OUT OF THE BLUE

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DI GIANLUCA FREDA
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Esistono film dalla visione dei quali si esce più intelligenti. Avatar di James Cameron non è tra questi. Potrei anzi sostenere che Avatar dona allo spettatore di qualunque livello intellettivo una sostanziosa dose omaggio di rimbecillimento supplementare. Una persona di media stupidità lascia il locale barcollando sotto il peso dell’idiozia aggiuntiva accumulata nel corso dello spettacolo e non riesce più a pensare a nulla di intellettualmente rilevante. Cito il mio caso: mentre mi dirigevo verso casa dopo la fine dello spettacolo, ho cercato disperatamente di elucubrare un pensiero critico sulla pellicola, ma mi venivano in mente solo cretinate. Pensavo alle barzellette su Toro Seduto che mi raccontavano da bambino, frasi nominali come “Augh, grande capo bianco” interferivano con le facoltà razionali, canticchiavo canzonette come “blululù-le-mille-bolle-blu” e se mi costringevo a smettere il cervello continuava a salmodiarle da solo e non c’era verso di fermarlo. E’ stato orribile. Giunto a casa esanime, mi sono aggrappato a “La conquista dell’America” di Zvetan Todorov e solo così ho avuto salva la vita. Sconsiglio vivamente la visione del film alle persone già completamente idiote. L’overdose sarebbe loro fatale. Ero andato a vedere Avatar su suggerimento di un collega, il quale mi aveva consigliato di farlo senza aspettarmi nulla di particolare. In questo modo, egli sosteneva, sarei uscito dal cinema piacevolmente sorpreso. Ho seguito alla lettera la parte metodologica della sua raccomandazione, che si è rivelata molto efficace. E’ la parte profetica che necessita di una drastica messa a punto. So che esprimendo queste opinioni impietose mi attirerò accuse di snobismo intellettualoide, nonché l’ira di coloro che mi faranno notare – giustamente – le meraviglie dell’animazione computerizzata, la perfezione delle ricostruzioni paesaggistiche, la sottigliezza delle citazioni fumettistiche e cinematografiche (e meno male che sarei io l’intellettualoide). Tutto vero. Infatti non dico che il film sia brutto. Non dico nemmeno che chi lo ha realizzato sia un completo idiota, tutt’altro. Dico solo che è stato studiato e accuratamente cesellato per rendere idiota chi lo guarda e che ci riesce benissimo.
Sostengo ormai da tempo che l’intero apparato di ciò che chiamiamo informazione, spettacolo, perfino letteratura o arte o scienza nella più recente declinazione estetica di queste categorie, non sia altro che uno strumento di propaganda pervasiva il cui scopo ultimo è quello di ridurre ai minimi termini i nostri modelli interpretativi della realtà, costringendoci a racchiudere il mondo, tutto intero, in uno schema rarefatto e impoverito. Il fine è insomma quello che Orwell aveva ben intuito nella sua descrizione operativa del Newspeak: toglierci il maggior numero possibile degli elementi segnici con cui rappresentiamo il mondo a noi stessi, in modo tale che il mondo, ricco e complesso com’è sempre stato per diritto di nascita, ci escluda con sdegno dalla sua reggia, come da un cocktail party del Bilderberg si escluderebbe un accattone analfabeta con le toppe al culo, lasciandolo fuori al freddo a biascicare da solo le sue incomprensibili e irrilevanti maledizioni. Tutto questo, in gergo filosofico, si potrebbe chiamare “rarefazione delle categorie del pensiero”. Io lo chiamo, più cordialmente, rimbecillimento collettivo mediaticamente indotto. Avatar di James Cameron è uno degli induttori di dabbenaggine percettiva più poderosi che mi sia mai capitato di sperimentare sulla mia pelle. Ed è progettato, con straordinaria intelligenza, per produrre proprio questo effetto.

