LA SPECTRE HA DECISO: PER BERLUSCONI PRONTO IL TRATTAMENTO BLOFELD

LA SPECTRE HA DECISO: PER BERLUSCONI PRONTO IL TRATTAMENTO BLOFELD

DI ANDREA CARANCINI

andreacarancini.blogspot.com


Da tempo si dice che Berlusconi rischia di fare la fine di Craxi, o di subire il “trattamento Andreotti”, ma forse si tratta di previsioni errate per difetto. Forse Berlusconi rischia di fare addirittura la fine di un Milosevic o di un Saddam. Colpirne uno (di capo di governo) per educarne cento: questa l’aria che tira in Italia, la sempiterna “Bulgaria della Nato”

Questo progetto criminoso è oggettivamente favorito da un errore di percezione tanto diffuso quanto fuorviante: quello di considerare il premier l’uomo forte del conflitto in corso. Il satrapo, il capomafia, il tiranno da abbattere a ogni costo. La “gente” continua a non capire che Berlusconi, in realtà, è più debole dei suoi nemici, e che sta per soccombere. E questo nonostante la modestia dei suoi avversari dichiarati: di personaggi come Fini, Bersani, o Casini, che da soli non sarebbero certo in grado di impensierirlo. Nani, che però sembrano giganti perché a indebolire il presidente del Consiglio c’è la Spectre. Quella evocata dall’ex portavoce della Marcegaglia nei suoi colloqui con Porro. Quella vera, quella degli Stati Uniti d'America, che non è certo meno cattiva di quella dei film di 007.

Ve lo ricordate Blofeld? Ernst Stavro Blofeld, il capo che con pugno di ferro impartiva ai propri sottoposti le direttive dell’Organizzazione: terrorismo, ricatto, estorsione! Nella realtà, quelle direttive corrispondono tuttora alle linee-guida della politica estera americana. Certo, oggi metterle in pratica è un po’ più complicato rispetto a qualche anno fa: le crescenti difficoltà dell’Impero sono sotto gli occhi di tutti. Ma in un paese come l’Italia, segnato dal particolare servilismo della propria classe dirigente, chi fa il riottoso, chi sgarra, come Berlusconi, ancora oggi rischia di fare un brutta fine. Bruttissima.

Quelli che odiano Berlusconi per il “trattamento Boffo” – che in realtà poi è il “trattamento Feltri” – provino a considerare che sul capo di Berlusconi pende qualcosa di molto peggio. Qualcosa, appunto, come il trattamento Blofeld: pulsante, botola, piscina con i piranha. E Blofeld, a quanto pare, ha deciso. Perché? Perché Berlusconi, tra le altre cose, ha portato l’Eni – grazie ai buoni uffici di Putin – a ottenere commesse in Turkmenistan[1], in quello che gli americani – restii ad abbandonare la loro logica imperiale - considerano il loro giardino eurasiatico.

Eccola la colpa di Berlusconi: ha fatto la pipì nel giardino del capo della Spectre.

Quindi, deve morire. Ed è, sia chiaro, l’interesse nazionale – quel minimo di interesse nazionale perseguito in questi anni - ciò che non gli si perdona, non certo i suoi affari, leciti o illeciti che siano. La storia degli ultimi tre lustri, con il famoso conflitto di interessi, perennemente evocato ma mai seriamente sanzionato, ce lo insegna.

Fai quello che ti pare ma non dispiacere agli americani. E non fare loro concorrenza. E invece Berlusconi ha esagerato. Si è messo in testa, pensate un po’, di procurare all’Italia qualche vantaggioso contratto energetico con governanti che l’ipocrisia atlantista definisce “impresentabili” – Putin, Gheddafi, Chavez. Questa davvero non poteva passare.

E ecco allora la levata di scudi dell’estate scorsa, il tentativo di tagliare le unghie al riottoso. Ricordate cosa disse in agosto il finiano Carmine Briguglio?

“Ci sono rapporti troppo stretti con Putin e Gheddafi che necessitano di un chiarimento tutto politico”[2]. Traduzione: dei tuoi affari personali con Russia e Libia non ce ne frega niente, ma devi mandare a monte gli accordi energetici sgraditi agli USA.

