OUT OF THE BLUE

OUT OF THE BLUE

DI GIANLUCA FREDA

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Esistono film dalla visione dei quali si esce più intelligenti. Avatar di James Cameron non è tra questi. Potrei anzi sostenere che Avatar dona allo spettatore di qualunque livello intellettivo una sostanziosa dose omaggio di rimbecillimento supplementare. Una persona di media stupidità lascia il locale barcollando sotto il peso dell’idiozia aggiuntiva accumulata nel corso dello spettacolo e non riesce più a pensare a nulla di intellettualmente rilevante. Cito il mio caso: mentre mi dirigevo verso casa dopo la fine dello spettacolo, ho cercato disperatamente di elucubrare un pensiero critico sulla pellicola, ma mi venivano in mente solo cretinate. Pensavo alle barzellette su Toro Seduto che mi raccontavano da bambino, frasi nominali come “Augh, grande capo bianco” interferivano con le facoltà razionali, canticchiavo canzonette come “blululù-le-mille-bolle-blu” e se mi costringevo a smettere il cervello continuava a salmodiarle da solo e non c’era verso di fermarlo. E’ stato orribile. Giunto a casa esanime, mi sono aggrappato a “La conquista dell’America” di Zvetan Todorov e solo così ho avuto salva la vita. Sconsiglio vivamente la visione del film alle persone già completamente idiote. L’overdose sarebbe loro fatale. Ero andato a vedere Avatar su suggerimento di un collega, il quale mi aveva consigliato di farlo senza aspettarmi nulla di particolare. In questo modo, egli sosteneva, sarei uscito dal cinema piacevolmente sorpreso. Ho seguito alla lettera la parte metodologica della sua raccomandazione, che si è rivelata molto efficace. E’ la parte profetica che necessita di una drastica messa a punto. So che esprimendo queste opinioni impietose mi attirerò accuse di snobismo intellettualoide, nonché l’ira di coloro che mi faranno notare – giustamente – le meraviglie dell’animazione computerizzata, la perfezione delle ricostruzioni paesaggistiche, la sottigliezza delle citazioni fumettistiche e cinematografiche (e meno male che sarei io l’intellettualoide). Tutto vero. Infatti non dico che il film sia brutto. Non dico nemmeno che chi lo ha realizzato sia un completo idiota, tutt’altro. Dico solo che è stato studiato e accuratamente cesellato per rendere idiota chi lo guarda e che ci riesce benissimo.
Sostengo ormai da tempo che l’intero apparato di ciò che chiamiamo informazione, spettacolo, perfino letteratura o arte o scienza nella più recente declinazione estetica di queste categorie, non sia altro che uno strumento di propaganda pervasiva il cui scopo ultimo è quello di ridurre ai minimi termini i nostri modelli interpretativi della realtà, costringendoci a racchiudere il mondo, tutto intero, in uno schema rarefatto e impoverito. Il fine è insomma quello che Orwell aveva ben intuito nella sua descrizione operativa del Newspeak: toglierci il maggior numero possibile degli elementi segnici con cui rappresentiamo il mondo a noi stessi, in modo tale che il mondo, ricco e complesso com’è sempre stato per diritto di nascita, ci escluda con sdegno dalla sua reggia, come da un cocktail party del Bilderberg si escluderebbe un accattone analfabeta con le toppe al culo, lasciandolo fuori al freddo a biascicare da solo le sue incomprensibili e irrilevanti maledizioni. Tutto questo, in gergo filosofico, si potrebbe chiamare “rarefazione delle categorie del pensiero”. Io lo chiamo, più cordialmente, rimbecillimento collettivo mediaticamente indotto. Avatar di James Cameron è uno degli induttori di dabbenaggine percettiva più poderosi che mi sia mai capitato di sperimentare sulla mia pelle. Ed è progettato, con straordinaria intelligenza, per produrre proprio questo effetto.

