Nostalgia per il futuro

AVVISO PER I LETTORI: ComeDonChisciotte continua a subire la censura delle multinazionali del web: Facebook ha chiuso definitivamente la nostra pagina a dicembre 2021, Youtube ha sospeso il nostro canale per 4 volte nell'ultimo anno, Twitter ci ha sospeso il profilo una volta e mandato ulteriori avvertimenti di sospensione definitiva. Per adesso sembra che Telegram non segua le stesse logiche dei colossi Big Tech, per cui abbiamo deciso di aprire i nostri canali e gruppi. Per restare aggiornato su tutti gli ultimi nostri articoli iscriviti al nostro canale Telegram.

Edward Curtin
off-guardian.org

Nonostante il suo pedigree come elemento fondamentale nelle più grandi storie della civiltà, la nostalgia è stata associata al sentimentalismo, al disfattismo e alle false inclinazioni spirituali.

Omero, Virgilio, Dante, gli scrittori biblici e i loro simili disapproverebbero, naturalmente, ma sono morti da un po’ di anni, quindi il mantra del progresso ci spinge ad andare avanti. Questo è il presente.

Ma ora è sempre e, proprio come il suo gemello, l’esilio, la nostalgia è perpetua.

Il desiderio di “casa” – dal greco algos, dolore + nostos, ritorno a casa – non è semplicemente un desiderio per il passato, nella realtà o nell’immaginazione, nel tempo o nel luogo, ma un desiderio appassionato per il meglio del passato da portare nel futuro.

La nostalgia può essere soprattutto il dolore degli anziani, ma è anche un sentimento che ci accompagna lungo il cammino della vita. La sua presenza può essere più breve in gioventù e può anche essere breve, intermittente e non riconosciuta, ma c’è. Sicuramente cresce con l’esperienza.

Come tutti sanno, un sapore, un odore, una vista, un suono, una canzone – possono evocare un momento di felicità, un fantasticare di possibilità. Un paradiso ritrovato, ma in modo diverso.

Un desiderio riconosciuto, come capire per la prima volta come la pittura blu di Van Gogh possa aprire la porta all’estasi o il verso di una poesia uno spazio nel proprio cuore ad un amore futuro. La speranza rinasce come un’apertura verso  un aldilà reimmaginato e reso possibile.

Non c’è mai bisogno di uscire da dove siamo per scoprire che già non ci siamo più, perché vivere è un perpetuo lasciare-prendere e il suo prezzo è il dolore della perdita.

Ma, come tutti i dolori, è un dolore che vogliamo alleviare nel futuro e, per fare un futuro, dobbiamo prima poterlo immaginare o ricordare. Siamo tutti esiliati a modo nostro. La casa era ieri e le nostre case perdute sono nel nostro futuro, se ci aggrappiamo al sogno del ritorno a casa, qualunque cosa significhi per ognuno di noi. Ma ha anche un valore universale, poiché viviamo tutti insieme su questa terra, la nostra unica casa per tutta la famiglia umana.

Potreste pensare che mi stia impegnando in discorsi senza senso e in immaginazioni inconsistenti. Ma no.

In tutto il mondo ci sono centinaia di milioni di esuli che, a causa delle guerre, delle politiche di potere, della povertà, della fame, del capitalismo distruttivo e delle conseguenze calamitose della modernizzazione sono stati costretti a lasciare le loro case e a soffrire il disorientamento del vagabondaggio. Emigrazione, immigrazione, cercare di preservare piccoli pezzi della loro vecchia vita in nuove terre sconosciute – questa è la loro situazione. Tante cose perse e piccole speranze ritrovate nel ricordo nostalgico. Mettere insieme i frammenti.

Ma, in un senso molto meno fisico, la mente senza casa è la regola odierna. Ci sono pochissime persone oggi che non desidererebbero tornare in qualche modo ad un tempo in cui non esisteva la follia che ci inghiotte, sfuggire al vortice di una coscienza frammentata in cui il mondo appare (cioè viene presentato dai media) come un quadro divisionista i cui punti si muovono così rapidamente che è quasi impossibile formare un’immagine coerente.

Questo sentimento è diffuso. Non è una questione di politica. Attraversa il mondo seguendo l’irrealtà iperreale delle tecnologie che ci uniscono in uno stato di ansia e di vagabondaggio trascendentale. Tutta la propaganda su una “nuova normalità” e su un futuro digitale disincarnato suona vuota. Il Grande Reset è il Grande Incubo. Niente sembra più normale e il futuro lo sembra ancora meno.

