PER UNA TEORIA POLITICA DELLA MENTE

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DI GIANLUCA FREDA

comedonchisciotte.org

Osservate bene il filmato qui sopra. Si tratta del celebre “test della falsa credenza”, sviluppato negli anni ’70, che rappresenta, a mio avviso, una delle più importanti scoperte mai effettuate riguardo al funzionamento della mente umana, alla funzione del linguaggio e alla possibilità di dare una definizione a ciò che siamo soliti definire, in modo molto generico, “coscienza”.

Lo scopo del test è quello di accertare la capacità di un essere umano di rappresentarsi gli altri individui non come meri riflessi di se stesso, bensì in termini di stati mentali interni (come le convinzioni, le credenze, i valori, ecc.); vale a dire, la capacità di un individuo di riflettere sui propri meccanismi di pensiero e di distinguere tra le proprie credenze, basate sul possesso di dati di un certo tipo, e le credenze altrui, fondate sul possesso di dati diversi.

In parole non povere, ma misere: il test misura la capacità di un individuo di immaginare come pensano gli altri.

Uno dei tanti possibili svolgimenti del test è quello che vedete nel filmato: a un bambino di 4-5 anni viene mostrata una scatola che sembra contenere dei pastelli, ma che in realtà, quando viene aperta, si scopre piena di candele. Al bambino viene poi domandato: “Secondo te, questo orsacchiotto, che non ha mai visto la scatola, che cosa pensa che essa contenga?”. La risposta è quasi sempre: candele. Il bambino non sa ancora distinguere la realtà dai propri processi di pensiero; né è in grado di comprendere che la disponibilità di dati differenti può generare diverse visioni del mondo. Se io adesso so che dentro la scatola ci sono delle candele, perché non dovrebbe saperlo anche l’orsacchiotto? L’orsacchiotto non pensa forse come penso io? Non è forse parte di me?

Se però si ripete il test con bambini al di sopra dei 5 anni, gli esiti sono molto diversi. Alla domanda “secondo te, l’orsacchiotto che cosa pensa che ci sia nella scatola?”, la risposta è: pastelli. Io so che l’orsacchiotto possiede dati fasulli (il rumore che fanno le candele nella scatola, il disegno su di essa), come quelli che io possedevo all’inizio, dunque commetterà lo stesso errore che ho commesso io. Il bambino ha imparato:

1) Che egli è in grado di porre in atto delle procedure interne, chiamate “pensiero”, che sono distinte dalle procedure con cui opera l’ente chiamato “realtà” con cui è solito interagire;

2) Che le dinamiche con cui opera il meccanismo cognitivo del pensiero possono essere oggetto di riflessione ed essere predeterminate;

3) Che al possesso di dati differenti corrispondono meccanismi di pensiero differenti;

4) Che a meccanismi di pensiero differenti corrispondono individui differenti.

E’ la cosiddetta conquista della “metacognizione”, la quale comporta una serie di altre conquiste intellettive: la capacità di vedersi dall’esterno, di studiare le proprie dinamiche cognitive ed emotive, di riconoscersi come ente distinto dalla realtà esterna e – soprattutto - di valutare gli altri individui non solo come entità fisiche esterne ma anche in funzione delle loro interne dinamiche di pensiero. Dopo i 5 anni, il bambino, per qualche motivo, sviluppa dunque ciò che potremmo semplicemente chiamare “coscienza” nonché la capacità di riconoscere tale “coscienza” in altri.

Si badi bene che l’acquisizione di queste qualità è una conquista evolutiva relativamente recente per il genere umano, databile a non più di 4000-5000 anni or sono. Prima di allora, le qualità metacognitive sopra descritte non erano appannaggio dell’intera specie, bensì rare prerogative di alcuni individui intellettivamente più evoluti.

Che cos’è che ha prodotto per la specie umana questo miracoloso salto evolutivo?

Che cos’è che, ancora oggi, lo determina, in ciascun individuo che abbia superato i 4-5 anni di età?

Semplice: è l’evoluzione del linguaggio.

La capacità di prevedere il comportamento di altri individui basandosi su una credenza che si sa essere falsa, richiede uno sviluppo significativo delle facoltà linguistiche: la capacità di parlare di eventi futuri (e dunque di distinguere il futuro dal presente); la capacità di formulare ipotesi; la capacità di definire possibili realtà alternative. Non sono in grado di prevedere che cosa penserà l’orsacchiotto se non possiedo tempi verbali in grado di rendere l’idea di futuro, modi verbali in grado di rendere l’idea di possibilità o di eventualità, strutture sintattiche complesse che mi consentano di collegare tra loro in un unico periodo differenti percezioni della realtà (“io credo che lui pensi…”).

Nessuna idea può acquisire forma senza rivestirsi di linguaggio.

Questo “salto” nelle capacità linguistiche, nei bambini, avviene solitamente intorno ai 4-5 anni; per l’umanità è avvenuto intorno al 3200 a.C., con l’invenzione e la diffusione della scrittura. A ogni arricchimento del linguaggio corrisponde un’espansione delle capacità di pensare il mondo, osservandolo da diversi punti visuali; viceversa, ad ogni impoverimento del linguaggio, corrisponde un’approssimazione tendenziale allo status intellettivo di un bambino di 4 anni, il quale non è in grado di percepire alcun pensiero, alcun sentimento, alcuna realtà, ad esclusione dei suoi personali.