La realtà che Avatar offre ai nostri occhi è, secondo una consuetudine ormai rodata dai progettisti del pensiero di Hollywood, drasticamente binomiale, dozzinalmente manichea. Il mondo è integralmente suddiviso in distici etici, estetici, ermeneutici, epistemologici, a beneficio di una popolazione che, per la tutela dei privilegi dei suoi mandriani, non dovrà mai imparare a contare oltre il numero due. Ci sono il solito bene e il solito male, nitidamente ritagliati ed isolati in campane di vetro per scongiurarne ogni contaminazione; c’è il buon selvaggio di Montaigne contrapposto allo spietato predatore coloniale di Las Casas; l’uno è blu e l’altro e bianco, per rendere a prova di idiota la loro immediata identificazione visiva (con le videopecore, non si sa mai); ci sono la ripresa dal vivo e quella in digitale, che, a differenza che in altre pellicole, non si amalgamano affatto, sventando così il rischio di attivare inauspicabili connessioni neurali, di maggiore complessità, tra differenti universi stilistici; c’è l’interpretazione letterale e quella banalmente metaforica (un antibellicismo d’accatto che sa di plastica lontano un chilometro), senza che sia possibile nessun altro tipo di lettura a differenti livelli.

Il film ha mandato in sollucchero molte sue vittime che, debitamente rintontite dai suoi ben oliati meccanismi, vi hanno visto una vibrante condanna dell’imperialismo occidentale, particolarmente quello americano. Naturalmente non è così. Il film, al contrario, esalta l’ideologia militarista, camuffandola astutamente sotto le carcasse digitali dei Na’vi, nei quali possiamo continuare a vedere placidamente riflesso il nostro ideale di “guerra giusta”, senza doverci prendere il disturbo di guardarci allo specchio, cosa che ultimamente non facciamo più con piacere. Soprattutto, il film esalta e fornisce nuova linfa alle consunte parole d’ordine su cui si fonda l’asfittica mitologia della globalizzazione, accuratamente elaborata per fungere da propellente ideologico agli affari delle multinazionali. Tutte le chiacchiere sull’”incontro tra culture”, tutte le ciarle sulla “diversità”, tutte le fanfaluche ecologiste sul “pianeta incontaminato” da difendere contro il riscaldamento globale, tutte le miserabili bugie sulla possibilità dei popoli di conquistare un’indipendenza politica prescindendo dal discorso economico, fanno continuamente capolino dal grande schermo e, come la progenie di Alien, si iniettano a sorpresa nel sistema circolatorio di chi si era da esse, con grande fatica, purificato. Il tutto frullato in una repellente salsina di ammiccamenti new age, che è sempre un perfetto composto di amalgama per tenere insieme tutta questa robaccia. Non c’è – inutile dirlo – neanche l’ombra di una raffigurazione realistica delle concrete dinamiche del potere e della guerra; che è per tre quarti diplomazia, covert operations, propaganda, progettazione geostrategica, investimento economico, e solo per un quarto utilizzo della pura forza militare. Nel film, la guerra viene scatenata da un bieco e antipaticissimo colonnello impazzito, perché è così che funziona, no? Un giorno un alto ufficiale dell’esercito impazzisce e, per pura malvagità, fa a pezzi qualche regione del mondo. Ma la responsabilità è solo sua. L’Occidente è fondamentalmente buono e inoffensivo (come l’insopportabile paraplegico guerriero che fa da protagonista) e per merito suo la giustizia, alla fine, trionfa.