Il mondo è diventato Weirdsville. Questo è qualcosa che la maggior parte delle persone – giovani e vecchi – sente, anche se non è in grado di articolarlo. La sensazione che tutte le notizie siano false e che sia in corso un enorme truffa è pandemica.

Ecco un pezzo insignificante di nostalgia. Lo menziono perché va oltre se stesso, allora come oggi. È sempre stata nostalgia del futuro. Credo sia un’esperienza comune.

Quando ero al liceo, c’era un minuscolo negozio di formaggi tra Lexington Avenue e 85th St. a New York City, vicino alla metropolitana che prendevo per andare e tornare da scuola. Era grande come una cabina armadio. Quando entravi eri circondato da migliaia di formaggi. Gli odori erano travolgenti. Mi fermavo spesso lì con le tasche vuote mentre tornavo a casa da scuola.

Il proprietario, sapendo che ero in soggezione di fronte alle migliaia di formaggi, mi dava spesso piccoli assaggi accompagnati da pezzetti di pane francese croccante. Mi deliziava con racconti di Parigi e con le storie dei vari formaggi europei. Sottolineava la loro vivacità, come respiravano.

Vicino alla porta c’era un grande cesto pieno di lunghe pagnotte di fragrante pane francese che arrivavano ogni mattina da Parigi con l’Air France. Erano i giorni prima che tutti i supermercati iniziassero a vendere le imitazioni di quello vero. Ogni lunga pagnotta era in un colorato sacchetto di carta francese tricolore.

Quelle pagnotte nei colori francesi mi trasportavano sempre a Parigi, un posto dove non ero mai stato, ma di cui stavo studiando la lingua. Allora (e per anni ancora) avevo una nostalgia di una Parigi che non faceva ancora parte della mia esperienza fisica. Come poteva essere? Mi chiedevo.

Un giorno mi ero reso conto che non avevo nostalgia di Parigi o del negozio di formaggi e neanche del formaggio o del pane che avevo assaggiato molte volte, ma dei sacchetti in cui era incartato il pane.

Perché?

Questa domanda mi aveva lasciato perplesso, fino a quando non mi ero reso conto che era il mio concetto di nostalgia ad essere sbagliato. Perché, per me, quei sacchetti avevano sempre rappresentato il futuro, un segno di libertà che mi chiamava mentre il mio mondo giovanile si espandeva. La mia nostalgia per i sacchetti con la carta dell’Air France era un modo di tornare indietro per andare avanti, non per crogiolarmi nel sentimentalismo e nei “bei vecchi tempi,” ma per leggere nelle interiora il loro messaggio profetico: la vita di tutti i giorni è limitante – espandi i tuoi orizzonti.

Non si trattava di saltare su un aereo e andare in un posto diverso, anche se anche quello, col tempo, sarebbe stato bello. Non era un invito a rivisitare quel negozio di formaggi, come se fosse possibile, perché il negozio non c’era più da tempo e, in ogni caso, non avrebbe avuto lo stesso significato. Non era un desiderio di tornare adolescente. Non si può ripetere un’esperienza, nonostante F. Scott Fitzgerald avesse scritto: “Non si può ripetere il passato?…Ma certo che si può.”

Il passato, in questo senso, è fatto di sabbie mobili, è un desiderio di morte. Per molte persone (e questa è l’interpretazione più comune della nostalgia, un modo di pensare esclusivamente negativo), la nostalgia triste è il loro modo di negare il presente e il futuro, spesso attraverso la creazione fittizia dei “bei vecchi tempi,” quando tutto andava presumibilmente meglio.

Ma la nostalgia può anche essere un impulso a creare un futuro migliore, un promemoria che tutto ciò che di buono è stato perso deve essere recuperato, se vogliamo cambiare il corso della traiettoria futura del nostro presente.

Oggi, la maggior parte della gente è imbambolata dagli eventi mondiali, mentre un vento idiota soffia tra le parole putrescenti dei sicofanti dei media, che sfornano la loro propaganda infinitamente ingannevole e confusa per conto dei loro padroni dell’élite. Basta qualche minuto di tranquillità (una tranquillità distrutta dalla frenesia elettronica) per mettere a nudo queste sciocchezze e diventa evidente che la loro paura, l’ansia e i rapporti contraddittori sono intenzionali, fanno parte di una strategia per ridurre il pubblico ad idioti sbavanti e tremanti di paura.

Molte persone, nei loro momenti più belli, ricordano il tempo in cui avevano avuto scorci di una vita migliore, per quanto transitorie possano essere state queste esperienze. Momenti in cui si erano sentiti più a loro agio, in un mondo a cui appartenevano e in cui potevano dare un senso alle notizie che ricevevano. Non persi e vaganti, costantemente agitati dalla paura di un futuro apparentemente caotico, che porta alla morte tra la polvere, in un racconto fatto da un idiota pieno di suoni e furori che non significano nulla.

