Le affinità elettive e i tempi nuovi

DONA A COMEDONCHISCIOTTE.ORG PER SOSTENERE UN'INFORMAZIONE LIBERA E INDIPENDENTE:
PAYPAL: Clicca qui

STRIPE: Clicca qui

di Enrico De Angelis
associazioneitalianagermanistica.it

 

***

Partiamo da due considerazioni di fatto, entrambe acquisite dalla critica:
1) Le affinità elettive trattano della contemporaneità;
2) fonte importante fra le altre è La Nouvelle Héloïse.
Presenterò con qualche ampiezza tali fatti, prima di vedere che cosa significhi la loro connessione.

1) Scritto fra l’aprile 1808 e l’ottobre 1809, il romanzo tratta di avvenimenti contemporanei. Il capitano è rimasto disoccupato. Gli studiosi hanno identificato la causa della sua disoccupazione: essa va fatta risalire agli sconvolgimenti napoleonici, che ridussero progressivamente il numero degli stati tedeschi. La prima grossa riduzione avvenne nel 1803, la seconda nel 1806, quando venne dichiarato finito il Sacro Romano Impero e molti stati tedeschi vennero riuniti nel Rheinbund, di cui Napoleone stesso assunse il protettorato. Il capitano fu vittima dell’epurazione che colpì la burocrazia degli innumerevoli staterelli; più precisamente, fu vittima della prima epurazione, quella del 1803.

La guerra per la quale Eduard si arruola è quella della quarta coalizione antinapoleonica, culminata nella battaglia di Jena-Auerstädt del 14 ottobre 1806; Eduard si distingue in una battaglia precedente, quella di Saalfeld, 10 ottobre 1806. Credo non ci sia molto da aggiungere per dimostrare che il romanzo narra la contemporaneità.

2) Il romanzo di Goethe entra in dialogo stretto con molte opere della letteratura antica e moderna; per semplificarci la vita, le chiameremo fonti. Come tale è nota La Nouvelle Héloïse. Gli studiosi la citano per ricordare come, ben prima di Goethe, Rousseau vi avesse fatto ricorso a confronti della morale con la chimica. E la citano poi per ricordare il precedente della morte per acqua. Chiunque abbia letto Le affinità elettive sa che questi sono due punti chiave. Quindi, senza starci a stupire che i critici l’abbiano constatato solo parcamente e non frequentemente, per di più senza ricavarne niente di importante, dedichiamo qualche attenzione a un confronto, di cui conviene anticipare che i punti di contatto fra i due romanzi sono imponenti e che essi consentono di intendere il romanzo di Goethe come il bilancio di un’epoca, un modo di presentare il conto a Rousseau e alle sue illusioni. Una prima caratteristica del rapporto fra Le affinità elettive e La Nouvelle Héloïse è che Goethe capovolge dovunque i particolari del racconto di Rousseau, però mantenendone l’impianto generale. Infatti anche La Nouvelle Héloïse è ambientata nella contemporaneità e ha un programma sociale, oltre che individuale. Esamina i sentimenti in loro manifestazioni discutibili; studia la morale applicata a casi estremi. Lo stesso si può dire delle Affinità elettive. In entrambi i romanzi, poi, i protagonisti appartengono alla nobiltà e vivono in campagna. Gli ingredienti (lo vedremo man mano) sono gli stessi nei due romanzi. Ma la costellazione è toto coelo diversa. Si possono considerare Le affinità elettive come La Nouvelle Héloïse riscritta per tedeschi dopo la rivoluzione francese, nel momento più fortunato di Napoleone e più sconcertato della Germania. Le proposte di Rousseau non possono essere conservate; del resto gli stessi punti di partenza sono diversi.

Una lettera della Nouvelle Héloïse (IV, 10, p. 440-70) può apparirci come un manifesto. Un confronto con Le affinità elettive ci mostra la distanza fra l’utopia di Rousseau e l’analisi di Goethe.

Rousseau prendeva tanto sul serio la propria utopia da presentarla come una serie di utili riflessioni destinate all’opera scientifica che un personaggio sta scrivendo. Era fin troppo vero: le idee lì espresse coincidono con quelle che Rousseau stesso aveva formulato nell’articolo “Economie politique” destinato all’Encyclopédie di Diderot. Come se non bastasse, da questa stessa lettera Rousseau ha ricavato dei passi per la sua Lettre à M. d’Alembert sur les spectacles.

