DI COSTANZO PREVE
1. Non si può decentemente chiedere al marinaio di scendere in mare senza bussola, in particolare quando il cielo è coperto e non ci si può orientare con le stelle. Ma cosa capita quando si pensa che la bussola funzioni, mentre invece è magnetizzata e falsificata da un pezzo invisibile di calamita che gli sta al di sotto? Ecco, questa è una metafora abbastanza precisa della nostra situazione di oggi.
2. Con il governo Monti le cose si sono fatte a un tempo più chiare e più oscure. Si sono fatte più chiare (almeno per quel due per cento di bipedi umani che intendono fare uso del proprio libero intelletto, e non intendo prendere in considerazione il restante novantotto per cento), in quanto è evidente che la decisione politica democratica - tutta la decisione politica democratica, di sinistra, centro e destra - è stata svuotata, e siamo di fronte a una situazione del tutto imprevista nei manuali di storia delle dottrine politiche.
Nella foto: Jean Marie Le Pen con la figlia Marine In breve, siamo di fronte a una dittatura di economisti a indiretta e formale legittimazione elettorale referendaria. E’ chiaro che questa dittatura di economisti avviene per conto di qualcuno, ma sarebbe sbagliato “antropomorfizzare” troppo questo qualcuno: i ricchi, i capitalisti, i banchieri, gli americani, eccetera. Questa dittatura di economisti è al servizio di una entità impersonale (Marx l’avrebbe definita “sensibilmente soprasensibile”) che è la riproduzione in forma “speculativa” della forma storica attuale del modo di produzione capitalistico (cfr. D. Fusaro, Minima Mercatalia. Filosofia e Capitalismo, Bompiani, Milano 2012). Da questo punto di vista le cose sono chiare.
Non è affatto chiaro, ma anzi è oscuro, il modo in cui questa giunta dittatoriale di economisti può “portare l’Italia fuori dalla crisi”. Essa è al servizio esclusivo di creditori internazionali, e il suo unico orizzonte è il debito. La logica del modello neoliberale è quella di delocalizzare la fabbricazione delle calze Omsa da Faenza in Serbia, in modo da poter pagare le operaie duecento euro.
In questa situazione, il mantenimento della dicotomia Destra/Sinistra non è più soltanto un errore teorico. E’ potenzialmente un crimine politico.
3. Ultimamente, sono rimasto imbambolato a leggere un volantino del gruppetto “Sinistra Critica”. Non capivo neppure io stesso perché. Poi improvvisamente mi è sembrato di capire. Il termine “sinistra critica” è una contraddizione in termini, perché il presupposto massimo ed essenzialissimo di ogni critica, senza il quale la stessa parola “critica” perde ogni significato, è proprio il superamento della dicotomia Destra/Sinistra. Non si può essere critici e contemporaneamente di sinistra (o di destra, non cambia nulla).
Ho prima accennato al libro di Diego Fusaro pubblicato da Bompiani. In questa storia filosofica del capitalismo, dalle sue origini seicentesche fino a oggi non ci sono mai, ma proprio mai, ma assolutamente mai, le parolette Destra e Sinistra, per il semplice e nudo fatto che la mondializzazione economica capitalistica e la dittatura degli economisti che ne è necessariamente la forma, ha svuotato del tutto queste categorie. Norberto Bobbio poteva ancora parlarne in assoluta buona fede, perché ai suoi tempi esisteva ancora la sovranità monetaria dello Stato nazionale, e partiti di “sinistra” potevano mettere in atto politiche economiche redistributrici in misura maggiore di partiti di “destra”. Ma oggi, con la globalizzazione neoliberale, il discorso di Bobbio non corrisponde più alla realtà storica.
