Non è colpa di Checco Zalone se ha troppo successo

Non è colpa di Checco Zalone se ha troppo successo

Di Marcello Veneziani

Da non crederci, quella cifra straordinaria raccolta in tre settimane dal film di Checco Zalone, Buen camino.

Qualcosa come 68 milioni di euro, quanto non riesce a fare quasi un’intera stagione cinematografica italiana. Un fenomeno di queste proporzioni non può essere ignorato, va affrontato: tentiamo la fenomenologia di Checco Zalone. C’è chi si indigna, c’è chi perfino si schifa, c’è chi giocando di rimessa cerca di vantare il populismo ridente di Checco Zalone e appropriarsene, mentre lui straccia al botteghino ogni record e umilia il cinema restante. Ma l’alternativa è mal posta: Checco Zalone non vendica il cinema di pura evasione dal cinema d’autore, intelligente e un po’ palloso agli occhi del grasso grosso pubblico.

Semplicemente gioca un’altra partita, in un altro girone e va giudicato con altre categorie. Non fa arte del cinema, non esprime, come taluno sottintende, una specie di “cultura di destra” in versione pop, contrapposta al cinema impegnato o addirittura intellettuale, che ormai di rado è nostrano. Del resto la democrazia è quella roba lì, lo tengano a mente sia gli elitisti che i populisti o sovranisti. Nonostante la democrazia e la società di massa, il mondo però è stratificato in vari livelli, pur fluidi e comunicanti, e non bisogna confondere i piani e i generi. Un tempo, ad esempio, c’erano i rotocalchi popolari e c’erano le grandi firme e i grandi elzeviristi; oggi mutano i media ma non finisce la diversità di piani e di gusti.

C’è chi legge i libri Harmony e chi i libri Adelphi. Tuttora ci sono sempre più rari scrittori, ricercatori e pensatori e ci sono poi i confezionatori di best seller, divulgatori di successo, onnipresenti nei media e in tv, che svolgono una funzione a loro modo utile alle masse; ma non sovrapponeteli agli scrittori, agli studiosi, ai pensatori, non li sostituiscono, sono un’altra categoria e svolgono un’altra funzione.

Categoria benemerita rispetto all’ignoranza di massa perché avvicinano ai libri gente aliena; ma non si possono sostituire alla cultura e alle idee né si possono considerare alla stessa stregua. Il loro è il regno della quantità e non va confuso col regno della qualità. Un tempo c’era d’Annunzio e poi c’era Guido da Verona, detto il d’Annunzio delle sartine; c’era il romanzo popolare, il feuilletton, in cui talvolta si annidava pure, per ragioni alimentari, anche un Fedor Dostoevskij, ma era l’eccezione; e poi c’erano i grandi autori, i maestri, i classici. E c’è ancora da distinguere tra gli autori di best seller che hanno successo ma poi non lasciano traccia in alcun campo e ci sono gli autori di long seller, destinati cioè a durare nel tempo.

Non tutti gli autori di best seller diventano Giovannino Guareschi, che pur nella semplicità del suo lessico e della sua letteratura popolare, esprimeva da vero scrittore un mondo di sentimenti, di affetti, di passioni e umanità, unito a una vis comica accessibile ai più. Così succede al cinema, nessuno può confondere Bergman, Kurosawa o Visconti con i Vanzina o con Fantozzi, ognuno fa (bene) il suo mestiere. E anche nel comico c’erano Ciccio e Franco e c’era Alberto Sordi; su un altro piano c’era Paolo Villaggio che pur strappando risate pop con scene comiche elementari, descriveva uno scenario sociale, la subumanità degli impiegati sottoposti e maltrattati dai loro direttori disumani. C’era Alvaro Vitali col suo Pierino e c’era Walter Chiari coi suoi monologhi, una comicità ricca di verve e di mimica ma anche intelligente.

Checco Zalone diverte e al contrario dei suoi critici stupidamente intelligenti, lui è intelligentemente stupido, non fa il comico-guru al servizio della Solita Causa, la sua comicità nasce dallo stridente contrasto tra arcaismo e attualità. È una comicità double-face che prende due fasce di pubblico perché percorre contromano due mondi diversi e li prende in giro a vicenda: i seguaci del woke godono a vedere messi alla berlina i pregiudizi rozzi d’una volta e la crassa idiozia degli arretrati; e i politicamente scorretti godono a vedere derisi i nuovi tabù intoccabili in un linguaggio verace, senza veli e senza precauzioni progressiste. Così ognuno ride alle spalle dell’altro. Ma Checco non parteggia né per gli uni né per gli altri, si tiene astutamente al di fuori e al di qua e non stabilisce la superiorità degli uni o degli altri.

La sua satira sui pregiudizi opposti, su padani e terroni, negri e cafoni, familisti e gay, ricconi e “ricchioni”, drogati e credenti, donne e maschilisti, regge su una semplice ma efficace trovata: fa parlare uno di oggi con le parole ingenue di pochi decenni fa, quando quei modi di dire e di pensare erano senso comune e lessico quotidiano, non solo al sud, in provincia e pure al cinema; l’effetto comico sgorga naturale da questo piccolo ma stridente anacronismo, ma è comicità bipartisan. Sulla stessa linea è la sua comicità fondata sui doppi sensi, come si usava nelle comitive di una volta; diverte perché è irriverente agli occhi d’oggi, è finto ingenuo, studiatamente naïve, con trivialità premeditata, come la stupidità. In più c’è il sapore di etno-comicità pugliese doc. Suscita l’effetto comico di battute dette al bar, magari accompagnate da una volgare grattata al “pacco”.