I nobili che l’autore inventa hanno le qualità di borghesi intraprendenti e ingegnosi. Non fanno quel che fanno gli altri nobili: non abitano in castelli scomodi, destinati solo a essere visti (“château […] incommode” “une maison faite pour être vue”; IV, 10, p. 441); al contrario, hanno ristrutturato per dare alle loro abitazioni tutte le comodità della città, a cominciare da una distribuzione razionale delle stanze. Analogamente è successo per parco e giardino: è stato aggiunto un orto e

«si è sostituito dovunque l’utile al gradevole (Partout on a substitué l’utile à l’agréable)», col che il gradevole vi ha perfino guadagnato.

Insomma siamo a trasformazioni funzionali che tengono conto dell’estetica. Non più tigli ma noci, non più «l’inutile maronier d’Inde» (ippocastani) ma «meuriers noirs» (gelsi neri), non più tristes Ifs» (tassi) ma «piante da frutto a spalliera (bons espaliers)» (p. 442).

La tendenza si accentua quando si passa ai campi: questi nobili non li hanno ceduti a fittavoli ma ne dirigono personalmente la coltivazione. Si tratta di vigneti e campi di grano, facenti capo a proprietà differenti; i nobili di Rousseau abitano presso i vigneti e ispezionano di frequente i campi di grano. Data la diversa assiduità di cure che richiedono gli uni e gli altri, si capisce che ad abitare presso i vigneti c’è anche «une raison d’economie». Le coltivazioni rendono bene e l’«excédent», la «surabondance» viene reinvestita. Infine questi nobili hanno inventato anche i premi di produzione, i quali «rendono più di quanto costino (rapportent enfin plus qu’ils ne coûtent. p. 443

Qui finisce la prima parte dell’utopia; che va chiamata utopia perché pare che questi nobili abbiano imparato a fare i capitalisti (non si sa da dove) solo per fare del bene, per nutrire l’umanità («pour nourrir plus d’hommes.» p. 442) La seconda parte consiste nella minuziosa descrizione d’un terrificante falansterio, nel quale niente è tralasciato: i dipendenti non hanno bisogno di penare a trovarsi il coniuge perché a organizzare gli incontri ci pensano i padroni; addirittura la tavola è provvista di un menu morale. I divertimenti sono organizzati anch’essi; se uno vuol divertirsi altrove, si accomodi, nessuno glielo proibisce; ma presto sarà licenziato, perché «nous ne tardons pas à nous défaire de ceux qui l’ont» [= ce goût de licence]» (p. 445). Insomma questa è «una casa da cui non escono mai (une maison dont il ne sortent jamais, p. 462; cosa che di solito si dice di una galera a vita. Rousseau vuole condizionare tutti alla virtù e imporre la felicità «loro malgrado (malgré eux; p. 462. Il suo romanzo ebbe un successo enorme ma i nobili non si convertirono al capitalismo di quel falansterio; insomma le cose andarono diversamente.

I nobili delle Affinità elettive fanno tutto il contrario. Sistemano il parco non per l’utile ma per il dilettevole, riuscendo a sbagliar tutto anche qui. È che sono dei dilettanti, più intenti a fare che a far bene (I, 3, p. 291; II, 3, p. 404). Vorrebbero condurre loro l’azienda, o almeno ne esprimono il proposito. Non rinnoveranno i contratti ai fittavoli, dicono. A condurre l’azienda sarà Charlotte, che nel romanzo fa la parte della persona ponderata e riflessiva. Ma le sue decisioni, tutte ragionevoli e morali, avranno sempre conseguenze catastrofiche. Per condurre l’azienda, poi, le mancano le competenze. I contadini le avrebbero; ma da loro ci si può aspettare solo di essere imbrogliati. Gli agronomi sfornati dalle università mancano di pratica (I, 1, p. 274). Dunque la partenza non è favorevole.

Arriva il capitano, l’uomo pratico.

Costui cerca di rimediare il rimediabile dai guasti già compiuti dai coniugi. Ma non è che gli venga lasciato tanto spazio. Sconsiglierebbe certe spese fatali, come riunire tre stagni a formare un solo lago (quello in cui avverrà la disgrazia, I, 14, p. 365). Però i suoi consigli arrivano troppo tardi; al massimo può cambiare qualche particolare, suggerendo un luogo d’attracco più funzionale (I, 14, p. 364-65). E di investimenti produttivi non si parla mai. Anzi, siccome manca liquidità, occorre vendere qualcosa; la vendita avviene, ma i soldi non basteranno. Occorre ricorrere a mutui, cercando di contenere le perdite (I, 13, p. 360). Si entra in un giro di incassi anticipati che rinforzano la cassa lì per lì (I, 14, p. 365), ma se si andasse avanti in quel modo, le basi economiche di quel vivere sarebbero, «se non distrutte, di certo fortemente scosse (wo nicht zerstört, doch erschüttert.)» (I, 17, p. 381). Charlotte cerca di fare qualche programmazione di spesa (I, 6, p. 319), ma è un progetto sul nulla. Di investimenti, ripeto, non si parla mai. Il terreno che viene venduto è tanto bello, ma la sua resa è quasi nulla. Eppure il fittavolo ha chiesto di acquistarlo; dunque qualcosa non quadra: vuole acquistarlo proprio perché non rende nulla? Non avrebbe senso. Oppure è un imbroglione anche lui, che intenzionalmente fa perdere di valore al terreno per comprarlo a buon mercato? O, più semplicemente, Eduard e Charlotte non sanno dargli la destinazione giusta? Il capitano vorrebbe dividere quel terreno in porzioni da vendere a vari acquirenti (I, 7, p. 325); evidentemente se ne sarebbe ricavato di più. Invece Eduard sceglie la via meno vantaggiosa economicamente ma più breve e più comoda, cedendolo in blocco al fittavolo. Costui pagherà a rate; ma siccome le rate vengono anticipate pur di far cassa (I, 14, p. 365), è da immaginare che il fittavolo ottenga altri vantaggi.

