OUT OF THE BLUE

OUT OF THE BLUE

DI GIANLUCA FREDA

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Esistono film dalla visione dei quali si esce più intelligenti. Avatar di James Cameron non è tra questi. Potrei anzi sostenere che Avatar dona allo spettatore di qualunque livello intellettivo una sostanziosa dose omaggio di rimbecillimento supplementare. Una persona di media stupidità lascia il locale barcollando sotto il peso dell’idiozia aggiuntiva accumulata nel corso dello spettacolo e non riesce più a pensare a nulla di intellettualmente rilevante. Cito il mio caso: mentre mi dirigevo verso casa dopo la fine dello spettacolo, ho cercato disperatamente di elucubrare un pensiero critico sulla pellicola, ma mi venivano in mente solo cretinate. Pensavo alle barzellette su Toro Seduto che mi raccontavano da bambino, frasi nominali come “Augh, grande capo bianco” interferivano con le facoltà razionali, canticchiavo canzonette come “blululù-le-mille-bolle-blu” e se mi costringevo a smettere il cervello continuava a salmodiarle da solo e non c’era verso di fermarlo. E’ stato orribile. Giunto a casa esanime, mi sono aggrappato a “La conquista dell’America” di Zvetan Todorov e solo così ho avuto salva la vita. Sconsiglio vivamente la visione del film alle persone già completamente idiote. L’overdose sarebbe loro fatale. Ero andato a vedere Avatar su suggerimento di un collega, il quale mi aveva consigliato di farlo senza aspettarmi nulla di particolare. In questo modo, egli sosteneva, sarei uscito dal cinema piacevolmente sorpreso. Ho seguito alla lettera la parte metodologica della sua raccomandazione, che si è rivelata molto efficace. E’ la parte profetica che necessita di una drastica messa a punto. So che esprimendo queste opinioni impietose mi attirerò accuse di snobismo intellettualoide, nonché l’ira di coloro che mi faranno notare – giustamente – le meraviglie dell’animazione computerizzata, la perfezione delle ricostruzioni paesaggistiche, la sottigliezza delle citazioni fumettistiche e cinematografiche (e meno male che sarei io l’intellettualoide). Tutto vero. Infatti non dico che il film sia brutto. Non dico nemmeno che chi lo ha realizzato sia un completo idiota, tutt’altro. Dico solo che è stato studiato e accuratamente cesellato per rendere idiota chi lo guarda e che ci riesce benissimo.
Sostengo ormai da tempo che l’intero apparato di ciò che chiamiamo informazione, spettacolo, perfino letteratura o arte o scienza nella più recente declinazione estetica di queste categorie, non sia altro che uno strumento di propaganda pervasiva il cui scopo ultimo è quello di ridurre ai minimi termini i nostri modelli interpretativi della realtà, costringendoci a racchiudere il mondo, tutto intero, in uno schema rarefatto e impoverito. Il fine è insomma quello che Orwell aveva ben intuito nella sua descrizione operativa del Newspeak: toglierci il maggior numero possibile degli elementi segnici con cui rappresentiamo il mondo a noi stessi, in modo tale che il mondo, ricco e complesso com’è sempre stato per diritto di nascita, ci escluda con sdegno dalla sua reggia, come da un cocktail party del Bilderberg si escluderebbe un accattone analfabeta con le toppe al culo, lasciandolo fuori al freddo a biascicare da solo le sue incomprensibili e irrilevanti maledizioni. Tutto questo, in gergo filosofico, si potrebbe chiamare “rarefazione delle categorie del pensiero”. Io lo chiamo, più cordialmente, rimbecillimento collettivo mediaticamente indotto. Avatar di James Cameron è uno degli induttori di dabbenaggine percettiva più poderosi che mi sia mai capitato di sperimentare sulla mia pelle. Ed è progettato, con straordinaria intelligenza, per produrre proprio questo effetto.

