La russofobia c’era già prima della guerra!

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Successivamente all’articolo “Genova: conto in banca chiuso perchè di origini russe“, nel quale ho riportato uno spiacevole episodio discriminatorio subito da una donna con doppio passaporto, tedesco e russo, residente in Lombardia, un nostro lettore – che preferisce mantenere l’anonimato – ci ha scritto una mail per raccontarci di un episodio simile capitato a sua moglie. La cosa interessante e particolare però, è che è accaduto prima dello scoppio della guerra!

I fatti

La moglie di G. – nostro assiduo lettore – è di origini russe, precisamente di Lugansk, ma ha acquisito la cittadinanza italiana da più di 10 anni. Nel settembre 2020, nel pieno del delirio pandemico, recatasi come tante altre volte al bancomat per un prelievo, scoprì che il suo conto era stato bloccato; così, di botto, senza nessun preavviso.

Il giorno dopo, stupita per questa strana situazione, la moglie di G. si recò, accompagnata dalla figlia, presso la filiale della sua “banca di fiducia” per chiedere spiegazioni. Accolta dalla viceDirettrice, a causa di un Direttore fantasma bravo a sparire per evitare il problema, le venne contestato che il conto era stato chiuso a causa di alcuni bonifici sospetti provenienti dalla Russia.

La signora, superato lo stupore iniziale e sentitasi presa per i fondelli, fece notare che la banca stava commettendo un grossolano errore: i bonifici, oltre ad essere di esiguo valore – poche centinaia di euro – provenivano infatti da una banca ucraina, ed erano giustificati da una piccola cifra, meno di 1000 euro, che in passato aveva prestato ad una sua amica ucraina, che piano piano la stava restituendo.

Presa in contropiede dalle rimostranze di madre e figlia – ci racconta G. – la viceDirettrice iniziò ad “arrampicarsi sugli specchi”, accampando una serie di scuse volte a spostare il problema su un altro binario, addirittura arrivando a sostenere che per i bonifici che arrivano dall’estero ci sono delle regole sull’antiriciclaggio che forse non erano state rispettate…nonostante si parlasse di cifre irrisorie.

Conclusione

G. e sua moglie, successivamente allo spiacevole incontro non risolutivo con la viceDirettrice, decisero di scrivere anche alla Sede Legale di Torino per chiedere maggiori spiegazioni riguardo l’accaduto, ma purtroppo ricevettero solo risposte fumose e “tutte da ridere” – come ci sottolinea G. nella email che ci ha mandato – sintetizzabili nell’espressione “cane non morde cane”.

Alla fine, così come dal nulla lo avevano bloccato, dopo oltre due settimane, fortunatamente, il conto venne sboccato, forse anche grazie alla paventata possibilità che G. si potesse rivolgere all’Arbitro Bancario Finanziario.

Il meglio alla fine

Lo so, siete tutti curiosi e volete sapere il nome dell’istituto di credito. Ebbene, stiamo parlando della banca più importante d’Italia: Banca Intesa San Paolo.

Che fosse la prima avvisaglia di uno scontro da tempo previsto? Probabilmente. Meglio però non sbilanciarsi troppo, altrimenti ci chiamano complottisti.

Massimo A. Cascone, 26.03.2022

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