Eduard manifestamente non ha capito niente dei tempi nuovi. Contadini e borghesi gli ripugnano parimenti: «Se non posso dare ordini e basta, non voglio avere niente a che fare con borghesi e contadini. (Ich mag mit Bürgern und Bauern nichts zu tun haben, wenn ich ihnen nicht geradezu befehlen kann; I, 6, p. 316)». Per giustificare questa repulsione, Eduard adduce sia la sporcizia dei contadini, sia il loro egoismo, il loro essere privi di un concetto del bene comune, l’incapacità di sacrificare il particolare al generale. Queste considerazioni, fra il sociale e il morale, portano, sul piano politico, a ribadire l’assolutismo: uno comanda, gli altri obbediscono. Il capitano la pensa in maniera non diversa: solo l’assolutismo («il diritto sovrano illimitato (das unumschränkte Majestätsrecht; I, 6, p. 317)») è capace di provvedere al bene comune. Ma lui ha qualche giustificazione in più; il suo parlare fa capire senza equivoci che lui ha sperimentato la fatica delle mediazioni. E poi i tempi nuovi l’hanno reso disoccupato. Dunque il suo sfogo ha una qualche giustificazione.

Non è una consolazione che altri siano ancora più indietro; che una immensa compagnia di nobili decida di rovinarsi «alla polacca» (I, 5, p. 430), dilapidando a turno le sostanze. I tempi sono cambiati e richiedono che ci si adegui. Il futuro direttore di una pensione per fanciulle può pensare seriamente a chiedere in moglie la squattrinata Ottilie, di piccola nobiltà: «la mentalità del tempo (die Denkart der Zeit; II, 7, p. 449)» consente un tale progetto, tanto più che la cassa verrà tenuta ben stretta e la squattrinata resterà tale. D’altra parte il progetto matrimoniale contempla che Ottilie lavori (II, 7, p. 447) come una borghese. Si può astrattamente convenire che non si può resistere ai tempi; che la nostra pretesa libertà è piccola e che di fatto siamo costretti a seguire i tempi (II, 8, p. 453). Questi discorsi sono destinati a rimanere tali, i fatti prendono un’altra piega.

Il titolo del romanzo viene spiegato in una celebre discussione, di cui anche a distanza di tempo il lettore riterrà pur sempre l’essenziale. Ecco in breve: sia nel mondo fisico sia nel mondo umano gli elementi provvisoriamente aggregati tendono a sciogliersi da questa aggregazione e a riunirsi con l’elemento verso cui si sentono più attratti, ove questo si presenti nel loro campo d’azione. Si ha così una dissociazione e una riassociazione, uno sciogliersi da un’unione non necessaria per confluire in una da cui ci si sente scelti, eletti. Col che si aprirebbe tutta una possibile discussione su che cosa è destino e che cosa è scelta, che cosa è necessità e che cosa libertà.

La similitudine serve per spiegare i destini dei personaggi del quartetto (Eduard, Ottilie, Charlotte, il capitano), quindi la sua interpretazione resta sul piano particolare. Ma è detto esplicitamente che la similitudine vale ancora più per le masse, che in base a essa si potrebbero spiegare i rapporti della nobiltà col terzo stato, dei militari con i civili, l’esercizio delle professioni; in breve, le classi sociali:

La maggiore somiglianza con questi esseri inanimati [= con gli elementi chimici] l’hanno le masse che si contrappongono nel mondo, i ceti, le professioni, la nobiltà e il terso stato, il militare e il civile.
Die meiste Ähnlichkeit jedoch mit diesen seelenlosen Wesen haben die Massen, die in der Welt sich einander gegenüberstellen, die Stände, die Berufbestimmungen, der Adel und der dritte Stand, der Soldat und der Zivilist. (I, 4, p. 302).