L’ultimo avvertimento – trasversale – è stato quello del Corriere della Sera[3]:

“Nessuna decisione definitiva è stata invece ancora assunta sulla partecipazione a South Stream, tanto meno se ne è fissata la quota”.

Ma Berlusconi, a quanto pare, non se l'è sentita di rimangiarsi tutto, ed ecco pronta la soluzione finale: qualcuno prospetta per Berlusconi un’”uscita morbida”? Ormai non basta più. Sentite cosa ha dichiarato sabato scorso a il Fatto Quotidiano (p. 5), il deputato UDC Roberto Rao:

“Se Berlusconi accettasse di ragionare e di fare un passo indietro si potrebbe di certo pensare a un salvacondotto per lui”. “Però”, chiosa l’articolista, [Rao] “va oltre: “A questo punto il problema non sono solo i suoi problemi giudiziari e il conflitto di interessi ma anche le relazioni che ha intrattenuto in questi anni. Come con Putin o Gheddafi”.

Traduzione: ti avevamo avvertito ma non ci hai dato retta; ormai rimane solo la piscina coi piranha.

Come non pensare, leggendo dichiarazioni come queste, al prof. La Grassa, quando definisce la politica italiana attuale “una guerra per bande”? Detto questo, non si può non rilevare come Berlusconi sia, almeno in parte, corresponsabile del proprio destino: è anche la sua perdurante assenza di iniziativa politica che lo condanna. L’ultimo sprazzo di lucidità risale all’anno scorso, quando pensò, saggiamente, di mandare a casa Cefis-Tremonti[4] - l’uomo degli americani, quello che non solo lo ha commissariato, con la politica del “rigore”, ma anche squalificato di fronte al paese, con la politica dei tagli – salvo poi fare marcia indietro di fronte alla levata di scudi di Bossi.

A chi ancora dubita del vero ruolo di Tremonti, consiglio di leggere le considerazioni di Miguel Martinez sull’Aspen Institute - di cui il ministro dell’Economia è tuttora presidente - e su altri consimili laboratori del dominio:

“…Organismi come l'Aspen, o l'Acton Institute, sono veramente importanti, ma sono un ingranaggio fondamentale di un enorme sistema sociale. Sono un'emanazione dei miliardari che li finanziano, e a loro volta permettono ai miliardari riuniti insieme di dettare la linea alle istituzioni dello stato, ai media, al mondo militare, alla culturale, alla cosiddetta "opinione pubblica”. E di farlo con qualunque governo ci sia al potere. Che scegliamo Gianni Letta o Enrico Letta, ci troveremo sempre qualcuno del giro dell'Aspen. Un altro punto interessante è che tutti i laboratori del dominio, in Italia, fanno riferimento agli Stati Uniti, che si tratti di laboratori transnazionali come la Aspen o di laboratori indigeni, ma filoamericani, come la Fondazione Liberal. Gianni Letta ed Enrico Letta hanno uno spazio enorme in Italia, ma rendono sempre conto agli Stati Uniti. Come Fassino e l'Annunziata”[5].

Il testo di Martinez è di qualche anno fa ma la sua analisi è ancora attuale: a parte Gianni Letta che, mi sembra, in questi anni si è un po’ sganciato (se non altro perché, come sottosegretario con delega ai servizi segreti, non ha perm
esso finora particolari “deviazioni” di questi ultimi) il mestiere dei politici italiani è sempre quello di fare gli interessi dello Zio Sam.

A cominciare, appunto, dal protetto di Bossi che, quando taglia l’istruzione, la ricerca e la cultura non lo fa per miopia ma a ragion veduta, con il duplice scopo di sabotare il premier e di favorire, anche da un punto di vista precipuamente commerciale, gli Stati Uniti (i ricercatori che non trovano spazio nel nostro paese sono costretti ad andare in America). Ecco perché si parla così tanto di lui come “traghettatore” del dopo Berlusconi (persino, si vocifera, dal Vaticano!).