La realtà che Avatar offre ai nostri occhi è, secondo una consuetudine ormai rodata dai progettisti del pensiero di Hollywood, drasticamente binomiale, dozzinalmente manichea. Il mondo è integralmente suddiviso in distici etici, estetici, ermeneutici, epistemologici, a beneficio di una popolazione che, per la tutela dei privilegi dei suoi mandriani, non dovrà mai imparare a contare oltre il numero due. Ci sono il solito bene e il solito male, nitidamente ritagliati ed isolati in campane di vetro per scongiurarne ogni contaminazione; c’è il buon selvaggio di Montaigne contrapposto allo spietato predatore coloniale di Las Casas; l’uno è blu e l’altro e bianco, per rendere a prova di idiota la loro immediata identificazione visiva (con le videopecore, non si sa mai); ci sono la ripresa dal vivo e quella in digitale, che, a differenza che in altre pellicole, non si amalgamano affatto, sventando così il rischio di attivare inauspicabili connessioni neurali, di maggiore complessità, tra differenti universi stilistici; c’è l’interpretazione letterale e quella banalmente metaforica (un antibellicismo d’accatto che sa di plastica lontano un chilometro), senza che sia possibile nessun altro tipo di lettura a differenti livelli.

Il film ha mandato in sollucchero molte sue vittime che, debitamente rintontite dai suoi ben oliati meccanismi, vi hanno visto una vibrante condanna dell’imperialismo occidentale, particolarmente quello americano. Naturalmente non è così. Il film, al contrario, esalta l’ideologia militarista, camuffandola astutamente sotto le carcasse digitali dei Na’vi, nei quali possiamo continuare a vedere placidamente riflesso il nostro ideale di “guerra giusta”, senza doverci prendere il disturbo di guardarci allo specchio, cosa che ultimamente non facciamo più con piacere. Soprattutto, il film esalta e fornisce nuova linfa alle consunte parole d’ordine su cui si fonda l’asfittica mitologia della globalizzazione, accuratamente elaborata per fungere da propellente ideologico agli affari delle multinazionali. Tutte le chiacchiere sull’”incontro tra culture”, tutte le ciarle sulla “diversità”, tutte le fanfaluche ecologiste sul “pianeta incontaminato” da difendere contro il riscaldamento globale, tutte le miserabili bugie sulla possibilità dei popoli di conquistare un’indipendenza politica prescindendo dal discorso economico, fanno continuamente capolino dal grande schermo e, come la progenie di Alien, si iniettano a sorpresa nel sistema circolatorio di chi si era da esse, con grande fatica, purificato. Il tutto frullato in una repellente salsina di ammiccamenti new age, che è sempre un perfetto composto di amalgama per tenere insieme tutta questa robaccia. Non c’è – inutile dirlo – neanche l’ombra di una raffigurazione realistica delle concrete dinamiche del potere e della guerra; che è per tre quarti diplomazia, covert operations, propaganda, progettazione geostrategica, investimento economico, e solo per un quarto utilizzo della pura forza militare. Nel film, la guerra viene scatenata da un bieco e antipaticissimo colonnello impazzito, perché è così che funziona, no? Un giorno un alto ufficiale dell’esercito impazzisce e, per pura malvagità, fa a pezzi qualche regione del mondo. Ma la responsabilità è solo sua. L’Occidente è fondamentalmente buono e inoffensivo (come l’insopportabile paraplegico guerriero che fa da protagonista) e per merito suo la giustizia, alla fine, trionfa.