Esiste ovviamente un problema, dal momento che la dittatura “neutrale” degli economisti ha pur sempre bisogno di essere costituzionalmente legittimata da elezioni, sia pure svuotate di ogni significato decisionale. A questo punto si mette in scena una commedia all’italiana: la “sinistra responsabile” (Bersani, D’Alema, Veltroni, tutto il comunismo togliattiano riciclato); il “buffone di copertura” Vendola di cui si sa a priori che i suoi voti andranno comunque al PD; i “testimoni” del buon tempo antico Diliberto e Ferrero i cui voti andranno comunque al PD con la scusa del pericolo fascista, razzista, populista, eccetera; i partitini da prefisso telefonico Turigliatto e Ferrando che seguono il principio olimpico per cui l’importante non è vincere, ma partecipare; infine, i Testimoni di Geova del comunismo (Lotta Comunista) in attesa che il salvifico gigante buono, la classe operaia e salariata mondiale, si svegli.
L’ideale sarebbe quello ipotizzato dal romanziere portoghese José Saramago, e cioè che nessuno andasse a votare, sottolineo nessuno. Se nessuno andasse a votare, cadrebbe la legittimazione formale della dittatura degli economisti. Certo, il capitalismo troverebbe modo egualmente di estrarre un nuovo coniglio dal cappello, ma intanto ci sarebbe da divertirsi. Purtroppo si tratta solo di un sogno irrealizzabile. La Macchina Acchiappa-Babbioni è troppo buona per lasciarla andare in disuso.
4. Eppure, la soluzione sarebbe a portata di mano: una nuova forza politica radicalmente critica del capitalismo liberista mondializzato, del tutto estranea alla dicotomia Destra/Sinistra. Una forza politica che lasci cadere tutti i progetti di “rifondazione del comunismo” (il pensiero di Marx è ancora vivo, ma il comunismo storico è finito), e che riprenda invece le ispirazioni solidaristiche e comunitarie.
In teoria, è l’uovo di Colombo. Ma appunto perché lo è, ci vorranno ancora decenni e decenni, salvo improbabili accelerazioni storiche impreviste, perché si capisca che la bussola è rotta, e sinistra e destra sono soltanto segnali stradali.
5. Ora darò l’occasione a tutte le vipere, i ragni e gli scorpioni di gridare al “Preve fascista”. Eppure, se si ha paura di rompere i tabù tanto vale leggere solo romanzi polizieschi. Ultimamente un caro amico francese mi ha spedito il libro di Marine Le Pen (cfr. Perché la Francia viva, in lingua francese, Grancher, Paris 2012). So già che si parlerà di astuta manovra di infiltrazione populista del fascismo eterno, ma provate a leggerlo. C’è da restare stupiti. Io non sono stupito, perché conosco la dialettica di Hegel, l’unità dei contrari, e la logica di sviluppo dell’ultimo ventennio sia della sinistra che della destra.

Ma veniamo ai fatti. A pagina 135 Marine Le Pen scrive, traduco letteralmente: “Non ho da parte mia nessun patema d’animo a dirlo: la dicotomia fra destra e sinistra non esiste più”. I principali riferimenti filosofici sono a due pensatori di “sinistra”, Bourdieu e Michéa (pagina 148). Il vecchio comunismo francese di Marchais è citato positivamente e quindi, niente Pétain e Vichy. Sarkozy è vituperato sia per la sua politica estera filo-USA che per quella interna, favorevole alle diseguaglianze sociali. Sul mercato il principale riferimento teorico è Polanyi (pagina 26). Si rivendica il no alla guerra dell’Iraq 2003 (pagina 37). Marx è citato (pagina 61), e si sostiene, citando ripetutamente l’economista Allais, l’incompatibilità di mercato e democrazia. Ma soprattutto ci ho ritrovato quello che mi seduceva nel comunismo degli anni Sessanta, il fatto che la chiacchiera polemica di piccolo cabotaggio è messa in fondo e non all’inizio, perché all’inizio vi è un lungo capitolo intitolato, alla francese, “Il Mondialismo non è un Umanesimo”. La globalizzazione è correttamente definita “un orizzonte di rinuncia”, e si riafferma che “l’impero del Bene è prima di tutto nelle nostre teste”, ed infatti è così.
E potrei continuare, ma so già che ho dato alle vipere e agli scorpioni l’occasione per insolentirmi, ciò che non mancherà certamente di avvenire. In realtà voglio soltanto far riflettere.