Non c’è che dire: qui da noi, non è solo l’opposizione ad essere “la più stracciacula della storia dell’umanità” (definizione di Marco Travaglio), ma la classe dirigente tutta, a cominciare dagli “intellettuali”. Cos’è infatti, per dirne una, quel “Manifesto di Ottobre”[6] firmato giorni fa da alcuni note firme dell’intellighenzia a sostegno di Gianfranco Fini se non l’ennesima manifestazione, tristissima e decrepita, dello sport preferito dagli italiani, e cioè quello di correre in soccorso del vincitore?

Insomma, se Berlusconi verrà fatto fuori, ciò sarà non per aver fatto il male dell’Italia ma per non averlo fatto abbastanza. Che paese di merda!


Andrea Carancini

Fonte: http://andreacarancini.blogspot.com

Link: http://andreacarancini.blogspot.com/2010/11/la-spectre-ha-deciso-per-berlusconi.html

15.11.2010

[1] http://estjournal.wordpress.com/2010/09/23/turkmenistan-loro-azzurro-che-piace-alleni-alla-faccia-della-democrazia/
[2] http://www.atuttadestra.net/index.php?tag=briguglio&paged=2
[3] http://archiviostorico.corriere.it/2010/ottobre/11/Misteri_Southstream_Cda_Eni_Scadenza_co_9_101011028.shtml
[4] http://www.repubblica.it/2009/10/sezioni/politica/slitta-consiglio-dei-ministri/berlusconi-diktat/berlusconi-diktat.html
[5] http://www.kelebekler.com/occ/vaticano3.htm
[6] http://www.ilgiornale.it/interni/ecco_manifesto_futurista_firmato_ideologi_marxisti/26-10-2010/articolo-id=482734-page=0-comments=1

Commenti (45)

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    1. terzaposizione 16 novembre 2010

      Berlusconi come Mattei? ma per favore non ha fatto una mazza per risolvere i problemi principali,fa affari privati con leaders esteri,ha rinnegato l'ENI e Finmeccanica in Israele per pararsi il culo,ENI e Finmeccanica sono da decenni che fanno una Politica Estera autonoma e lasciano le buffonate ai vari frattini che si succedono.Berlusconi ha rotto pesantemente i cogl...i con le sue barzelette e promesse da venditore di pentole, dopo 7anni e mezzo si è dimostrato inutile ed inadeguato,quindi tocca ad farci il bunga-bunga.

    1. luigiza 16 novembre 2010

      Eccola la colpa di Berlusconi: ha fatto la pipì nel giardino del capo della Spectre.
      Possiblile, ma é anche vero che in più di 15 anni ha riempito di popò l'Italia intera.
      Eppure aveva tutti i numeri in parlamento e ampio supporto da parte della popolazione per fare ciò che promise a parole a partire dal 1994.
      Epilogo inevitabile é ormai quello che lo aspetta.

    1. vainart 16 novembre 2010

      Credo si sopravvaluti un pò troppo l'america, come sempre! Ormai è una potenza in declino certo la nostra classe politica appartiene alla vecchia stirpe assoggettata a l'impero ma prima o poi se ne andranno... la natura avrà il suo corso.

    1. Tonguessy 16 novembre 2010

      La “gente” continua a non capire che Berlusconi, in realtà, è più debole dei suoi nemici


      Cosa non si inventerebbero i berluscones.
      Il “trattamento Feltri” fa riferimento alla presunta aggressione?

      Articolo ILLEGIBILE.

    1. Tao 15 novembre 2010

      SILVIO B. NELLE CAMERE ARDENTI: PER UN’ASSEMBLEA COSTITUENTE, FEDERALE E FEDERANTE

      DI MARCO DELLA LUNA

      marcodellaluna.info

      Col Porcellum e con il “tradimento” futurista, l’establishment italiano ha creato una trappola da cui rischia fortemente di non poter uscire senza una violazione conclamata delle regole fondamentali di legittimità costituzionale e democratica. La partitocrazia, la classe politica, è degenerata al punto che non riesce più non solo a tenere a galla il sistema-paese, o a far sparire le immondizie di Napoli, ma nemmeno a mantenere la finzione di legalità.



