di Enrico De Angelis
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Partiamo da due considerazioni di fatto, entrambe acquisite dalla critica:
1) Le affinità elettive trattano della contemporaneità;
2) fonte importante fra le altre è La Nouvelle Héloïse.
Presenterò con qualche ampiezza tali fatti, prima di vedere che cosa significhi la loro connessione.
1) Scritto fra l’aprile 1808 e l’ottobre 1809, il romanzo tratta di avvenimenti contemporanei. Il capitano è rimasto disoccupato. Gli studiosi hanno identificato la causa della sua disoccupazione: essa va fatta risalire agli sconvolgimenti napoleonici, che ridussero progressivamente il numero degli stati tedeschi. La prima grossa riduzione avvenne nel 1803, la seconda nel 1806, quando venne dichiarato finito il Sacro Romano Impero e molti stati tedeschi vennero riuniti nel Rheinbund, di cui Napoleone stesso assunse il protettorato. Il capitano fu vittima dell’epurazione che colpì la burocrazia degli innumerevoli staterelli; più precisamente, fu vittima della prima epurazione, quella del 1803.
La guerra per la quale Eduard si arruola è quella della quarta coalizione antinapoleonica, culminata nella battaglia di Jena-Auerstädt del 14 ottobre 1806; Eduard si distingue in una battaglia precedente, quella di Saalfeld, 10 ottobre 1806. Credo non ci sia molto da aggiungere per dimostrare che il romanzo narra la contemporaneità.
2) Il romanzo di Goethe entra in dialogo stretto con molte opere della letteratura antica e moderna; per semplificarci la vita, le chiameremo fonti. Come tale è nota La Nouvelle Héloïse. Gli studiosi la citano per ricordare come, ben prima di Goethe, Rousseau vi avesse fatto ricorso a confronti della morale con la chimica. E la citano poi per ricordare il precedente della morte per acqua. Chiunque abbia letto Le affinità elettive sa che questi sono due punti chiave. Quindi, senza starci a stupire che i critici l’abbiano constatato solo parcamente e non frequentemente, per di più senza ricavarne niente di importante, dedichiamo qualche attenzione a un confronto, di cui conviene anticipare che i punti di contatto fra i due romanzi sono imponenti e che essi consentono di intendere il romanzo di Goethe come il bilancio di un’epoca, un modo di presentare il conto a Rousseau e alle sue illusioni. Una prima caratteristica del rapporto fra Le affinità elettive e La Nouvelle Héloïse è che Goethe capovolge dovunque i particolari del racconto di Rousseau, però mantenendone l’impianto generale. Infatti anche La Nouvelle Héloïse è ambientata nella contemporaneità e ha un programma sociale, oltre che individuale. Esamina i sentimenti in loro manifestazioni discutibili; studia la morale applicata a casi estremi. Lo stesso si può dire delle Affinità elettive. In entrambi i romanzi, poi, i protagonisti appartengono alla nobiltà e vivono in campagna. Gli ingredienti (lo vedremo man mano) sono gli stessi nei due romanzi. Ma la costellazione è toto coelo diversa. Si possono considerare Le affinità elettive come La Nouvelle Héloïse riscritta per tedeschi dopo la rivoluzione francese, nel momento più fortunato di Napoleone e più sconcertato della Germania. Le proposte di Rousseau non possono essere conservate; del resto gli stessi punti di partenza sono diversi.
Una lettera della Nouvelle Héloïse (IV, 10, p. 440-70) può apparirci come un manifesto. Un confronto con Le affinità elettive ci mostra la distanza fra l’utopia di Rousseau e l’analisi di Goethe.
Rousseau prendeva tanto sul serio la propria utopia da presentarla come una serie di utili riflessioni destinate all’opera scientifica che un personaggio sta scrivendo. Era fin troppo vero: le idee lì espresse coincidono con quelle che Rousseau stesso aveva formulato nell’articolo “Economie politique” destinato all’Encyclopédie di Diderot. Come se non bastasse, da questa stessa lettera Rousseau ha ricavato dei passi per la sua Lettre à M. d’Alembert sur les spectacles.