Si potrà obiettare che questa banalizzazione ideologica, questa riconversione binaria delle categorie interpretative che ci costringe a sognare in tre dimensioni mentre ci relega al bi o monodimensionale, è propria della narrativa eroica di ogni luogo e di ogni epoca. Il che è anche vero, ma con una importante differenza: l’epica eroica aveva la funzione di costruire un’identità storica e sociale, non di mandarla in cortocircuito. I manicheismi, i miti, le falsificazioni degli eventi passati, servivano all’epica per ripristinare il legame di una società con la sua storia, non per annullare la storia schiacciando la società sulla sola dimensione del presente. L’epica mirava a imporre alla massa i valori (poco importa se autentici o artificialmente cesellati) della casta dominante, non a relativizzare ogni valore per creare il deserto dei punti di riferimento. In poche parole: la narrazione epica tradizionale mirava a costruire o ricostruire una percezione del mondo che tornasse utile, sul lungo periodo, alle categorie sociali dominanti; l’epica digitale di Avatar ha lo scopo dichiarato di distruggere periodicamente, relativizzandolo, ogni schema interpretativo, proiettando l’uomo-massa in una “tabula rasa” di riferimenti culturali da cui gli sarà impossibile nuocere. Cercherò di spiegarmi meglio mettendo in parallelo (mi scuso dell’avventatezza) alcuni aspetti della pellicola di Cameron con alcuni caratteri della medievale “Chanson de Roland”.



La “Chanson” ricostruiva, a circa tre secoli di distanza dalle vicende narrate, un Carlo Magno e una Francia che esistevano solo nella fantasia. Carlo Magno non si era mai curato molto di combattere i musulmani di Spagna, preferendo (come ogni politico di razza) stringere accordi diplomatici; la religione cristiana gli interessava il minimo indispensabile, soprattutto come elemento di legittimazione del proprio potere; e quando il debole, screditato e sfregiato papa Leone III insistette per deporgli di persona la corona sulla testa, lo prese come un insulto (si riteneva già imperatore per diritto di conquista) e fece scrivere al suo cronista, Eginardo, una versione dell’incoronazione molto diversa da quella propagandata dalla Chiesa. Lo scontro di Roncisvalle, che viene celebrato nella Chanson come evento epocale ed eroico, fu in realtà una miserabile scaramuccia tra le truppe franche ed alcuni guerrieri baschi, di nessuna rilevanza strategica. Eccetera eccetera.



Tutta questa poderosa macchina di banalizzazione e falsificazione storica era messa in moto allo scopo di fornire all’Europa un’identità precisa. Un’identità fondata su connotati cristiani, che si delineava per contrapposizione al pericolo musulmano, in un’epoca (quella a cavallo tra XI e XII secolo) in cui la prima crociata rileggeva tutta la storia passata alla luce dei valori religiosi e feudali che si andavano affermando sulla scia delle esigenze politiche. Gli stravolgimenti delle meccaniche del potere compiuti da Avatar hanno, al contrario, lo scopo di privare gli spettatori di ogni concreta identità culturale. L’ideologia appropriativa, colonialista e stragista dell’occidente contemporaneo, l’unica che sia ben conosciuta e riconoscibile dallo spettatore, viene esorcizzata ponendo i suoi propugnatori nella parte dei “cattivi”, in modo che ogni identificazione con ciò che sta alla base della nostra vita sociale sia impossibile. Al suo posto, viene imposta l’immedesimazione forzata con un’ideologia aliena, vagamente naturalista, priva di ogni attinenza con la realtà storica corrente. Laddove la Chanson ricostruiva, attraverso la mitizzazione degli eventi, un contatto tra il presente e il passato, Avatar ignora e spegne la memoria storica, proiettando lo spettatore in una dimensione alternativa, in cui il passato non esiste se non sotto forma di un vago e decontestualizzato sentimento di colpa per i trascorsi e correnti genocidi. Se la Chanson cantava la fierezza e l’orgoglio dell’appartenenza ad una civiltà e ai suoi valori, Avatar propone l’impresentabilità di ogni valore, il rimorso e l’orrore per ciò che siamo stati e continuiamo ad essere, senza proporre peraltro nessun percorso di espiazione. Avatar è un’epica che non ci spiega ciò che siamo, se non per invitarci a fuggire da ciò che siamo, qualunque cosa sia. Ci pone di fronte alla nostra cattiva coscienza per trasformarla in fantasticheria narrativa, non in processo di riflessione, da cui ogni identità scaturisce.
René Girard poneva all’origine delle società umane un assassinio sacrificale attraverso il quale alla vittima sacrificale venivano riconosciuti attributi sacrali affinchè la sua uccisione fungesse da mezzo per sopire la violenza. Ma in Avatar non ci sono vittime sacrificali da erigere a fondamento di una palingenesi sociale. I Na’vi vincono e scacciano gli invasori, esorcizzando la violenza nell’immaginario affinché essa possa proseguire indisturbata nel corpo della nazione.