      La Costituzione non contiene una procedura per le crisi di governo. Poco si ricava dagli articoli 88, 1° comma («Il Presidente della Repubblica può, sentiti i loro Presidenti, sciogliere le Camere, o anche una di esse.») e 92, 2° comma («Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei ministri»). Si aggiunge l’art. 89, in base al quale il decreto di scioglimento delle Camere, per essere valido, deve essere controfirmato dal Presidente del Consiglio dei ministri. Quindi il Presidente della Repubblica è tenuto soltanto a consultare i Presidenti delle Camere. Per il resto è libero: può rimandare il Presidente del Consiglio dei ministri avanti alle Camere per un nuovo voto di fiducia, può nominare un altro e mandare questo davanti alla Camere.

      Può sciogliere ambedue le Camere o una sola a sua discrezione, tranne che, in ogni caso, il decreto di scioglimento è efficace solo se controfirmato dal Presidente del Consiglio dei ministri. Se però questi si oppone e non firma, il Presidente della Repubblica può nominare un altro Presidente del Consiglio dei ministri e farsi controfirmare il decreto di scioglimento da lui. Quindi, se B. rifiutasse la controfirma, N. nominerebbe un suo fido al suo posto, che, incassata la sfiducia delle Camere, controfirmerebbe lo scioglimento e poi gestirebbe le elezioni. Però N. potrebbe nominare il suo fido in ogni caso, al fine che a gestire le elezioni sia quest’ultimo, e non B. Chi gestirà le elezioni gestirà anche molte opportunità di influenzare il risultato mediante le irregolarità che abbiamo già visto regolarmente all’opera nelle operazioni elettorali. Quindi ciò, in una situazione di sostanziale parità, può far vincere l’una o l’altra fazione politica.

      Dall’altra parte abbiamo una legge elettorale che fa scegliere al popolo non solo la coalizione che vince, ma anche il “capo” di questa coalizione. Non il “capo del governo”, ma il capo dello schieramento che esprime il capo del governo. Questa dizione fu imposta da Ciampi per impedire che si togliesse formalmente al Presidente della Repubblica la facoltà di scegliere discrezionalmente il capo del governo (art. 88). Però il popolo, oramai, quando vota per una coalizione e per il suo capo, percepisce di eleggere il capo del governo, non soltanto il capo della maggioranza. Percepisce che sta esercitando la sua sovranità politica e democratica, che è il principio fondamentale della Repubblica (art. 1 Cost.). N. si arrischierà a togliere questo potere dalle mani del popolo, nominando un nuovo capo del governo senza passare per le urne? Si arrischierà a metter su un governo dei vinti (di coloro che non hanno avuto il voto democratico) per cambiare la legge elettorale, ossia le regole del gioco? Il principio sostanziale della scelta popolare del capo del governo esprime direttamente la volontà popolare e democratica, quindi eluderlo mettendo su un governo dei non eletti dal popolo sarebbe un vero e proprio colpo di stato sostanziale, che delegittimerebbe – rispetto al principio democratico, sia pur non rispetto alla Costituzione formale – lo stesso N., dando a B. un’irresistibile arma contro di lui e i partiti da lui coalizzati.

      Per converso, sciogliere le direttamente camere e andare ad elezioni anticipate, sebbene vi possa essere una maggioranza alternativa, sarebbe legittimo secondo la lettera della Costituzione, ma contrario alla consolidata prassi applicativa della medesima, secondo cui il Presidente della Repubblica cerca in parlamento nuove possibili maggioranze, prima di scioglierlo. Inoltre, i sondaggi prevedono che, da elezioni anticipate con l’attuale legge elettorale, non sortirebbe una maggioranza parlamentare. Quindi questo sarebbe un vicolo cieco che produrrebbe una situazione assai nociva e pericolosa per il paese.



      Sciogliere sola la Camera bassa, dato che è solo in questa che B. non ha o non avrà la fiducia, è opzione giuridicamente possibile, ma è improbabile che venga adottata, anche perché non è affatto certo, in base ai sondaggi, che dalle urne uscirebbe una Camera con una maggioranza effettiva e omogenea a quella del Senato..

      Tirando le somme, non vi è una possibilità di soluzione dell’attuale crisi politico-costituzionale che rispetti insieme la Costituzione formale e il principio fondamentale della medesima.

      Come uscire da questo vicolo cieco in modo non palesemente illegittimo e golpistico?