Si potrà obiettare che questa banalizzazione ideologica, questa riconversione binaria delle categorie interpretative che ci costringe a sognare in tre dimensioni mentre ci relega al bi o monodimensionale, è propria della narrativa eroica di ogni luogo e di ogni epoca. Il che è anche vero, ma con una importante differenza: l’epica eroica aveva la funzione di costruire un’identità storica e sociale, non di mandarla in cortocircuito. I manicheismi, i miti, le falsificazioni degli eventi passati, servivano all’epica per ripristinare il legame di una società con la sua storia, non per annullare la storia schiacciando la società sulla sola dimensione del presente. L’epica mirava a imporre alla massa i valori (poco importa se autentici o artificialmente cesellati) della casta dominante, non a relativizzare ogni valore per creare il deserto dei punti di riferimento. In poche parole: la narrazione epica tradizionale mirava a costruire o ricostruire una percezione del mondo che tornasse utile, sul lungo periodo, alle categorie sociali dominanti; l’epica digitale di Avatar ha lo scopo dichiarato di distruggere periodicamente, relativizzandolo, ogni schema interpretativo, proiettando l’uomo-massa in una “tabula rasa” di riferimenti culturali da cui gli sarà impossibile nuocere. Cercherò di spiegarmi meglio mettendo in parallelo (mi scuso dell’avventatezza) alcuni aspetti della pellicola di Cameron con alcuni caratteri della medievale “Chanson de Roland”.



La “Chanson” ricostruiva, a circa tre secoli di distanza dalle vicende narrate, un Carlo Magno e una Francia che esistevano solo nella fantasia. Carlo Magno non si era mai curato molto di combattere i musulmani di Spagna, preferendo (come ogni politico di razza) stringere accordi diplomatici; la religione cristiana gli interessava il minimo indispensabile, soprattutto come elemento di legittimazione del proprio potere; e quando il debole, screditato e sfregiato papa Leone III insistette per deporgli di persona la corona sulla testa, lo prese come un insulto (si riteneva già imperatore per diritto di conquista) e fece scrivere al suo cronista, Eginardo, una versione dell’incoronazione molto diversa da quella propagandata dalla Chiesa. Lo scontro di Roncisvalle, che viene celebrato nella Chanson come evento epocale ed eroico, fu in realtà una miserabile scaramuccia tra le truppe franche ed alcuni guerrieri baschi, di nessuna rilevanza strategica. Eccetera eccetera.



Tutta questa poderosa macchina di banalizzazione e falsificazione storica era messa in moto allo scopo di fornire all’Europa un’identità precisa. Un’identità fondata su connotati cristiani, che si delineava per contrapposizione al pericolo musulmano, in un’epoca (quella a cavallo tra XI e XII secolo) in cui la prima crociata rileggeva tutta la storia passata alla luce dei valori religiosi e feudali che si andavano affermando sulla scia delle esigenze politiche. Gli stravolgimenti delle meccaniche del potere compiuti da Avatar hanno, al contrario, lo scopo di privare gli spettatori di ogni concreta identità culturale. L’ideologia appropriativa, colonialista e stragista dell’occidente contemporaneo, l’unica che sia ben conosciuta e riconoscibile dallo spettatore, viene esorcizzata ponendo i suoi propugnatori nella parte dei “cattivi”, in modo che ogni identificazione con ciò che sta alla base della nostra vita sociale sia impossibile. Al suo posto, viene imposta l’immedesimazione forzata con un’ideologia aliena, vagamente naturalista, priva di ogni attinenza con la realtà storica corrente. Laddove la Chanson ricostruiva, attraverso la mitizzazione degli eventi, un contatto tra il presente e il passato, Avatar ignora e spegne la memoria storica, proiettando lo spettatore in una dimensione alternativa, in cui il passato non esiste se non sotto forma di un vago e decontestualizzato sentimento di colpa per i trascorsi e correnti genocidi. Se la Chanson cantava la fierezza e l’orgoglio dell’appartenenza ad una civiltà e ai suoi valori, Avatar propone l’impresentabilità di ogni valore, il rimorso e l’orrore per ciò che siamo stati e continuiamo ad essere, senza proporre peraltro nessun percorso di espiazione. Avatar è un’epica che non ci spiega ciò che siamo, se non per invitarci a fuggire da ciò che siamo, qualunque cosa sia. Ci pone di fronte alla nostra cattiva coscienza per trasformarla in fantasticheria narrativa, non in processo di riflessione, da cui ogni identità scaturisce.
René Girard poneva all’origine delle società umane un assassinio sacrificale attraverso il quale alla vittima sacrificale venivano riconosciuti attributi sacrali affinchè la sua uccisione fungesse da mezzo per sopire la violenza. Ma in Avatar non ci sono vittime sacrificali da erigere a fondamento di una palingenesi sociale. I Na’vi vincono e scacciano gli invasori, esorcizzando la violenza nell’immaginario affinché essa possa proseguire indisturbata nel corpo della nazione.