Nella Chanson, Orlando rappresentava i valori feudali con cui l’uomo dell’XI-XII secolo era a contatto quotidiano: la fedeltà al proprio signore, il coraggio guerriero, la religione, la difesa della sicurezza civica contro le scorribande barbariche. Il film di Cameron propone eroi che rappresentano valori virtuali e artificiali, costringendoci, per poterli condividere, ad una completa alienazione dalla realtà. Gli stessi eroi del film sono virtuali, digitali, antiumani: il processo di astrazione dilania non solo il senso di condivisione di una storia comune, ma anche quello di appartenenza alla medesima specie. L’unica identificazione consentita è, appunto, quella con un “avatar” del genere umano, idealizzato ed estetizzato fino all’irriconoscibilità, all’estraniazione biologica. Lo stesso protagonista del film è privo di un’identificabilità precisa, umano e alieno, disabile ed atletico, militare e antimilitarista, minuscolo e colossale, analogico e digitale, tutto allo stesso tempo. La disarticolazione identitaria che il film sottolinea e contemporaneamente ricerca trova nella straniante figura del soldato pacifista il suo simbolo migliore.



La Chanson definiva una mappa mentale, sia pur trasfigurata dal mito, della geografia europea: Saragozza, i Pirenei, l’Ebro, la corte di Aquisgrana. In punto di morte, Orlando passa in rassegna le conquiste territoriali compiute a favore del sovrano, con un’elencazione che, pur nella sua natura leggendaria, fornisce all’ascoltatore una mappatura del mondo conosciuto, dotandolo di una precisa identità geografica. Avatar, con i suoi paesaggi alieni digitalizzati, priva lo spettatore di ogni riferimento cardinale e territoriale, lo lascia alla mercé di un ambiente in cui ogni relazione con la spazialità conosciuta è stata stravolta e trasfigurata. Avatar simboleggia ed al tempo stesso incoraggia l’esilio dell’uomo moderno dalla propria storia, dal proprio tempo, dal proprio spazio, dalla propria etica, dalla propria coscienza e dalla propria specie. Non è affatto, come qualcuno ha scritto, un apologo sull’incontro con l’altro da sé. E’ l’”altro da sé” che diviene l’unica dimensione possibile, dove il concetto stesso di “altro” viene annichilito dalla cancellazione di ogni “sé” con cui confrontarsi.



Più che un apologo è un epilogo: Avatar ci parla del definitivo trasferimento della cultura occidentale in un paradiso lisergico che rinnega un passato e un presente impossibili da abitare, per i quali ogni schema di rappresentazione è divenuto obsoleto e inadeguato. Ci parla di un futuro uguale al presente, annullando ogni prospettiva di cambiamento, anche sul lungo periodo. E si ha la netta impressione che questo straniamento dalla storia e dalle idee, che rende inattuabile ogni azione per la latitanza di direttrici e punti di riferimento, rappresenti più una finalità premeditata dagli astuti pianificatori hollywoodiani del pensiero che un emblema della nostra condizione mentre affrontiamo il presente declino. Orlando, il coraggioso, il migliore di noi, il paladino della giovinezza dell’ovest, giace nel gelo della sua tomba a Roncisvalle, mentre l’Europa sogna, ormai scialba e impotente, un improbabile riscatto per interposta persona, affidato ad un invincibile ed immaginifico avatar dalla pelle azzurra. Qui finisce la storia che Turoldo mise in poesia.