6. Per capire che cosa sono oggi Destra e Sinistra non bisogna rivolgersi ai difensori “idealtipici” della permanenza della dicotomia, nei termini valoriali delle categorie dello Spirito, alla Marco Revelli. Bisogna leggere i difensori del sistema come Antonio Polito (cfr. Corriere della Sera, 25 febbraio 2012). Polito dice apertamente che la competizione politica può oramai avvenire solo sul presupposto, dato per scontato, dei vincoli del modello neoliberale di economia globalizzata. Il resto è un agitarsi inconsistente, dal pagliaccio Vendola a Forza Nuova. Questo è il nostro destino.
Che cosa propongono i “sinistri” ancora in attività, da Andrea Catone a Giacché a Brancaccio? Un rilancio del keynesismo e della spesa pubblica in deficit dentro l’Unione Europea? Una ennesima messa in guardia contro i pericoli del razzismo, del leghismo, del populismo? Una globalizzazione alternativa dal volto umano? Ora che il Grande Puttaniere non occupa più il centro della scena con cosa si continuerà a babbionare il tifo sportivo identitario del popolo di sinistra?
Se si legge il documento “Cina 2030” della Banca Mondiale, recentemente presentato a Pechino, si vedrà che la dittatura degli economisti si estende al mondo intero. Le ricette sono le stesse. Ora, la rivoluzione non è matura, e non è certo all’ordine del giorno, sia nella variante stalinista (Rizzo) che in quella trotzkista (Ferrando). Ma neppure il riformismo è all’ordine del giorno, perché il riformismo implica sovranità dello Stato nazionale. E allora? C’è ancora chi si balocca con il comunismo contro il fascismo o con il fascismo contro il comunismo? Oggi il nemico è la dittatura degli economisti neoliberali. Con essa non si può fare nessun compromesso. Questo è il primo passo. I successivi, se si fa questo primo passo, potranno seguire.
Sulla votomania compulsiva
E’ probabile che l’americanizzazione integrale e radicale (altro che europeismo!) portata dal governo Monti e dalla sua dittatura di economisti porti a una diminuzione della partecipazione elettorale degli italiani, che dopo il 1945 ha sempre avuto livelli di delirio. Questa votomania compulsiva, evidente fra gli anziani, è legata alla contrapposizione DC-PCI, ed è rimasta come “lunga durata” anche nel periodo craxiano, prodiano e berlusconiano. Ma oggi che lo Stato non dà più niente e prende soltanto dovrebbe diminuire, ma purtroppo non abbastanza. C’è sempre spazio per i Casini, Veltroni, Vendola, eccetera.
A fianco della diminuzione probabile della votomania compulsiva, si nota un secondo aspetto della americanizzazione, il declino della politica estera come oggetto di dibattito. Negli USA è normale che la gente non sappia neppure dove sia l’Afghanistan, l’Iraq o la Siria, il cui bombardamento è delegato a esperti specializzati. I tempi in cui tutti erano informati della Corea e del Vietnam sonmo passati, per ora irreversibilmente. L’intera classe giornalistica, senza nessuna eccezione, è diventata una “gioiosa macchina da guerra” di menzogne integrali.
Al tempo della guerra del Golfo del 1991 c’era ancora discussione, poi non più. Ci fu quella che Carl Schmitt definì in latino reductio ad Hitlerum, cioè riconduzione al feroce dittatore di tutti i mali della società, unita con l’invenzione (questa invece di origine di “sinistra”) di tutto un popolo unito contro un dittatore. I popoli furono mediaticamente uniti contro sempre nuovi Hitler nemici dei diritti umani. Il gioco cominciò con Ceausescu, poi con Noriega, Saddam Hussein, Ahmadinejad, Milosevic, Gheddafi, adesso Assad. La storia fu abolita e al suo posto si insediò un canovaccio di commedia, sempre lo stesso: i Popoli uniti contro il Feroce Dittatore; il Silenzio Colpevole dell’Occidente; i Dissidenti “buoni” cui è riservato il diritto di parola. In un anno di televisione manipolata non ho mai sentito intervistare un solo sostenitore di Assad, eppure la Siria ne è piena.