I nobili che l’autore inventa hanno le qualità di borghesi intraprendenti e ingegnosi. Non fanno quel che fanno gli altri nobili: non abitano in castelli scomodi, destinati solo a essere visti (“château [...] incommode” “une maison faite pour être vue”; IV, 10, p. 441); al contrario, hanno ristrutturato per dare alle loro abitazioni tutte le comodità della città, a cominciare da una distribuzione razionale delle stanze. Analogamente è successo per parco e giardino: è stato aggiunto un orto e
«si è sostituito dovunque l’utile al gradevole (Partout on a substitué l’utile à l’agréable)», col che il gradevole vi ha perfino guadagnato.
Insomma siamo a trasformazioni funzionali che tengono conto dell’estetica. Non più tigli ma noci, non più «l’inutile maronier d’Inde» (ippocastani) ma «meuriers noirs» (gelsi neri), non più tristes Ifs» (tassi) ma «piante da frutto a spalliera (bons espaliers)» (p. 442).
La tendenza si accentua quando si passa ai campi: questi nobili non li hanno ceduti a fittavoli ma ne dirigono personalmente la coltivazione. Si tratta di vigneti e campi di grano, facenti capo a proprietà differenti; i nobili di Rousseau abitano presso i vigneti e ispezionano di frequente i campi di grano. Data la diversa assiduità di cure che richiedono gli uni e gli altri, si capisce che ad abitare presso i vigneti c’è anche «une raison d’economie». Le coltivazioni rendono bene e l’«excédent», la «surabondance» viene reinvestita. Infine questi nobili hanno inventato anche i premi di produzione, i quali «rendono più di quanto costino (rapportent enfin plus qu’ils ne coûtent. p. 443)»
Qui finisce la prima parte dell’utopia; che va chiamata utopia perché pare che questi nobili abbiano imparato a fare i capitalisti (non si sa da dove) solo per fare del bene, per nutrire l’umanità («pour nourrir plus d’hommes.» p. 442) La seconda parte consiste nella minuziosa descrizione d’un terrificante falansterio, nel quale niente è tralasciato: i dipendenti non hanno bisogno di penare a trovarsi il coniuge perché a organizzare gli incontri ci pensano i padroni; addirittura la tavola è provvista di un menu morale. I divertimenti sono organizzati anch’essi; se uno vuol divertirsi altrove, si accomodi, nessuno glielo proibisce; ma presto sarà licenziato, perché «nous ne tardons pas à nous défaire de ceux qui l’ont» [= ce goût de licence]» (p. 445). Insomma questa è «una casa da cui non escono mai (une maison dont il ne sortent jamais, p. 462)»; cosa che di solito si dice di una galera a vita. Rousseau vuole condizionare tutti alla virtù e imporre la felicità «loro malgrado (malgré eux; p. 462)». Il suo romanzo ebbe un successo enorme ma i nobili non si convertirono al capitalismo di quel falansterio; insomma le cose andarono diversamente.
I nobili delle Affinità elettive fanno tutto il contrario. Sistemano il parco non per l’utile ma per il dilettevole, riuscendo a sbagliar tutto anche qui. È che sono dei dilettanti, più intenti a fare che a far bene (I, 3, p. 291; II, 3, p. 404). Vorrebbero condurre loro l’azienda, o almeno ne esprimono il proposito. Non rinnoveranno i contratti ai fittavoli, dicono. A condurre l’azienda sarà Charlotte, che nel romanzo fa la parte della persona ponderata e riflessiva. Ma le sue decisioni, tutte ragionevoli e morali, avranno sempre conseguenze catastrofiche. Per condurre l’azienda, poi, le mancano le competenze. I contadini le avrebbero; ma da loro ci si può aspettare solo di essere imbrogliati. Gli agronomi sfornati dalle università mancano di pratica (I, 1, p. 274). Dunque la partenza non è favorevole.
Arriva il capitano, l’uomo pratico.