Mi è venuto in mente il “test della falsa credenza” quando ho visto commentare, in diversi forum su internet, i risultati del referendum sul “Brexit”. E’ sconfortante la povertà di linguaggio che porta molti autori e commentatori a valutare le strategie geopolitiche poste in atto con tale operazione come se si trattasse di questioni appartenenti alla propria vita quotidiana; come se i gruppi dominanti statunitensi, che tengono in pugno l’Europa, e i gruppi di inquilini di un condominio pensassero allo stesso modo, vedessero il mondo nello stesso modo, distinguendolo nelle stesse categorie e sub-categorie. Ci si rifiuta di riconoscere a questi gruppi dominanti una complessità di pensiero e una modalità di pianificazione che probabilmente noi uomini comuni non abbiamo ancora neppure il linguaggio adeguato per descrivere. Per fare un banale esempio, il termine “false-flag” è entrato nel mio personale vocabolario non più di una quindicina di anni fa. Prima di allora, non avevo un termine per definire l’atto con cui un gruppo di potere organizza un evento politicamente dirompente (un eccidio, un assalto, una rivoluzione), attribuendone ad altri la responsabilità, allo scopo di perseguire finalità di dominio. Esisteva, è vero, il termine “strage di stato”, che però i mezzi di comunicazione amavano ammantare di nebulosità semantica, senza mai fornirne una definizione cristallina; e che comunque si riferiva ad un atto occasionale, limitato all’ambito stragista e insospettabile, ad esempio, in un contesto insurrezionale, difficilmente richiamato in eventi a carattere internazionale, tendenzialmente connotato da interessi partitici, compiuto da settori “deviati”… niente che potesse ricondurre ad una strategia internazionale consolidata da oltre un secolo dagli stessi gruppi che, in molti casi, tengono oggi le redini della politica globale. Non possedendo il termine “false-flag”, non ero neppure in grado di pensare la modalità operativa standardizzata che esso definisce. Così come è probabile che oggi, per carenza di un linguaggio adeguato, io non sia in grado di pensare molte modalità operative standard dei gruppi dominanti che vediamo porre in opera attraverso ciò che a noi sembra il consueto dispositivo della “democrazia”.

E se non ne sono in grado io, figuriamoci se lo è l’80% degli esseri italici, il cui vocabolario consta di poche centinaia di lemmi.

A proposito della Gran Bretagna, ho sentito dire cose scioccherelle: ad esempio, che sarebbe essa a tenere sotto controllo gli USA, anziché viceversa, poiché la sua ricchezza, la sua finanza e la sua qualità della vita sono mediamente superiori a quelle USA. Sorvolando sul chi controlla chi (che a me sembra, ahimé, anche troppo lampante), il punto è che la logica di un tale ragionamento è degna, appunto, di un bambino in età pre-metacognitiva. Siamo noi persone comuni ad essere ossessionate dalla ricchezza, dalla finanza e dalla qualità della vita; attribuire le stesse ossessioni a personaggi che operano ad un livello sideralmente differente, significa non possedere la capacità di pensare come pensano gli altri, di distinguere le nostre dinamiche di pensiero da quelle di soggetti esterni.

Allo stesso modo, è davvero sconfortante vedere gente che esulta perché “il popolo, col referendum, ha fatto valere le proprie decisioni”. Questo credo sia un punto fondamentale, ma è difficilissimo farlo entrare nella zucca della gente, proprio perché il linguaggio che la maggioranza delle persone è abituata a parlare è dicotomico: cioè prevede la possibilità di scegliere soltanto tra due opzioni predefinite, escludendo qualunque pensiero che, comprendendo l’inutilità di entrambe, si muova alla ricerca di una terza o quarta via. O sei di destra o sei di sinistra. O sei pro-immigrazione o sei razzista. O sei per il “remain” o sei per il “leave”. Pochissimi desiderano capire come funziona realmente il pensiero di chi può pianificare la struttura da imprimere al mondo: la maggior parte delle persone desidera soltanto avere una squadra per cui tifare e per cui suonare il clacson all’impazzata in caso di vittoria. Ero così anch’io, fino a una quindicina d’anni fa, e so cosa si prova, quali pulsioni ti costringono in questa prigione binaria del pensiero. Proverò perciò a scrivere qualche concetto in grassetto sottolineato, così magari, chissà, a qualcuno inizia a squillare un campanello nella cervice.

