MAURO PAGANI AD ANNOZERO CON MORGAN

MAURO PAGANI AD ANNOZERO CON MORGAN

DI FEDERICO ZAMBONI

mirorenzaglia.org

Probabilmente non se lo immaginava nemmeno Santoro, quando lo ha invitato ad Annozero. La puntata era quella del 25 febbraio, incentrata sulla vicenda Morgan e, quindi, sul problema della diffusione della droga nella nostra società, innanzitutto ma non solo tra i giovani. Mauro Pagani, nato nel 1946 e con quarant’anni di attività ad alto livello nel mondo della musica italiana – a cominciare dalla PFM agli inizi degli anni Settanta e a proseguire, nel 1984 e insieme a Fabrizio De André, con quel capolavoro che è stato e che resta Creuza de mä – sembrava destinato alla parte del testimone, più che a quella del giudice. Avendo vissuto, e suonato, e trovato il successo nel pieno dell’epoca del “sex & drugs & rock’n’roll”, quando la cosa strana non era che i musicisti si drogassero ma che qualcuno di loro non lo facesse, poteva certamente rievocare con cognizione di causa quella lunga fase di exploit creativi e di eccessi d’ogni genere.

Nella foto: Mauro Pagani

La domanda incombente era ovvia: l’uso degli stupefacenti regala l’ispirazione a chi l’ha persa e il talento a chi non lo possiede? La risposta era altrettanto prevedibile: no, niente affatto. L’ispirazione come illuminazione improvvisa che squarcia le tenebre e rivela di colpo fino all’ultimo dettaglio è una sciocchezza, una favoletta che serve ad aggiungere un tocco di magia a quello che è innanzitutto un duro lavoro di ricerca e di affinamento. Il talento o ce l’hai o non ce l’hai. E se non ce l’hai, purtroppo, non c’è fumo o iniezione o pasticca che tenga. Puoi anche credere di essere Jimi Hendrix redivivo, mentre sei sotto gli effetti della sostanza di turno. Però non lo sei. Il modo in cui ti senti tu è una cosa. Il tuo valore effettivo è un’altra. Vedete, ragazzi? Non lo dice mica un professore che lo ha studiato sui libri. Lo dice uno come Mauro Pagani: uno che quello che non ha fatto in prima persona lo ha visto da vicino. Uno che è stato in mezzo all’incendio dell’anarchia rock quando le fiamme divampavano come non mai.

Ma poi è andata diversamente. Mauro Pagani ha iniziato a parlare ed è arrivata subito la sorpresa. Niente amarcord e molta analisi. I concetti al posto degli aneddoti. La visuale che si allarga a tutto campo e riduce l’esperienza diretta a un dettaglio biografico. Lasciamolo perdere, il rock: non è lì, la chiave. La chiave non è quella dei camerini delle star, o delle loro suite principesche, o delle loro case hollywoodiane. La chiave è nella società nel suo complesso. È nel degrado generale che ha ridotto l’etica a una parola desueta, e quasi irreale. La chiave è quella del caveau. Quella di ciascuna delle cassette di sicurezza in cui sono custoditi, e nascosti, i piani dello sfruttamento economico di qualsiasi attività umana. E dunque anche dell’arte. E, più specificamente, della musica.



«La musica – dice Pagani – è la seconda lingua che ogni nazione parla. Usa la lingua principale per parlare e la musica per esprimere anche il lato irrazionale e la parte migliore, animale, di sé. Proprio per questo noi dovremmo avere diritto e accesso obbligatorio, a scuola, alla musica, perché è una lingua che dovremmo imparare. È un diritto che compete a ogni bambino. Questa cosa ci permetterebbe di esprimerci e di raccontare quello che abbiamo da raccontare, e di assumere quelli che una volta si chiamavano “mezzi critici” per difenderci dai condizionamenti di massa.»



Detto in due parole: non ci stanno fregando solo dei soldi; ci stanno fregando l’anima. Ci hanno attirati dentro un baraccone che ha una miriade di entrate e nessuna uscita. È tutto coloratissimo, ma senza traccia di sfumature. Gli addetti sono tutti molto cordiali, ma con un che di meccanico. Sorridenti come venditori che ti blandiscono per mestiere, e intanto ti spiano per vedere se ti hanno convinto anche questa volta.



«Noi – prosegue Pagani – facciamo coincidere la nostra volontà di esprimerci e la volontà di esprimersi dei ragazzi con quello che l’industria produce, che è la merce. L’industria è diventata così autoreferenziale che ha costruito un sistema che passa attraverso un setaccio coi buchi rettangolari in cui passano solo gli oggetti rettangolari.»