Costui cerca di rimediare il rimediabile dai guasti già compiuti dai coniugi. Ma non è che gli venga lasciato tanto spazio. Sconsiglierebbe certe spese fatali, come riunire tre stagni a formare un solo lago (quello in cui avverrà la disgrazia, I, 14, p. 365). Però i suoi consigli arrivano troppo tardi; al massimo può cambiare qualche particolare, suggerendo un luogo d’attracco più funzionale (I, 14, p. 364-65). E di investimenti produttivi non si parla mai. Anzi, siccome manca liquidità, occorre vendere qualcosa; la vendita avviene, ma i soldi non basteranno. Occorre ricorrere a mutui, cercando di contenere le perdite (I, 13, p. 360). Si entra in un giro di incassi anticipati che rinforzano la cassa lì per lì (I, 14, p. 365), ma se si andasse avanti in quel modo, le basi economiche di quel vivere sarebbero, «se non distrutte, di certo fortemente scosse (wo nicht zerstört, doch erschüttert.)» (I, 17, p. 381). Charlotte cerca di fare qualche programmazione di spesa (I, 6, p. 319), ma è un progetto sul nulla. Di investimenti, ripeto, non si parla mai. Il terreno che viene venduto è tanto bello, ma la sua resa è quasi nulla. Eppure il fittavolo ha chiesto di acquistarlo; dunque qualcosa non quadra: vuole acquistarlo proprio perché non rende nulla? Non avrebbe senso. Oppure è un imbroglione anche lui, che intenzionalmente fa perdere di valore al terreno per comprarlo a buon mercato? O, più semplicemente, Eduard e Charlotte non sanno dargli la destinazione giusta? Il capitano vorrebbe dividere quel terreno in porzioni da vendere a vari acquirenti (I, 7, p. 325); evidentemente se ne sarebbe ricavato di più. Invece Eduard sceglie la via meno vantaggiosa economicamente ma più breve e più comoda, cedendolo in blocco al fittavolo. Costui pagherà a rate; ma siccome le rate vengono anticipate pur di far cassa (I, 14, p. 365), è da immaginare che il fittavolo ottenga altri vantaggi.
La maggiore somiglianza con questi esseri inanimati [= con gli elementi chimici] l’hanno le masse che si contrappongono nel mondo, i ceti, le professioni, la nobiltà e il terso stato, il militare e il civile. Die meiste Ähnlichkeit jedoch mit diesen seelenlosen Wesen haben die Massen, die in der Welt sich einander gegenüberstellen, die Stände, die Berufbestimmungen, der Adel und der dritte Stand, der Soldat und der Zivilist. (I, 4, p. 302).Una teoria generale non viene sviluppata, è vero. Ma la generalizzazione sembra il destino vero di questa similitudine: i rapporti fra le classi stanno cambiando radicalmente. E, per di più, a gran velocità: ogni cinque anni, si lamenta Eduard, occorre imparare tutto daccapo, perché lo sviluppo della scienza ha assunto ritmi troppo veloci (I, 4, p. 300). E la storia anche, Napoleone aiutando. Il caso dell’aspirante marito di Ottilie, futuro direttore di collegio femminile, è esemplare e ci dice quanto sia diversa la costellazione delle Affinità elettive, che pure conserva tutti gli elementi della Nouvelle Héloïse. Quell’istanza di matrimonio, come già detto, viene presa sul serio. Non andrà in porto perché Ottilie ama un altro, ma non sarà quella richiesta a provocare la tragedia. Invece era proprio nella differenza di classe l’inizio dei guai per Saint-Preux e Julie; lui è un precettore (posizione analoga a quella dell’assistente al collegio, il Gehülfe nelle future Affinità elettive) e come osa «un pincopallino senza fissa dimora e ridotto a vivere di elemosine [...] anche solo pensare che l’ultima rampolla di una famiglia illustre vada a spegnere o a degradare il suo nome (un Quidam sans azile et réduit à vivre d’aumônes» «seulement penser que le dernier rejetton d’une famille illustre aille éteindre ou dégrader son nom)» fino a lui? esclama il padre di Julie (I, 62, p. 169). Ne consegue l’obbligo di separazione fra i due, l’allontanamento e via dicendo. Prima