La sentenza sull’estradizione di Assange è un sollievo, ma non è giustizia

Caitlin Johnstone
caityjohnstone.medium.com

Il giudice britannico Vanessa Baraitser si è pronunciata contro la richiesta di estradizione da parte degli Stati Uniti per il fondatore di WikiLeaks, Julian Assange, ma non per le ragioni che avrebbero dovuto indurla a tale decisione.

L’inquietante sentenza della Baraitser ha praticamente avallato tutte le argomentazioni presentate dal pubblico ministero americano durante il processo di estradizione, per quanto assurde e orwelliane fossero. Tra queste, la citazione di un rapporto della CNN, da tempo screditato, che sostiene, senza prove, che Assange avrebbe trasformato l’ambasciata [dell’Ecuador] in un “posto di comando” da cui avrebbe interferito nelle elezioni americane, aggiungendo che il diritto alla libertà di parola non dà a nessuno la “libera discrezione” di pubblicizzare qualsiasi documento si desideri, respingendo poi le argomentazioni della difesa secondo cui la legge britannica proibisce l’estradizione per reati politici. [La Baraister] ha anche ripetuto a pappagallo la falsa affermazione secondo cui il tentativo di Assange di proteggere la sua fonte, Chelsea Manning, mentre esfiltrava documenti a cui aveva accesso non sarebbe stato un normale comportamento giornalistico, asserendo poi che l’intelligence statunitense avrebbe avuto motivi legittimi per spiare Assange nell’ambasciata ecuadoriana, e che, in caso di estradizione, i diritti di Assange sarebbero garantiti dal sistema legale statunitense.

Nel caso Assange, il giudice ha parlato come il procuratore americano, ripetendo anche le sue affermazioni più discutibili,” ha twittato l’attivista John Rees durante il procedimento.

Alla fine, però, la Baraitser si è pronunciata contro l’estradizione. Non perché il governo degli Stati Uniti non ha alcun diritto di estradare dal Regno Unito un giornalista australiano reo di aver denunciato i suoi crimini di guerra. Non perché estradare e processare un giornalista accusandolo di spionaggio rappresenti una minaccia diretta alla libertà di stampa in tutto il mondo. Non per impedire un effetto paralizzante a livello mondiale sul giornalismo investigativo della sicurezza nazionale, quello che indaga sui comportamenti delle più grandi strutture di potere del nostro pianeta. No, la Baraitser, alla fine, si è pronunciata contro l’estradizione solo perché Assange sarebbe a rischio elevato di suicidio nel rigido sistema carcerario americano.

Assange non è ancora libero e non è fuori pericolo. Il governo degli Stati Uniti ha detto che farà ricorso in appello contro la decisione, e la Baraitser ha l’autorità legale per tenere Assange rinchiuso nella prigione di Belmarsh fino alla fine del processo di appello. Il dibattimento per un eventuale rilascio su cauzione riprenderà mercoledì e Assange rimarrà nella sua cella di Belmarsh almeno fino a quel momento. Dal momento che, nel 2012, Assange non aveva rispettato un’ordinanza di rilascio su cauzione, chiedendo asilo politico all’ambasciata ecuadoriana, è molto probabile che gli venga negata la libertà provvisoria e debba rimanere in carcere per tutta la durata del processo di appello richiesto dal governo statunitense.

The Media, Entertainment and Arts Alliance (MEAA), il sindacato australiano a cui Assange è iscritto come giornalista, ha rilasciato una dichiarazione sulla sentenza che inquadra bene la situazione.

La sentenza odierna è un enorme sollievo per Julian, la sua partner, la sua famiglia, il suo team legale e i suoi sostenitori in tutto il mondo,” ha detto il presidente federale della MEAA, Marcus Strom. “Julian ha dovuto sopportare dieci anni di calvario per aver rivelato informazioni di interesse pubblico e questo ha avuto un impatto immenso sulla sua salute mentale e fisica.