Allora: il popolo non decide e non conta nulla. Se mai inizierà o tornerà a contare qualcosa, non sarà certamente grazie a strumenti “democratici” come il referendum o le elezioni, che esistono al solo scopo di mantenerlo nell’assoluta impotenza. La democrazia non è la soluzione: è il problema. E’ un insieme di vincoli a carattere normativo e rituale, imposti alla moltitudine attraverso la legislazione e la propaganda, che hanno una duplice funzione: la prima e meno importante, è quella di tenere sotto controllo le masse, conferendo loro un potere che esse credono sovrano, ma che in realtà è puramente liturgico, esatta negazione di qualsiasi potere effettivo sulle dinamiche politiche, interne o – a maggior ragione - internazionali; la seconda e più importante, è quella di fungere da strumento di composizione dei conflitti tra gruppi di potere, diverso dalla guerra aperta: attraverso gli strumenti della cosiddetta “democrazia”, i gruppi di potere hanno nelle mani un mezzo assai versatile per spingere le masse contro i gruppi avversi, per ricattarli, minacciarli, avvertirli oppure, in casi non rari, per pervenire alla stipulazione di una tregua. La democrazia è la struttura attraverso la quale la gente comune diviene l’arma che ciascuna élite punta contro le élite avversarie. La democrazia istituzionalizza e formalizza, rendendolo permanente, il ruolo di “carne da cannone”, già rivestito con successo dalla marmaglia in innumerevoli guerre e rivoluzioni. Nessuna moltitudine sana di mente va incontro, di sua spontanea volontà, alle sbarre di una “democrazia”. Per imporla è infatti necessario un inganno, un atto di forza o più spesso una vera e propria guerra, con stragi, devastazioni, bombardamenti indiscriminati sulla popolazione.

Se si capisce questo concetto, si riesce forse a inquadrare in una prospettiva di maggior realismo la vicenda del referendum britannico.

Tanto per cominciare, la decisione popolare, in sé, come si è visto, non conta un bel niente. Infatti il referendum non è giuridicamente vincolante e la volontà espressa attraverso di esso (con percentuali, peraltro, non esattamente bulgare) potrà tradursi in atto politico solo se il parlamento inglese deciderà di attuarla. E il parlamento inglese, su 650 membri, ne conta 489 (il 75%) che sono favorevoli alla permanenza nella UE. Gli scenari che si prospettano sono dunque soltanto i seguenti:

1) Il referendum è stato promosso da gruppi dirigenti britannici agguerriti e disposti a sfidare poteri soverchianti pur di riprendere, attraverso la riconquista di ampie sfere di autonomia nazionale, una politica di dominio, che la permanenza nell’UE – la quale, non dimentichiamolo, è struttura di controllo di matrice statunitense, affidata alla sorveglianza dei “kapò” tedeschi – non consente. Non nascondo che questa ipotesi rappresenta la mia non tanto segreta speranza. Ma è una speranza resa assai flebile dal pessimismo della ragione. Sapremo presto come stanno le cose. Se la Gran Bretagna volesse fare le cose secondo le regole, l’uscita dall’UE richiederebbe, secondo l’art. 50 del Trattato dell’Unione Europea, una procedura assai complessa che tra accordi e adeguamento delle normative si protrarrebbe per un minimo di 2 anni (ma di fatto molti di più, visto che moltissime norme britanniche, oggi riprese dalle normative europee, dovrebbero essere riscritte). Se vi sono reali intenzioni di staccarsi dall’UE, l’uscita sarà piuttosto rapida e drastica, probabilmente perfezionata in un periodo ben minore dei 2 anni previsti e probabilmente non indolore. L’emergere di un nuovo e determinato gruppo dirigente europeo danneggerebbe gli interessi statunitensi, a partire dal naufragio degli accordi TTIP, spingendo gli ambienti di potere d’oltreoceano a giocare qualunque carta pur di scongiurare tale eventualità: già ieri si iniziava a parlare, in maniera anche piuttosto esplicita, di secessioni della Scozia e dell’Irlanda del Nord, che verrebbero certamente incentivate e finanziate da coloro che desiderano ridurre le élite inglesi a più miti consigli. Un vero gruppo dirigente a carattere nazionalista deve essere pronto ad affrontare questa eventualità, in verità non troppo “eventuale”. Se invece la Gran Bretagna deciderà di seguire la procedura di uscita prevista dal protocollo, allora sapremo che le intenzioni non sono serie. Un distacco protratto per un periodo così prolungato, attraverso un percorso minato di trattative, compromessi, discussioni interminabili, vanificherebbe nei fatti ogni velleità indipendentista, esponendo la Gran Bretagna alle ritorsioni degli avversari. E’ banale dirlo, ma un apparato militare degno di questo nome, prima vince la battaglia, poi intavola trattative col nemico. Se le trattative vengono prima della battaglia, siamo di fronte a un gruppo animato da volontà di compromesso o di tradimento, non da volontà di potenza. Detto in altro modo: se vi è il desiderio di continuare a utilizzare gli strumenti “democratici” come mezzo di composizione dei conflitti tra gruppi di potere, allora siamo di fronte ad un bluff, non ad una vera lotta in grado di mutare la configurazione delle sfere d’influenza.

2) Il referendum è stato promosso dagli attuali gruppi di sub-dominanti britannici, al solo scopo di consolidare la propria posizione (anche a costo di sacrificare una nullità come Cameron) nei confronti di altri gruppi sub-dominanti, di livello nazionale, ma soprattutto internazionale. In particolare, i sub-dominanti inglesi stanno cercando di rafforzarsi nei confronti dei sub-dominanti tedeschi - ai quali gli Stati Uniti hanno affidato fin dall’inizio il compito di tirare le redini di quel lager a cielo aperto che chiamiamo Unione Europea – e magari, col tempo, di sostituirli nel ruolo di “kapò” dell’UE. Per quanto mi dispiaccia dirlo, dai balletti che ho visto finora mi sembra l’ipotesi più verosimile.