Sarebbe meglio che quei momenti nostalgici ruotassero intorno alla natura mutevole della nostra esperienza dello spazio e del tempo.

C’è stato un tempo in cui il tempo era il tempo e lo spazio e la velocità avevano un qualche significato umano, perché le persone vivevano entro i limiti del mondo naturale di cui facevano parte.

Come avevo scritto una volta:

Un tempo si poteva attraversare la vita degli altri e tornare con una prospettiva diversa, sapendo che ciò che era ovvio era vero e che esistere significava essere composti di carne e sangue come tutti gli altri in luoghi diversi ed essere legati dai cicli naturali di vita e morte, primavera e autunno, estate e inverno. Allora c’erano limiti, sulla terra, sull’acqua e anche nel cielo, dove anche lo spazio aveva dimensioni e le stelle e i pianeti non erano piste di atterraggio immaginarie per gli scienziati pazzi e i loro partner in fantasie di celluloide.

In quel mondo in rapida scomparsa, dove le persone avevano il loro posto nello spazio e nel tempo, la vita non era ancora uno spettacolo olografico di immagini e parole ripetitive, uno pseudo-mondo di figure oscure impegnate in pseudo-dibattiti su schermi elettronici con persone che vanno da un posto all’altro solo per scoprire di non essere mai uscite da casa. Quando la mente non ha casa e la grigia magia della propaganda digitale è il suo elemento, la vita diventa un vasto circinato che vaga verso il nulla.

L’esperienza di viaggiare per migliaia di chilometri solo per vedere la stessa catena di negozi lungo le stesse strade nelle stesse città in un Paese dove le stesse persone vivono con le loro stesse macchine e gli stessi pensieri le loro stesse vite senpre negli stessi vestiti.

Una società di massa di menti di massa nell’alveare creato dai telefoni cellulari e misurato in nanosecondi, dove le scelte sono la libertà di scegliere ciò che è sempre lo stesso all’interno di una gabbia di categorie destinate a rendere tutta la realtà una “realtà mediata.”

La nostalgia riguarda sempre il tempo e lo spazio. In questo senso, è equivalente a tutta l’esperienza umana che opera all’interno di queste dimensioni. E, da quando la tecnologia ha radicalmente sconvolto il senso umano dei limiti di queste dimensioni, diventa sempre più difficile sentirsi a casa, soffermarsi abbastanza per afferrare ciò che succede nel mondo.

Credo che molte persone sentano la nostalgia di giorni più lenti e silenziosi, quando potevano ‘sentire’ di stare pensando. Quando, proprio come oggi, predomina il senso di essere sempre in movimento e sempre a corto di tempo, pensare diventa molto difficile.

Per pensare, bisogna detronizzare il Re della Fretta e mettere a tacere la Regina del Rumore, due cose che la velocità e il rumore della tecnologia digitale rendono impossibili.

Tranquillizzati dai bip delle banalità che sgorgano dagli onnipresenti gadget elettronici, gli stessi dispositivi utilizzati dalle élite per controllare le masse, è impossibile comprendere a fondo la fonte della propria inquietudine. Il mondo diventa troppo difficile da capire. La sensazione di essere sempre lontani, spaesati e mentalmente vagabondi in un manicomio cacofonico diventa la norma. Ci si sente male nel cuore e nella mente.

La maggior parte delle persone questo lo percepisce e, che lo considerino o meno nostalgia, secondo me sentono che manca qualcosa di importante e che stanno vagando come pietre rotolanti, come Dylan aveva cantato in modo così poetico, senza una direzione verso casa.

Come ci si sente? Ci si sente da schifo.

Quindi, non si tratta di tornare ai “bei vecchi tempi.” Il futuro ci chiama. Ma, se non troviamo un modo per riscoprire quegli essenziali bisogni umani di lentezza e di silenzio, per citarne solo due, temo che ci ritroveremo a sfrecciare in un inferno di nostra creazione, un posto con un rumore infernale e per nulla adatto a viverci.

Edward Curtin

Fonte: off-guardian.org
Link: https://off-guardian.org/2022/02/06/nostalgic-for-the-future/
06.02.2022
Scelto e tradotto da Markus per comedonchisciotte.org

Potrebbe piacerti anche
blank
Notifica di
22 Commenti
vecchi
nuovi più votati
Inline Feedbacks
View all comments
22
0
È il momento di condividere le tue opinionix
()
x