PER UNA TEORIA POLITICA DELLA MENTE

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DI GIANLUCA FREDA

comedonchisciotte.org

Osservate bene il filmato qui sopra. Si tratta del celebre “test della falsa credenza”, sviluppato negli anni ’70, che rappresenta, a mio avviso, una delle più importanti scoperte mai effettuate riguardo al funzionamento della mente umana, alla funzione del linguaggio e alla possibilità di dare una definizione a ciò che siamo soliti definire, in modo molto generico, “coscienza”.

Lo scopo del test è quello di accertare la capacità di un essere umano di rappresentarsi gli altri individui non come meri riflessi di se stesso, bensì in termini di stati mentali interni (come le convinzioni, le credenze, i valori, ecc.); vale a dire, la capacità di un individuo di riflettere sui propri meccanismi di pensiero e di distinguere tra le proprie credenze, basate sul possesso di dati di un certo tipo, e le credenze altrui, fondate sul possesso di dati diversi.

In parole non povere, ma misere: il test misura la capacità di un individuo di immaginare come pensano gli altri.

Uno dei tanti possibili svolgimenti del test è quello che vedete nel filmato: a un bambino di 4-5 anni viene mostrata una scatola che sembra contenere dei pastelli, ma che in realtà, quando viene aperta, si scopre piena di candele. Al bambino viene poi domandato: “Secondo te, questo orsacchiotto, che non ha mai visto la scatola, che cosa pensa che essa contenga?”. La risposta è quasi sempre: candele. Il bambino non sa ancora distinguere la realtà dai propri processi di pensiero; né è in grado di comprendere che la disponibilità di dati differenti può generare diverse visioni del mondo. Se io adesso so che dentro la scatola ci sono delle candele, perché non dovrebbe saperlo anche l’orsacchiotto? L’orsacchiotto non pensa forse come penso io? Non è forse parte di me?

Se però si ripete il test con bambini al di sopra dei 5 anni, gli esiti sono molto diversi. Alla domanda “secondo te, l’orsacchiotto che cosa pensa che ci sia nella scatola?”, la risposta è: pastelli. Io so che l’orsacchiotto possiede dati fasulli (il rumore che fanno le candele nella scatola, il disegno su di essa), come quelli che io possedevo all’inizio, dunque commetterà lo stesso errore che ho commesso io. Il bambino ha imparato:

1) Che egli è in grado di porre in atto delle procedure interne, chiamate “pensiero”, che sono distinte dalle procedure con cui opera l’ente chiamato “realtà” con cui è solito interagire;

2) Che le dinamiche con cui opera il meccanismo cognitivo del pensiero possono essere oggetto di riflessione ed essere predeterminate;

3) Che al possesso di dati differenti corrispondono meccanismi di pensiero differenti;

4) Che a meccanismi di pensiero differenti corrispondono individui differenti.

E’ la cosiddetta conquista della “metacognizione”, la quale comporta una serie di altre conquiste intellettive: la capacità di vedersi dall’esterno, di studiare le proprie dinamiche cognitive ed emotive, di riconoscersi come ente distinto dalla realtà esterna e – soprattutto - di valutare gli altri individui non solo come entità fisiche esterne ma anche in funzione delle loro interne dinamiche di pensiero. Dopo i 5 anni, il bambino, per qualche motivo, sviluppa dunque ciò che potremmo semplicemente chiamare “coscienza” nonché la capacità di riconoscere tale “coscienza” in altri.

Si badi bene che l’acquisizione di queste qualità è una conquista evolutiva relativamente recente per il genere umano, databile a non più di 4000-5000 anni or sono. Prima di allora, le qualità metacognitive sopra descritte non erano appannaggio dell’intera specie, bensì rare prerogative di alcuni individui intellettivamente più evoluti.

Che cos’è che ha prodotto per la specie umana questo miracoloso salto evolutivo?

Che cos’è che, ancora oggi, lo determina, in ciascun individuo che abbia superato i 4-5 anni di età?

Semplice: è l’evoluzione del linguaggio.

La capacità di prevedere il comportamento di altri individui basandosi su una credenza che si sa essere falsa, richiede uno sviluppo significativo delle facoltà linguistiche: la capacità di parlare di eventi futuri (e dunque di distinguere il futuro dal presente); la capacità di formulare ipotesi; la capacità di definire possibili realtà alternative. Non sono in grado di prevedere che cosa penserà l’orsacchiotto se non possiedo tempi verbali in grado di rendere l’idea di futuro, modi verbali in grado di rendere l’idea di possibilità o di eventualità, strutture sintattiche complesse che mi consentano di collegare tra loro in un unico periodo differenti percezioni della realtà (“io credo che lui pensi…”).

Nessuna idea può acquisire forma senza rivestirsi di linguaggio.

