Mohammad Ali Senobari: "Vi scrivo da Teheran, città viva tra il boato delle esplosioni"

Mohammad Ali Senobari: "Vi scrivo da Teheran, città viva tra il boato delle esplosioni"
Il sociologo iraniano Mohammad Ali Senobari
Il racconto del sociologo Mohammad Ali Senobari dai giorni della guerra 20 marzo 2026 ore 02.01 fuso orario di Teheran

Per anni abbiamo parlato della “resilienza sociale” del popolo iraniano, un concetto che, fino a poco tempo fa, rimaneva astratto per molti, confinato alle teorie sociologiche. Ma in questi giorni, per le strade di Teheran, questo concetto non è più teorico; è vivo e visibile nella vita quotidiana.

Quando esco di casa al mattino, la prima cosa che attira la mia attenzione non è il suono lontano delle esplosioni, ma le code per il pane: persone in piedi come sempre, che si scambiano battute e conversazioni quotidiane. Sembra quasi che la vita stessa abbia deciso di non arrendersi. Anche tra le notizie di attacchi aerei e le pressioni della guerra, gran parte della popolazione rimane nella capitale, sforzandosi di preservare un senso di normalità e affrettandosi, quasi con entusiasmo, a fare acquisti per il Nowruz (la festa di capodanno, secondo il calendario persiano, ndt).

Per le strade, i taxi sono pieni, i negozi sono semiaperti e i caffè servono ancora tè e caffè fino a tarda notte. Forse ci sono meno clienti, ma anche questa presenza minima ha un significato profondo: “la vita continua”. In termini sociologici, questo è ciò che chiamiamo “resistenza quotidiana”.

Di notte, l’atmosfera nelle strade e nelle piazze diventa ancora più suggestiva. Dal primo pomeriggio fino a quasi all’alba, i viali principali e le piazze iconiche della città si riempiono di auto private. Le famiglie, sventolando la bandiera tricolore della Repubblica Islamica dell’Iran, formano grandi carovane di auto.

Quando raggiungono le piazze centrali, le persone scendono dalle auto, formando raduni imponenti – decine di migliaia in ogni piazza – sventolando bandiere e intonando in coro inni epici. Ora ho 43 anni e ricordo la guerra Iran-Iraq durata otto anni (1981–1988), eppure non ho mai assistito a scene come queste. Dal 28 febbraio 2026, quando, in un atto di terrorismo senza precedenti e criminale, il leader supremo del mio Paese è stato assassinato, fino a stasera, 19 marzo 2026, milioni di persone in tutto il Paese hanno sostenuto questo movimento di passione e unità ogni singola notte.

Ciò che mi colpisce di più, tuttavia, come osservatore, è come la gente reagisce al “suono della guerra”.

Qualche sera fa, verso il tramonto, un’esplosione ha risuonato nella parte meridionale della città. C’è stata una breve pausa – non il silenzio della paura, ma una pausa momentanea, come una virgola in una frase. Poi la vita è ripresa. Nessuno è scappato, nessuno ha urlato. La gente ha girato la testa, forse ha mormorato qualcosa sottovoce, e poi ha continuato a fare ciò che stava facendo.

Nei miei scritti ho sempre sostenuto: “La paura è un fenomeno sociale, non solo psicologico”. Ora vedo come una società possa imparare a gestire la paura. Nell’odierna Teheran la paura esiste, ma il panico no. L’ansia è presente, ma non c’è un crollo psicologico collettivo.

Naturalmente la guerra impone il suo fardello psicologico. I resoconti suggeriscono che abbia reso labile il confine tra vita quotidiana e crisi, mettendo le persone in uno stato di allerta costante.

Eppure ciò che si vede sul campo va oltre queste analisi: una sorta di “adattamento sociale” alle difficoltà.

Un giorno ho parlato con un tassista e gli ho chiesto: “Non hai paura?”.

Lui ha sorriso e ha detto: “Certo che ho paura, ma la vita può forse essere تعطیل (bloccata)?”

Questa semplice frase forse coglie al meglio la realtà dell’odierna Teheran.

Nelle teorie classiche, la guerra è spesso associata a città vuote, strade deserte e popolazioni terrorizzate. Ma Teheran presenta un’immagine diversa: una città viva, anche all’ombra della guerra.

Da una prospettiva sociologica, questo fenomeno può essere inteso come una combinazione di “capitale sociale”, “memoria storica” e “identità collettiva”. Una società che ha vissuto molteplici crisi ha sviluppato una forma di “apprendimento collettivo”: imparare a mantenere la vita normale in condizioni anormali.

Forse è proprio questo che gli estranei non riescono a comprendere: come, in una città dove si sentono le esplosioni, continuino la spesa quotidiana, le conversazioni amichevoli e persino le risate. È proprio questo malinteso – alimentato da disinformazione e analisi errate – che ha ripetutamente portato gli avversari dell’Iran a commettere errori di valutazione.

In conclusione, se dovessi riassumere questi giorni in una frase:

Teheran - oggi - non è né una città sicura, né una città spaventata; è una città la cui gente ha scelto di non avere paura – anche quando ci sono motivi per averla.

E come sociologo, questa è la lezione più importante di questi giorni. E ai nemici dell’Iran dico: questa gente non si arrenderà al ricatto.

Di Mohammad Ali Senobari per ComeDonChisciotte.org

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Traduzione a cura della Redazione di ComeDonChisciotte.org

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Commenti (3)

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Mostra commenti 3 caricati
    1. Arian Van Heisen 20 marzo 2026

      Forza Iran siete un grande popolo..!

    1. maghi 20 marzo 2026

      qui da me un mio amico si lamentava che non c'è più un bar aperto per poter prendere un caffè dopo cena. Se la passano meglio in Iran.

    1. oriundo2006 20 marzo 2026

      Coraggio. Non siete soli...

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