Attenzione però: ciò non significa che il risultato del referendum sia, nel complesso, inutile o poco interessante. Il fatto stesso che i sub-dominanti inizino a duellare tra loro, è indice del fatto che siamo in presenza di un indebolimento progressivo dei gruppi dominanti statunitensi, reso più forte dall’incertezza che circonda le prossime elezioni presidenziali. Ci sono altri segnali che indicano la volontà dei gruppi sub-dominanti europei (tedeschi in primis) di prepararsi a scenari in cui il controllo degli USA sul continente europeo vada progressivamente allentandosi. Ad esempio, il fatto che, per la prima volta dalla fine della Guerra Fredda, la Germania abbia iniziato ad ampliare il proprio esercito regolare. L’incremento di truppe militari sembra voluto e gestito dalla NATO in funzione antirussa, almeno questa è la versione che si sta cercando di far passare. Se anche fosse così, tale rafforzamento militare sta di fatto determinando reazioni preoccupate in Gran Bretagna, la quale sta ovviamente giocando le sue carte per garantirsi spazi di indipendenza e manovra. Non è inoltre una novità il “doppio gioco” dei tedeschi, i quali sostengono, da un lato, le sanzioni contro la Russia, ma dall’altro intavolano con essa trattative che sembrano preludere ad un allentamento della tensione, se non proprio ancora ad una vera partnership commerciale. In questo senso, è perfino possibile – dico “possibile” – che l’idea del “Brexit” sia stata almeno “tollerata” (se non proprio gestita) dagli stessi gruppi dominanti statunitensi, allo scopo di far capire alla Germania che, tenendo il piede in due scarpe, rischia di giocarsi il proprio ruolo di “cocchiere” dell’UE per conto terzi. Ciò non toglie, naturalmente, che gli Stati Uniti abbiano ben fatto capire agli inglesi – attraverso i titoli che avete visto nei giorni scorsi sui loro mezzi di propaganda diffusi in tutta Europa - che un’azione nazionalista britannica, rivolta a proseguire oltre i limiti del mero spauracchio antitedesco, non sarebbe tollerata.

Succo del discorso: il referendum britannico, come qualsiasi altro evento che possieda un ampio rilievo geopolitico, per essere compreso nel suo reale significato deve essere studiato con gli occhi dei gruppi di potere che lo hanno progettato, non con quelli dei pur legittimi desideri di rivalsa popolare. E per comprendere il punto di vista delle élite, è necessario che si inizi a parlare di politica con un linguaggio nuovo, che contempli ad esempio termini come “aree d’influenza”, “flussi di relazione”, “penetrazione politica” (di cui la penetrazione commerciale ed economica è solo un aspetto), “rapporti trasversali” tra gruppi di potere internazionali, che non coincidono necessariamente, anzi, non coincidono quasi mai, coi rapporti tra stati; e chissà quanti altri termini, che definiscono modalità operative a noi sconosciute e che dobbiamo ancora elaborare. Lo stesso concetto di “stato” andrebbe profondamente rivisto: si dovrebbe capire che quando parliamo di Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania, Francia, ecc., usiamo questi termini per comodità (un nome a queste entità bisognerà pur darlo, se vogliamo discuterne), ma stiamo in realtà parlando di multiformi articolazioni di gruppi di potere, i quali, pur facendo perno su un certo nucleo d’interessi relativamente stabile nel tempo, si configurano in sistemi di relazioni (accordi, rivalità, associazioni, raggruppamenti, guerre intestine, ecc.) estremamente differenziati e suscettibili di variazioni di fase in fase.

Se invece continueremo a inquadrare il problema coi nostri occhiali e col nostro linguaggio di uomini qualsiasi, non faremo altro che restare bambini, ben al di sotto della soglia della metacognizione. Resteremo privi di una lingua che ci consenta di sviluppare una vera coscienza del meccanismo delle relazioni globali, quindi del tutto impossibilitati ad intervenire su di esso.

Dedico questo articolo a tutti coloro che, ad ogni inutile referendum, ad ogni inutile tornata politica vinta dalla squadra del cuore, sventolano le bandierine del risveglio dei popoli, della riscossa della “gente comune”, del trionfo della “democrazia”; senza neanche capire che stanno adorando esattamente l’orribile divinità a cui vengono quotidianamente sacrificati. La gente comune avrà la sua riscossa quando inizierà a parlare (e quindi a pensare) come parlano (e quindi pensano) i potenti, elaborando un modello politico-teorico che consenta di preventivare le evoluzioni dei rapporti tra gruppi di potere, in modo da poter intervenire, a vari livelli, sui loro sviluppi.

Fino ad allora possiamo continuare a illuderci che le candele siano pastelli e che tutto il mondo sia in grado di realizzare con esse fantasmagorici e arcobalenici arabeschi.

Gianluca Freda

Fonte: www.comedonchisciotte.org

28.06.2016

Commenti (64)

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Mostra commenti 20 caricati
    1. gaia 2 luglio 2016

      Le tavole con i 10 comandamenti con cui Mosè è sceso dal monte non erano forse scritte?

    1. Giovina 1 luglio 2016

      Credo invece che per questa epoca il termine "Verbo" sia quanto di più adatto per esprimere L'Essere e il Vivente, la "dynamis" dello Spirito creatore e del Dio che si incarna e muore, e che col Suo sacrificio rende fertile la Terra, possibilitata alla resurrezione. Perche' oggi il termine "parola" ha perduto ogni forza e significato, la parola e' mera dialettica (iniziale minuscola non casuale) e molto spesso non-sense, o strumentalizzazione di pensieri, propri e altrui.