Nella Chanson, Orlando rappresentava i valori feudali con cui l’uomo dell’XI-XII secolo era a contatto quotidiano: la fedeltà al proprio signore, il coraggio guerriero, la religione, la difesa della sicurezza civica contro le scorribande barbariche. Il film di Cameron propone eroi che rappresentano valori virtuali e artificiali, costringendoci, per poterli condividere, ad una completa alienazione dalla realtà. Gli stessi eroi del film sono virtuali, digitali, antiumani: il processo di astrazione dilania non solo il senso di condivisione di una storia comune, ma anche quello di appartenenza alla medesima specie. L’unica identificazione consentita è, appunto, quella con un “avatar” del genere umano, idealizzato ed estetizzato fino all’irriconoscibilità, all’estraniazione biologica. Lo stesso protagonista del film è privo di un’identificabilità precisa, umano e alieno, disabile ed atletico, militare e antimilitarista, minuscolo e colossale, analogico e digitale, tutto allo stesso tempo. La disarticolazione identitaria che il film sottolinea e contemporaneamente ricerca trova nella straniante figura del soldato pacifista il suo simbolo migliore.



La Chanson definiva una mappa mentale, sia pur trasfigurata dal mito, della geografia europea: Saragozza, i Pirenei, l’Ebro, la corte di Aquisgrana. In punto di morte, Orlando passa in rassegna le conquiste territoriali compiute a favore del sovrano, con un’elencazione che, pur nella sua natura leggendaria, fornisce all’ascoltatore una mappatura del mondo conosciuto, dotandolo di una precisa identità geografica. Avatar, con i suoi paesaggi alieni digitalizzati, priva lo spettatore di ogni riferimento cardinale e territoriale, lo lascia alla mercé di un ambiente in cui ogni relazione con la spazialità conosciuta è stata stravolta e trasfigurata. Avatar simboleggia ed al tempo stesso incoraggia l’esilio dell’uomo moderno dalla propria storia, dal proprio tempo, dal proprio spazio, dalla propria etica, dalla propria coscienza e dalla propria specie. Non è affatto, come qualcuno ha scritto, un apologo sull’incontro con l’altro da sé. E’ l’”altro da sé” che diviene l’unica dimensione possibile, dove il concetto stesso di “altro” viene annichilito dalla cancellazione di ogni “sé” con cui confrontarsi.



Più che un apologo è un epilogo: Avatar ci parla del definitivo trasferimento della cultura occidentale in un paradiso lisergico che rinnega un passato e un presente impossibili da abitare, per i quali ogni schema di rappresentazione è divenuto obsoleto e inadeguato. Ci parla di un futuro uguale al presente, annullando ogni prospettiva di cambiamento, anche sul lungo periodo. E si ha la netta impressione che questo straniamento dalla storia e dalle idee, che rende inattuabile ogni azione per la latitanza di direttrici e punti di riferimento, rappresenti più una finalità premeditata dagli astuti pianificatori hollywoodiani del pensiero che un emblema della nostra condizione mentre affrontiamo il presente declino. Orlando, il coraggioso, il migliore di noi, il paladino della giovinezza dell’ovest, giace nel gelo della sua tomba a Roncisvalle, mentre l’Europa sogna, ormai scialba e impotente, un improbabile riscatto per interposta persona, affidato ad un invincibile ed immaginifico avatar dalla pelle azzurra. Qui finisce la storia che Turoldo mise in poesia.