Questo “salto” nelle capacità linguistiche, nei bambini, avviene solitamente intorno ai 4-5 anni; per l’umanità è avvenuto intorno al 3200 a.C., con l’invenzione e la diffusione della scrittura. A ogni arricchimento del linguaggio corrisponde un’espansione delle capacità di pensare il mondo, osservandolo da diversi punti visuali; viceversa, ad ogni impoverimento del linguaggio, corrisponde un’approssimazione tendenziale allo status intellettivo di un bambino di 4 anni, il quale non è in grado di percepire alcun pensiero, alcun sentimento, alcuna realtà, ad esclusione dei suoi personali.

Mi è venuto in mente il “test della falsa credenza” quando ho visto commentare, in diversi forum su internet, i risultati del referendum sul “Brexit”. E’ sconfortante la povertà di linguaggio che porta molti autori e commentatori a valutare le strategie geopolitiche poste in atto con tale operazione come se si trattasse di questioni appartenenti alla propria vita quotidiana; come se i gruppi dominanti statunitensi, che tengono in pugno l’Europa, e i gruppi di inquilini di un condominio pensassero allo stesso modo, vedessero il mondo nello stesso modo, distinguendolo nelle stesse categorie e sub-categorie. Ci si rifiuta di riconoscere a questi gruppi dominanti una complessità di pensiero e una modalità di pianificazione che probabilmente noi uomini comuni non abbiamo ancora neppure il linguaggio adeguato per descrivere. Per fare un banale esempio, il termine “false-flag” è entrato nel mio personale vocabolario non più di una quindicina di anni fa. Prima di allora, non avevo un termine per definire l’atto con cui un gruppo di potere organizza un evento politicamente dirompente (un eccidio, un assalto, una rivoluzione), attribuendone ad altri la responsabilità, allo scopo di perseguire finalità di dominio. Esisteva, è vero, il termine “strage di stato”, che però i mezzi di comunicazione amavano ammantare di nebulosità semantica, senza mai fornirne una definizione cristallina; e che comunque si riferiva ad un atto occasionale, limitato all’ambito stragista e insospettabile, ad esempio, in un contesto insurrezionale, difficilmente richiamato in eventi a carattere internazionale, tendenzialmente connotato da interessi partitici, compiuto da settori “deviati”… niente che potesse ricondurre ad una strategia internazionale consolidata da oltre un secolo dagli stessi gruppi che, in molti casi, tengono oggi le redini della politica globale. Non possedendo il termine “false-flag”, non ero neppure in grado di pensare la modalità operativa standardizzata che esso definisce. Così come è probabile che oggi, per carenza di un linguaggio adeguato, io non sia in grado di pensare molte modalità operative standard dei gruppi dominanti che vediamo porre in opera attraverso ciò che a noi sembra il consueto dispositivo della “democrazia”.

E se non ne sono in grado io, figuriamoci se lo è l’80% degli esseri italici, il cui vocabolario consta di poche centinaia di lemmi.

A proposito della Gran Bretagna, ho sentito dire cose scioccherelle: ad esempio, che sarebbe essa a tenere sotto controllo gli USA, anziché viceversa, poiché la sua ricchezza, la sua finanza e la sua qualità della vita sono mediamente superiori a quelle USA. Sorvolando sul chi controlla chi (che a me sembra, ahimé, anche troppo lampante), il punto è che la logica di un tale ragionamento è degna, appunto, di un bambino in età pre-metacognitiva. Siamo noi persone comuni ad essere ossessionate dalla ricchezza, dalla finanza e dalla qualità della vita; attribuire le stesse ossessioni a personaggi che operano ad un livello sideralmente differente, significa non possedere la capacità di pensare come pensano gli altri, di distinguere le nostre dinamiche di pensiero da quelle di soggetti esterni.

Allo stesso modo, è davvero sconfortante vedere gente che esulta perché “il popolo, col referendum, ha fatto valere le proprie decisioni”. Questo credo sia un punto fondamentale, ma è difficilissimo farlo entrare nella zucca della gente, proprio perché il linguaggio che la maggioranza delle persone è abituata a parlare è dicotomico: cioè prevede la possibilità di scegliere soltanto tra due opzioni predefinite, escludendo qualunque pensiero che, comprendendo l’inutilità di entrambe, si muova alla ricerca di una terza o quarta via. O sei di destra o sei di sinistra. O sei pro-immigrazione o sei razzista. O sei per il “remain” o sei per il “leave”. Pochissimi desiderano capire come funziona realmente il pensiero di chi può pianificare la struttura da imprimere al mondo: la maggior parte delle persone desidera soltanto avere una squadra per cui tifare e per cui suonare il clacson all’impazzata in caso di vittoria. Ero così anch’io, fino a una quindicina d’anni fa, e so cosa si prova, quali pulsioni ti costringono in questa prigione binaria del pensiero. Proverò perciò a scrivere qualche concetto in grassetto sottolineato, così magari, chissà, a qualcuno inizia a squillare un campanello nella cervice.