d’allora: amori furtivi. La costellazione è cambiata. Nella Nouvelle Héloïse c’era bisogno di disquisire su nobiltà di nascita e nobiltà di merito con lunghi discorsi (ma si sa che in quel romanzo tutti i discorsi sono lunghi); nelle Affinità elettive ci ha pensato «die Denkart der Zeit» a renderli superati. Entrambi, Saint-Preux così come il Gehülfe, disquisiscono di pedagogia, il primo anticipando l’Émile (lettere I, 12 e IV, 14 della Nouvelle Héloïse, pp. 56-61 e 506-12), l’altro, da bravo tedesco, si spinge più lontano (II, 8, pp. 453-59), arrivando fino a considerazioni di filosofia della storia, quanto mai in consonanza con i tempi, perché ne sottolineano l’incertezza (pp. 453-54). Saranno pure considerazioni filosofiche, ma, di certo, senza il minimo trionfalismo. Goethe non era né un romantico né era Hegel, che da poco (1807) aveva pubblicato la Fenomenologia dello spirito. Un significativo gesto del Gehülfe ispira alla recettiva Ottilie un’osservazione che si conclude con le seguenti parole:
Un maestro che sia capace di risvegliare in noi del sentimento solo per un gesto di bontà o per una bella poesia, fa assai più di un altro che ci proponga sterminate classificazioni di esseri secondo forme e nomi, perché il risultato di tutto questo è farci conoscere quanto già sapevamo assai bene: che l’immagine dell’uomo è la sola ad avere una somiglianza, e in modo degnissimo, con quella di Dio. Ognuno resti pur libero di occuparsi di quel che lo attrae, gli da gioia, gli pare utile; ma il vero e proprio studio dell’umanità è l’uomo stesso. Ein Lehrer, der das Gefühl an einer einzigen guten Tat, an einem einzigen guten Gedicht erwecken kann, leistet mehr als einer, der uns ganze Reihen untergeordneter Naturbildungen der Gestalt und dem Namen nach überliefert; denn das ganze Resultat davon ist, was wir ohnedies wissen können, daß das Menschengebild am vorzüglichsten und einzigsten das Gleichnis der Gottheit an sich trägt. Dem einzelnen bleibe die Freiheit, sich mit dem zu beschäftigen, was ihn anzieht, was ihm Freude macht, was ihm nützlich deucht; aber das eigentliche Studium der Menschheit ist der Mensch. (II, 7, Aus Ottiliens Tagebuche, pp. 452-53)I commentatori notano che l’ultima frase traduce un verso di Alexander Pope dallo Essay on Man (1732-44), a quei tempi spesso citato (II, 2):
Lo studio vero dell’umanità è l’uomo. (The proper study of mankind is Man)È verissimo. Peccato omettano di dire che fra chi cita Pope c’è anche il Rousseau della Nouvelle Héloïse (il quale a Pope deve perfino il titolo del romanzo) e che la somiglianza del luogo di Ottilie con quello analogo di Rousseau merita una considerazione non sbrigativa. Rousseau combina tre diversi luoghi della stessa epistola da cui proviene quel verso famoso e li riassume stravolgendoli. Pope parla dell’equilibrio nella vita umana, in cui diversi affetti ed esperienze si bilanciano. Scrive Pope, in due luoghi della stessa epistola da cui è tratto il verso citato:
Amore, speranza e gioia, ridenti compagni di un giusto piacere. Odio, paura e tristezza, legati al dolore, mescolati con sapienza e nei loro giusti limiti fanno e mantengono l’equilibrio della mente; luci e ombre, il cui armonizzato conflitto costituisce tutta la forza e il colore della nostra vita. Love, Hope, and Joy, fair Pleasure’s smiling train, Hate, Fear, and Grief, the family of Pain, These mix’d with art, and to due bounds confin’d, Make and maintain the balance of the mind; The lights und shades, whose well-accorded strife Gives all the strenght and colour of our life. Quale che sia la conoscenza della passione, la fama o la ricchezza, nessuno cambierà il vicino con se stesso. Il dotto è felice di espolare la natura, lo sciocco è felice di non sapere di più; il ricco è felice in mezzo alle sue ricchezze, il povero si consola coltivandosi