Gianluca Freda

Fonte: http://blogghete.blog.dada.net/

Link: http://blogghete.blog.dada.net/archivi/2010-02-09

9.02.2010


VEDI ANCHE: STUCCHEVOLE, FORSE. MA AVATAR E' UN FILM PROFONDO

Commenti (52)

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    1. Stevin 13 febbraio 2010

      Pensa alla salute ... l'ho visto coi miei figli (in 3D) e abbiamo passato tre ore stupende. Molto spettacolare.
      Per vedere un film d'animazione possiamo anche staccare il cervello e rilassarci, ciò che è inaccettabile è staccare il cervello guardando i telegiornali.
      Ma dimmi una cosa: che cazzo ti aspettavi?

    1. Santos-Dumont 13 febbraio 2010

      Si, tra l'altro il commento immediatamente precedente non c'era ancora quando ho iniziato a scrivere il mio, avrebbe chiarito l'arcano.
      Ma cosa combina la redazione, come si fa a confondere Freda con Bifolchi? LOL

    1. rectotal 13 febbraio 2010

      Non è una topica. Due secoli prima dell'Emile di Rousseau, il mito del buon selvaggio era già stato coniato nei Saggi di Montaigne, da cui Rosseau lo riprese (v. Montaigne, Saggi, cap. XXXI, Libro I, "Dei cannibali").

    1. epicureo99 13 febbraio 2010

      Sapete cosa?

      Io mi sono riufiutato di vederlo, come del resto qualsiasi film holliwoodiano dai tempi di godzilla, però leggerne le critiche, favorevoli e contrarie, mi da abbastanza gusto.
      Solo in questo caso perchè uno dei più pubblicizzati

      La cosa che mi colpisce di più è che, pur non avendo visto il film, queste critiche mi sembra già di averle lette:

      Chi è a favore tira fuori gli effetti speciali e il messaggio buonista

      Chi è contrario si rifà sulla vuotezza dei contenuti e l'alienazione dello spettatore.

      Semplicemente la solita vecchia storia.

      Qualcuno citava titanic e pearl arbour.....non ho visto nessuno dei due film ma credo che sia lo stesso caso di titanic: una grande produzione che ha successo prima che il film venga visto (sarò un bastian contrario però i successi annunciati non mi sono mai stati simpatici...)
      Il caso di pearl arbour lo credo un attimino diverso in quanto in questo caso c'è anche la volontà di voler riscrivere la storia contando che fra qualche generazione la gente non leggerà e si informerà a dovere ma guardando il film avrà una buona visione d'insieme rapida e non saprà mai cosa in verità successe a pearl arbour.

      In più quando ho visto l'articolo nell home page ho pensato "ancora???" e difatti mi trovo a dover quotare chi ha detto che fra sei mesi di avatar nessuno sentirà più parlare perchè le discussioni saranno già tutte incentrate nel prossimo successo annunciato dai meravigliosi effetti speciali ma privo di contenuti che io non vedrò

      E la storia ricomincia......

    1. castigo 13 febbraio 2010

      Santos-Dumont:

      P.S. A proposito di narcosi indotta dai media... Com'è che il primo commento rinomina Freda BIFOLCHI, e gli altri seguono a ruota? Potenza della parola scritta? LOL

      si vede che sei arrivato tardi.

      in origine l'autore, in testa all'articolo, era tal gianluca bifolchi.

      considerando che non sono ancora dotato di capacità paranormali, mi è sembrato giusto rivolgermi a lui.

    1. Santos-Dumont 13 febbraio 2010

      Ovviamente non sapevo che il refuso originale fosse della redazione.

    1. castigo 13 febbraio 2010

      mazzucco ha proprio esagerato.

      è un film, per me dev'essere divertimento.

      e mi sono divertito.

      se volevo qualcosa di diverso entravo in un cinema d'essai ad assistere ad un paio di proiezioni che so, di eisenstein??

      ma già ci pensa la realtà a deprimermi, quindi non penso sia il caso di insistere.....