Allora: il popolo non decide e non conta nulla. Se mai inizierà o tornerà a contare qualcosa, non sarà certamente grazie a strumenti “democratici” come il referendum o le elezioni, che esistono al solo scopo di mantenerlo nell’assoluta impotenza. La democrazia non è la soluzione: è il problema. E’ un insieme di vincoli a carattere normativo e rituale, imposti alla moltitudine attraverso la legislazione e la propaganda, che hanno una duplice funzione: la prima e meno importante, è quella di tenere sotto controllo le masse, conferendo loro un potere che esse credono sovrano, ma che in realtà è puramente liturgico, esatta negazione di qualsiasi potere effettivo sulle dinamiche politiche, interne o – a maggior ragione - internazionali; la seconda e più importante, è quella di fungere da strumento di composizione dei conflitti tra gruppi di potere, diverso dalla guerra aperta: attraverso gli strumenti della cosiddetta “democrazia”, i gruppi di potere hanno nelle mani un mezzo assai versatile per spingere le masse contro i gruppi avversi, per ricattarli, minacciarli, avvertirli oppure, in casi non rari, per pervenire alla stipulazione di una tregua. La democrazia è la struttura attraverso la quale la gente comune diviene l’arma che ciascuna élite punta contro le élite avversarie. La democrazia istituzionalizza e formalizza, rendendolo permanente, il ruolo di “carne da cannone”, già rivestito con successo dalla marmaglia in innumerevoli guerre e rivoluzioni. Nessuna moltitudine sana di mente va incontro, di sua spontanea volontà, alle sbarre di una “democrazia”. Per imporla è infatti necessario un inganno, un atto di forza o più spesso una vera e propria guerra, con stragi, devastazioni, bombardamenti indiscriminati sulla popolazione.

Se si capisce questo concetto, si riesce forse a inquadrare in una prospettiva di maggior realismo la vicenda del referendum britannico.

Tanto per cominciare, la decisione popolare, in sé, come si è visto, non conta un bel niente. Infatti il referendum non è giuridicamente vincolante e la volontà espressa attraverso di esso (con percentuali, peraltro, non esattamente bulgare) potrà tradursi in atto politico solo se il parlamento inglese deciderà di attuarla. E il parlamento inglese, su 650 membri, ne conta 489 (il 75%) che sono favorevoli alla permanenza nella UE. Gli scenari che si prospettano sono dunque soltanto i seguenti:

1) Il referendum è stato promosso da gruppi dirigenti britannici agguerriti e disposti a sfidare poteri soverchianti pur di riprendere, attraverso la riconquista di ampie sfere di autonomia nazionale, una politica di dominio, che la permanenza nell’UE – la quale, non dimentichiamolo, è struttura di controllo di matrice statunitense, affidata alla sorveglianza dei “kapò” tedeschi – non consente. Non nascondo che questa ipotesi rappresenta la mia non tanto segreta speranza. Ma è una speranza resa assai flebile dal pessimismo della ragione. Sapremo presto come stanno le cose. Se la Gran Bretagna volesse fare le cose secondo le regole, l’uscita dall’UE richiederebbe, secondo l’art. 50 del Trattato dell’Unione Europea, una procedura assai complessa che tra accordi e adeguamento delle normative si protrarrebbe per un minimo di 2 anni (ma di fatto molti di più, visto che moltissime norme britanniche, oggi riprese dalle normative europee, dovrebbero essere riscritte). Se vi sono reali intenzioni di staccarsi dall’UE, l’uscita sarà piuttosto rapida e drastica, probabilmente perfezionata in un periodo ben minore dei 2 anni previsti e probabilmente non indolore. L’emergere di un nuovo e determinato gruppo dirigente europeo danneggerebbe gli interessi statunitensi, a partire dal naufragio degli accordi TTIP, spingendo gli ambienti di potere d’oltreoceano a giocare qualunque carta pur di scongiurare tale eventualità: già ieri si iniziava a parlare, in maniera anche piuttosto esplicita, di secessioni della Scozia e dell’Irlanda del Nord, che verrebbero certamente incentivate e finanziate da coloro che desiderano ridurre le élite inglesi a più miti consigli. Un vero gruppo dirigente a carattere nazionalista deve essere pronto ad affrontare questa eventualità, in verità non troppo “eventuale”. Se invece la Gran Bretagna deciderà di seguire la procedura di uscita prevista dal protocollo, allora sapremo che le intenzioni non sono serie. Un distacco protratto per un periodo così prolungato, attraverso un percorso minato di trattative, compromessi, discussioni interminabili, vanificherebbe nei fatti ogni velleità indipendentista, esponendo la Gran Bretagna alle ritorsioni degli avversari. E’ banale dirlo, ma un apparato militare degno di questo nome, prima vince la battaglia, poi intavola trattative col nemico. Se le trattative vengono prima della battaglia, siamo di fronte a un gruppo animato da volontà di compromesso o di tradimento, non da volontà di potenza. Detto in altro modo: se vi è il desiderio di continuare a utilizzare gli strumenti “democratici” come mezzo di composizione dei conflitti tra gruppi di potere, allora siamo di fronte ad un bluff, non ad una vera lotta in grado di mutare la configurazione delle sfere d’influenza.