Del resto la scelta del nome d’arte è già un programma: Cozzalone sta per bifolco, rozzo, magari pure un po’ stupido. Il suo vero nome e cognome, Luca Medici, non avrebbe avuto la stessa resa comica e “pugliastra”. Checco Zalone non è Totò, non è una leggenda, se non per gli incassi, davvero favolosi; è un comico divertente che non vuol convincere e fustigare nessuno né pensa di fondare un movimento politico o darci una lezione morale. Anzi stavolta nel suo ultimo film si spinge a lanciare un lieve messaggio sul piano affettivo nel sopraggiunto legame tra un padre e una figlia sul cammino verso Santiago di Compostela.

Parte da un dissacrante approccio per giungere a una piccola conversione di vita, nel segno di un ritrovato amore filiale e paterno. Ho visto il film di Checco Zalone, dopo anni di assenza dalle sale, e l’ho trovato carino, moderatamente divertente e anche un po’ tenero. Il successo mostruoso che riscuote non mi indigna e non mi esalta, e non mi spinge a rivedere il giudizio che ne ho dato. Il discorso, semmai, si sposta da lui al popolo reale e al suo target di spettatori.

Il campione medio dell’auditel è di un basso che non vi dico, ma se il paese è quello, non possiamo sostituirlo con un altro immaginario, come vorrebbero gli snob. Non è colpa di Checco Zalone se la gente comune non va a vedere Lars von Trier.

Di Marcello Veneziani

17.01.2026

Marcello Veneziani. Giornalista e scrittore.

Fonte: https://www.marcelloveneziani.com/articoli/non-e-colpa-di-checco-zalone-se-ha-troppo-successo/

Commenti (10)

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    1. Marco Fontana 18 gennaio 2026

      Ho appena visto Buen Camino, ho passato un'ora e mezza in allegria e spensieratezza, ritrovandomi alla fine con un piacevole senso di ottimismo che fa star bene.

      Senza le pretese di un critico cinematografico, credo che il talento di Zalone sia proprio questo: offrirci un onesto cinema che ci fa riflettere sorridendo su noi stessi.

      E, comunque, la sua intelligente ironia, sul grande schermo italico, attualmente è un fenomeno più unico che raro.

    2. ric 19 gennaio 2026

      lo penso anch'io. ha una comicita' semplice e rilassante , diversamente da quella pesante tipica di Franco e Ciccio...

    1. Dante Bertello 18 gennaio 2026

      Premetto di non aver visto il film in questione (e neppure lo andrò a vedere al cinema, magari quando lo passeranno in TV lo vedrò, forse).

      Detto questo, anche i precedenti 4 film di Zalone hanno avuto incassi record, sono tra i primi 10 incassi in Italia (link in fondo), e avendone visti alcuni spezzoni in televisione, non mi sono sembrati degni di un: “Il Sorpasso” di Risi, o de “La Grande Guerra” di Monicelli.

      Zalone mi è stato simpatico fin da subito, quando lo vidi per la prima volta a “Zelig”, e quando critico il successo che hanno i suoi film, non ho nulla contro di lui (che fa bene a sfruttare l’ignoranza degli italiani), io me la prendo con il popolo italico, che non va a vedere i suoi film perché sono un attacco al politicamente scorretto, ma perché o sono loro stessi dei “tamarri”, che si riconoscono nel suo personaggio, o li fa divertire una comicità terra-terra, che ha avuto i suoi prodromi nei film con le scorregge di Boldi.

      I suoi film sono la cartina tornasole della società italiana, perciò non solo lui non deve essere accusato, ma lo si dovrebbe ringraziare per aver fatto ancor di più evidenziare la mediocrità (non che ce ne fosse bisogno) del popolo italiano.

      Questo è il vero problema.

      Anche Sordi ha messo alla berlina l’italiano medio, con i difetti che tutti noi ci riconosciamo, ma la classe era tutta un’altra.

      https://it.wikipedia.org/wiki/Film_con_maggiori_incassi_in_Italia

    2. ric 18 gennaio 2026

      vero , ma in quanto a Tamarroni per superare questi due nella ville lumiere ..

    1. ws 18 gennaio 2026

      "Paraculo" si può dire ?
      Non scomodiamo, per paragone , il grande Totò che lui aveva davvero un messaggio imperituro nascosto sotto la farsa fescennina.(+)
      Ragion per cui Totò ancora oggi ci fa ridere ( e riflettere) mentre Checco non ci fa riflettere e dubito che , rivisto tra 60 anni, ci faccia ancora ridere.

      (+)qui fornisco un piccolo esempio
      https://www.youtube.com/shorts/8cs9adZ1ddA?feature=share

    1. Martin 18 gennaio 2026

      Non ho visto ne vedrò il film di Zalone, ma finalmente un successo italiano. La ultradecennale crisi del nostro cinema occupato da registi e attori militanti di sinistra è evidente a tutti. Non si va da nessuna parte con i Sorrentino, Virzì, Cortellesi, Favino, Servillo, etc all'estero non se li fila quasi nessuno. Leggetevi i commenti di critici e spettatori stranieri sui films italiani su Netflix, c'e' da sprofondare per la vergogna, ci ridono tutti dietro, come per i libri di storia stile Cazzullo e Scurati.

    2. ws 18 gennaio 2026

      Nemmeno Checco è "vendibile" all' estero

    3. Martin 18 gennaio 2026

      Giusto, ma non penso abbia mai mirato o preteso di essere un successo internazionale, come invece le svariate immondezze proposte dal nostro cinema di sinistra, che nessuno all'estero apprezza

    4. nicolcass 18 gennaio 2026

      Sorrentino dice cose interessanti

    1. nicolcass 18 gennaio 2026

      Chi non è apertamente schierato a sinistra diventa subito sospetto...ridacee i film impegnati di ciprì e maresco i filmes che pportano avanti er diskorso

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