Solo quando il gioco si fa duro, ha senso che i duri comincino a giocare. Fino a che regna la pagliaccesca simulazione italiana Destra/Sinistra le cose saranno sempre come quegli incontri americani di catch in cui è sempre e solo tutta scena per i babbioni spettatori.
Stato nazionale, sovranità nazionale, programma solidale e comunitario, no alla globalizzazione in tutte le sue forme e alla sua dittatura di economisti anglofoni!
Costanzo Preve
Torino, 3 marzo 2012
marymarie 19 ottobre 2012
Costanzo Preve: “A pagina 135 Marine Le Pen scrive, traduco letteralmente: «Non ho da parte mia nessun patema d’animo a dirlo: la dicotomia fra destra e sinistra non esiste più». I principali riferimenti filosofici sono a due pensatori di «sinistra», Bourdieu e Michéa (pagina 148). Il vecchio comunismo francese di Marchais è citato positivamente e quindi, niente Pétain e Vichy.”
Dal libro della Le Pen, “Pour que vive la France“, che avevo scaricato da Internet: “Il crollo del mondo socialista e del suo modo di pensare, che ha cominciato nell’universo degli intellettuali dalla rivolta di Budapesta del 1956, e poi dalla sua repressione, nonché con la destalinizzazione e lo shock causato dal rapporto Krusciov, ha promosso l'avanzamento costante della dottrina ultraliberale mondialista. Per questo motivo: nessun pensiero articolato non gli si oppone più. La fine del blocco orientale ha contribuito al declino del Partito Comunista, ma anche e soprattutto all'abbandono da parte di questo partito della difesa dei lavoratori francesi.”
I principi antiliberali sono in totale contraddizione con la difesa dell'Europa sovranazionale e dell’immigrazione, essi sono, per la Le Pen, prima e soprattutto, sovranismo: il Mélenchon invece è disposto a transigere su questo argomento, diceva ancora la Le Pen... Andrebbe tuttavia rilevato che anche alla Le Pen capita di transigere... Serge Portejoie spiegava ad esempio l’inverno scorso che la Le Pen “critica l'Unione europea (a parole) che, secondo lei, avrebbe minacciato le radici (sic) della Francia. Il che non impedisce al Fronte nazionale di presentare i suoi candidati al Parlamento europeo [Bruno Gollnisch, Marine Le Pen e Jean-Marie Le Pen sono attualmente i tre eletti del Fronte nazionale al Parlamento europeo], confermando così la credibilità di un Parlamento senza poteri consequenziali e un’illusione democratica dell'Unione europea, poiché i decisori reali (la Commissione indipendente dei governi) sono sottratti al suffragio universale. Un esempio della frequente ambiguità del partito frontista.
Marine le Pen si propone di farla finita con la moneta europea che non è molto popolare. Ma senza nuocere all'interesse dei mercati finanziari (banche e finanza azioniste, compagnie assicurative), e senza riorientare la Banca di Francia e stabilire il controllo sui movimenti di capitali e di scambi - condizioni sine qua non per un'uscita dall’euro favorevole al potere d'acquisto e all'occupazione, alle quali è possibile aggiungere il ritorno dei servizi essenziali alla sfera pubblica. Infatti, se si guarda più da vicino, ci si rende conto che il Fronte nazionale propone un'uscita dall’euro simultanea a quella dei paesi dell'Unione europea. Vediamo qui i limiti della proposta frontista, è un’impostura politica. Un'uscita simultanea dall’euro sarà possibile quando i porci avranno ali, cioè mai.”
E anche se la Le Pen diceva che il “produciamo francese“ è tornato necessario, come una volta, le t-shirt della sua campagna elettorale erano “made in Bangladesh”...