2) Il referendum è stato promosso dagli attuali gruppi di sub-dominanti britannici, al solo scopo di consolidare la propria posizione (anche a costo di sacrificare una nullità come Cameron) nei confronti di altri gruppi sub-dominanti, di livello nazionale, ma soprattutto internazionale. In particolare, i sub-dominanti inglesi stanno cercando di rafforzarsi nei confronti dei sub-dominanti tedeschi - ai quali gli Stati Uniti hanno affidato fin dall’inizio il compito di tirare le redini di quel lager a cielo aperto che chiamiamo Unione Europea – e magari, col tempo, di sostituirli nel ruolo di “kapò” dell’UE. Per quanto mi dispiaccia dirlo, dai balletti che ho visto finora mi sembra l’ipotesi più verosimile.

Attenzione però: ciò non significa che il risultato del referendum sia, nel complesso, inutile o poco interessante. Il fatto stesso che i sub-dominanti inizino a duellare tra loro, è indice del fatto che siamo in presenza di un indebolimento progressivo dei gruppi dominanti statunitensi, reso più forte dall’incertezza che circonda le prossime elezioni presidenziali. Ci sono altri segnali che indicano la volontà dei gruppi sub-dominanti europei (tedeschi in primis) di prepararsi a scenari in cui il controllo degli USA sul continente europeo vada progressivamente allentandosi. Ad esempio, il fatto che, per la prima volta dalla fine della Guerra Fredda, la Germania abbia iniziato ad ampliare il proprio esercito regolare. L’incremento di truppe militari sembra voluto e gestito dalla NATO in funzione antirussa, almeno questa è la versione che si sta cercando di far passare. Se anche fosse così, tale rafforzamento militare sta di fatto determinando reazioni preoccupate in Gran Bretagna, la quale sta ovviamente giocando le sue carte per garantirsi spazi di indipendenza e manovra. Non è inoltre una novità il “doppio gioco” dei tedeschi, i quali sostengono, da un lato, le sanzioni contro la Russia, ma dall’altro intavolano con essa trattative che sembrano preludere ad un allentamento della tensione, se non proprio ancora ad una vera partnership commerciale. In questo senso, è perfino possibile – dico “possibile” – che l’idea del “Brexit” sia stata almeno “tollerata” (se non proprio gestita) dagli stessi gruppi dominanti statunitensi, allo scopo di far capire alla Germania che, tenendo il piede in due scarpe, rischia di giocarsi il proprio ruolo di “cocchiere” dell’UE per conto terzi. Ciò non toglie, naturalmente, che gli Stati Uniti abbiano ben fatto capire agli inglesi – attraverso i titoli che avete visto nei giorni scorsi sui loro mezzi di propaganda diffusi in tutta Europa - che un’azione nazionalista britannica, rivolta a proseguire oltre i limiti del mero spauracchio antitedesco, non sarebbe tollerata.

Succo del discorso: il referendum britannico, come qualsiasi altro evento che possieda un ampio rilievo geopolitico, per essere compreso nel suo reale significato deve essere studiato con gli occhi dei gruppi di potere che lo hanno progettato, non con quelli dei pur legittimi desideri di rivalsa popolare. E per comprendere il punto di vista delle élite, è necessario che si inizi a parlare di politica con un linguaggio nuovo, che contempli ad esempio termini come “aree d’influenza”, “flussi di relazione”, “penetrazione politica” (di cui la penetrazione commerciale ed economica è solo un aspetto), “rapporti trasversali” tra gruppi di potere internazionali, che non coincidono necessariamente, anzi, non coincidono quasi mai, coi rapporti tra stati; e chissà quanti altri termini, che definiscono modalità operative a noi sconosciute e che dobbiamo ancora elaborare. Lo stesso concetto di “stato” andrebbe profondamente rivisto: si dovrebbe capire che quando parliamo di Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania, Francia, ecc., usiamo questi termini per comodità (un nome a queste entità bisognerà pur darlo, se vogliamo discuterne), ma stiamo in realtà parlando di multiformi articolazioni di gruppi di potere, i quali, pur facendo perno su un certo nucleo d’interessi relativamente stabile nel tempo, si configurano in sistemi di relazioni (accordi, rivalità, associazioni, raggruppamenti, guerre intestine, ecc.) estremamente differenziati e suscettibili di variazioni di fase in fase.