      Il Logos divino poi non e' da confondere col Logos umano. L'uomo sì, puo' "elevarsi", allora e' simile a Dio.
    1. gaia 1 luglio 2016

      Dico e non dico, anche questa è politica.

    1. Truman 1 luglio 2016

      In principio c'era il Logos. I traduttori che dovevano rendere la
      parola greca logos avrebbero potuto usare la parola più adeguata
      "discorso", oppure il termine più semplice e comprensibile alle masse di
      "parola".
      Preferirono questa traduzione ellittica, sfuggente, forse anche
      scorretta, "verbo".
      Perchè logos non è semplicemente discorso, ma è
      un principio ordinatore della realtà. Se non faccio confusione, la parola
      italiana "logica" deriva da logos.
      I traduttori percepirono questo
      potere creativo ma anche esplosivo del linguaggio, del discorso. C'era l'idea
      sottostante che le parole possono creare mondi e possono anche distruggerli. Non
      era il caso di dirlo troppo chiaramente alle masse, "verbo" andava bene per dar
      loro un orientamento ed allo stesso tempo sviarle. Un detournement che
      Debord avrebbe apprezzato.
      C'è molta sapienza in questo comunicare qualcosa
      lasciando comunque il fedele con un po' di confusione. Il potere millenario
      della Chiesa consiste anche in questi dettagli.

    1. gaia 1 luglio 2016

      Dal Vangelo di Giovanni primi versetti: "In principio era il verbo...".

    1. gaia 30 giugno 2016

      Sono per l'antropocrazia.

    1. totalrec 30 giugno 2016

      "Sono certo che "la coscienza" è un tema fertile che rimarrà ancora a lungo terreno speculativo per teorici e filosofi."



      Sono d'accordo. Mi rendo perfettamente conto di quanto sia difficile dare una definizione, anche soltanto approssimativa, di ciò che intendiamo per "coscienza". Mi limito a pensare (e a dire) che qualunque cosa sia la "coscienza", essa è strettamente legata al linguaggio. Lo dico sulla base di mie personali osservazioni sul comportamento dei bambini, non solo in base a (pur illuminanti) letture compiute. Se riuscissimo a capire che cos'è il linguaggio e da dove esso provenga, avremmo probabilmente qualche dato in più per comprendere la natura della coscienza.
      (GF)
    1. GioCo 30 giugno 2016

      Gen.le prof. Freda,
      come sempre leggo volentieri, come sempre trovo i suoi articoli stimolanti, come sempre mi riduco a dover criticare l'impostazione, generalmente costruita su buone premesse, discrete conseguenze e pessime conclusioni, più che altro perché le premesse sono inserite in un contesto di studi molto più articolato, tipo in medicina se dico che "il ginocchio è una articolazione facente parte dello scheletro del corpo" (buona premessa) e poi che "è essenziale per correre" (discreta conseguenza) mi riesce difficile dire che quindi "il ginocchio è il corpo", perchè oltre ogni evidenza sto confondendo una parte con il tutto.

      La sua è di certo una "confusione" più perdonabile, nel senso che infiniti ricercatori di intelligenza fine sono stati ingannati da (e poi hanno sostenuto con vigore l'inganno) risultati solidi di scoperte che in qualche misura hanno rivoluzionato il mondo, tanto più se si ragiona in termini sociali e culturali, dove il terreno dei ragionamenti tende ad essere più simile a un pantano. Siamo rimasti legati a Le Bon e putroppo siamo andati poco oltre, quindi il suo commento di fatto ne sposa i principi (che per riassumere ci dicono che "il popolo è Bue") e non fa che applicarli cercando risposte tra le ragioni (cioè cause) più solide a noi note.
      Che la massa sia rappresentabile come una coscienza collettiva e che questa risponda più facilmente a stimoli emotivi che razionali, è un dato che tutta la cinematografia e la produzione televisiva ci confermano da mezzo secolo senza che si possa avere molti dubbi a riguardo. Un po' meno certa è la conseguenza di un uso così massiccio di stimoli emotivi a scapito di quelli razionali. Ma su questo non voglio aggiungere altro perchè le cose sono già complicate così.

      Che i principi dei singoli siano poi applicabili alla massa già diventa un po' più complicato da dimostrare. Che l'esperimento della falsa credenza sia generalizzabile è dimostrato che non è così: dagli anni '70 la portata dell'esperimento è stata ridimensionata sia per età che per deduzioni.
      Il problema principale è che gli esperimenti psicologici sono pesantemente condizionati dai contesti, dalla cultura, degli sperimentatori e nemmeno le blasonate "fotografie della mente" (neuroimaging) sono putroppo anche solo vicine a fornire dati certi, dato che si basano su inferenze statistiche e teorie spesso nemmeno provate da dati sperimentali. Quindi se da una parte nessuno oggi contesta gli indubbi successi della scoperta dei neuroni specchio, dall'altra associare l'attività mentale qualsiasi a una cosa sfuggente come "la coscienza" è una cosa che nessun ricercatore serio osa fare con questi strumenti. Sono certo che "la coscienza" è un tema fertile che rimarrà ancora a lungo terreno speculativo per teorici e filosofi.