La realtà che Avatar offre ai nostri occhi è, secondo una consuetudine ormai rodata dai progettisti del pensiero di Hollywood, drasticamente binomiale, dozzinalmente manichea. Il mondo è integralmente suddiviso in distici etici, estetici, ermeneutici, epistemologici, a beneficio di una popolazione che, per la tutela dei privilegi dei suoi mandriani, non dovrà mai imparare a contare oltre il numero due. Ci sono il solito bene e il solito male, nitidamente ritagliati ed isolati in campane di vetro per scongiurarne ogni contaminazione; c’è il buon selvaggio di Montaigne contrapposto allo spietato predatore coloniale di Las Casas; l’uno è blu e l’altro e bianco, per rendere a prova di idiota la loro immediata identificazione visiva (con le videopecore, non si sa mai); ci sono la ripresa dal vivo e quella in digitale, che, a differenza che in altre pellicole, non si amalgamano affatto, sventando così il rischio di attivare inauspicabili connessioni neurali, di maggiore complessità, tra differenti universi stilistici; c’è l’interpretazione letterale e quella banalmente metaforica (un antibellicismo d’accatto che sa di plastica lontano un chilometro), senza che sia possibile nessun altro tipo di lettura a differenti livelli.

Il film ha mandato in sollucchero molte sue vittime che, debitamente rintontite dai suoi ben oliati meccanismi, vi hanno visto una vibrante condanna dell’imperialismo occidentale, particolarmente quello americano. Naturalmente non è così. Il film, al contrario, esalta l’ideologia militarista, camuffandola astutamente sotto le carcasse digitali dei Na’vi, nei quali possiamo continuare a vedere placidamente riflesso il nostro ideale di “guerra giusta”, senza doverci prendere il disturbo di guardarci allo specchio, cosa che ultimamente non facciamo più con piacere. Soprattutto, il film esalta e fornisce nuova linfa alle consunte parole d’ordine su cui si fonda l’asfittica mitologia della globalizzazione, accuratamente elaborata per fungere da propellente ideologico agli affari delle multinazionali. Tutte le chiacchiere sull’”incontro tra culture”, tutte le ciarle sulla “diversità”, tutte le fanfaluche ecologiste sul “pianeta incontaminato” da difendere contro il riscaldamento globale, tutte le miserabili bugie sulla possibilità dei popoli di conquistare un’indipendenza politica prescindendo dal discorso economico, fanno continuamente capolino dal grande schermo e, come la progenie di Alien, si iniettano a sorpresa nel sistema circolatorio di chi si era da esse, con grande fatica, purificato. Il tutto frullato in una repellente salsina di ammiccamenti new age, che è sempre un perfetto composto di amalgama per tenere insieme tutta questa robaccia. Non c’è – inutile dirlo – neanche l’ombra di una raffigurazione realistica delle concrete dinamiche del potere e della guerra; che è per tre quarti diplomazia, covert operations, propaganda, progettazione geostrategica, investimento economico, e solo per un quarto utilizzo della pura forza militare. Nel film, la guerra viene scatenata da un bieco e antipaticissimo colonnello impazzito, perché è così che funziona, no? Un giorno un alto ufficiale dell’esercito impazzisce e, per pura malvagità, fa a pezzi qualche regione del mondo. Ma la responsabilità è solo sua. L’Occidente è fondamentalmente buono e inoffensivo (come l’insopportabile paraplegico guerriero che fa da protagonista) e per merito suo la giustizia, alla fine, trionfa.