Se invece continueremo a inquadrare il problema coi nostri occhiali e col nostro linguaggio di uomini qualsiasi, non faremo altro che restare bambini, ben al di sotto della soglia della metacognizione. Resteremo privi di una lingua che ci consenta di sviluppare una vera coscienza del meccanismo delle relazioni globali, quindi del tutto impossibilitati ad intervenire su di esso.

Dedico questo articolo a tutti coloro che, ad ogni inutile referendum, ad ogni inutile tornata politica vinta dalla squadra del cuore, sventolano le bandierine del risveglio dei popoli, della riscossa della “gente comune”, del trionfo della “democrazia”; senza neanche capire che stanno adorando esattamente l’orribile divinità a cui vengono quotidianamente sacrificati. La gente comune avrà la sua riscossa quando inizierà a parlare (e quindi a pensare) come parlano (e quindi pensano) i potenti, elaborando un modello politico-teorico che consenta di preventivare le evoluzioni dei rapporti tra gruppi di potere, in modo da poter intervenire, a vari livelli, sui loro sviluppi.

Fino ad allora possiamo continuare a illuderci che le candele siano pastelli e che tutto il mondo sia in grado di realizzare con esse fantasmagorici e arcobalenici arabeschi.

Gianluca Freda

Fonte: www.comedonchisciotte.org

28.06.2016

Commenti (64)

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    1. gaia 29 giugno 2016

      Sono abituata a ragionare e quando mi assalgono dei dubbi ricorro ad un mediatore culturale come può essere l'enciclopedia Treccani che sostiene che i Veda siano una manifestazione degli Arii che risale al 2200 a.c:, credere che tutto d'un botto si siano scritte migliaia di pagine mi sembra ingenuo, forse l'amanuense che li ha vergati era la prima incarnazione di mago Zurlì.

    1. ottavino 29 giugno 2016

      Magari è tutto vero, ma per quanto mi riguarda trovo tremendamente noiosi tutti questi accadimenti.

      Ci sono conflitti tra élites diverse? Che si scontrino! Che si massacrino!!
      questo lento stillicidio, queste guerre sotterranee, questo non arrivare mai al dunque, non permette l'emergere di chiare polarità.
      Noi abbiamo terribilmente bisogno di fare, anche se fare significasse tirarsi delle atomiche.
      Pensieri, parole... Non servono...
      siamo una società materialista, non un luogo di filosofi... Qui si capisce solo le bombe....
    1. polm 29 giugno 2016

      Mi sono fermato alla parte sulla "nascita" della coscienza (dovuta al linguaggio e alla scrittura) intorno al 3200 a.c., perché è un argomento che mi interessa... e devo dire che con queste affermazioni GF rivoluziona le conoscenze in campo antropologico, sull'evoluzione della mente, umana e animale, e sull'evoluzione del linguaggio.

    1. AlbertoConti 29 giugno 2016

      Sono in tanti a denigrare la democrazia come metodo di governo fasullo, di copertura per poteri nascosti.
      Sta di fatto che dopo l'epoca del "Principe" è arrivata l'epoca dei "poteri forti", cioè quelli più danarosi, che di nobiltà non hanno più nulla (essendo composti da ladri e delinquenti), e perciò devono necessariamente nascondersi per non perdere il consenso sul loro governo, esercitato per "induzione" di massa dei loro stessi intendimenti. Da qui l'inganno mediatico e il totale degrado della politica.
      E' ovvio che allo stato dell'arte la democrazia sia puramente utopica, ma è altrettanto ovvio che l'epoca della fiducia cieca negli illuminati elitari, al vertice della piramide, non sarà mai più proponibile. Perciò ben venga l'utopia, e speriamo che prevalga sui fondamentalismi religiosi, ultimo baluardo dell'ancien regime.

      I cosiddetti "mercati", cioè le borse, sono attualmente il banco di prova delle teorie sovraesposte, dal momento che affidano la loro logica binaria (buy/sell) alla comprensione di cosa stiano pensando gli altri players. E i risultati si vedono, più che cicli bolla/crisi non sanno esprimere, sono cioè motori d'instabilità irrazionale, del tutto antieconomica ed antisistemica. Ma per fortuna si mangia ancora tutti i giorni per necessità fisiologica.

    1. Georgejefferson 29 giugno 2016

      Giusto, infatti avro modo di argomentare meglio, cominciando dalla dicitura "popolo" al singolare (che non conta niente e "coglione", nella novella romanzata), che invece comprende innumerevoli varianti ma che alla destra piace omologare in una sola entita' come aiuto alla sua narrazione favolistica

    1. makkia 29 giugno 2016

      a patto che abbia alla base una cittadinanza
      istruita, consapevole, attiva, ecc.”. Sono cazzate. Se il popolo fosse
      istruito, consapevole e attivo, non sarebbe più popolo, ma élite.


