Lockheed Martin”, Voltaire, 7 febbraio 2003.

6)LA POSTA IN GIOCO NASCOSTA DELLA CRISI IRANIANA Voltaire, 12 Febbraio 2004.

7) “Final production notes”, sito di George Clooney.

8) “Hollywood’s bad guy problem”, di Max Boot, Los Angeles Times, 28 Dicembre 2005.

VEDI ANCHE:

PETROLIERI, DIVIDENDI ALLE STELLE MA QUANTI GLI SPREMUTI DEL MONDO

BIG OIL SCHIACCIA L’AMERICA

UN EX CAPO DELLA CIA: ‘WASHINGTON SAPEVA CHE NON C’ERANO ARMI’

Pubblicato da Davide

  • giorgiovitali

    Intanto, è importante la sottolineatura del ruolo politico e geopoltico della cinematografia hollywoodiana. La quale NON è tanto evidente nei film di largo successo quanto nei piccoli episodi trasmessi abitualmente dalle televisioni di tutto il mondo. E’ importante e significativo che Reseau Voltaire abbia iniziato a pubblicare analisi estetico-culturali e “storiche” dei piani hollywoodiani che, in combutta con i governi statuntensi, hanno proposto il”MitoAmericano” a tutto il mondo. Quelli della mia generazioni ricordano molto bene il profluvio di film sui Marines che ci ha accompagnato per un buon quindicennio dopo la fine del conflitto mondiale, intercalati con i ” film rosa” atti a sollecitare la frenesia consumistica delle masse dell’ Europa sconfitta. E’ pertanto lecito sospettare sottili perazioni di disinformzione sostanziale in queste pellicole che non lasciano nulla al caso. Non dobbiamo dimenticare che tutta la produzione cinematografica statuntense è sottoposta alla supervisione USIA che ne controlla il messaggio nascosto insito in ogni pellicola e se questo pende anche impercettibilmente verso un’ immagine negativa degli USA viene inesorabilmente bocciata. Per concludere, occorre ricordare il grande giornalista ed intellettuale francese, Maurice Bardèche che fu tra i primi ad utilizzare la critica cinematografica per proporre i propri commenti politici. Due libri sull’ argomento dovrebbero essere sempre presenti nella biblioteca di chi si interessa di questi argomenti. Essi sono: ” Dietro il Sogno americano” di Gianantonio Valli, ed Barbarossa, 1991 e ” I divi di Stato” – Il controllo politico su Hollywood – di John Kleeves Ed. Settimo Sigillo, 1999. In quest’ ultimo libro è ampiamente dimostrato il ruolo del maccartismo che non fu, come erroneamente si crede, una forma di nazionalismo esasperato provocato dall’ acuirsi della “guerra fredda”, ma un sistema per ricattare i pochi produttori hollywoodian ancora indipendenti. Giorgio Vitali

  • giorgiovitali

    ATTENTI AI NOMI!!
    Dai nomi di autori, sceneggiatori e REGISTA si può con facilità DEDURRE da quale parte pende il messaggio subliminale del film in questione. GV