Gianluca Freda

Fonte: http://blogghete.blog.dada.net/

Link: http://blogghete.blog.dada.net/archivi/2010-02-09

9.02.2010


VEDI ANCHE: STUCCHEVOLE, FORSE. MA AVATAR E' UN FILM PROFONDO

Commenti (52)

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    1. wolf 16 febbraio 2010

      a) guarda che sei tu che hai risposto a me.
      da nessuna parte io ho scritto che "anonimomatremendo" va a invadere qualcuno, mi pare.

      b) in nome del non relativismo culturale quindi, di conseguenza, tu ammetti che qualcuno possa arrogarsi il diritto di decidere cosa sia bene e cosa sia male per qualcun altro. andare a casa sua e spiegargli come si fa. e se non vuole starti a sentire via giù mazzate affinché intenda.
      quello che abbiamo fatto vediamo un pò... in sudamerica? in america del nord? in africa? che abbiamo tentato di fare in ... india? cina? isolette atlantiche e del pacifico varie?

      peraltro: si fosse almeno da esempio di vivere felice. si fosse almeno da esempio di serenità e gioia.


    1. silvio 15 febbraio 2010

      Avatar non è un granché non c'è dubbio, ma dire che fa parte di un complesso sistema di propaganda è... PROPAGANDA. Non propone nulla, se non, forse, un vago desiderio di feudalesimo (PROPAGANDA, non glielo vorrei dire, ma siamo nel 3000 a momenti), denuncia un'anonima paura di dissolversi nell'anonimato (PROPAGANDA, non glielo vorrei dire, ma un giorno ci si dissolverà tutti), non propone alcuna soluzione ma critica molto per proporre poco (PROPAGANDA,parla di paradisi lisergici, di ecologia, di tecnologia, di letteratura epica e medievale come se ne sapesse veramente qualcosa), non consente quindi un pensiero critico reale (PROPAGANDA), infarcisce il tutto di dettagli di poco conto e di dubbia attendibilità (PROPAGANDA). I dettagli fanno comodo perché conferiscono un'aria da intellettuale e quindi di superiorità, e inoltre il lettore, spesso poco invogliato a verificare l'effettiva validità del singolo dettaglio, non vi si sofferma conferendo involontariamente autorità all'autore, che, se ne merita, ne merita ben poca. Del resto dimostra un eccesso di superficialità per essere un intellettuale, e lo fa per giunta all'inizio, così da mostrare il livello di cultura da contrapporre alla carenza di Avatar (canta canzonette come “blululù-le-mille-bolle-blu” e altre azioni degne dei socratici). Avatar non è un bel film e non lo difenderò, ma almeno ha degli ottimi effetti speciali all'avanguardia, Gianluca Freda e il suo articolo, oltre alla PROPAGANDA D'AVANGUARDIA, che hanno da proporre?

    1. anonimomatremendo 15 febbraio 2010

      Primo IO non vado e non sono andato a invadere nessuno e secondo sta cosa del relativismo culturale é un´idea tipicamente post-moderna,eurocentrica,occidentale.Nessun regime oppressore dovrebbe essere libero di fare ció che vuole nel suo paese,e nemmeno negli altri,certo.Infatti IO mica ho detto di approvare l´ invasione USA.Spero sia chiaro adesso.

    1. ostix 15 febbraio 2010

      Meglio il Luna park...

    1. ADANOS 15 febbraio 2010

      Bah, forse nessuno ha capito che in raltà gli avatar sono questi nostri corpi che ci consentono di sperimentare la fisicità e di camminare sulla Terra che sarebbe quindi Pandora.
      L'unica differenza è che qui l'atmosfera non è tossica per gli stolti farabutti prevaricatori, oppure forse lo è anche, ma pure loro hanno appositi avatar che gli consentono di stare qua e fare i loro porci comodi.
      Tutta la storia la potevano fare usando gli ometti della playmobil o dei lego, forse cosi il film lo vedevano in quattro gatti, ma almeno non disratti dagli effetti speciali avebbrerò capito il senso del film.
      Naturalmente questo è il mio punto di vista.