      Ehm, ma non suggerivi di evitare il manicheismo? Ci sarà bene una differenza tra popolo bue e un popolo orgoglioso di sé stesso e della propria nazione, con livelli di istruzione più alti che alterino in meglio la capacità media di rapporto con la realtà.
      Anche la tua ipotetica élite illuminata (senza virgolette) farebbe molto bene a concentrarsi sull'istruzione del popolo, e non per il suo benessere spirituale, ma per dotarlo di anticorpi alle immancabili contro-riforme delle elite concorrenti straniere o interne.

    1. makkia 29 giugno 2016

      Parbleu!
      In verità Mondart è diventato via via meno pindarico (nel senso buono) e più concreto.
      Chiuso il discorso con la massoneria e le raffinate analisi elicoidali, diceva che, potenti che siano, Essi hanno paura di qualcosa.
      Paura di essere "scoperti" e ritrovarsi 0.01% contro un 99% incazzato e con l'1% che si caga sotto perché presagisce la punizione da infliggere ai complici dello 0.01%
      Diceva anche che alcuni sfuggono al meccanismo (lui suggeriva Chavez, La Presidenta argentina e Putin) e capeggiano nei fatti una rivolta organizzata, pur se continuano a usare i vecchi arnesi della politica, delle elezioni, della democrazia, del supporto popolare.

    1. totalrec 29 giugno 2016

      "La nascita della coscienza non è assolutamente imputabile al linguaggio scritto."



      La nascita della coscienza corrisponde ad un ampliamento delle prerogative mentali (la capacità di riflettere sui propri meccanismi di pensiero e su quelli altrui, comprendendone la disparità), il quale, per i motivi esposti nell'articolo, è inscindibile da un corrispettivo ampliamento delle capacità di linguaggio.

      Vero è che la scrittura è solo una delle possibili modalità di ampliamento del linguaggio, ma - per motivi che mi sembra perfino superfluo riferire - essa costituisce un ampliamento di proporzioni colossali. Consente infatti di catalogare in un unico punto milioni di lemmi differenti, di raccoglierne di nuovi, di avere sempre interi compendi linguistici a portata di mano, di combinare tra loro i simboli grafici in modi che col semplice segno fonetico non sarebbero stati pensabili, di studiare il fenomeno stesso della lingua, ricavandone per deduzione le regole di base. La scrittura è di fatto la creazione di un veicolo del significato totalmente nuovo, diverso dal veicolo fonetico, quindi la costituzione di un linguaggio ex novo. Dire che non abbia nulla a che fare con lo sviluppo della coscienza mi sembra, questo sì, una castroneria.
      Le sembra un caso che, anche nei bambini, il "salto" verso la metacognizione avvenga pressappoco nell'età in cui s'iniziano ad imparare i primi rudimenti di lettoscrittura?
      (GF)
    1. totalrec 29 giugno 2016

      "allora lo hai capito dopo di aver scelto la visione mondo di destra (fatta da mille sfumature, e' bene ricordarlo)".



      Appunto, esistono mille sfumature, anzi milioni, le quali per me corrispondono a milioni di diverse visioni del mondo. Comprimere il tutto all'interno di due soli termini - oltretutto ambigui e eteroindotti - come "destra" e "sinistra" è un delitto contro il linguaggio, cioè un'autocastrazione della capacità di pensiero.
      (GF)
    1. zufus 29 giugno 2016

      Comunque la si pensi, ogni articolo di Freda è un arricchimento per chi lo legge.

    1. geopardy 29 giugno 2016

      Concordo.


    1. geopardy 29 giugno 2016

      Saranno pure scritti 3800 anni fa, ma si rifanno alla tradizione orale e dei simbolismi precedente.

      La nascita della coscienza non è assolutamente imputabile al linguaggio scritto.
      Questa è una tale castroneria che non varrebbe neanche la pena di commentare.
    1. natascia 29 giugno 2016

      Bene, e grazie per le sue aperture. Temo comunque che la geografia e il controllo del territorio restino dei punti fermi. Non necessariamente di privata proprietà. Non a caso alla penetrazione fallica si stanno predisponendo vari tipi di fecondazione artificiale. E lo studio della penetrazione politica altro non è che la nuova colonizzazione volta alla eliminazione di ogni virus di incertezza o ribellione. Così, giusto per non avere più nessun vincolo umano, che so di rispetto per le diversità, o rispetto personale o generazionale o familiare. Non si tratta di illusioni, si tratta di serietà, non si tratta di forma, ma di contenuto.