    1. Santos-Dumont 13 febbraio 2010

      Complimenti a Freda per l'analisi, molto interessante il parallelismo con la Chanson de Roland. C'è un solo aspetto che avrebbe forse meritato un maggior approfondimento, ossia l'evidente concezione panteista dell'universo che traspare in vari momenti del film. A cominiciare dal grande albero della vita che racchiude al suo interno tutto l'aldilà dei pandoriani, Eywa e anime comprese. Alcuni conoscenti protestanti, secondo me, non hanno portato i figli a vedere il film per la "confusione" che concetti come "backup dell'anima" o "divinità che vive NEL pianeta" avrebbero ingenerato nei frugoletti (concetti, ovviamente, frutto di satanica ispirazione... Gliel'avrà detto il loro pastore cinque minuti prima di riscuotere la decima ROTFL)



      P.S. A proposito di narcosi indotta dai media... Com'è che il primo commento rinomina Freda BIFOLCHI, e gli altri seguono a ruota? Potenza della parola scritta? LOL

    1. Fabriizio 13 febbraio 2010

      REDAZIONE ... ma perchè prima avete firmato l'articolo con lo pseudonimo GIANLUCA BIFOLCHI, e solo dopo avete sostituito il nome dell'autore vero, ossia con GIANLUCA FREDA ? Comunque, sea lo que sea, il buon Gianluca Freda, di cui sono un estimatore sopratutto per le traduzioni di Gilad Atzmon, questa volta ha peccato di pressapochismo massimalista (a mio parere, gli capita spesso).

    1. gripepuerca 13 febbraio 2010

      E' un buon punto di partenza, a mio umile avviso, per una lettura del film. Su alcune cose sono pienamente d'acordo, su altre meno - e vivaddio!- ma non è questo il punto. La sensazione personale è che tu non abbia voluto (o non abbia avuto il coraggio) di proseguire nell'analisi, lasciandola per così dire a metà: punto di partenza, precisamente, ma non di più.
      Il film più costoso della storia -e verosimilmente quello che diventerà il più visto- non può non contenere una serie di dettami ben precisi da un punto di vista propagandistico. Al di là di quello che si può banalmente pensare, il sistema corporatocratico non si muove (leggi: investe) solo per soldi. A fronte di uno sforzo così importante, il rientro deve essere anche ideologico. Deve. Magari seminale, incoscio, surrettizio, magari ancora più delle altre volte (quelle a cui giustamente accenni tu parlando di epica cinematografica), ma deve esserci. Esimersi dal cercarlo, io credo, può essere un passo falso.
      Un paio di indizi solamente per te e per chi legge; o meglio, domande. Parli di tabula rasa (disarticolazione identitaria, esilio dell'uomo dalla propria narrazione storica ed etica, mancanza di percorsi di espiazione, annichilimento della dimensione del sè etc.). Perfetto: credo che il punto sia proprio questo. Ma perchè? Se si propone una tabula rasa, è per poterci disegnare sopra qualcosa ex novo. Ma cosa?
      In secondo luogo: a ragione citi Girard e la sua antropologia del capro espiatorio. Ebbene c'è un animale sacrificale in questo film la cui presenza è superliminale, e per ciò stesso forse più difficile da individuare. Ma c'è. Qual'è?
      Ora, se qualcuno avesse voglia di comporre le mie due domande in un discorso articolato e approfondito a sufficienza, vedrebbe che questo va ad intercettare delle traiettorie teoriche molto specifiche, che stanno prendendo piede in maniera molto massiccia negli ultimi -diciamo- vent'anni.
      Traiettorie teoriche che secondo il mio punto di vista identificherebbero almeno approssimativamente la complessa morfologia che quello che io chiamo 'nouveau regime' (altri chiamano NWO o Elites Globaliste) vuole dare al mondo che verrà nei prossimi decenni.

    1. Sokratico 13 febbraio 2010

      è ovvio che il film sia ben fatto. Serve allo scopo...che è far spendere.