    1. ostix 15 febbraio 2010

      Il cinema è morto!
      Evviva il cinema!
      Andiamo tutti al Luna Park! che tanto è uguale...

    1. patmar111 15 febbraio 2010

      Esatto: è un semplice film. Una favola e come in tutte le favole i ruoli sono quelli: il buono, il cattivo, il pazzo, lo stupido ecc.. Forse si sta un po' esagerando nel voler trovare ad ogni costo dei reconditi significati in tutto. Penso che Cameron abbia pensato più ad un tornaconto economico e professionale che a lasciare il segno nella storia del cinema dal punto di vista dei contenuti.
      Il film piace, è fatto bene, incassa paccate di soldi, magari vincerà degli Oscar........scopo raggiunto. Punto.

    1. stefanodandrea 15 febbraio 2010

      approvo

    1. wolf 15 febbraio 2010

      Il problema non è quanto siano distanti dalla nostra cultura e diversi da noi per decidere se siano degni o meno di essere salvati. Il problema è che sono a casa loro e che ci piaccia o meno hanno il diritto di essere quello che loro preferiscono essere. Punto. Se non ti piacciono non andarci.

      Se poi mascheri l'intento di andargli a rubare le loro risorse con l'esportazione della democrazia e la chiami guerra giusta e/o civilizzazione, qualsiasi sia il tuo "colore" politico, non cambia la sostanza: stai semplicemente facendo una guerra di conquista e di predazione.

    1. vic 14 febbraio 2010

      Finalmente il nostro ascensore ad acqua ci ha elevato al settimo piano del museo della settima arte nella settima strada. Scegliamo una guida francese per sentirci piu' vicini all'Europa. Sentiamo cosa ci racconta.

      V: Buongiorno, son qui per dare un'occhiatina a questo mondo di celluloide.
      guida Resnais: E' un piacere mostrarle qualcosina. Prego venga.
      V: Che aggeggio curioso, posso toccarlo?
      gR: Prego, faccia pure. Lo tenga per la cordicella, poi lo fa girare ed osserva attraverso le fessure.
      V: Sembra un cartone animato. Si muove proprio.
      gR: Puo' costruirsene uno anche a casa adesso che conosce il principio.
      V: Oh, che fa quello?
      gR: E' l'arroseur arrose'. Un classico del cinema.
      V: Toh, un treno! Sembra quasi uscire dallo schermo!
      gR: Il grande Lumière ha inventato quasi tutto del cinema.
      V: Ho chiesto in strada, ma qui in America non lo conosce nessuno questo Lumière. Mi affrono d'accendere la sigaretta quando dico Lumière!
      gR (sospira): Confondono feu con lumière, non mi sorprende affatto. Eh, purtroppo sono allergici a quel che viene da fuori. Per questo ho accettato di far da guida. Nel mio piccolo porto una ventatina d'aria Europea.
      V: Bella questa scena portuale!
      gR: Chissa' che fatica a piazzare il cavalletto con tuttto l'anbarandan della cinepresa!
      V: Con tutti quei cavalli in giro, un cavalletto passa inosservato.
      gR: Sembra di essere su un altro pianeta vero?
      V; E' come fare un viaggio nel tempo, indietro a fine 1800.
      gR: Lumière curava molto la posizione della cinepresa. Era molto abile anche ad istruire le comparse. Gli diceva: non devi superare questa linea, sii naturale.
      V: Ehy, questa e' una ripresa in movimento, accipicchia!
      gR (ride): Se dovessi raccontarle tutto quel che invento' Lumiére dovrebbe passare la notte qui.
      V: Sa una cosa?
      gR: Cosa? Dica!
      V: Fanno un gran cancan col cinema 3D. Pero' c'e' un non so che di antiquato nel 3D, cosa sara'?
      gR (ci pensa, poi esclama): Forse e' a causa del punto fisso!
      V: Quale punto fisso? Si muove tutto nel 3D, anzi gira perfino la testa.
      gR: Il suo punto fisso!
      V: Il sesso?
      gR: No, il punto di vista!
      V: E' fisso?
      gR: Nel 3D e' congelato, come se il regista le avesse bloccato la testa in una morsa micidiale.
      V: Ecco che tutto si spiega! Non ci sono mai civette in sala quando proiettano un 3D!
      gR: Cosa centrano le civette?
      V: Hanno quel buffo movimento della testa quando osservano con attenzione. Nel 3D si sentono smarrite, impietrite! Percio' lo evitano.
      gR: E' la cristallizzazione cinematografica
      V: Me ne parlera' alla prossima occasione, mi si stanno cristallizzando le ginocchia, meglio che scappi a sgranchirmi un po'.
      gR: Mi saluti l'Europa!
      V: Grazie dell'intervista. Au revoir.
      gR: A' la prochaine, my friend.