il cielo, il mendicante cieco lo si vede danzare, lo storpio cantare, lo stolto è un eroe, il re è lunatico, l'affamato alchinista è beato alla prospettiva dell’oro, il poeta nel contemplare la musa. Whate’er the passion-knowledge, fame or pelf-- Not one will change his neighbour with himself. The learn’d is happy Natur to explore, The fool is happy that he knows no more; The rich is happy in the plenty giv’n, The poor contents him with the care of Heav’n. See the blind beggar dance, the cripple sing, The sot a hero, lunatic a king, The starving chymist in his golden views Supremely bless’d, the poet in his Muse. (II, 261-70)Rousseau ne fa tutta un’altra cosa, servendosi di Pope come esempio per criticare una tendenza dell’Opéra di Parigi:
certamente Pope ha voluto definire questo bizzarro teatro indicando quello in cui dice che vi si vedono alla rinfusa dèi e bricconi, mostri, re, pastori, fate, furore, gioia, un fuoco, una giga, una battaglia e un ballo. et sûrement Pope a voulu désigner ce bizarre théâtre par celui où il dit qu’on voit pele- mele des Dieux, des lutins, des monstres, des Rois, des bergers, des fées, de la fureur, de la joie, un feu, une gigue, una bataille et un bal. (II, 23, p. 281)
Le nostre anime si sono, per così dire, toccate in tutti i punti e abbiamo sentito dovunque la stessa coerenza. (Correggetemi, amico mio, se applico male le vostre lezioni di fisica.) La sorte potrà anche separarci, mai però disgiungerci. Noi avremo soltanto gli stessi piaceri piaceri e le stesse pene; e come gli amanti di cui mi parlavate, dei quali si dice che facciano gli stessi movimenti in luoghi diversi, noi sentiremo le stesse cose alle due estremità del mondo. Nos âmes se sont pour ainsi dire touchées par tous les points, et nous avons par tout senti la même cohérence. (Corrigez-moi, mon ami, si j’applique mal vos leçons de physique.) Le sort pourra bien nous séparer, mais non pas nous désunir. Nous n’aurons plus que les mêmes plaisirs et les mêmes peines; et comme ces aimans dont vous me parliez, qui ont, dit-on, les mêmes mouvemens en différens lieux, nous sentirions les mêmes choses aux deux extrémités du monde. (I, 11, p. 55)Goethe ne fa un’altra cosa (I, IV, pp. 301-07), aiutato sia da libri di chimica sia da loro antropomorfizzazioni, da tempo individuate dagli studiosi. Agli sviluppi di Goethe contribuì certamente la scienza; ma egli la utilizza per continuare quelle considerazioni su destino e libertà, necessità e caso di cui dà testimonianza già il primo Wilhelm Meister. Mefistofele, a sua volta, ne aveva dato un brusco riassunto:
«Credi di spingere tu e invece spingono te» (Du glaubst zu schieben, und du wirst geschoben.) (Faust, I, 4117).Nelle Affinità elettive tutto questo si complica perché viene meno l’equilibrio mostrato nel Wilhelm Meister: qui si parlava di una vita che esiste parimenti per necessità e per caso, lì la capacità di scegliere è semplicemente assente. Non che non vengano fatte scelte: Ottilie, Eduard, Charlotte, a loro modo scelgono tutti. Ma, a parte le disastrose conseguenze di ogni scelta, nessuno sa fino a che punto stia realmente scegliendo o stia invece seguendo qualche tendenza – dell’epoca, della sua personale condizione e via dicendo – di cui non si rende ben conto. Nei colloqui tra il Gehülfe e Charlotte (II, 7 e 8, pp. 441-59) ciò viene detto in termini neanche tanto velati. Rispetto a Rousseau, la costellazione è un’altra. E anche l’afflato è un altro. Con tutte le condanne che impartisce a destra e a manca, Rousseau è un ottimista perché ritiene di sapere esattamente quel che è giusto, vero e bello. Nelle Affinità elettive Goethe non distribuisce pari e così numerose certezze; al contrario, ammassa dubbi e problemi. Tanti, che noi critici seguitiamo ad accapigliarci su che cosa abbia voluto effettivamente dire.