Una teoria generale non viene sviluppata, è vero. Ma la generalizzazione sembra il destino vero di questa similitudine: i rapporti fra le classi stanno cambiando radicalmente. E, per di più, a gran velocità: ogni cinque anni, si lamenta Eduard, occorre imparare tutto daccapo, perché lo sviluppo della scienza ha assunto ritmi troppo veloci (I, 4, p. 300). E la storia anche, Napoleone aiutando.

Il caso dell’aspirante marito di Ottilie, futuro direttore di collegio femminile, è esemplare e ci dice quanto sia diversa la costellazione delle Affinità elettive, che pure conserva tutti gli elementi della Nouvelle Héloïse. Quell’istanza di matrimonio, come già detto, viene presa sul serio. Non andrà in porto perché Ottilie ama un altro, ma non sarà quella richiesta a provocare la tragedia. Invece era proprio nella differenza di classe l’inizio dei guai per Saint-Preux e Julie; lui è un precettore (posizione analoga a quella dell’assistente al collegio, il Gehülfe nelle future Affinità elettive) e come osa «un pincopallino senza fissa dimora e ridotto a vivere di elemosine […] anche solo pensare che l’ultima rampolla di una famiglia illustre vada a spegnere o a degradare il suo nome (un Quidam sans azile et réduit à vivre d’aumônes» «seulement penser que le dernier rejetton d’une famille illustre aille éteindre ou dégrader son nom)» fino a lui? esclama il padre di Julie (I, 62, p. 169). Ne consegue l’obbligo di separazione fra i due, l’allontanamento e via dicendo. Prima d’allora: amori furtivi. La costellazione è cambiata. Nella Nouvelle Héloïse c’era bisogno di disquisire su nobiltà di nascita e nobiltà di merito con lunghi discorsi (ma si sa che in quel romanzo tutti i discorsi sono lunghi); nelle Affinità elettive ci ha pensato «die Denkart der Zeit» a renderli superati.

Entrambi, Saint-Preux così come il Gehülfe, disquisiscono di pedagogia, il primo anticipando l’Émile (lettere I, 12 e IV, 14 della Nouvelle Héloïse, pp. 56-61 e 506-12), l’altro, da bravo tedesco, si spinge più lontano (II, 8, pp. 453-59), arrivando fino a considerazioni di filosofia della storia, quanto mai in consonanza con i tempi, perché ne sottolineano l’incertezza (pp. 453-54). Saranno pure considerazioni filosofiche, ma, di certo, senza il minimo trionfalismo. Goethe non era né un romantico né era Hegel, che da poco (1807) aveva pubblicato la Fenomenologia dello spirito.

Un significativo gesto del Gehülfe ispira alla recettiva Ottilie un’osservazione che si conclude con le seguenti parole:

Un maestro che sia capace di risvegliare in noi del sentimento solo per un gesto di bontà o per una bella poesia, fa assai più di un altro che ci proponga sterminate classificazioni di esseri secondo forme e nomi, perché il risultato di tutto questo è farci conoscere quanto già sapevamo assai bene: che l’immagine dell’uomo è la sola ad avere una somiglianza, e in modo degnissimo, con quella di Dio. Ognuno resti pur libero di occuparsi di quel che lo attrae, gli da gioia, gli pare utile; ma il vero e proprio studio dell’umanità è l’uomo stesso.
Ein Lehrer, der das Gefühl an einer einzigen guten Tat, an einem einzigen guten Gedicht erwecken kann, leistet mehr als einer, der uns ganze Reihen untergeordneter Naturbildungen der Gestalt und dem Namen nach überliefert; denn das ganze Resultat davon ist, was wir ohnedies wissen können, daß das Menschengebild am vorzüglichsten und einzigsten das Gleichnis der Gottheit an sich trägt. Dem einzelnen bleibe die Freiheit, sich mit dem zu beschäftigen, was ihn anzieht, was ihm Freude macht, was ihm nützlich deucht; aber das eigentliche Studium der Menschheit ist der Mensch. (II, 7, Aus Ottiliens Tagebuche, pp. 452-53)

I commentatori notano che l’ultima frase traduce un verso di Alexander Pope dallo Essay on Man (1732-44), a quei tempi spesso citato (II, 2):

Lo studio vero dell’umanità è l’uomo. (The proper study of mankind is Man)

È verissimo. Peccato omettano di dire che fra chi cita Pope c’è anche il Rousseau della Nouvelle Héloïse (il quale a Pope deve perfino il titolo del romanzo) e che la somiglianza del luogo di Ottilie con quello analogo di Rousseau merita una considerazione non sbrigativa. Rousseau combina tre diversi luoghi della stessa epistola da cui proviene quel verso famoso e li riassume stravolgendoli. Pope parla dell’equilibrio nella vita umana, in cui diversi affetti ed esperienze si bilanciano.