Si chiama circolo vizioso: le cause generano degli effetti, gli effetti rafforzano le cause, che a loro volta moltiplicano e consolidano quegli effetti, che a loro volta… È un fenomeno tipico della comunicazione di massa. Una distorsione tipica di chi confonde la quantità con la qualità. La quantità degli spettatori e degli acquirenti, che ha rilievo solo ai fini commerciali, con la qualità delle opere e degli autori, che è l’unico criterio accettabile ai fini artistici e culturali. Il problema non è che ci siano anche delle trasmissioni frivole, delle canzoni sciocche e, persino, dei romanzi talmente inconsistenti da sprofondare nel ridicolo. Il problema si pone, e diventa inquietante, quando ci sono solo trasmissioni, canzoni, romanzi, film, e chi più ne ha più ne metta, che sguazzano nella banalità e che servono sì e no ad assicurare un po’ di svago superficiale. Un momento di oblio a chi crede che l’antidoto a una giornata stressante, o a una vita insensata, consista nello spegnere il cervello e nell’abbandonarsi al flusso delle sollecitazioni provenienti dall’esterno. La mente come uno spazio vuoto in cui riecheggiano, o rimbombano, le chiacchiere altrui. Emozioni di rimbalzo, senza nessuna possibilità di risposta. Di vera partecipazione. Di autentico scambio. Cibi in scatola da riscaldare nel microonde. Il ronzio indistinto dei pensieri vaganti. Un prologo al sonno. Al sonno, non al sogno.



Mauro Pagani, a differenza di Morgan, lo ha capito perfettamente. È partito dalla droga ed è risalito a ciò che le sta dietro: l’idea, così insita in un modello economico e sociale basato sul consumismo, che le soluzioni ai problemi si comprino bell’e fatte. E poi, ancora prima, e ancora peggio, la futilità di una vita istupidita. Comoda in superficie e frustrante in profondità. Incapace di ricordare, di sentire, che c’è più forza e più avventura in una camminata in montagna che in diecimila puntate dell’Isola dei Famosi. Più verità e più bellezza in una canzone che ti suoni da solo sulla chitarra acustica – e se sbagli pazienza – che in tutti gli show televisivi che stai a guardare come un allocco.



Federico Zamboni

Fonte: www.mirorenzaglia.org

Link: http://www.mirorenzaglia.org/?p=12513

8.03.2010

Commenti (46)

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    1. maristaurru 15 marzo 2010

      E chi lo sa? Non lo escluderei. Pensa a tutti quegli intelligentoni che probabilmente si son fatti mille pippe per stabilire come fare a prender soldi e poteri agli Stati , come mettere popoli in mutande, come affamare , assetare, usurare, ammazzare. Forse meditando, invece di metterisi in contatto con la mente universale si son messi in contatto con la mente di qualche verme che li ha facilitati sperando che un po' di marmellata restasse appiccicata anche ai piedini da verme, d'altra parte ognuno medita come può e sa.

    1. Tonguessy 15 marzo 2010

      E tu come fai a sapere che le bestie non fanno meditazione?

      Sul fatto poi che ci distinguiamo dalle bestie è proprio vero: noi stiamo distruggendo il pianeta al contrario di loro. Colpa della meditazione?

    1. maristaurru 15 marzo 2010

      Non è affatto vero che l'uomo sia tanto poco dotato da doversi drogare per raggiungere stati mentali "altri " che permettano di esprimere arte, musica e simili. Esiste la meditazione , ed è una capacità che ci distingue dalle bestie.
      La droga è per gli stupidi, la meditazione è per chi la sa fare, certo non è per tutti, e si capisce: per meditare ci vuole un cervello che funzioni, non basta una palla di materia grigia.

    1. Tonguessy 15 marzo 2010

      Droghe o non droghe credo non cambino di una virgola tutto il resto. Anni fa si sentivano i classici del rock per radio, come fosse una cosa normale. C'era Arbore. E c'era fermento, c'erano idee. Adesso siamo arrivati a chiamare rock la musica della Nannini (è la stessa solfa della Orietta Berti suonata col distorsore). O di Legailbove. Non si sente più un filo di rock degno di questo nome nè in radio nè in tv. Figuriamoci il blues, il jazz, il reggae etc...Il deserto dei Tartari risulta gradevole se paragonato al panorama culturale del nuovo millennio italiota. Chiaramente la cultura è solo un aspetto (il più importante secondo il mio personale punto di vista) della società, ma ce ne sono molti altri. Diciamo allora che se è andata male con la musica ci è andata di lusso con la politica, no? Ah, ecco: le droghe di cui si parlava prima...

    1. guru2012 15 marzo 2010

      Non mi convince il discorso di Pagani, niente da dire sul fatto dell'industria musicale, ma negare l'importanza della psichedelia e dell'uso di droghe nella creazione e fruizione della musica mi sembra non voler vedere. Eppure lui con la PFM ne dovrebbe aver saputo qualcosa. Ci si dimentica sempre di distinguere il mercato della "droga" dalla droga stessa e il fatto che l'uomo da sempre ha usato sostanze per alterare il proprio stato.

      Altra cosa, quando afferma che le radio detengono il monopolio della distribuzione musicale, non accenna minimamente a un mezzo come la rete che oramai la fa da padrone.

    1. yiliek 15 marzo 2010

      Morgan chi? il super pagliaccio che parla per citazioni? che dice tutto tranne che cose sue
      'MA MI FACCIA IL PIACERE MI FACCIA' "Antonio de Curtis in aste TOTO'
      ovviamente riferito a Morgan non all'autore del pezzo!

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