Macellai del Risorgimento

Loreto Giovannone riprende la sua rilettura critica di episodi e personaggi del periodo risorgimentale.

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Loreto Giovannone riprende la sua rassegna di articoli dove rilegge in modo critico episodi e personaggi del periodo risorgimentale. Si occuperà in particolare della repressione del fenomeno un tempo definito come “brigantaggio meridionale” prendendo in considerazione Alessandro Buglione di Monale, Pietro Fumel, i generali Enrico Cialdini e Giuseppe Govone, autori di una «italianizzazione del sud fatta a fucilate e baionettate», come scrive lo stesso Giovannone.

Questo suo primo articolo è dedicato a Alessandro Buglione di Monale, che non è un militare come tutti gli altri ma un funzionario amministrativo, già direttore del carcere d’Alessandria, nominato Commissario straordinario per le province siciliane e incaricato delle funzioni di prefetto di Palermo dal 14 settembre 1862 all’11 gennaio 1863. Questo fatto conferisce un particolare interesse all’analisi di questo personaggio condotta in questo articolo (m.j.).

Di Loreto Giovannone

Alessandro Buglione di Monale

Saluzzo (Cuneo), 9 giugno 1815 – 5 gennaio 1882

 

Regno di Sardegna:

Funzionario amministrativo, primo direttore del carcere d’Alessandria. Magistrato. Direttore generale del Ministero della guerra, Intendente generale, Segretario generale del Ministero dell’interno, Direttore delle Poste (1856), Consigliere di Stato (18.12.1859).

Regno d’Italia:

Consigliere di Stato (1° gennaio 1860 – 31 dicembre 1866). Commissario straordinario per le province siciliane, incaricato delle funzioni di prefetto di Palermo (14 settembre 1862 – 11 gennaio 1863)

Deputato IX Legislatura Collegio Saluzzo Data elezione 22-10-1865 Gruppo Centro-sinistra. Ballottaggio il 29 ottobre 1865.

Deputato X Legislatura Collegio Saluzzo Data elezione 10-3-1867 Centro-sinistra.

Nomina a senatore del Regno (1 dicembre 1870).

Direttore del carcere di Alessandria. Correva l’anno 1846, a trentuno anni Alessandro di Monale, arrivò ad Alessandria come primo direttore del carcere: Il penitenziario di Alessandria veniva aperto nel mese di Novembre dell’anno 1846 sotto la direzione del Cav. Alessandro di Monale che era prima Intendente della Provincia di Thonon in Savoia, sventuratamente la località scelta per la costruzione di questo Stabilimento era assai infelice e nella fabbricazione (…), si commisero dei gravi errori a cui non si poté rimediare che in parte e dopo lungo spazio di tempo. Nell’ anno che precedette l’apertura dello stabilimento, una inondazione del Tanaro avea invaso tutti i sotterranei e le cantine ed avea resa più potente l’umidità della nuova costruzione… Malattie lente di indole scrufolosa, ribelli ad ogni cura si vedevano svilupparsi nei detenuti che giungevano sani al Penitenziario (p.10).

(D. G. Roggerio, chirurgo del penitenziario, Notizie sanitarie sul penitenziario di Alessandria, Alessandria, 1861).

Le disastrose ed insalubri condizioni di vita nel nuovissimo penitenziario di Alessandria, furono note prima dell’apertura, dal difetto di costruzione ad allagamento del Tanaro. La grave condizione sanitaria di uno stabilimento penale importante era tale che nell’anno 1855, su 500 detenuti vi furono 68 morti, nel 1856, salirono a 70 morti (D. G. Roggerio, Notizie sanitarie sul penitenziario di Alessandria, p. 22).

Pochi anni dopo l’Inghilterra vittoriana gridava allo scandalo delle condizioni incivili del carcere napoletano di S. Maria Apparente, l’unico visitato da Lord Henry Lennox, a pretesto, ufficiale, per l’invasione militare anglo-piemontese e l’annessione del meridione.

