LA GREEN REVOLUTION CONTRO LA FAST FASHION, OVVERO DEVI SENTIRTI IN COLPA, SE PUOI PERMETTERTI SOLO STRACCI

AVVISO PER I LETTORI: ComeDonChisciotte continua a subire la censura delle multinazionali del web: Facebook ha chiuso definitivamente la nostra pagina a dicembre 2021, Youtube ha sospeso il nostro canale per 4 volte nell'ultimo anno, Twitter ci ha sospeso il profilo una volta e mandato ulteriori avvertimenti di sospensione definitiva. Per adesso sembra che Telegram non segua le stesse logiche dei colossi Big Tech, per cui abbiamo deciso di aprire i nostri canali e gruppi. Per restare aggiornato su tutti gli ultimi nostri articoli iscriviti al nostro canale Telegram.

Di Chiara Volpe, ildetonatore.it

Sembra proprio che quella dell’abbigliamento sia l’industria più inquinante al mondo, seconda soltanto a quella del petrolio. Pertanto, in una nuova ottica rivolta alla sostenibilità, il Green Deal, entro il 2030, l’Unione Europea imporrà di smettere gli sprechi del cosiddetto “fast fashion”, ossia la moda o abbigliamento a poco prezzo e di scarsa qualità.

La Commissione avanza precise strategie volte a rendere i tessili più durevoli e privi di sostanze tossiche e nocive alla salute come pesticidi, formaldeide e agenti cancerogeni. Inoltre, questi nuovi abiti di “alta qualità”, saranno riparabili e riutilizzabili nel senso del riciclo, “per utilizzatori di seconda, ma anche di terza mano”. Secondo le statistiche, ogni anno un europeo getta 11 kg di vestiti, a beneficio della formula “usa e getta”, accrescendo le quantità di invenduto e la produzione di rifiuti da incenerire.

Il termine “fast” legato a questo settore si spiega facendo riferimento alla velocità con la quale si fabbrica e si immette nel mercato un capo d’abbigliamento e, parimenti, all’immediatezza con la quale esso viene poi acquistato e scartato, per essere subito sostituito, dal consumatore.

Ma quali sono le ragioni che hanno condotto questo settore ad orientarsi verso una Moda Veloce, a così alto coefficiente di obsolescenza? Soprattutto, di chi è la responsabilità dell’incompatibilità tra ambiente e fast fashion? Ovviamente, come sempre secondo la strategia del senso di colpa diffuso dal Potere, lo stigma ricade su ognuno di noi. Ma le cose non stanno esattamente in questi termini.

Molti sono oggettivamente impossibilitati ad acquistare capi costosi. Siamo tartassati da pubblicità ossessive che ci impongono di pensare che ciò che possediamo non sia mai abbastanza. Un ruolo determinante è giocato dalla delocalizzazione della produzione, che abbatte i costi, per non parlare dell’avvento dell’online, che sbaraglia qualunque concorrenza, specie se costretti a casa come negli ultimi anni. Soprattutto, poi, bisogna tener conto dell’impatto dei produttori asiatici, per lo più cinesi, come principali esportatori globali di abbigliamento di pessima qualità, scopiazzato dall’alta moda e prodotto con sostanze terribilmente dannose alla salute. Le nostre città sono piene di negozi che distribuiscono robaccia da noi acquistata ed eliminata poi nei cassonetti di raccolta.

Ora, incaricarci di risolvere il problema dell’inquinamento ambientale e dell’assurda circolarità di tale filosofia verde, suona più come l’ennesima speculazione, un conto da pagare dopo che qualcun altro si è abbuffato. Questo, sì, è insostenibile.

Guardiamoci intorno: siamo immersi nel torpore più profondo in cui l’umanità abbia vissuto, ipnotizzati dalla globalizzazione, viviamo in case di cui non siamo padroni, dove è vietato scaldarsi o rinfrescarsi anche se a spese proprie, proviamo emozioni sintetiche da vitapiattisti e ci nutriamo di sostanze chimiche sotto forma di cibo, che alterano il nostro organismo. Bombardati da media e social network, differenziamo l’immondizia di cui siamo parte e vogliono convincerci che gli stessi stracci che ci hanno venduto e intossicato potranno di nuovo coprirci così da salvare la Natura, che ci rigetta come anomalie.

Stanno cercando di rifilarci l’ennesima illusione, la valorizzazione di un rifiuto, un concetto di “vita breve” a cui per primi ci sottomettiamo. Questa Green Revolution non è il futuro, ma nient’altro che cenere del più gelido dei tramonti.

Di Chiara Volpe, il detonatore.it

Chiara Volpe nasce a Palermo nel 1981. Laureata in Storia dell’Arte, ha svolto diverse attività presso la Soprintendenza per i Beni Culturali di Caltanissetta, città in cui vive. Ha lavorato per una casa d’Aste di Palermo, ha insegnato Arte, non trascurando mai la sua più grande passione per la pittura su tela, portando anche in mostra le sue opere. Attualmente, collabora anche con il giornale online Zarabazà.

13.04.2022

link fonte: https://www.ildetonatore.it/2022/04/13/la-green-revolution-contro-la-fast-fashion-ovvero-devi-sentirti-in-colpa-se-puoi-permetterti-solo-stracci-di-chiara-volpe/ 

Pubblicato da Jacopo Brogi per ComeDonChisciotte.org

Potrebbe piacerti anche
blank
Notifica di
45 Commenti
vecchi
nuovi più votati
Inline Feedbacks
View all comments
45
0
È il momento di condividere le tue opinionix
()
x