Scrive Pope, in due luoghi della stessa epistola da cui è tratto il verso citato:

Amore, speranza e gioia, ridenti compagni di un giusto piacere.
Odio, paura e tristezza, legati al dolore,
mescolati con sapienza e nei loro giusti limiti
fanno e mantengono l’equilibrio della mente;
luci e ombre, il cui armonizzato conflitto
costituisce tutta la forza e il colore della nostra vita.
Love, Hope, and Joy, fair Pleasure’s smiling train,
Hate, Fear, and Grief, the family of Pain,
These mix’d with art, and to due bounds confin’d,
Make and maintain the balance of the mind;
The lights und shades, whose well-accorded strife
Gives all the strenght and colour of our life.

Quale che sia la conoscenza della passione, la fama o la ricchezza,
nessuno cambierà il vicino con se stesso.
Il dotto è felice di espolare la natura,

lo sciocco è felice di non sapere di più;
il ricco è felice in mezzo alle sue ricchezze,
il povero si consola coltivandosi il cielo,

il mendicante cieco lo si vede danzare, lo storpio cantare,
lo stolto è un eroe, il re è lunatico,

l’affamato alchinista è beato alla prospettiva dell’oro,
il poeta nel contemplare la musa.
Whate’er the passion-knowledge, fame or pelf–
Not one will change his neighbour with himself.
The learn’d is happy Natur to explore,
The fool is happy that he knows no more;
The rich is happy in the plenty giv’n,
The poor contents him with the care of Heav’n.
See the blind beggar dance, the cripple sing,
The sot a hero, lunatic a king,
The starving chymist in his golden views
Supremely bless’d, the poet in his Muse.

(II, 261-70)

Rousseau ne fa tutta un’altra cosa, servendosi di Pope come esempio per criticare una tendenza dell’Opéra di Parigi:

certamente Pope ha voluto definire questo bizzarro teatro indicando quello in cui dice che vi si vedono alla rinfusa dèi e bricconi, mostri, re, pastori, fate, furore, gioia, un fuoco, una giga, una battaglia e un ballo.
et sûrement Pope a voulu désigner ce bizarre théâtre par celui où il dit qu’on voit pele- mele des Dieux, des lutins, des monstres, des Rois, des bergers, des fées, de la fureur, de la joie, un feu, une gigue, una bataille et un bal. (II, 23, p. 281)

La riflessione che Goethe attribuisce a Ottilie si colloca sulla linea di Rousseau, la approfondisce, la integra, la porta un decisivo passo avanti verso la concettualizzazione. Ma è indubbiamente su quella linea. È possibile che Goethe sia risalito al testo di Pope, ma di certo ha tenuto presente la stravolgente sintesi che ne aveva fatto Rousseau. Sembra anzi che voglia rimettere le cose più o meno a posto, recedendo da quel disinvolto estremismo verso una sintesi autonoma, non pedissequa e tuttavia meno restia a un’armonizzazione con l’originale.

A costo di ridicolizzare me stesso identificandomi coi modi noiosi e vanesi del filologo, tutto contento d’aver trovato una fonte in più, un indizio in più, una citazione in più, insisto su questi particolari perché voglio risulti chiaro in quale stretto rapporto con la Nouvelle Héloïse Goethe abbia posto le sue Affinità elettive. Per questa via egli traeva il bilancio di un’epoca storica, dai tentativi di riforma dell’ancien régime ai suoi tempi; un bilancio che non invogliava all’allegria. E varrebbe la pena verificare se non valga lo stesso per le idee pedagogiche. Saint-Preux abbozza un piano di studi, il Gehülfe (nella postilla in I, 3, pp. 294-95 e poi II, 8, pp. 453-54) mette l’accento sulla sistematicità e la connessione. D’altra parte è stato Saint-Preux stesso a impartire a Julie una lezione di fisica da cui costei ricava il concetto di coesione, che in Goethe si chiamerà affinità elettiva. Scrive Julie:

Le nostre anime si sono, per così dire, toccate in tutti i punti e abbiamo sentito dovunque la stessa coerenza. (Correggetemi, amico mio, se applico male le vostre lezioni di fisica.) La sorte potrà anche separarci, mai però disgiungerci. Noi avremo soltanto gli stessi piaceri piaceri e le stesse pene; e come gli amanti di cui mi parlavate, dei quali si dice che facciano gli stessi movimenti in luoghi diversi, noi sentiremo le stesse cose alle due estremità del mondo.
Nos âmes se sont pour ainsi dire touchées par tous les points, et nous avons par tout senti la même cohérence. (Corrigez-moi, mon ami, si j’applique mal vos leçons de physique.) Le sort pourra bien nous séparer, mais non pas nous désunir. Nous n’aurons plus que les mêmes plaisirs et les mêmes peines; et comme ces aimans dont vous me parliez, qui ont, dit-on, les mêmes mouvemens en différens lieux, nous sentirions les mêmes choses aux deux extrémités du monde. (I, 11, p. 55)

Goethe ne fa un’altra cosa (I, IV, pp. 301-07), aiutato sia da libri di chimica sia da loro antropomorfizzazioni, da tempo individuate dagli studiosi. Agli sviluppi di Goethe contribuì certamente la scienza; ma egli la utilizza per continuare quelle considerazioni su destino e libertà, necessità e caso di cui dà testimonianza già il primo Wilhelm Meister. Mefistofele, a sua volta, ne aveva dato un brusco riassunto:

«Credi di spingere tu e invece spingono te» (Du glaubst zu schieben, und du wirst geschoben.) (Faust, I, 4117).

Nelle Affinità elettive tutto questo si complica perché viene meno l’equilibrio mostrato nel Wilhelm Meister: qui si parlava di una vita che esiste parimenti per necessità e per caso, lì la capacità di scegliere è semplicemente assente. Non che non vengano fatte scelte: Ottilie, Eduard, Charlotte, a loro modo scelgono tutti. Ma, a parte le disastrose conseguenze di ogni scelta, nessuno sa fino a che punto stia realmente scegliendo o stia invece seguendo qualche tendenza – dell’epoca, della sua personale condizione e via dicendo – di cui non si rende ben conto. Nei colloqui tra il Gehülfe e Charlotte (II, 7 e 8, pp. 441-59) ciò viene detto in termini neanche tanto velati. Rispetto a Rousseau, la costellazione è un’altra. E anche l’afflato è un altro. Con tutte le condanne che impartisce a destra e a manca, Rousseau è un ottimista perché ritiene di sapere esattamente quel che è giusto, vero e bello. Nelle Affinità elettive Goethe non distribuisce pari e così numerose certezze; al contrario, ammassa dubbi e problemi. Tanti, che noi critici seguitiamo ad accapigliarci su che cosa abbia voluto effettivamente dire.

Nemmeno una parola, invece, che suoni come una qualche utopia; niente di niente, nemmeno per criticare Rousseau. Se proprio vogliamo trovare qualcosa che possa essere confrontato con quel falansterio, possiamo considerare il collegio di cui è stata ospite Ottilie. Non sono per nulla sicuro che sia legittimo un tale confronto, ma di certo non esiste nelle Affinità elettive alcuna altra istituzione globale. Questa, comunque, ne esce assai male (col che Goethe si inseriva nella lunga tradizione tedesca che parla male della scuola): lì dentro contano solo le capacità professionali o almeno le abilità scolastiche, che Ottilie non ha, niente invece i sentimenti personali. Siamo talmente lontani dal falansterio che il confronto, ripeto, forse non è nemmeno legittimo.

Rousseau fa morire Julie per un malanno contratto nel salvare il figlio che sta per annegare. Goethe fa morire per annegamento il figlio della (chiamiamola così) colpa, per una sbadataggine di Ottilie. Un figlio della colpa, ricordiamolo, rischiava di esserci anche nella Nouvelle Héloïse: Julie è rimasta incinta di Saint-Preux, però ha perso il figlio.

Si vede dunque quale rivolgimento abbia operato Goethe se confrontato col suo testo di riferimento: Julie muore per eroismo, ma anche opportunamente, perché teme di ricadere nella colpa. Il figlio di Charlotte muore attraverso chi è stata l’occasione degli stravolgimenti nella vita di Eduard e di Charlotte stessa. I due figli di Julie, quello legittimo, quasi annegato, e quello (perduto) della colpa, vengono così fusi in uno solo.

Anche Ottilie muore, facendo pagar cara a Eduard la sua cocciutaggine e pagando lei stessa per esser voluta andare oltre i propri limiti. E muore da santa, anzi di lei si dice che fa perfino un miracolo. La cameriera Nanny, coinvolta nella morte di Ottilie e caduta dalla soffitta al passaggio del corteo funebre, racconta «che Ottilie si è sollevata, l’ha benedetta, le ha perdonato, tranquillizzandola per sempre (wie Ottilie sich aufgerichtet, sie gesegnet, ihr verziehen und sie dadurch für immer beruhigt habe.» (II, 18, p. 526).