L’italianizzazione della Sicilia. Alessandro di Monale sbarca in Sicilia, nel settembre 1862, con in tasca le liste di epurazione del personale amministrativo dopo che «Il generale Brignone ha chiesto di essere esonerato dalle funzioni civili nell’isola di Sicilia. A prefetto di Palermo con poteri civili straordinari, su tutta l’isola verrà nominato, dicesi, il cav. di Monale, consigliere di stato. Esso fu segretario generale del ministero quando era ministro il conte Ponza di San Martino, ed accompagnò quest’uomo di stato all’epoca della sua luogotenenza in Napoli. Ci si dice che la cosiddetta epurazione del personale amministrativo in Sicilia intende farsi su larghissima scala. La lista delle destituzioni ci si dice assai numerosa. Le destituzioni verrebbero fatte gradatamente e di tempo in tempo da vari ministeri. Scrivono allo stesso foglio da Trapani 7 settembre: “Essendo qui approdato un grosso legno, Il Plebiscito, avente a bordo un battaglione di bersaglieri, e precisamente uno di quelli che attaccarono Garibaldi, dopo due giorni che i soldati restavano a bordo, ebbero ordine dagli ufficiali di scendere a terra; ma il popolo prese ad insultarli, a cui essi risposero col più dignitoso contegno. Al dopo pranzo, tumultuando il basso popolo e gridando: “fuori i traditori! che s’imbarchino”, si sarebbe forse deplorato qualche grave disordine, se la guardia nazionale non fosse intervenuta a sedare il tumulto. I bersaglieri furono pure insultati e minacciati mentre salivano a bordo, ma il loro contegno e l’intervento della guardia nazionale salvarono il paese da tristi conseguenze. Per opera degli stessi agitatori, furono lacerati i proclami del generale Cialdini e sostituiti da altri colla firma di Garibaldi».

(Gazzetta del popolo: giornale politico triestino quotidiano, mercoledì 17 settembre 1862).

In Sicilia, il cuneese di Monale trovò l’astigiano Govone, mentre era in atto la introduzione forzosa della leva militare obbligatoria di 8 anni e l’arruolamento in forze. Obbligo di leva seguito immediatamente da ribellione alla imposta disciplina militare con la diffusa renitenza alla stessa e numerose diserzioni. Una rete capillare con a capo il ministero dell’Interno, prefetti e sindaci permise di compilare le liste riunite di ricercati, disertori e renitenti alla leva. Liste usate dai reparti militari comandati da Govone impegnate nella feroce caccia a disertori e renitenti nelle loro case e nelle famiglie con aggressioni e torture. Noti alle cronache processuali due episodi dei reparti militari comandati da Giuseppe Govone: la “tortura dei bottoni” ardenti del sordomuto Antonio Cappello, e l’uccisione dei tre arsi vivi a Petralia Soprana.

Gli invasori si mossero con l’unanime e decisiva logica della guerra di “colonizzazione”. Fu l’annientamento degli oppositori trattati come nemici, inferiori. Cruenti furono i trattamenti alle popolazioni civili che si opponevano.

I militari appartenenti alle forze d’invasione oscillarono tra omicidi plurimi e stragi «Per quanto la cosa possa apparire paradossale, si dà in concreto il caso di una strage se e quando si tratta di un evento i cui responsabili per varie ragioni (da riferire comunque ad una vocazione pubblica, cioè non personale e privata, delle loro intenzioni e del loro comportamento sono persone o soggetti collettivi che sarebbe sbagliato, e fortemente riduttivo chiamare semplicemente “assassini”. Massacratori, se si vuole; o se si preferisce, carnefici; non però puri e semplici assassini. Com’è ovvio, lo specifico carattere delle loro responsabilità nei fatti [occupando una carica pubblica o comando militare], non ne riduce la sostanza criminale, ma ne dilata il senso degli effetti. In ogni caso, è raro che questi speciali tipi di “assassini”, al contrario degli autori dei normali omicidi, [non si ritengono] colpevoli di aver compiuto un misfatto, tanto più se il misfatto è talmente smisurato da riuscire mistificabile con un immenso “progetto” di portata storica… Il 16 novembre cessa lo stato d’assedio, ma la città [Palermo] non è per niente pacificata. Il regio commissario Alessandro Di Monale – il terzo in pochi mesi – ne dava l’annuncio in un manifesto dove diceva «io rimango rivestito ancora di ampi poteri politici e ne sono lieto». Il commissario lavorava tutto il giorno circondato da giovani che aveva portato con sé da Torino, e non tutti i siciliani disapprovavano i suoi metodi. C’era chi si sentiva rassicurato (Giuseppe Carlo Marino, La Sicilia delle stragi, 2015).