La Le Pen vorrebbe che le sue posizioni si attestassero sui tradizionali capisaldi del gollismo, pragmaticamente adattati alle nuove situazioni. Il gollismo fa parte dal “sovranismo” che in Fracia è una categoria politicamente trasversale al fronte del no a Maastricht, ed è architrave portante dell'identità politica francese e ideologia nazionalistica giustificata anche da Costanzo. Ancora oggi parti ed anime diverse della società francese veicolano un'immagine del generale De Gaulle come abile capo politico al servizio dell’interesse supremo dello Stato imperialista francese. Ed è per questo che uno come lui sarebbe stato l’uomo-chiave per risolvere anche la crisi in cui versa la Francia di oggi, ed è per questo che Preve, Alain Soral, Yves Branca confiderebbero nell'ingresso della Le Pen nell'agone politico e parlamentare: secondo essi, il suo programma politico non andrebbe a cozzare con l'idea del cammino verso il sovranismo, verso una maggiore autonomia...
Ancora dal libro della Le Pen: “Ricordate il «produciamo francese» degli anni settanta, considerato adesso una pratica dei tempi antichi e respinto a favore di un’accettazione rivendicata dell'immigrazione - che sappiamo ancora che è letale per i lavoratori nel nostro paese.
Non scriveva forse Georges Marchais al rettore della Grande Moschea di Parigi, in una lettera riprodotta da L’Humanité il 6 gennaio 1981: «È sconsigliato consentire la continuazione dell'immigrazione oggi in Francia, quando ci sono quasi 4 milioni e mezzo di lavoratori migranti. L’immigrazione ci pone seri problemi (...) Ecco perché diciamo che dobbiamo fermare l'immigrazione, per stare al fianco dei lavoratori che altrimenti sarebbero minacciati dalla disoccupazione (...) Dico chiaramente che siamo costretti a constatare che dobbiamo fermare l'immigrazione clandestina e ufficiale (...) Tanti lavoratori e famiglie con tradizioni, lingue, e diversi modi di vivere sono ammucchiati in ghetti. Questo crea tensioni e a volte scontri tra gli immigrati provenienti da vari paesi. Questo rende difficile i loro rapporti con i francesi (...) Quando la concentrazione diventa molto abbondante (...), la crisi degli alloggi peggiora, gli alloggi sociali sono assolutamente necessari e numerose famiglie francesi non possono accedervi. Le spese di assistenza sociale per le famiglie immigrate immerse nella povertà diventano insopportabili per i bilanci dei comuni.»
È l'abbandono di queste posizioni, alle quali si dovrebbe rinunciare come se fossero un sacrilegio, ancor di più che la caduta del muro di Berlino, ciò che avrà ucciso il partito comunista francese.
Non c'è più sinistra alternativa. Non c'è più considerazione e realizzazione dell'interesse delle classi popolari, dei poveri, degli esclusi, da quando la sinistra, una volta il loro difensore tradizionale, avversario risoluto degli eccessi del capitalismo finanziario, è passata con armi e bagagli alla globalizzazione liberale, accettandola come fine ultimo della storia economica. Questo ha ucciso la sinistra.
Perché oggi la sinistra è disgraziatamente a favore dei ricchi vergognosi, ed è un alibi plausibile per gli sfruttatori? Perché tale sinistra non si rivolge più alla difesa delle classi popolari, dei lavoratori, per farsi invece evaporare in difesa degli «esclusi» o dei «sans-papiers», perdendo il significato stesso della parola «sfruttato»?”
La Le Pen infiamma gli animi delle masse attraverso l’evocare gli insuccessi e trionfi passati e il disegnare l’avvenire. Cio che conta è il richiamo alle esigenze nazionali alle quali dovrebbe rispondere la politica attuata da un capo di stato francese, non conta che la politica francese continuerebbe pur sempre ad essere espressione dell’imperialismo francese. O del capitalismo imperialista francese.
