Di Giovanni Amicarella
Sabato 13 settembre si è svolta presso il caffè letterario Hora Felix di Roma la presentazione della saga di Maledetto il cuore, saga di romanzi storici a cura di Shanna Luciani. Attraverso il dialogo con Enea Stella, per Artverkaro, l’autrice ha ricostruito il suo lavoro di ricerca storica, seguendo un filo rosso che, nel corso sia della presentazione che dopo, ha portato ad una visione d’insieme della saga, che consta al momento di tre libri (con un quarto in arrivo).
Nel pubblico, un pubblico giovane, c’erano anche autori a loro volta, articolisti come il sottoscritto in alcuni casi, saggisti in altri. La gente che scrive è un po’ attratta l’una all’altra come una calamita, è qualcosa che tende all’inspiegabile: sarà che lo stesso desiderio di voler mettere la realtà su carta (o su schermo) ci porta in qualche maniera ad accomunarci, perfino se sono estremamente diversi i generi di cui ci si occupa.
La storia della seconda guerra mondiale è un esempio perfetto sul perché a volte una penna si trovi incatenata: c’è una narrazione ben precisa a cui aderire, che puzza di accademico (il grande C.B. la definirebbe, a ragione, “scorreggia di Stato”), di formalistico. Opere geniali che hanno giocato con i sentimenti e le storie private “della parte sbagliata” sono sempre finite sotto il tiro incrociato di chi non coglie il valore intrinseco del tutto: per troppo tempo si è spinto per deumanizzare l’avversario e/o lo sconfitto, e ciò è infantile. Per l’Occidente democratico, ha sempre avuto ragione d’essere il tramutare il nemico in bestia, come toccò ai tedeschi durante la seconda guerra mondiale, toccò ai russi venti secondi dopo la fine della seconda guerra mondiale.
La guerra però non è fatta da mostri mitologici, è fatta da uomini. Le tragedie che si consumano sul campo di battaglia riguardano esseri umani.
Ambito che ancora oggi trova una certa difficoltà perché vi si vuole appioppare politicismi sopra: non a caso, nel post conferenza, mi sono ritrovato in una conversazione inerente a un passato, ma decisamente significativo e attuale, contradditorio fra De Felice e Mack Smith, in cui il De Felice veniva abbastanza ridicolmente tacciato di simpatie per aver cercato nella sua opera biografica di ricostruire vita privata e psicologia di Benito Mussolini.
Trasportando l’esempio alla finzione scenica, mi sono tornate anche alla mente, stile madeleine di Proust, tutte le mani avanti dovute mettere da Rufus Sewell per aver interpretato l’amatissimo (e tragico) personaggio di John Smith nell’ucronia di The Man in The High Castle. Un soldato americano che si fa nazista per comodo adattandosi all’occupazione (facendo anche carriera), che si trova davanti a delle scelte che mettono a repentaglio la stessa famiglia per cui aveva accettato, controvoglia, la svastica. Non aveva problemi ad applicare certe politiche sugli altri, ma quando in ballo ci sono i suoi figli?
Quello che Shanna riesce a fare è parlare di soldati di vari schieramenti opposti, della loro quotidianità, giocando sul filo della realtà storica e della finzione scenica, senza risultare pallosa.
È un modo per entrare nel periodo per chi non è affine ai volumi didascalici, ma allo stesso tempo è un utile mezzo per alternare il formalismo storico allo svago della lettura di una trama avvincente. Sui suoi social l’autrice dà anche indicazioni, un po’ come degli extra dietro le quinte, curiosi da leggere anche per chi non ha letto l’opera, sull’ispirazione a personaggi ed eventi contenuti nella stessa.
La penna deve liberarsi dalle catene per poter scrivere liberamente, catene che per qualcuno sono politiche (si ha qualcuno da fare contento), per qualcun altro sono economiche (si diventa prostituti di penna), per altri sono semplicemente mentali (ci si vergogna), ma anche l’editoria stessa a volte rappresenta un fascio di catene molto ingombrante: l’editore è passato in molti casi a essere un padrone più che un padrino dell’opera, apportando tagli e cesure a piacimento con un lapidario “o così, o nulla”. Per Shanna, come per altri autori, è stato diverso: la sua è una penna libera, e la qualità dello scritto e la passione della ricerca storica ne sono la conferma.
Di Giovanni Amicarella
23.09.2025
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