    1. stonehenge 14 febbraio 2010

      Questo è un film intelligentissimo...in ottica David Icke.

    1. anonimomatremendo 14 febbraio 2010

      Lo sono entrambi.Ma questo non vuol dire tifare per l ´uno o per l´ altro.

    1. stefanodandrea 14 febbraio 2010

      I Talebani sono grandi perché sparavano alle televisioni. Perché sono guerrieri che non si arrendono e che combattono per la loro terra e i loro ideali. Dovrebbe essere chiaro anche ad un incapace di intendere e di volere che gente di quel tipo è centocinquanta miliardi di volte superiore, da tutti i punti di vista, ad altra gente che si crede superiore ai talebani ma non è disposta a rischiare nemmeno un unghia per raggiungere un qualsiasi obiettivo. Se poi gli ocurantisti siano i talebani o i presuntuosi e impotenti mediaecapitaleemodaedebitoeconsumo dipendenti occidentali è tutto da verificare.

    1. Andrea3018 14 febbraio 2010

      Ma daiiii!!!!!!!Che esagerazione!!!!!!!!!E' un semplice film , non un documentario di attualita'.Ho 17 anni e ho visto il film qualche giorno fa' e non mi sembra di aver assorbito chissa' quali idee anti-storicistiche che mi fanno dimenticare tutto ciò che ho studiato.Anzi , mi ha fatto riflettere sul fatto che anche le cose piu' semplici possono rendere felici.Mi son appena registrato , e questo e' il mio primo commento.Sarei contento se qualcuno mi rispondesse :-) grazie.

    1. snakolas 14 febbraio 2010

      personalmente penso che dovremmo soffermarci esclusivamente sull'effetto che ha avuto questo film sui telecaproni,ovvero una visione alternativa del colonialismo americano.per la prima volta ho visto gente anti-americanizzarsi davanti ai miei occhi.non so se il tuo sia più occhi da lince o un innato senso critico...

    1. Floh 14 febbraio 2010

      Trasmette valori?
      trasmette che anche se le cose stanno andando male (malissimo) ci sarà sempre qualcuno che si prenderà la briga di tirrti fuori dalla merda e che le cose alla fine andranno bene, se questo è propedeutico, beh, io sono bugs bunny...

    1. anonimomatremendo 14 febbraio 2010

      I ribelli sono belli e romantici nelle favole.
      Nella realtà si chiamano terroristi e sono brutti, stupidi, cattivi, immorali e le favole con la realtà non c'entrano niente.

      Ma i bolscevichi (eccetto Stalin) ad esempio mica erano brutti,stupidi,cattivi e immorali...anzi.

      Comunque...cosa centrino i talebani con una sana ribellione non si sa.Per quale arzigogolato motivo degli oscurantisti misogeni dovrebbero essere presi a modello?Se voi fate il tifo per i talebani mi sa che siete al di sotto della massa che tanto criticate.State sottozero.