      Ma vorrei vedere un po' di spirito nitzscheano, ogni tanto, almeno in chi pretende di "avere opinioni".
      Un prodotto, qualunque esso sia, che piace a milioni di persone è un prodotto che:
      1- è stato progettato per piacere. Dunque è, per definizione, inautentico.
      2- ricade in logiche di potere e di propaganda. Se sembra contestazione, è ovviamente perchè alla gente PIACE sentirsi un po' rivoluzionari, tornando da una seratina consumista e conformista (dai,dopo il film non ve la siete presa una birretta?)
      3- produce normalità, cioè omogeneità.

      cos'è la normalità? leggetevi un articolo su Micheal Foucault: http://damianorama.wordpress.com/2008/05/14/il-controllo-sociale-parte-prima-la-normalita-e-la-normalizzazione/
    1. SempreIo 13 febbraio 2010

      C'è chi ha bisogno di affossare gli altri - "le videopecore" e le persone di "media stupidità" - per emergere (e sentirsi superiore?).
      Contento lui.

      Per il nostro intellettuale, il linguaggio usato forse è troppo banale ed esplicito a tal punto da non riuscire a comprenderlo.


      castigo, poco sopra, ha già detto tutto, ma vi segnalo un'altra critica al film, equilibrata e con spunti originali:



      Avatar, New Age e Neospiritualismo

      http://comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=Forums&file=viewtopic&t=22207 [comedonchisciotte.org]

    1. Chromo 13 febbraio 2010

      Sembra che qualcuno ti abbia puntato la pistola alla tempia per andarlo a vedere..per questo c'è ancora il libero arbitrio sai?!
      La storia in sè per sè è abbastanza banale e prevedibile... i suoi punti di forza sono gli effetti CG 3D, e questa è una cosa che sanno tutti prima di andarlo a vedere.
      Per cui, se ti aspettavi un film intelligente dovevi andare a guardare altro.
      Quindi... consapevole di ciò...non vedo perchè farci tutte queste polemiche.
      Se non per aumentare ancor di più l'aura di importanza al film...

    1. Eli 13 febbraio 2010

      Sì. E' una topica.

    1. stefanodandrea 13 febbraio 2010

      Segnalo un'altra recensione, molto severa, di Massimo Mazzucco, che si può leggere in questo link: http://www.luogocomune.net/site/modules/news/article.php?storyid=3479

    1. stefanodandrea 13 febbraio 2010

      Tratto da Sergio Quinzio, Religione e futuro, 1962, parte seconda: frammenti di religione: "23 Una volta, per commuovere, bastavano tre uomini in mezzo a una piazza, che recitavano per l’ennesima volta una vicenda semplice e nota a tutti, da guardarsi stando sulla punta dei piedi. Oggi non bastano più nemmeno le gigantesche macchine per commuovere che costano miliardi, con le loro enormi e coloratissime figure sempre diverse, con le valanghe di parole e di suoni moltiplicati in tutte le direzioni, verso le quali si è sospinti con l’aiuto del sollecitamento sessuale e del brivido, e che si guardano stando comodamente semisdraiati nella penombra.

      E’ invecchiato l’uomo, che ha perduto l’infantile mobilità, la giovanile capacità di ridere e di piangere, di sognare, di entusiasmarsi. Una lenta atrofia ci ha fatto scendere via via a tipi di spettacolo intimamente sempre più depotenziati, in cui sempre maggiore è stata la parte non sostanziale da aggiungere per forzare l’attenzione e la commozione. Dal teatro […] al cinema […], allo spettacolo a domicilio, che vanta in prima linea tra le sue benemerenze la comodità. E’ l’atrofia della capacità mitica, della potenza cioè ad attingere per occasione e per suggestioni un’altra realtà, ad uscire dal banale quotidiano.

    1. A_M_Z 13 febbraio 2010

      Gli effetti speciali attuali coprono le carenze della regia e degli attori.
      Con un regista e due attori buoni si può girare un bel film anche senza scenario.
      Comunque complimenti per la pazienza con il bifolchi.

