NATALE PAGANO

NATALE PAGANO

DI ALESSIO MANNINO

alessiomannino.blogspot.com

Il Natale non fa tutti più buoni: fa tutti più vuoti. Il cristiano che fa shopping di regali e strenne natalizie rappresenta un caso di sdoppiamento della personalità: in tutta buona fede crede che Gesù nacque figlio di Dio a Betlemme, segnando in una stalla lo spartiacque decisivo della storia umana; contemporaneamente, è perfettamente cosciente che tale evento non condiziona la sua vita reale, in quanto l’epoca moderna, disincantata e secolarizzata, è scristianizzata. Siccome l’economia tende a inglobare ogni forma di espressione umana, quegli appuntamenti che nonostante tutto mantengono in vita una sia pur debole fiammella di fede ultraterrena si trasformano in orge di bancomat e scontrini. Babbo Natale e l’albero dei doni, americanizzazioni di antichi miti pagani europei, vincono sul Bambinello e sulla Vergine, perché più adatti a innescare la corsa agli acquisti commerciali.

Questo lo sa benissimo anche il devoto che va alla messa notturna del 25 dicembre, e lo accetta di buon grado. Per quieto vivere, perché così fanno gli altri, per abitudine. Ma soprattutto perché, dopo due secoli di sistematica estirpazione del sacro dall’esistenza quotidiana, non riesce a percepire il divino. E lo sostituisce malamente con una fedeltà a riti di massa che non sono morti solo perché una parvenza di tradizione spirituale serve ad appagare il bisogno innato di trascendenza e di comunità. E’ la sensazione di una notte, sia chiaro. Per il resto c’è la carta di credito.

Eppure quel bisogno preme, non si dà pace, è insoddisfatto. Non è umanamente sostenibile una religiosità circoscritta a qualche giornata di contrizione ipocrita, o, bene che vada, alla particola domenicale. E’ nelle difficoltà di ogni giorno che al comune ateo travestito da credente manca la forza rassicurante e rigenerante del divino, del numinoso. L’aura sacra che un tempo avvolgeva ogni momento del nostro passaggio sulla terra si è eclissata, scacciata con ignominia dalla spasmodica ricerca di ritrovare in tutto una causa dimostrabile.

La morte di Dio ci ha lasciati soli con una tecnica scientifica che ha razionalizzato la natura mortificandola, e con una logica economica che va per conto suo, incontrollata e disanimata, rubandoci la libertà di cambiare il corso della storia. Siamo soli col denaro, vero nostro Signore. Dice bene Sergio Sermonti, scienziato anti-scientista – un apparente ossimoro che gli è costato l’ostracismo pubblico: «Come insegnava Goethe, non dovremmo chiederci il perché ma il come delle cose. Nel chiedere il perché c’è un tacito presupposto che dietro ogni cosa ci sia un’intenzione, un proposito (appunto, un “perché”) e quindi che ogni cosa sia scomposta o scomponibile in fini e strumenti, o mezzi di produzione, come un’azienda umana. Sotto tutto questo c’è una sottile mentalità ottimistica, economicistica, produttivistica. No. Il mondo opera su un’altra dimensione, galleggia nell’eterno, è sospeso nell’infinito, ed è per l’appunto questo spostarci nelle sue dimensioni incantate il più raffinato e prezioso risultato della conoscenza, e non, al contrario, quello di rovesciare il mondo ai nostri piedi» (“L’anima scientifica”, La Finestra, Trento, 2003).

Per recuperare il senso del divino, il cristianesimo ormai serve a poco. E’ troppo compromesso con la modernizzazione, essendosene spesso lasciato usare come puntello e bandiera. Le Chiese sopravvivono nell’acquiescenza allo stile di vita radicalmente anticristiano dell’uomo consumato dai consumi. In particolare i Papi, incluso l’ultimo, il tradizionalista Ratzinger, si sono arresi a Mammona, e non c’è un prete a pagarlo oro che si scagli contro i moderni mercanti nel tempio: preferiscono i facili anatemi sulle unioni omosessuali e le comode prediche sulla fame in Africa. Il cristiano ha dimenticato il pauperismo di San Francesco d’Assisi, ha rinnegato l’umanesimo dei pontefici rinascimentali, ha sepolto l’antimodernismo del Sillabo, con Lutero e Calvino è stato all’origine stessa dell’etica capitalistica. Si è adattato al materialismo con il Concilio Vaticano II e allo showbusiness con Giovanni Paolo II: rinunciando alla lotta contro il mondo, non costituisce nessuna minaccia per il MacWorld. Anzi gli fa da angolo cottura spirituale.