      Per quanto riguarda "'a' ggente" comune, il popolino, i semplici, dovremmo poi interrogarci prima "di chi stiamo parlando"? "Fuori" dalla nostra mente c'è il confronto con la massa che per sua natura ci pare come l'oceano, amorfa e stupida tanto quanto terribile quando è in tempesta. Tale confronto oggi è esasperato dalle tecnologie della comunicazione (come la TV e i social network) e dalla moltiplica degli spazi sociali "caotici" relativamente moderni di massificazione (come parchi, discoteche, cinema, supermercati, ospedali, etc.). Tuttavia non c'è nessuna massa, solo una moltiplica mentale soggettiva di unità che generalizzata diventa "massa", come nei comizi. Un illusione insomma, dato che poi ogni persona di quella massa è un individuo non replicabile, con una sua storia, un suo pensiero, fragilità e punti di forza differenti. Ogni raggruppamento è di per se stesso una grossolana forzatura, tanto quanto raggruppare i cani e lupi per questioni morfologiche, senza contare che i primi discendono più facilmente dalle iene. Nella massa qualunque mente fine non può che ridursi a ragionare in termini di "attacco o fuga", dove "attacco" può essere tifare per la squadra del cuore, tanto quanto sbarcare sparando su un terrorio nemico.

      Ma la massa non è solo una amorfa massa indistinta di individui, sotto la superficie c'è un mondo tutto da scoprire, un inter a galassia di "pensieri collettivi", solo che se non siamo capaci di interrogarli nel modo opportuno continuerà a offrirci lo stesso panorama superficiale desolato di un "africano o un indiano che tenta di parlare il raffinato inglese" come nel 1800, cioè continuarà a mostrarci "l'indubbio volto di un tribale incivile degno di essere considerato poco più che animale".
      Se vogliamo assaporare una vera superiorità, più che le misure dei pistolini, sarebbe bene confrontare quello che siamo capaci di intendere nella diversità.

      La lascio con una citazione presa da una pellicola russa, anche se non conosce i personaggi o il contesto, sono certo che non avrà difficoltà a capire i significati (non è poi così difficile).

      "Equilibrio. Il mondo è in equilibrio, Maksim. Tuo lo vuoi cambiare. Hai chiesto l'aiuto dei mutanti, le persone più patetiche e sfortunate che sopportano il peso di questo equilibrio. Ma loro non vogliono aiutarti. Perchè insisti?"
      "Perché le persone dovrebbero essere libere."
      "Chi sei tu per decidere per loro? Guy, ti piace la tua nuova libertà? Sei felice?"
      "No lo so."
      "Hai paura?"
      "Si."
      "Maksim, le tue ragioni sono confuse dalla tua morale che ti rende inabile a distinguere la verità dall'immaginazione. La tua coscienza è alterata. La ragione deve prendere il suo posto: sostituirla."
      "La coscienza ha ideali. Quale ragione cercherebbe uno scopo da raggiungere?"
      "La ragione non coincide mai con gli ideali; ed allora vanno ampliati gli ideali o ridotta la coscienza. La tua coscienza vuole destituire i Padri Sconosciuti, ma la ragione avverte 'Visto che il terrorismo non è sufficiente a fare questo dall'interno, allora dall'esterno coinvolgi i barbari così i mutanti moriranno ed il fiume Serpente Blu sarà pieno di cadaveri. Che la grande guerra abbia inizio!'. Così dice la tua coscienza accigliata: devo venire a patti per raggiungere tale obiettivo."
      "Si, massaraksh! Si! Che scelta ho? Ci sono 40 milioni di persone al di là del Serpente Blu. Sono cadaveri ambulanti."
      "Tu sei una forza, Maksim. Il fatto che tu sia qui è la prova che l'equilibro del nostro piccolo mondo è compromesso. Ma ricordati: non conosco il tuo mondo, ma nel nostro la forza ha sempre un padrone. Prova a contattare l'isola impero. E' il massimo che puoi augurarti."



    1. Georgejefferson 30 giugno 2016

      Un bellissimo commento.

    1. AlbertoConti 30 giugno 2016

      Il guaio è che questi neanderthal sono piuttosto rappresentativi delle masse.
      Sono le masse che li producono o sono loro che producono certe masse? Comunque si risponda il risultato non cambia, se l'animo umano non si evolve, sfruttando le potenzialità di cui siamo dotati, resteremo nella barbarie.

      Comunque non siamo tutti uguali, ci sono popoli che leggono e popoli da stadio.

    1. AlbertoConti 30 giugno 2016

      Sono "mediaticamente" nascosti, e questo basta, secondo la teoria della rappresentazione di realtà descritta da Freda.

    1. AlbertoConti 30 giugno 2016

      Anch'io sostengo la democrazia, come T.I.N.A.

    1. Tanita 30 giugno 2016

      Ci sarebbe tanto da dire e anche da controbattere.

      Tenendo conto di tutte le ragionevoli spiegazioni e dei lunghi e complessi ragionamenti, di tutte le possibilitá e delle alternative piú ellaborate - sempre difficili da verificare in campo empirico - preferisco restare "piú vicino ai marciapiedi, dov'é vero quel che vedi". Scelgo di lasciarmi andare...