L’ordine pubblico imposto dagli invasoriIl 2 ottobre fu pubblicato un proclama del gen. Brignone che vietava di portare armi, minacciando misure estreme, cui fece seguito una circolare di Giuseppe Govone per il “disarmo della Sicilia” … Nella tarda primavera del 1863 Monale venne allontanato e per Govone fu un duro colpo; cominciò a sentire il governo e la politica come qualcosa di distante, farraginoso e insensibile [non più appoggiato, coperto per le efferatezze commesse]Ma il documento che ci aiuta a capire lo spirito di questi provvedimenti è il proclama del 6 ottobre del commissario straordinario di Monale. Più che regolare dei comportamenti, sembrava dettare un quadro morale e intervenire su un generale atteggiamento, o cultura, che i siciliani avevano, o si supponeva avessero

(Marco Scardigli, Lo scrittoio del generale, UTET 2006, pag. 398-402)

Al proclama fecero seguito le seguenti disposizioni che spronavano le autorità locali a formulare gli elenchi di oziosi, vagabondi [usanza mutuata dal regno di Sardegna] e sospetti che riportavano condanne nei tribunali mandamentali: Consta il sottoscritto che in molti luoghi di queste Provincie non è osservata la legge di P. S. nella parte che riguarda gli oziosi, i vagabondi e le persone sospette. Gli consta del pari che dal Pubblico Ministero e dai Giudici di Mandamento non si dà esecuzione al disposto degli art. 131 e 132 della stessa legge. Urgendo che in ogni Comune si proceda rispetto a detta classe di persone con tutto il rigore della legge, il sottoscritto invita il sig. Prefetto a dare all’uopo le occorrenti disposizioni e con tutta quella sollecitudine che l’importanza dell’argomento richiede. É più che mai opportuno il momento per procedere a questa bisogna; ristabilito il principio d’autorità le Amministrazioni Comunali trovansi meglio in grado di agire senza timori, e la presenza delle truppe disseminate per ogni dove infonderà nei timidi il coraggio necessario. Oltreché le truppe stesse per la pratica acquistata nei paesi potranno anche per questo rispetto rendere utili servigi, e ad ogni modo col mezzo dei comandanti di esse si condurranno gli ordini da emanarsi e si potranno eccitare ed anche colpire coi mezzi che la legge accorda. Il sottoscritto impertanto ha fiducia che entro lieve termine li Prefetti saranno in grado di accertarlo dell’assoluto eseguimento delle summentovate disposizioni di legge. Per ciò che riguarda li citati art. 131 e 132 il sottoscritto rivolge gli opportuni eccitamenti alli Procuratori Generali presso le corti di Appello. Si trasmette la presente tanto alli sig. Prefetti che ai Sotto Prefetti, e se ne aspetta un cenno di ricevuta con indicazioni di quanto si sarà fatto da ognuno. Ma li Sotto Prefetti trasmetteranno tale cenno nella via gerarchica. (Archivio di Stato di Catania).

Il 2 novembre 1862 Rattazzi comunica al Prefetto di Palermo: Sarà impossibile conservare lo stato d’assedio, oltre il giorno della riapertura del Parlamento… vorrebbe ella restare a Palermo nella semplice qualità di Prefetto?

Di Loreto Giovannone

Loreto Giovannone. Studioso di storia alla ricerca dell’identità culturale e geografica delle origini. Studioso dei documenti amministrativi e ufficiali dell’Unità d’Italia conservati negli Archivi di Stato. Scopritore della prima deportazione di Stato di civili del Sud Italia nei lager del centro nord. La prima deportazione in Europa attuata dallo Stato italiano dal 1863, circa settanta anni prima del nazismo. Scrittore, articolista di argomenti storici con la predilezione della multidisciplinarietà di scuola francese. Convinto assertore che la Storia è la politica del passato.

Fonti:

Alessandro Buglione di Monale

Alessandro Buglione di Monale (II)

https://www.civico20news.it/sito/articolo.php?id=27558

https://www.civico20news.it/sito/articolo.php?id=27565

 

 

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