Un “prodige” l’aveva già fatto Julie. Un vecchio domestico rende omaggio alla morta con molte espressioni di lamento.

In mezzo alle esclamazioni che gli strappavano lo zelo e il cuore, con gli occhi sempre incollati su quel viso, credette di percepire un movimento: la sua immaginazione ne è colpita; vede Julie volgere gli occhi, guardarlo, fargli un cenno del capo. D’impeto s’alza e corre per tutta la casa, gridando che la signora non è morta, che l’ha riconosciuto, ne è sicuro, e che la signora si riprenderà. Non occorse altro; tutti accorrono, i vicini, i poveri, che facevano echeggiare l’aria dei loro lamenti, tutti gridano: «Non è morta!» La voce si sparge e cresce: il popolo, amico del meraviglioso, si presta avidamente alla notizia; la si crede perché la si desidera; ciascuno cerca di essere contento, sostenendo la credulità comune. Ben presto la defunta non aveva semplicemente fatto un cenno, si era mossa, aveva parlato e c’erano venti testimoni oculari di fatti circostanziati, mai verificatisi.
Au milieu des exclamations que lui arrachoient son zele et son coeur, les yeux toujour collés sur ce visage, il crut apercevoir un mouvement: son imagination se frape; il voit Julie tourner les yeux, le regarder, lui faire un signe de tête. Il se lève avec transport et court par toute la maison en criant que Madame n’est pas morte, qu’elle l’a reconnu, qu’il en est sûr, qu’elle en reviendra. Il n’en falut pas davantage; tout le monde accourt, les voisins, les pauvres, qui faisoient retentir l’air de leurs lamentations, tous s’écrient: rlle n’est pas morte! Le bruit s’en répand et s’augmente: le peuple, ami du merveilleux, se prête avidement à la nouvelle; on la croit comme on la désire; chacun cherche à se faire fête en apuyant la crédulité commune. Bientôt la défunte n’avoit pas seulement fait signe, elle avait agi, elle avait parlé, et il y avoit vingt témoins oculaires de faits circonstanciés qui n’arrivèrent jamais. (VI, 11, p. 736)

Goethe trasforma tutto questo: il miracolo è fortemente creduto sia da Nanny sia da molti altri; infatti «Ogni bisogno il cui effettivo soddisfacimento è negato, costringe alla fede (Jedes Bedürfnis, dessen wirkliche Befriedigung versagt ist, nötigt zum Glauben.)» (II, 18, p. 527). E così cominciano i pellegrinaggi alla tomba di Ottilie. Il «prodige» di Julie era durato poco. In compenso nella NouvelleHéloïse si era disquisito di suicidio – senza che ce ne sia uno – molto più che nelle Affinità elettive, dove lo sconsolato Eduard conclude così il quasi nulla che se ne dice, ma che in compenso Ottilie esegue: «ci vuole genio per tutte le cose, anche per fare i martiri (es gehört Genie zu allem, auch zum Märtyrertum.)» (II, 18, 528).

Si può dire che Eduard sia morto a tempo. Nel 1810, cioè poco dopo la pubblicazione del romanzo, in Prussia venne abolita la servitù della gleba. I latifondi subirono un processo di smembramento, vendite, riacquisti. La manodopera si trasformò. Le riforme prussiane ebbero conseguenze su tutta la Germania; con esse la Germania iniziava un cammino che in meno di un secolo l’avrebbe trasformata radicalmente. Che fine avrebbe fatto un Eduard vivo? Di Charlotte si sa: si dedica alla rinuncia (I, 12, p. 358), così cara al tardo Goethe. Ma di certo nel 1808-09, mancando il dono della profezia e dunque non sapendo che pesci pigliare, la via della rinuncia poteva perfino apparire d’una certa saggezza.

Rousseau aveva voluto insegnare la virtù, o almeno così diceva e così ripetevano i lettori, i quali asserivano addirittura d’averla imparata. Di fatto, il suo romanzo contribuiva potentemente a una nuova sensiblerie. La virtù, lasciamola stare: Rousseau voleva far illustrare il romanzo da François Boucher, un pittore che con la virtù c’entrava poco. Goethe pare non si sia proposto d’insegnare niente ma di far dubitare molto. Dopo i tentativi di riforme, dopo la rivoluzione e in mezzo ai trionfi di Napoleone, Goethe sembra presentare il conto a Rousseau: la storia non offre certezze, non offre direzioni chiare e distinte. Hegel, lo ripeto, aveva appena pubblicato la Fenomenologia, nella quale tutto si componeva in un disegno sensato; una ventina d’anni più tardi riassunse tutto ciò nella formula “tutto ciò che è reale, è razionale”. A Goethe i conti non sembrano tornare e induce noi lettori di oggi a porci la domanda: sia pure, ma come la mettiamo con i lutti e le macerie della storia? I suoi lettori di allora rimasero sconcertati da questo romanzo. Volevano la nuova sensiblerie di un Werther rinnovato (o forse no, forse soltanto ripetuto). Invece si trovarono con in mano una serie di non-certezze.

