Di Alessandro Volpi
La folle dipendenza dell'Unione europea dagli Stati Uniti presenta un altro incredibile capitolo.
La precarietà degli stoccaggi di gas in Europa sta rimettendo a nudo l’estrema vulnerabilità del modello energetico continentale, rivelando un quadro politico e commerciale in cui le scelte dell’Unione continuano a essere condizionate dalle decisioni di Washington.
Con l’avvicinarsi della stagione fredda e le riserve europee a livelli di guardia, il fabbisogno di metano rimane elevato, lasciando il sistema energetico privo dei margini di sicurezza necessari per assorbire eventuali choc sulle forniture.
In questo contesto si inserisce la recente Intesa raggiunta dal presidente statunitense Donald Trump con Vladimir Putin, che prevede l’avvio di ingenti forniture di gas russo e gasolio verso gli Stati Uniti. Tale accordo riflette una precisa strategia americana volta a mettere in sicurezza i propri approvvigionamenti energetici e a mitigare la pressione inflazionistica interna sui carburanti, mantenendo una pragmatica flessibilità negoziale con Mosca.
Tuttavia, mentre Washington stringe intese bilaterali per soddisfare la propria domanda strategica, l’Europa rischia di subire le conseguenze indirette della politica sanzionatoria statunitense.
È infatti al vaglio l’ipotesi dell’inserimento formale del colosso russo Novatek nella lista nera delle sanzioni Usa. Un provvedimento di questo tipo determinerebbe il blocco operativo immediato dell’infrastruttura di export da cui dipendono i terminali che ancora inviano metano liquido al mercato europeo.
La stretta della regolamentazione americana costringerebbe gli operatori a interrompere i flussi commerciali e le transazioni finanziarie per non incorrere in pesanti sanzioni secondarie.
Il paradosso di questa dinamica evidenzia lo stato di profonda subordinazione energetica in cui versa l’Europa. Avendo tagliato le forniture via tubo da Mosca, i Paesi dell’Unione hanno sostituito la storica dipendenza dal gas russo con un nuovo legame a doppio filo verso gli Stati Uniti e le decisioni dell’amministrazione americana.
Washington si trova così nella posizione di poter regolare i rubinetti del mercato globale attraverso sanzioni selettive, potendo sanzionare il gas diretto in Europa per favorire i propri export di GNL, mentre stipula contemporaneamente accordi d’acquisto con la Russia per le proprie esigenze industriali.
L'Unione Europea si riscopre priva di una reale autonomia strategica, con la stabilità delle proprie forniture energetiche e la tenuta delle sue industrie pesantemente affidate alle decisioni della Casa Bianca.
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L'Opas lancianta da Intesa San Paolo su Mps fa capire molte cose del sistema bancario italiano che provo qui a sintetizzare.
1) E' molto probabile che l'offerta di Intesa abbia successo. Tra gli altri hanno già aderito Delfin, Caltagirone e Benetton. Questo dimostra che il "salottino" della finanza domestica non crede affatto nell'ipotesi dell'amministratore di Mps, Lovaglio, di realizzare il suo piano di acquisire Bpm e banca Generali.
2) Se l'Opas avrà successo, Mps sparirà dopo secoli di storia con una parte delle filiali passate, attraverso Unipol, a Bper. Fine di un'epoca.
3) Nella nuova Intesa San Paolo, il peso complessivo dei soci provenienti da Mpsi si attesterebbe indicativamente tra il 5,0% e il 7,0% del capitale sociale post-aumento. In questo scenario, il Ministero dell’Economia e delle Finanze, la cui partecipazione diretta in MPS si è attestata all’11,7% a seguito dei recenti collocamenti, vedrebbe la propria quota convertita in una partecipazione in Intesa Sanpaolo compresa tra lo 0,6% e lo 0,8%. Quindi lo Stato diventerebbe del tutto irrilevante per la gioia di Calenda e amici.
4) Allo stesso modo, investitori privati di primo piano presenti nel capitale di MPS come il gruppo Delfin e il gruppo Caltagirone, detentori insieme di circa il 30 per cento della banca senese, vedrebbero traslate le proprie posizioni in quote individuali comprese tra lo 0,2% e lo 0,3% della nuova entità aggregata. In pratica trasformerebbero le loro posizioni in mera rendita finanziaria.
5) In questo contesto emerge con estrema chiarezza la rilevanza di BlackRock: il colosso statunitense del risparmio gestito, già titolare di una quota storica superiore al 5,0% in Intesa Sanpaolo e presente anche nell’azionariato MPS, arriverebbe a consolidare una partecipazione finale stimata tra il 5,2% e il 5,5%. Tale percentuale consacra BlackRock come il primo singolo azionista privato del gruppo, subito dopo la Compagnia San Paolo e prima di Fndazione Cariplo, attribuendogli un peso determinante nelle decisioni strategiche e nelle assemblee per il rinnovo dei vertici.
In sintesi BlackRock vince anche perché il grosso del resto dell'azionariato sarà nelle mani di altri fondi prevalentemente statunitensi.

La finanziarizzazione continua anche se il banco rischia di saltare perché la montagna di debito pubblico Usa sta facendo lievitare gli interessi dei titoli di Stato, compresi quelli italiani, con il decennale al 4,5%. Ma se salgono i rendimenti il prezzo dei titoli scende e le banche italiane, Intesa compresa, hanno circa il 75% del loro portafoglio in titoli del debito italiano....
09.10.2025
Alessandro Volpi. Economista e saggista.
ric 11 ottobre 2026
Ismaele386... tutto nella norma del profitto ..
abbiamo addirittura aziende multinazionali che nella nostra itaglietta , ci vendono la NOSTRA ACQUA...acqua minerale Lurisia che sgorga in PIEMONTE
Lurisia è di proprietà di Coca-Cola HBC Italia,
L'acquisizione è avvenuta nel settembre 2019, quando il colosso delle bevande ha comprato l'azienda piemontese per 88 milioni di euro. Precedentemente, il marchio apparteneva alla famiglia Invernizzi,