Si potrà obiettare che questa banalizzazione ideologica, questa riconversione binaria delle categorie interpretative che ci costringe a sognare in tre dimensioni mentre ci relega al bi o monodimensionale, è propria della narrativa eroica di ogni luogo e di ogni epoca. Il che è anche vero, ma con una importante differenza: l’epica eroica aveva la funzione di costruire un’identità storica e sociale, non di mandarla in cortocircuito. I manicheismi, i miti, le falsificazioni degli eventi passati, servivano all’epica per ripristinare il legame di una società con la sua storia, non per annullare la storia schiacciando la società sulla sola dimensione del presente. L’epica mirava a imporre alla massa i valori (poco importa se autentici o artificialmente cesellati) della casta dominante, non a relativizzare ogni valore per creare il deserto dei punti di riferimento. In poche parole: la narrazione epica tradizionale mirava a costruire o ricostruire una percezione del mondo che tornasse utile, sul lungo periodo, alle categorie sociali dominanti; l’epica digitale di Avatar ha lo scopo dichiarato di distruggere periodicamente, relativizzandolo, ogni schema interpretativo, proiettando l’uomo-massa in una “tabula rasa” di riferimenti culturali da cui gli sarà impossibile nuocere. Cercherò di spiegarmi meglio mettendo in parallelo (mi scuso dell’avventatezza) alcuni aspetti della pellicola di Cameron con alcuni caratteri della medievale “Chanson de Roland”.

La “Chanson” ricostruiva, a circa tre secoli di distanza dalle vicende narrate, un Carlo Magno e una Francia che esistevano solo nella fantasia. Carlo Magno non si era mai curato molto di combattere i musulmani di Spagna, preferendo (come ogni politico di razza) stringere accordi diplomatici; la religione cristiana gli interessava il minimo indispensabile, soprattutto come elemento di legittimazione del proprio potere; e quando il debole, screditato e sfregiato papa Leone III insistette per deporgli di persona la corona sulla testa, lo prese come un insulto (si riteneva già imperatore per diritto di conquista) e fece scrivere al suo cronista, Eginardo, una versione dell’incoronazione molto diversa da quella propagandata dalla Chiesa. Lo scontro di Roncisvalle, che viene celebrato nella Chanson come evento epocale ed eroico, fu in realtà una miserabile scaramuccia tra le truppe franche ed alcuni guerrieri baschi, di nessuna rilevanza strategica. Eccetera eccetera.

Tutta questa poderosa macchina di banalizzazione e falsificazione storica era messa in moto allo scopo di fornire all’Europa un’identità precisa. Un’identità fondata su connotati cristiani, che si delineava per contrapposizione al pericolo musulmano, in un’epoca (quella a cavallo tra XI e XII secolo) in cui la prima crociata rileggeva tutta la storia passata alla luce dei valori religiosi e feudali che si andavano affermando sulla scia delle esigenze politiche. Gli stravolgimenti delle meccaniche del potere compiuti da Avatar hanno, al contrario, lo scopo di privare gli spettatori di ogni concreta identità culturale. L’ideologia appropriativa, colonialista e stragista dell’occidente contemporaneo, l’unica che sia ben conosciuta e riconoscibile dallo spettatore, viene esorcizzata ponendo i suoi propugnatori nella parte dei “cattivi”, in modo che ogni identificazione con ciò che sta alla base della nostra vita sociale sia impossibile. Al suo posto, viene imposta l’immedesimazione forzata con un’ideologia aliena, vagamente naturalista, priva di ogni attinenza con la realtà storica corrente. Laddove la Chanson ricostruiva, attraverso la mitizzazione degli eventi, un contatto tra il presente e il passato, Avatar ignora e spegne la memoria storica, proiettando lo spettatore in una dimensione alternativa, in cui il passato non esiste se non sotto forma di un vago e decontestualizzato sentimento di colpa per i trascorsi e correnti genocidi. Se la Chanson cantava la fierezza e l’orgoglio dell’appartenenza ad una civiltà e ai suoi valori, Avatar propone l’impresentabilità di ogni valore, il rimorso e l’orrore per ciò che siamo stati e continuiamo ad essere, senza proporre peraltro nessun percorso di espiazione. Avatar è un’epica che non ci spiega ciò che siamo, se non per invitarci a fuggire da ciò che siamo, qualunque cosa sia. Ci pone di fronte alla nostra cattiva coscienza per trasformarla in fantasticheria narrativa, non in processo di riflessione, da cui ogni identità scaturisce.
René Girard poneva all’origine delle società umane un assassinio sacrificale attraverso il quale alla vittima sacrificale venivano riconosciuti attributi sacrali affinchè la sua uccisione fungesse da mezzo per sopire la violenza. Ma in Avatar non ci sono vittime sacrificali da erigere a fondamento di una palingenesi sociale. I Na’vi vincono e scacciano gli invasori, esorcizzando la violenza nell’immaginario affinché essa possa proseguire indisturbata nel corpo della nazione.