Da chi o da cosa, allora, può venire un aiuto per liberare la divinità prigioniera che scalpita dentro di noi? L’ostacolo viene dal fatto che il cosiddetto progresso, scomponendo razionalmente la natura e violentandola nell’insaziabile tentativo di piegarla, l’ha resa muta e l’ha eliminata dalla nostra esperienza quotidiana. Da un lato non ci fa più alcuna paura, la paura ancestrale che è il moto d’animo originario di qualsiasi cultura. Dall’altro l’elemento naturale, incontaminato o non del tutto antropomorfizzato (com’erano ancora le vaste campagne nell’Ottocento e nel primo Novecento) si è via via ristretto e diradato. E’ letteralmente scomparso dalla nostra vista.

Oggi la stragrande maggioranza della popolazione mondiale vive concentrata come formiche in centri urbani sovraffollati, dove il verde è rinchiuso in minuscole riserve talmente artificiose che la regola è di non calpestare le aiuole. I bambini non fanno più conoscenza con la terra perché non ne hanno più sotto casa, non s’incuriosiscono scoprendo insetti e animali perché abitano circondati dal cemento e non si sporcano nemmeno più, perché passano il tempo ipnotizzati davanti a computer, televisione e videogiochi. Nei weekend o in vacanza le famigliole si recano diligentemente al mare o in montagna, ma a parte qualche bagno o escursione, inquadrati in ferie organizzate a puntino con tutti i comfort, il contatto con le forze naturali è minimo, povero, addomesticato. Sempre insufficiente a resuscitare una risonanza interiore fra l’io individuale e il cosmo, fra il sentimento della propria limitatezza personale e il sentimento di appartenere al tutto, all’organismo della vita. E’ in questa corrispondenza che si può provare la percezione che in un orizzonte, in un albero, in un filo d’erba, in un soffio di vento, in ogni singolo nostro respiro esista un’anima, cioè un dio. Ma se non si sperimenta in sé questa immediatezza, anche il discorso più ispirato resta lettera morta, una pia intenzione romantica.

La gioia im-mediata di sentirsi partecipe di un grande Essere ci è preclusa dal sovraccarico di costruzioni mediate, razionalistiche, cervellotiche e meccaniche con cui abbiamo imparato a guardare e toccare ciò che ci circonda. Questa è la malattia che ci portiamo addosso: l’eccesso di ragionamenti che desertifica il nostro bosco profondo. L’uomo scettico e che la sa lunga ha orrore della naturalità nuda e pura, e se non può manipolarla con la sua scienza maniacale e coi suoi aggeggi tecnologici, la respinge, dipingendola come un caos di animalità bruta e senza controllo. Ma basta uno tsunami, un terremoto o l’esplosione di furia omicida (anche questa è “natura”) per rendergli la pariglia e mostrargli che Madre Terra, vilipesa e umiliata, è sempre lì, pronta a risvegliarsi.

Scegliere consapevolmente di risvegliarla non è possibile, per ora, nemmeno nel privato del proprio foro interiore. Il salto è accessibile solo a una condizione, oggi impraticabile a livello di massa: il ritorno a un sistema di vita più semplice e scandito dai ritmi naturali. Eppure, se tu che mi leggi non cominci almeno a porti il problema, l’impossibile resterà impossibile per sempre.

Alessio Mannino
Fonte: http://alessiomannino.blogspot.com
Link: http://alessiomannino.blogspot.com/2011/12/natale-pagano.html
22.12.2011

Commenti (44)

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    1. Fabriizio 25 dicembre 2011

      bell'articolo.

      Aggiungerei che nell'era del consumismo, gli umani poi finiscono a cercare il contatto con il divino, a pagamento.

      Pagando al grammo la sostanza idonea.

      Poi la mattina dopo ci si fa una doccia, un caffè, e si riparte piu' razionali di prima ...

    1. borat 24 dicembre 2011

      l'articolo è veramente bello ma il messaggio è fiacco e sconclusionato

    1. Tao 24 dicembre 2011

      Un tempo era bello credere a Gesù bambino che portava i regali. Era divertente giocare con la fantasia.Ora non serve. Consumiamo tutto l'anno e genitori e figli sono senza desideri.Nonostante manchi quasi un mese al 25 dicembre sono già cominciate le feste di Natale. Le città sono tutte piene di luminarie e i negozi pavesati a festa, in qualche paese è già stato allestito il presepe dove i pastori o i Magi hanno le sembianze di Battisti, di Clinton e di altri personaggi dell'attualità. Diciamo la verità: anche il Natale è diventato una festa insopportabile. Un tempo era la più bella e la più attesa, anche perché era l'unica. Noi bambini l'aspettavamo spasmodicamente tutto l'anno. E quando finalmente arrivava, e si consumava rapidamente in quella magica notte del 24, eravamo come colti di sorpresa. Ma anche gli adulti lo vivevano con la stessa intensità e commozione.