      Vediamo: Per me quelli dell'élite non sono né superiori né piú intelligenti e tantomeno, piú versati nelle scienze. Anzi, sono piuttosto elementari. Loro vogliono tutto (tutta la ricchezza, tutto il potere), e per ottenerlo sono capaci di qualsiasi cosa: distruggere paesi, torturare, strappare, rompere, ingannare (SEMPRE), mentire (SEMPRE), falsificare, sacrificare chi sia necessario (anche qualcuno dei propri se occorre), tornare inabitabili vaste regioni del Pianeta... Insomma, si trovano anni luce dello sviluppare una coscienza, fosse pure primitiva.

      E' proprio perché la maggior parte degli esseri umani sarebbe incapace - ne sono convinta - di comportamenti di questo genere, assolutamente forsennati, il piú delle volte (quasi sempre) riescono nei loro obiettivi irrazionali. Sono cosí diabolici e bestiali che il comune delle persone non riesce a coglierli nella loro profondamente oscura dimensione. Il comune dei mortali fa fatica a scendere ai loro inferni.

      Infatti, ¿dove vanno, questi dell'élite? ¿Quanta ricchezza sarebbe per loro sufficiente? ¿Quanta distruzione necessitano per sentirsi realizzati? ¿Quanti bambini hanno bisogno di massacrare? ¿Quanti ulteriori meccanismi di perversione umana ci vuole per farli sentire "superiori"? ¿Quánta fame nel mondo li fa felici? ¿Quante false flag occorrono per i loro orgasmi? ¿Quánte ultrabombe capaci di distruggere la Terra vogliono farsi fabbricare per sentirsi sicuri? ¿Quanta sangue richiede il loro mare?

      Come direbbe un mio amico italiano, ¿Che 'azz vogliono? (mi si conceda la licenza).

      Sono convinta che in questo Pianeta c'é moltissima gente parecchio piú evoluta di loro. Il pericolo che tutti corriamo é que questi soggetti, lungi dall'essere in possesso di cervelli "sofisticati", sono piuttosto dei neanderthal in possesso di armi di distruzione di massa (compresi i loro dispositivi nanotecnologici capaci di indurre in cancro, tutti i loro veleni sparsi urbi et orbi, e le banche, of course).

    1. totalrec 30 giugno 2016

      "Le suggerisco qualche spunto di approfondimento"



      Grazie, ma tengo ogni anno lezioni sui Veda, sull'importanza dello zero e del calcolo posizionale. La maggiore o minore complessità del sanscrito, comunque, rientra molto male nel nostro discorso, trattandosi di una lingua d'élite, nata per sancire la superiorità della casta sacerdotale dei brahmani, pochissimo parlata e quasi esclusivamente scritta (la lingua d'uso comune era il "pracrito", che era molto diverso). Difficile paragonarlo ad altre lingue di derivazione indoeuropea utilizzate nel parlato quotidiano. Anche così, comunque, non mi pare si possa negare che, attraverso la formalizzazione delle regole del sanscrito da parte di Panini, le potenzialità di pensiero abbiano compiuto un balzo colossale. Il fatto stesso che il sanscrito fosse una lingua adibita in origine esclusivamente alla stesura di testi filosofici e religiosi, ci dice quanto la scrittura sia stata indispensabile per lo sviluppo delle capacità di astrazione, per la descrizione di realtà immateriali, per l'evoluzione del pensiero.
      (GF)
    1. RicardoDenner 30 giugno 2016

      Il potere ama gli intellettuali ..le discussioni e la filosofia..perché è sicuro che una mente complessa e dubitante non sarà ostacolo al proprio dominio..


      Finché la coscienza è considerata analisi di oggetti è sicuro che si perderà in disquisizioni..ma se diventa autocoscienza..allora sono guai.. perché l'autocoscienza è impermeabile alle teorie..ma si basa sulla propria immediata e indubitabile percezione..e chi si percepisce non potrà essere mai condizionato a credere nel linguaggio ma solo all'Essere..

      Quello che manca al mondo moderno è il ritorno all'autocoscienza..e da lì ..valutare serenamente gli accadimenti essendo sicuri che guerre ..persecuzioni e bulimie di possesso saranno eccezioni di individui mutilati di questa capacità..

      Non c'è altra strada alla sopravvivenza..che viene messa in dubbio proprio perché questa autocoscienza manca..e sembra difficile che possa affermarsi nel mondo della politica..





    1. neroscuro2014 30 giugno 2016

      Sulla nobiltà ce ne sarebbero di cose da dire: un corso di storia non particolarmente approfondito può bastare a permetterti di classificare direttamente o indirettamente ogni "nobile", ogni "principe", ogni alto prelato nella categoria dei criminali. Gente che si è fatta strada con la forza, la violenza, il sopruso, il furto, l'inganno, la corruzione e la collusione con altri come loro e che alla fine si è pure inventata di essere migliore degli altri per via della nascita e di avere ricevuto un'investitura divina. Non è moralismo da "uomo moderno" il mio, è un giudizio che sarebbe ed è magari scaturito perfino al tempo in cui questi "nobili" hanno vissuto e operato. Di tutto il discorso di Freda infatti non mi convince la soluzione che offre, semplicemente perché elenca tutti i difetti della democrazia, ma omette quelli delle altre forme di governo. Se ci fosse un dispotismo, sarei più libero di pensare e di agire, sarei più felice e sereno, o rischierei ugualmente di essere trascinato in conflitti disastrosi, sfruttato fino all'osso e inquisito per quel che penso? Avrei un'istruzione decente o finirei per essere allevato nell'ignoranza o rieducato in qualche lager fino a quando i miei pensieri non siano in armonia con quelli del despota? Il successore del despota, sarebbe un degno statista o il rampollo meno idiota tra i tanti avuti in giro dal potente padre? Siccome questi sono gli eventi accaduti più o meno da quando la storia esiste e ce li tramanda, non riesco ad essere così contrario alla democrazia.