      B. ha escluso l’accoglimento del Diktat di Fini (dimissioni di B. e nuovo governo con programma gradito a Fini); ma forse, secondo qualcuno, in cambio di una sistemazione dei suoi problemi giudiziari, B. potrebbe accondiscendere.



      Una seconda via d’uscita sarebbe la morte di B, spontanea o no; oppure il suo arresto, o la sua fuga all’estero per sottrarsi all’arresto; o la sua rinuncia alla politica in cambio della fine della sua persecuzione giudiziaria: ciascuno di questi fatti potrebbe consentire una maggioranza definita in esito ad elezioni anticipate.



      Una terza via d’uscita sarebbe la prosecuzione fino a termine dell’attuale governo, fra tre anni, quando le elezioni potrebbero fruttare una maggioranza funzionante.



      Una quarta possibilità sarebbe che la Corte Costituzionale dichiarasse l’incostituzionalità dell’attuale legge elettorale nella parte in cui consente ai segretari dei partiti politici di nominare i parlamentari (in barba alla sovranità popolare – art. 1 Cost.) e al contempo li sottopone a un vincolo di mandato (in barba all’art. 67 Cost.). In tal modo la corte non solo imporrebbe al governo e al Parlamento di mutare la legge elettorale, ma detterebbe anche i principi della riforma, così da superare la diversità di indirizzi tra le forze politiche in questa materia. Inoltre, dato che la sentenza della Consulta affermerebbe l’illegittimità costituzionale delle ultime elezioni, imporrebbe di sciogliere subito le Camere e di andare al voto per avere un Parlamento costituzionalmente legittimo. Modificare la legge elettorale senza un siffatto intervento della Corte Costituzionale non pare una via percorribile: i partiti hanno progetti molto diversi, sicché un accordo per la riforma sarebbe improbabile; e una riforma formulata al fine di trombare B. sarebbe un golpe e come tale riconoscibile; ma soprattutto un sistema elettorale proporzionale e in ogni caso che togliesse il principio che è il popolo a scegliere premier e maggioranza porterebbe, oggi più che nella prima repubblica, a una situazione totalmente partitocratica e instabile. Infatti, nella prima repubblica c’era un partito egemone, la DC, che assicurava una continuità di linea politica e di composizione delle maggioranze, di cui era sempre l’asse portante, pur nella successione dei governi, che duravano mediamente 6 mesi. Ma oggi, non essendoci più un partito egemone, le maggioranze parlamentari sarebbero ancora più instabili e liquide di allora, mentre le esigenze di continuità, soprattutto in fatto di finanza pubblica, sono divenute vitali.



      Una quinta via d’uscita sarebbe un’assemblea costituente, federale e federante, eletta con metodo puramente proporzionale, e su base federale, ossia regionale, che faccia una nuova costituzione, disponendo di poteri pieni e sovrani. Ogni regione elegge una sua rappresentanza popolare. Le rappresentanze si radunano (meglio se non in Roma, o non solo in Roma) per verificare e negoziare le possibili basi di una repubblica realmente federale, ossia di uno stato centrale costituito su accordo tra le rappresentanze dei diversi popoli regionali, che ad esso conferiscono determinati poteri, ruoli e tributi, trattenendo per sé gli altri. Le varie rappresentanze potranno arrivare a un accordo costituzionale-federale in virtù del quale si stabiliscono limiti e condizioni dei trasferimenti dalle regioni produttive a quelle meno produttive. In tal modo realizzeremmo direttamente e meglio il disegno del c.d. federalismo fiscale, evitando quel fondo interregionale di solidarietà che continuerebbe il consolidato assistenzialismo. Naturalmente, l’esito di una siffatta assemblea può anche essere che non si formi un accordo tra tutte le regioni, che si prenda atto che alcune regioni hanno bisogno di un certo tipo di politica, diverso da altre, in campo economico, monetario, giudiziario, sociale; e che si pervenga alla formazione di due o più stati federali – ad esempio, una Repubblica del Nord e una del Sud.



      Marco Della Luna

      Fonte: http://marcodellaluna.info

      Link: http://marcodellaluna.info/sito/?p=344

      15.11.2010

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