Ma siamo costernati dal fatto che il giudice, in nessuna delle sue dichiarazioni odierne, abbia mostrato anche il minimo interesse per la libertà di stampa e che, invece, abbia a tutti gli effetti accettato le argomentazioni statunitensi secondo cui i giornalisti possono essere perseguiti per aver denunciato crimini di guerra e altri segreti governativi e per aver protetto le loro fonti,” ha aggiunto Strom. “Le rivelazioni per le quali [Assange] è stato perseguito erano state pubblicate da WikiLeaks un decennio fa e avevano portato alla luce crimini di guerra e altre azioni vergognose commesse dal governo degli Stati Uniti. Erano chiaramente nell’interesse pubblico. Il caso contro Assange è sempre stato di natura politica e il suo intento è quello di limitare la libertà di parola, criminalizzare il giornalismo e inviare il chiaro messaggio ai futuri informatori e a chi pubblicherà le loro rivelazioni che anch’essi saranno puniti se oseranno sgarrare.”

In effetti, la sentenza di oggi è stata un enorme sollievo per Assange, la sua famiglia e per i suoi sostenitori in tutto il mondo. Ma non è stata giustizia.

E’ bello sapere che il tribunale ha deciso di non estradare Julian Assange, ma non mi piace il fatto che la decisione sia dovuta solo a motivi di salute mentale,” ha commentato Joana Ramiro dell’AP. “E’ un precedente piuttosto debole contro l’estradizione degli informatori e/o in difesa della stampa libera. La democrazia ha bisogno di qualcosa di meglio.”

Non è stata una vittoria per la libertà di stampa,” ha twittato il giornalista Glenn Greenwald. “Al contrario: il giudice ha chiarito di ritenere che ci sono motivi per perseguire Assange in relazione alle pubblicazioni del 2010. Si è trattato, invece, di un’accusa al sistema carcerario statunitense, follemente oppressivo quando si tratta di giudicare le ‘minacce’ alla sicurezza.

E’ positivo che la Baraitser, alla fine, si sia pronunciata contro l’estradizione, ma la sua sentenza ha anche sostenuto l’intera narrativa del governo statunitense che, in futuro, consentirebbe l’estradizione dei giornalisti ai sensi dell’Espionage Act. La sentenza è un passo significativo per la liberazione di Julian Assange, ma non cambia nulla per quanto riguarda la tirannia imperialista globale.

Perciò, la risposta appropriata in questo momento è un sospiro di sollievo, ma non una celebrazione. Il caso Assange non ha mai riguardato un uomo solo: la battaglia più importante, quella che stiamo combattendo tutti, continua senza sosta.

Detto questo, il messaggio dell’Impero è stato essenzialmente “avremmo potuto estradarti, se solo lo avessimo voluto, ma sei troppo pazzo,” che è un po’ il “potrei prenderti a calci in culo ma non ne vale la pena” tipico della diplomazia internazionale. È un modo per tirarsi indietro e, allo stesso tempo, salvare la faccia e apparire comunque minacciosi. Ma, agli occhi di tutti, una marcia indietro è sempre una marcia indietro.

Penso di poter dire con certezza che, se questo caso non fosse stato portato all’attenzione di tutto il mondo, oggi avremmo avuto una sentenza diversa. L’Impero ha fatto il possibile per cercare di intimidire i giornalisti con la minaccia di incarcerare i delatori dei suoi atti criminali, ma, alla fine, si è tirato indietro.

Non penso che abbiamo vinto una guerra, neanche una battaglia. Ma è evidente che i nostri pugni stanno arrivando a segno. E che abbiamo almeno la possibilità di combattere.

Caitlin Johnstone

Fonte: caityjohnstone.medium.com
Link: https://caityjohnstone.medium.com/the-assange-extradition-ruling-is-a-relief-but-it-isnt-justice-9ec90d9658cc
05.01.2021
Scelto e tradotto da Markus per comedonchisciotte.org

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