    1. Holodoc 30 giugno 2016

      Che il sistema di calcolo di greci e romani, fondatori della nostra tanto declamata civiltà occidentale, facesse schifo è cosa palese.


      Infatti è stato soppiantato velocemente dal sistema usato dagli arabi, i quali a loro volta lo avevano appreso dagli indiani vedici. Sono stati loro, ad esempio, ad inventare lo zero!

      Se non lo sapesse gli indiani vedici possedevano un sistema matematico molto complesso ed avanzato.
      Non lo insegnano nelle scuole? Probabilmente le famose élite non gradiscono che si sappia!

      Le suggerisco qualche spunto di approfondimento:


      (l'ultimo link mostra che gli antichi indiani conoscevano già la velocità della luce)

      Buonanotte



    1. Truman 29 giugno 2016

      L'articolo fila, ma c'è almeno un punto che mi convince poco: l'idea che la capacità di capire il punto di vista dell'altro sia nata con la scrittura è abbastanza discutibile. La codiddetta "teoria della mente" io la conosco come una delle tipiche fasi dello sviluppo del bambino, ed è difficile pensare che sia una cosa recente. Eppure già al tempo dei nostri nonni la maggioranza delle persone erano analfabete. Quindi:

      a) è una capacità che si è manifestata nelle masse solo di recente, con l'alfabetizzazione di massa,

      oppure

      b) è una capacità che si è diffusa da 5000 anni fa, con l'invenzione della scrittura.

      Vale forse la pena di ricordare che ancora al tempo di Platone la scrittura era una tecnica recente, poco diffusa, che veniva guardata con sospetto. Eppure la filosofia greca antica già raggiungeva vette mai più superate, pur con un uso molto limitato della scrittura.

      Personalmente tendo a pensare che buona parte dei meccanismi che oggi realizziamo con la scrittura fossero realizzati già da almeno 10 mila anni fa tramite il mito. A quell'epoca il mito era il principale mezzo di comunicazione di massa, consentiva di trasmettere conoscenza nel tempo e nello spazio, con modeste alterazioni; consentiva la propaganda e l'esercizio del potere, consentiva la menzogna. Certo il mito spesso era per gli iniziati, le persone comuni lo potevano raccontare ma non lo capivano. Come avviene oggi con la scrittura.

      Insomma, io tendo a credere che in tutte le culture evolute, da almeno 10mila anni, la "teoria della mente" possa essere esistita tranquillamente.

    1. totalrec 29 giugno 2016

      "Dato che gli uomini dell'età del bronzo, nostri diretti antenati, erano biologicamente identici a noi, ma non avevano la "coscienza", se ne deduce che nella tua visione tale coscienza è frutto solo dell'educazione."


      Mai detto niente di neppur vagamente simile. Sono responsabile di ciò che dico, non di ciò che capisce lei.

      "Quindi noi italiani abbiamo una visione della realtà più completa degli inglesi dato che il nostro linguaggio è più complesso. [...] Strano che, a differenza di quello che sostieni tu, SIANO I LINGUAGGI PIU' ANTICHI AD ESSERE PIU' COMPLESSI!"

      Che vuol dire "più complessi"? La complessità di un linguaggio si misura sulla sua capacità di comunicare idee complesse, non sulla "difficoltà" di apprendere la sua grammatica. I linguaggi attuali sono strutturati per comunicare con maggior flessibilità e chiarezza idee più numerose e molto più sofisticate. Sono i linguaggi attuali ad essere, sul piano linguistico, infinitamente più complessi di quelli antichi. Per dirne soltanto una, lei provi a misurare una distanza planetaria o stellare con la numerazione greca o latina antica e poi mi dica che cosa si prova. Se lei ha difficoltà con lo studio delle lingue antiche, questo è un problema suo, non una qualità intrinseca degli idiomi.
      (GF)

    1. totalrec 29 giugno 2016

      "È soltanto un commento e non dimostra nulla, se non il fatto che al di fuori di Julian Jaynes c'era una comunità scientifica molto scettica riguardo alla sua intuizione"


      Rispetto a qualunque "verità scientifica" affermata esiste - o dovrebbe assolutamente esistere - una comunità scientifica molto scettica, considerato che la ricerca incessante di nuove prospettive dovrebbe costituire la quintessenza del pensiero scientifico. Purtroppo pare che da qualche tempo la quintessenza del pensiero scientifico sia invece la ricerca di dogmi intangibili e lo sfottò verso chi cerca di guardare oltre.

      Sia come sia, io condivido le idee di Julian Jaynes, con i distinguo che ho già detto, ed è anche da esse che ho tratto ispirazione per questo articolo. La cosiddetta "comunità scientifica", di cui ben conosco il modo di pensare e di ricercare, la lascio volentieri alle sue cure.
      (GF)

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