Nella Chanson, Orlando rappresentava i valori feudali con cui l’uomo dell’XI-XII secolo era a contatto quotidiano: la fedeltà al proprio signore, il coraggio guerriero, la religione, la difesa della sicurezza civica contro le scorribande barbariche. Il film di Cameron propone eroi che rappresentano valori virtuali e artificiali, costringendoci, per poterli condividere, ad una completa alienazione dalla realtà. Gli stessi eroi del film sono virtuali, digitali, antiumani: il processo di astrazione dilania non solo il senso di condivisione di una storia comune, ma anche quello di appartenenza alla medesima specie. L’unica identificazione consentita è, appunto, quella con un “avatar” del genere umano, idealizzato ed estetizzato fino all’irriconoscibilità, all’estraniazione biologica. Lo stesso protagonista del film è privo di un’identificabilità precisa, umano e alieno, disabile ed atletico, militare e antimilitarista, minuscolo e colossale, analogico e digitale, tutto allo stesso tempo. La disarticolazione identitaria che il film sottolinea e contemporaneamente ricerca trova nella straniante figura del soldato pacifista il suo simbolo migliore.  

La Chanson definiva una mappa mentale, sia pur trasfigurata dal mito, della geografia europea: Saragozza, i Pirenei, l’Ebro, la corte di Aquisgrana. In punto di morte, Orlando passa in rassegna le conquiste territoriali compiute a favore del sovrano, con un’elencazione che, pur nella sua natura leggendaria, fornisce all’ascoltatore una mappatura del mondo conosciuto, dotandolo di una precisa identità geografica. Avatar, con i suoi paesaggi alieni digitalizzati, priva lo spettatore di ogni riferimento cardinale e territoriale, lo lascia alla mercé di un ambiente in cui ogni relazione con la spazialità conosciuta è stata stravolta e trasfigurata. Avatar simboleggia ed al tempo stesso incoraggia l’esilio dell’uomo moderno dalla propria storia, dal proprio tempo, dal proprio spazio, dalla propria etica, dalla propria coscienza e dalla propria specie. Non è affatto, come qualcuno ha scritto, un apologo sull’incontro con l’altro da sé. E’ l’”altro da sé” che diviene l’unica dimensione possibile, dove il concetto stesso di “altro” viene annichilito dalla cancellazione di ogni “sé” con cui confrontarsi.

Più che un apologo è un epilogo: Avatar ci parla del definitivo trasferimento della cultura occidentale in un paradiso lisergico che rinnega un passato e un presente impossibili da abitare, per i quali ogni schema di rappresentazione è divenuto obsoleto e inadeguato. Ci parla di un futuro uguale al presente, annullando ogni prospettiva di cambiamento, anche sul lungo periodo. E si ha la netta impressione che questo straniamento dalla storia e dalle idee, che rende inattuabile ogni azione per la latitanza di direttrici e punti di riferimento, rappresenti più una finalità premeditata dagli astuti pianificatori hollywoodiani del pensiero che un emblema della nostra condizione mentre affrontiamo il presente declino. Orlando, il coraggioso, il migliore di noi, il paladino della giovinezza dell’ovest, giace nel gelo della sua tomba a Roncisvalle, mentre l’Europa sogna, ormai scialba e impotente, un improbabile riscatto per interposta persona, affidato ad un invincibile ed immaginifico avatar dalla pelle azzurra. Qui finisce la storia che Turoldo mise in poesia.

Gianluca Freda
Fonte: http://blogghete.blog.dada.net/
Link: http://blogghete.blog.dada.net/archivi/2010-02-09
9.02.2010

VEDI ANCHE: STUCCHEVOLE, FORSE. MA AVATAR E’ UN FILM PROFONDO

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