    1. wolf 14 febbraio 2010

      Evidentemente, distinguere fra "gianluca bifolchi" e "gianluca freda"... sembra per molti dei commentatori qui sopra impresa troppo complicata per le loro facoltà intellettive.

      Non meraviglia perciò la pochezza dei commenti stessi ad un'analisi che invece è profonda e attenta.



      Avatar è un film per imbecilli, si. Nel senso che tende a creare imbecillità funzionale al sistema.


      Cameron ha pensato solo ed esclusivamente al suo sogno ipertecnologico-digitale 3d. A confezionare l'insulsa storia ci hanno pensato gli strateghi di marketing e comunicazione di hollywwod, che quando si tratta di elaborare strategie di mercato basati su metafore politico-sociali non sono secondi a nessuno.

      ..

      C'è una metafora semplificativa che rende il film una favola lontana, quando invece la sopraffazione di una civiltà più potente su altre è cosa di tutti i giorni sul nostro martoriato pianeta.


      Il punto è si viene portati a parteggiare per la civiltà aliena, che appare chiaramente migliore della nostra, in base a valori quali il vivere in armonia con ciò che ci circonda. E i cattivi che non comprendono quanto gli spilungoni blu siano meglio di noi sotto tutti i punti di vista, sono così stupidi da non avere alcuna giustificazione.



      Il problema è che il messaggio che passa, in questo modo, è che il rispetto per il diverso è ammissibile laddove il diverso si dimostra essere migliore di noi, in una scala di valori che comunque è fottutamente e pervicacemente nostra.

      Resta esclusa, per convenzione, la possibilità di rispetto per il diverso non compreso, ovvero i cui valori non siano sovrapponibili ai nostri, sia pure alternativi a quelli del dominio del profitto.

      E così è difficile identificare nei marines che per conto di società private stanno lì a derubare un pianeta che contiene un certo minerale di enorme valore la metafora dei marines che sono in afghanistan o in irak per prendersi il petrolio.

      Perchè quelli, afghani o irakeni, sono terroristi e portatori di una civiltà retrogada, da cui nulla possiamo imparare. Non hanno nemmeno il diritto a ribellarsi dei selvaggi blu.

      E' difficile pensare che la semplice resistenza con archi e frecce del popolo di pandora alla sopraffazione venga poi disegnata come atti di terrorismo ingiustificabile ogni giorno sui media, quando il riferimento non è più un lontano pianeta nel lontano futuro ma il fottuto presente.

      Insomma... si parla di una favola... ma il film si guarda bene dallo spingere a fondo l'acceleratore sul piano della metafora.
      La gente esce di là convinta che gli esseri umani, genericamente, siano cattivi, (difficile da negare, anche se pieni di ottimismo) ma che esistano anche i buoni. E i buoni alla fine vincano.
      Che i militari siano cattivi, ma siano anche così stupidi che in fondo i loro giochi sono trasparenti e sia facile sconfiggerli.

      Per cui il messaggio è a dir poco edulcorato e Avatar è un'astuta operazione commerciale, che sfrutta il senso di inquietudine che attanaglia l'occidente in questi tempi di crisi ponendo ben attenzione a non far riflettere su nulla, dandosi una verniciatina di ambientalismo e tolleranza falsi quanto irrealistici.

      Eh sì.

      Forse qualcosa abbiamo sbagliato. Un tantinello.

      E a hollywood piace soffiare sul fuoco dell'inquietudine, tirandoci su soldi.

      E niente altro.




      I ribelli sono belli e romantici nelle favole.
      Nella realtà si chiamano terroristi e sono brutti, stupidi, cattivi, immorali e le favole con la realtà non c'entrano niente.

    1. anonimomatremendo 13 febbraio 2010

      questo mi pare molto piu´interessante :

      http://www.survival.it/notizie/5533

    1. anonimomatremendo 13 febbraio 2010

      Colpito e affondato.

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