      Lo so, per riflesso, dai volti dei miei genitori. Lo so, di persona, perché anch'io vissi così i miei primi Natali da adulto e, in seguito, da padre. Il Natale era ancora, negli anni Cinquanta e nei primi anni Sessanta, una festa che aveva qualcosa a che fare con lo spirito e con l'anima. Non era necessario essere cristiani per pensare che in quella notte si compiva un evento straordinario, che per i credenti era la nascita di Gesù, e per gli altri (per me, per esempio, che sono di madrepatria russa, dove si festeggia non Cristo ma «papà Gelo» ) era qualcosa di magico e di fatato, di irrazionale, di incomprensibile. Pensavamo sul serio che il giorno di Natale gli uomini fossero tutti un poco più buoni. Ricordo ancora la mia sorpresa quando, già ventunenne, un vigile mi appioppò una multa per sosta vietata proprio la notte del 24 dicembre. «Ma è Natale», gli dissi. Secondo quel me ragazzo i vigili non avrebbero dovuto dare multe in una notte come quella. Perche anche i vigili, a Natale, doveva- no,essere più buoni, più tolleranti, più comprensivi. E inutile dire che ho creduto a Babbo Natale fino ai limiti dell'impossibile. E guardavo con disdegno e con un certo orrore il compagnuccio di scuola, già scafato e saputello, che voleva convincermi che Babbo Natale non esisteva e che era tutto un imbroglio.



      La notte di Natale, dopo che i miei mi avevano messo a letto, cantavo a squarciagola nel tentativo di non addormentarmi e di beccarlo quando arrivava. Ma regolarmente mi assopivo prima della fatidica mezzanotte consentendo così a mio padre, a mia madre e a mia sorella, più grande di me di nove anni, di preparare l'albero. Perchè a casa mia anche l'albero veniva portato da Babbo Natale insieme con le ghirlande, i fili d'angelo, le candeline, le palle e gli altri oggettini di vetro gonfiato che lo addobbavano. Ed era sempre un pino alto fino al soffitto, enorme, perché così voleva mia madre in ricordo della sua terra russa.

      Credo che nulla potrà mai restituirmi la magia di quel momento in cui i miei mi permettevano di entrare nella sala abbuiata dalle tapparelle abbassate e vedevo l'albero illuminato dalle candele e sotto, nella penombra, i pacchetti con i regali. Perche, certo, c'erano anche i regali, chiesti con regolare lettera, correttamente francobollata e indirizzata con precisione «a Babbo Natale, in Cielo»: i soldatini, il teatro delle marionette, un gioco di società, un libro di figure, kit del piccolo prestigiatore e per i bambini ricchi, ma davvero ricchi, il trenino elettrico. Povere cose, semplici cose, rispetto a quello che ricevono i bambini e i ragazzi d'oggi, abituati a ben altro e a girare col denaro in tasca, ma che per noi coniugavano la parola proibita, «felicità», perché, assieme a quelli del compleanno, erano i soli giochi che ricevevamo nell'arco di dodici mesi durante i quali avremmo dovuto fare con quelli o con quegli altri creati dalla nostra inesausta fantasia.



      Oggi il Natale è una festa come un'altra. Anzi un «evento» come un altro. Vale la Pasqua, il carnevale, la Festa della mamma, del papà, dei fidanzati, un concerto dei Take That, l'arrivo di Madonna o di Robbie Williams, il Festival di Sanremo, la gara di Formula Uno, Wimbledon, i Campionati del mondo, i Campionati d'Europa, la Champions League, la Coppa Uefa, la Coppa delle coppe, il Festival di Venezia, quello di Cannes, le sfilate di moda di Milano, di Roma, di Parigi, di New York e gli altri mille «eventi» che ogni giorno le Tv ci rimandano da tutto il mondo.Le città accendono le loro luminarie e i negozi infiocchettano e abbelliscono le loro vetrine. Ma cosa possono mostrare di più e di diverso dalla cornucopia di beni di cui fanno offerta tutto l'anno? E che cosa può desiderare un ragazzo che ha già tutto? Per il quale il computer simula perfettamente quei giochi che noi ci dovevamo inventare con i tollini, con i tappi di sughero, con le latte, con le piste disegnate col gesso? Cosa può ancora vedere, cosa lo può incuriosire, dopo che la tivù gli ha fatto vedere tutto? Noi avevamo gli animali di terracotta e qualche volta -ed era un avvenimento -ci portavano allo zoo, questi hanno le trasmissioni di Piero Angela dove anche i misteriosi è mostruosi accoppiamenti negli abissi marini vengono svelati fin nel dettaglio.



      Il Natale è una festa commerciale, come tutta la nostra vita. Per questo si comincia a battere la grancassa un mese prima. E' una sovraeccitazione drogata, pilotata, penosa, fastidiosa e inutile perché c'è poco da eccitare in una società estenuata, sfibrata, che vive in perenne stato di overdose. La felicità è un attimo che non può essere dilatato. E Natale non è più Natale perché adesso è Natale tutto l'anno.



      Massimo Fini


      via http://www.ilribelle.com

      24.12.2011

    1. segretius 24 dicembre 2011

      cosa dire.......bellissimo articolo

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