***

Note:
Le affinità elettive sono citate dalla seguente edizione: Johann Wolfgang Goethe, Die Leiden des jungen Werthers, Die Wahlverwandtschaften, Kleine Prosa, Epen, in Zusammenarbeit mit Christoph Brecht herausgegeben von Waltraut Wiethölter, in Johann Wolfgang Goethe, Sämtliche Werke, Briefe, Tagebücher und Gespräche, vierzig Bände, herausgegeben von Friedmar Apel (e altri), I Abteilung: Sämtliche Werke, Band 8, Deutscher Klassiker Verlag, Frankfurt am Main 1994. I rinvii avvengono indicando la parte, il capitolo e la pagina.

Nell’edizione detta si trovano anche rimandi, incredibilmente restii, a La nouvelle Héloïse:

  • P. 991: So hat man vor nicht allzulanger Zeit auf die Tradition unterhaltsam aufgemachter chemischer Dialoge […] hingewiesen, die, nachdem sie zum Beispiel schon Rousseaus Nouvelle Héloïse als Argumentationsstütze gedient haben […]
  • P. 1950 (commento a II, 13, ultime 3 righe: «Auch wendet sie sich … nach den Platanen») Das zentrale Motiv des tödlichen Umfalls am Wasser findet sich im übrigen [oltre che nel Godwi di Brentano] schon in Rousseaus Nouvelle Héloïse; dort zieht sich die Mutter bei der Rettung ihres Kindes eine tödliche Krankheit zu.
  • Tutto qui, senza neanche un’indicazione bibliografica.
    In Italia un cenno al problema ha fatto Giovanni Sampaolo, Critica del moderno, linguaggi dell’antico. Goethe e le Affinità elettive, Carocci, Roma 1999, p. 242 e relativa nota 86.

Il romanzo di Rousseau Julie ou La Nouvelle Héloïse. Lettres de deux amans Habitans ́une petite Ville au pied des Alpes: recueillies et publiées par J.J. Rousseau, Amsterdam (1761) è citato secondo l’edizione in Jean-Jacques Rousseau, Oeuvres complètes, II. Édition publiée sous la direction de Bernard Gagnebin et Marcel Raymond. Texte établi par Henri Coulet et annoté par Bernard Guyon. Gallimard, paris 1964, Editions de la Pléiade, pp. 1-745. I rinvii avvengono indicando la parte, la lettera e la pagina.

Sulle reazioni dei lettori v. Robert Darnton, Il grando massacro dei gatti e altri episodi della storia culturale francese. A cura di Renato Pasta, Adelphi, Milano 1988, pp. 267-32.

Alexander Pope, An Essay on Man
First published as separately issued copies of the epistles: London (J. Wilford) 1733-1734. First Edition of all four parts as a single poem: London (L. Gilliver) 1734. In:

Alexander Pope: Poetical Works, edited by Herbert Davis, London: Oxford University Press, 1966.

Per gli avvenimenti storici nel romanzo di Goethe v. Stuart Atkins, Die Wahlverwandtschaften. Novel of German Classicism, in “The German Quarterly” 53 (1980), 1, pp. 1-45

Sulle riforme nella Germania dell’epoca v. Thomas Nipperdey, Deutsche Geschichte. 1880- 1866: Bürgerwelt und starker Staat, Beck, München 1998 (19831), pp. 31-82.

FONTE: https://www.associazioneitalianagermanistica.it/docs/rivista_aig/baig3/Affinita%20elettive.pdf

Pubblicato da Verdiana Siddi per ComeDonChisciotte.org

ISCRIVETEVI AI NOSTRI CANALI
CANALE YOUTUBE: https://www.youtube.com/@ComeDonChisciotte2003
CANALE RUMBLE: https://rumble.com/user/comedonchisciotte
CANALE ODYSEE: https://odysee.com/@ComeDonChisciotte2003

CANALI UFFICIALI TELEGRAM:
Principale - https://t.me/comedonchisciotteorg
Notizie - https://t.me/comedonchisciotte_notizie
Salute - https://t.me/CDCPiuSalute
Video - https://t.me/comedonchisciotte_video

CANALE UFFICIALE WHATSAPP:
Principale - ComeDonChisciotte.org

Notifica di
10 Commenti
vecchi
nuovi più votati
Inline Feedbacks
View all comments
10
0
È il momento di condividere le tue opinionix