In mezzo alle esclamazioni che gli strappavano lo zelo e il cuore, con gli occhi sempre incollati su quel viso, credette di percepire un movimento: la sua immaginazione ne è colpita; vede Julie volgere gli occhi, guardarlo, fargli un cenno del capo. D’impeto s’alza e corre per tutta la casa, gridando che la signora non è morta, che l’ha riconosciuto, ne è sicuro, e che la signora si riprenderà. Non occorse altro; tutti accorrono, i vicini, i poveri, che facevano echeggiare l’aria dei loro lamenti, tutti gridano: «Non è morta!» La voce si sparge e cresce: il popolo, amico del meraviglioso, si presta avidamente alla notizia; la si crede perché la si desidera; ciascuno cerca di essere contento, sostenendo la credulità comune. Ben presto la defunta non aveva semplicemente fatto un cenno, si era mossa, aveva parlato e c’erano venti testimoni oculari di fatti circostanziati, mai verificatisi. Au milieu des exclamations que lui arrachoient son zele et son coeur, les yeux toujour collés sur ce visage, il crut apercevoir un mouvement: son imagination se frape; il voit Julie tourner les yeux, le regarder, lui faire un signe de tête. Il se lève avec transport et court par toute la maison en criant que Madame n’est pas morte, qu’elle l’a reconnu, qu’il en est sûr, qu’elle en reviendra. Il n’en falut pas davantage; tout le monde accourt, les voisins, les pauvres, qui faisoient retentir l’air de leurs lamentations, tous s’écrient: rlle n’est pas morte! Le bruit s’en répand et s’augmente: le peuple, ami du merveilleux, se prête avidement à la nouvelle; on la croit comme on la désire; chacun cherche à se faire fête en apuyant la crédulité commune. Bientôt la défunte n’avoit pas seulement fait signe, elle avait agi, elle avait parlé, et il y avoit vingt témoins oculaires de faits circonstanciés qui n’arrivèrent jamais. (VI, 11, p. 736)
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Note: Le affinità elettive sono citate dalla seguente edizione: Johann Wolfgang Goethe, Die Leiden des jungen Werthers, Die Wahlverwandtschaften, Kleine Prosa, Epen, in Zusammenarbeit mit Christoph Brecht herausgegeben von Waltraut Wiethölter, in Johann Wolfgang Goethe, Sämtliche Werke, Briefe, Tagebücher und Gespräche, vierzig Bände, herausgegeben von Friedmar Apel (e altri), I Abteilung: Sämtliche Werke, Band 8, Deutscher Klassiker Verlag, Frankfurt am Main 1994. I rinvii avvengono indicando la parte, il capitolo e la pagina. Nell’edizione detta si trovano anche rimandi, incredibilmente restii, a La nouvelle Héloïse:- P. 991: So hat man vor nicht allzulanger Zeit auf die Tradition unterhaltsam aufgemachter chemischer Dialoge [...] hingewiesen, die, nachdem sie zum Beispiel schon Rousseaus Nouvelle Héloïse als Argumentationsstütze gedient haben [...]
- P. 1950 (commento a II, 13, ultime 3 righe: «Auch wendet sie sich ... nach den Platanen») Das zentrale Motiv des tödlichen Umfalls am Wasser findet sich im übrigen [oltre che nel Godwi di Brentano] schon in Rousseaus Nouvelle Héloïse; dort zieht sich die Mutter bei der Rettung ihres Kindes eine tödliche Krankheit zu.
- Tutto qui, senza neanche un’indicazione bibliografica. In Italia un cenno al problema ha fatto Giovanni Sampaolo, Critica del moderno, linguaggi dell'antico. Goethe e le Affinità elettive, Carocci, Roma 1999, p. 242 e relativa nota 86.
uparishutrachoal 1 gennaio 2023
Chi, giunto ad una certa età, vuole realizzare sogni e speranze di gioventù, si inganna sempre, giacché nell’uomo ogni dieci anni cambia il concetto delle felicità, cambiano le speranze e le prospettive. Guai a colui che, dalle circostanze o dall’illusione, viene indotto ad aggrapparsi al futuro o al passato!”
Johann Wolfgang von Goethe
“Le affinità elettive“
Non solo..
Se pensiamo che anche la stessa parola cambia di significato in relazione alla diversità degli uomini, ci possiamo rendere conto del valore delle cosiddette ideologie come fondamenti della realtà...e la soluzione è sfuggire alla mente per approdare a ciò che non vive e non muore ma va al di là ed è il Centro di noi stessi e dell'Universo..per poi scendere verso il mondo e illuminarlo con una politica "ragionevole"che possiamo vedere nei rari sprazzi di buonsenso del popolo, seppelliti da un mare di falsità.