    1. Georgejefferson 29 giugno 2016

      A allora lo hai capito dopo di aver scelto la visione mondo di destra (fatta da mille sfumature, e' bene ricordarlo). Meglio tardi che mai, perche sai, questa narrazione si ripete da un bordello di anni (quella elitista) ed e' facilmente smontabile nelle sue enormi semplificazioni del reale, solo che non servono le bandierine dei tifosi, ma il ragionamento, e ci vuole del tempo. Di sicuro l'ingenuo non la notera la parzialissima posizione elitaria ed escludente, perche la retorica intellettuale di destra, e' fatta apposta per l'ingenuo che non sviluppa giudizio critico.


      La critica all'elitismo di destra, non e' nel confutare l'acqua calda, che si vanta di aver "scoperto", ma di darla come stato di natura, e quindi di prevederne il futuro come statico e mai trasformabile.E' questa l'ideologia di fondo, non lo sapevi total? Per quello sono utilissimi alla causa degli oppressori, sono come il prete demoralizzato che fa la comunione e accarezza le lacrime del disperato cianciando di destino

    1. totalrec 29 giugno 2016

      "Nella realtà l'orsacchiotto non pensa nulla non essendo un essere vivente."


      Vero, infatti il "test della falsa credenza", nelle sue modalità più recenti, è stato modificato ponendo un altro bambino al posto dell'orsacchiotto.
      (GF)
    1. dainroad 29 giugno 2016

      Video interessante non tanto per le candele al posto delle matite quanto per il fatto che si dia libertà di pensiero ad un pupazzo. Nella realtà l'orsacchiotto non pensa nulla non essendo un essere vivente.

      Metafore finalizzate a vedere "attraverso" una realtà che sovente ne nasconde un'altra e che quindi realtà non è: una sorta di scatole cinesi ad apertura criptata.
      Belle riflessioni in fondo riassumibili in un solo termine : energia. Un grande accumulo di energie, tensioni umane che in questi anni si stanno forzatamente accumulando senza averne sfogo. Un forte, DISEQUILIBRIO; chiamatelo immigrazione, disoccupazione, povertà, perdita di dignità. Nel momento in cui tutto questo viene pilotato esternamente con secondi o terzi fini il rischio assoluto è di trovarsi un giorno tutte queste "energie" ritorcersi inaspettatamente contro, la storia ne è testimone !
    1. totalrec 29 giugno 2016

      "I popoli dell'età del bronzo, capaci di lavorare i metalli, tessere stoffe elaborate, coltivare la terra, erano più stupidi degli odierni bambini di 5 anni solo perché noina vevano al scrittura?

      Non possedevano né "coscienza", né capacità di metacognizione. "Essere stupidi" è altro concetto, su cui sarebbe preferibile non inoltrarsi.

      Solo gli uomini che usano la scrittura sono intelligenti? Avevano ragione quindi i colonialisti del '700 e '800 a trattarli al pari di bestie?"

      Il punto non è se avessero ragione o torto. Il punto è che tra chi possiede un linguaggio complesso (quindi un'idea multiforme della realtà) e chi possiede un linguaggio primitivo (quindi un'idea elementare della realtà), il ruolo della bestia spetta sempre al secondo dei due. Si tratta solo di capire che ruolo lei desideri esercitare.

      "Dai Freda, illuminaci ancora... dicci quale governo vorresti ci fosse."

      Se proprio mi si costringe ad esprimere un pio desiderio, assai prematuro e non realizzabile in tempi brevi, allora dico che vorrei avere lo stesso tipo di organizzazione politica che abbiamo adesso (cioè l'affidamento di ogni prerogativa ad un'élite di potere estremamente ristretta e con enormi competenze gestionali), ma con due notevoli differenze:

      1) Ogni élite dovrebbe avere un carattere nazionale: ciò che è insopportabile non è l'essere governati da altri, ma essere governati da sguatteri di poteri sovranazionali situati ad un oceano di distanza; i quali poteri sovranazionali non hanno né un'idea chiara delle necessità delle nazioni su cui esercitano il loro dominio, né interesse a procurarsela;

      2) Questa élite dovrebbe spogliarsi, una volta per tutte, del laticlavio ormai lacero e ripugnante della cosiddetta “democrazia”. La democrazia è il paravento dietro il quale i gruppi di potere si nascondono, ammantando il perseguimento (inevitabile) dei propri interessi da “volere del popolo” e da “utilità collettiva”. La democrazia è devastante per molti motivi, primo fra tutti il fatto che deresponsabilizza tanto i governanti (i quali non si assumono responsabilità, poiché sulla carta è il popolo ad essere “sovrano”) quanto i governati (i quali si accuseranno a vicenda di aver scelto, tramite il voto, il governo sbagliato); col risultato che il potere avrà le mani doppiamente libere: libere dalla responsabilità che viene dal dover giustificare il proprio potere col buon governo (o anche soltanto col governo) e libere dall’interferenza dei sudditi, i quali saranno troppo impegnati a maledirsi tra loro per prendere qualsiasi iniziativa politica concreta.