    1. Diapason 13 febbraio 2010

      ...E' comunque una opinione.

      Alcune righe sono condivisibili, ma sono troppo poche per farmi dichiarare d'accordo.

      A volte si ha la necessità di estremizzare le proprie opinioni, da tendenti al criticismo a estremamente critiche, per avere un buon spunto di scrittura: concepito quello schema e autoconvintosi della sua validità, la penna va poi da sola.

      Siccome del film ne hanno parlato, tutto sommato bene, in tanti, per farsi notare può tornare utile manifestare la propria contrarietà in maniera estrema.


      ...Ma non è detto che un punto di vista sia buono solo perché stride ferocemente con queli degli altri.


      La Chanson de Roland come prisma di osservazione?

      Che coraggio!

      ...O è incoscenza?


      Molto meglio l'articolo di George Monbiot, raggiungibile al link in basso, "VEDI ANCHE".

    1. castigo 13 febbraio 2010

      buran:

      Ti ammiro per il tempo che hai perso a rispondere punto per punto a questo qui.

      grazie, ma mi sentivo obbligato a farlo.

      sai, magari qualcuno pensa pure che possa avere ragione.

      e poi è inutile cercare significati nascosti, riuscendo pure a distorcerli: è la solita vecchia e scontatissima storia di indiani e cowboys con storia d'amore a contorno, resa in chiave ultramoderna, con in più una vagonata di effetti speciali spettacolari, che se li avesse avuti John Ford......

    1. vic 13 febbraio 2010

      In quanto a film di fantascienza, Solaris di Tarkowski sara' stato pesantuccio da vedere, ma resta un capolavoro della fantascienza. Molto piu' capolavoro del pur sempre magistrale Kubrik. Non per nulla entrambi i registi si appoggiarono a scrittori di fantascienza dal talento strabordante.

      Holliwood e' un'industria. Questo genere di film non viene prodotto a caso. Il fatto che non ci sia piu' sceneggiatura USA senza una guerra dentro, senza un'esplosione, neanche quello e' casuale. Fu cosi' che quando successe l'11 settembre rimasi ammutolito ma non sorpreso. Faceva parte della cultura USA, un avvenimento simile. Era quasi scontato che dovesse accadere. Dietro c'era una regia degna di Holliwood, lo capisce perfino un ragazzino afghano senza gambe. E' grandissima fantascienza la versione che furono i fantomatici piloti dilettanti dal passaporto arabo che supera le dimensioni spaziotemporali in fiamme. Percio' concordo con un commentatore precedente: la realta' e' molto piu' fantascientifica della fantascienza. Andate a leggere cosa racconta quel tale che s'e' studiato 1300 casi di morte apparente. Altro che Avatar in 3D!

      Se il messaggio del film e' vuoto ed insulso, beh sara' lo specchio dei valori USA, cioe' occidentali, cioe' nostri. La tanto declamata cultura che vogliono esportare con la tanto declamata guerra. Forse ci stanno preparando subliminalmente al prossimo passo del complesso militar-industrial-segreto: le armi spaziali e la bioteconologia aliena alienante. Ce ne vorranno di film come Avatar per finanziare simili cosucce sulla nostra pelle. Anche la triade militar-industrial-segreta sembra essere giunta al capolinea, perlomeno finanziario e di idee: siamo alla fase vacua. La conquista del vuoto.

      Voltiam pagina, va', e torniamo al nostro orticello.
      A proposito: su bittorrent si trova ancora l'Odissea prodotta dalla RAI nel 1968-9.
      Il ritmo sara' lento, gli effetti saranno poco speciali, ma la storia se non altro ha uno spessore. Fa bene ricordarci che siamo tutti un po' Greci. Peccato che abbiano tagliato l'introduzione col vecchio Ungaretti che legge l'Odissea! Sembrava l'Avatar di Omero, altro che Cameron e gli occhialini 3D!

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