      Per carità, non mi si venga a dire che “la democrazia è una buona idea, a patto che abbia alla base una cittadinanza istruita, consapevole, attiva, ecc.”. Sono cazzate. Se il popolo fosse istruito, consapevole e attivo, non sarebbe più popolo, ma élite. Il popolo è sempre stato - e non può che essere – ciò che vediamo al mercato, sull’autobus e su questo stesso forum: un’accozzaglia di poveri cristi, resi primitivi da un linguaggio involuto, disposti a credere ai rettiliani, al “capitalismo” (come se ce ne fosse di un solo tipo), ai malvagi banchieri, alle crudeli multinazionali e a tante altre simili fregnacce pur di non sottostare alla fatica di ampliare le proprie facoltà linguistiche e dunque di elaborazione della realtà. Se la democrazia non fosse un feticcio dietro cui le élite celano se stesse e per assurdo esistesse davvero, essa sarebbe la più spaventosa delle forme di governo immaginabili. Piuttosto che essere governato sul serio da un branco di pecore armate di matita copiativa, preferisco allora di gran lunga il ruolo di suddito dei Rothschild, dei Rockfeller, dei Kissinger… perfino dei rettiliani, alle brutte brutte.

      (GF)

    1. totalrec 29 giugno 2016

      Conosco bene il Rgveda, è databile al massimo a 3500-3800 anni fa. Quindi?

      (GF)
    1. geopardy 29 giugno 2016

      Anche a me sembra molto riduttivo il collegamento scrittura-linguaggio.

      Il fatto di combattere contro un nemico, pensando come egli penserebbe, non è una novità e fa parte delle strategie di lotta o guerra da chissà quanto tempo.
      Il fatto che tutti noi saremmo completamente etero-diretti il Freda lo asserisce da sempre, fa parte integrante, secondo me, dell'impotenza individuale nata dall'organizzazione sociale dell'industrializzazione di massa, che inserisce l'individuo in meccanismi al di fuori del suo diretto controllo e da esso, quindi, il senso d'impotenza, che ha come riflesso mentale individuale il sentirsi schiacciato da forze e da meccanismi, apparentemente complessi, al di sopra della sua capacità di controllo.
      Di qui la differente risposta organizzativa del comunismo, volta a ridare l'appropriazione dei mezzi di produzione alle fasce sociali sottomesse al sistema capitalistico, che ha ridato sì una ridistribuzione della ricchezza, ma non il pieno controllo promesso e che ha generato una nuova classe dirigente di tipo dispotico.
      La facilità con cui licenzia la "democrazia" (la virgoletto perchè non è mai stata un fatto compiuto, ma, come tutte le cose, perfettibile) è sconcertante e alla base non noto alcuna profonda analisi in merito.
      Per quanto riguarda la questione definita Brexit, dal momento che ha la pretesa di elevare la sua comprensione dei fatti al di sopra della gran parte degli altri, che relega al di sotto dei 5 anni, trascura l'interezza dei complessi in atto nel mondo e, vittima di quel senso d'impotenza di cui sopra, divinizza l'elite dominante in occidente come unica protagonista, non conoscendo, ad esempio, il potenziale inglese residuo (finanza e commonwelt) ed il fatto di riposizionarsi nello scacchiere multipolare in divenire.
      La Gb, un altro esempio in merito, sta diventando uno degli hub preferenziali dello Yuan della Cina, il cui governo dimostra di non credere in un brillante futuro della UE, come quello inglese, d'altrode, che si è rifiutato di entrare nell'euro.
      Chiaro che ci potrebbe stare anche il subdolo motivo che l'articolista paventa, ma il popolo inglese non è così pecorone come altri popoli ed i suoi governanti ne temono il pensiero.

      Il non aver contemplato l'influenza del resto del mondo nelle motivazioni degli inglesi, il voler relegare il tutto in una reductio ad unum della complessità vigente lo relega, di fatto, al di sotto dei 5 anni.



    1. Fischio 29 giugno 2016

      Come funzionerebbero le cose in un Paese popolato esclusivamente da muti? Mah, chi lo sa...
      Comunque, allo stato delle cose esiste una sola coscienza utile per uscire dal pantano, ed è quella di 'classe'.
      Distinguere e combattere la differenziazione sociale inasprita dal capitalismo statunitense attraverso nuovi strati sociali intermedi, uniformando però consumi e modelli culturali. In buona sostanza la questione resta nei secoli la stessa: Capitale-Lavoro!

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