Nonostante il tono perentorio di Costanzo nel difendere il lepenismo e nel dichiarare che oggi il nemico è la dittatura degli economisti neoliberali, non potrei mai essere in sintonia con il pensiero della Pen. I conflitti economici e politici riproducevano una ripartizione del mondo tra i maggiori e più potenti paesi capitalistici anche nella dimensione novecentesca dell’antagonismo globale tra i poli imperialisti occidentali che si reggevano su una base neocoloniale e il quasi-socialismo dell’Europa orientale... La precedente era fordista e keynesiana era anch’essa imperialista: la globalizzazione “leggera” di allora, come mai andava bene, per Costanzo Preve e per la Le Pen?... Per essi ciò che è male non è l’imperialismo, ma il fatto che l’attuale fase della globalizzazione, più “pesante” rispetto alla precedente, ha alterato le potenzialità di maggiore libertà, solidarietà e giustizia che avrebbero potuto continuare a realizzarsi ENTRO i singoli paesi imperialisti (oppure entro certi gruppi elitistici di paesi imperialisti), e non invece TRA PAESI, a livello mondiale.
E quella lettera indirizzata da Georges Marchais a Si Hamza Boubakeur, il rettore della Grande Moschea di Parigi, e apprezzata dalla Le Pen, è stata scritta dopo che il rettore della moschea si era indignato nell’imparare che un bulldozer si era lanciato contro una casa in cui stavano 300 lavoratori maliani, distruggendola (il 24 dicembre 1980). Fu l'ordine del sindaco comunista di Vitry, Paul Mercieca. Dissi a Costanzo che forse all'epoca Marchais e altri “comunisti” che condividevano le sue posizioni sull’immigrazione erano socialimperialisti. Mi disse che secondo lui non era socialimperialista, e non era neanche razzista, ma un’opportunista, e che la distruzione della casa in cui vivevano i lavoratori maliani che Marchais aveva ordinato era stata una denuncia delle precarie condizioni igieniche e di sicurezza di alloggi abitati da persone in condizioni di marginalità sociale.
Chi desidera capire qualcosa di più sul contesto delle posizioni del PCF in materia di immigrazione che, secondo la Le Pen, meriterebbero la stima universale dei francesi e di tutte le persone di buon senso, chi desidera capire il “buon senso” che c’era dietro le scelte che il PCF faceva negli anni Ottanta (ai tempi di Marchais) e anche la politica “ragionevole” e di “buon senso” di altri partiti “comunisti” dell’Europa occidentale, potrebbe ritenere interessante anche questo saggio di Jaffe, del 1984: http://nocturnalprivatecares.blogspot.ro/2012/10/i-rapporti-economici-delleuropa.html
Riporto ad esempio questi brani: "La borghesizzazione delle classi inferiori dell’Europa – operai e cosiddetti contadini – portò a movimenti radicali, come il femminismo e il movimento del ’68, ma quando la crisi degli anni Settanta seguì al boom degli anni Sessanta, i movimenti rossi divennero verdi, e le classi lavoratrici e medie tentarono di distribuire uniformemente possibilità e conforts, livelli e toni di vita che lo sviluppo del sottosviluppo di Africa ed Asia aveva reso possibile per tutta la fase di espansione economica del dopoguerra. Per il sistema mondiale tuttavia, consumismo e borghesizzazione ebbero un effetto negativo: costituivano infatti forme di sovraccumulazione di capitale variabile la quale, unita alla sovraccumulazione di capitale costante ed alle esportazioni di capitale effettuate dalle multinazionali, creò ed approfondì la crisi mondiale manifestatasi nel 1973 come «crisi del petrolio» (di fatto un sintomo, ma non la malattia).
Secondo i metodi usati da Amin e Jaffe, il trasferimento di plusvalore da sud ad occidente, che permette il basso grado di sfruttamento in occidente e l’alto livello di vita, è cresciuto stabilmente dopo la guerra, ed ora ammonta a circa 1000 miliardi di dollari l’anno, dei quali circa 300 miliardi, ovvero 4000 dollari per famiglia di quattro persone, per l’Europa occidentale. Il reddito reale medio per famiglia in Europa occidentale, confrontato con quello dell'Africa e dell'Asia è cresciuto sia in termini assoluti che relativi. L'Organizzazione Internazionale del Lavoro di Ginevra ha mostrato che per lo stesso lavoro e produttività i salari europei occidentali sono dieci volte maggiori di quelli asiatici ed africani. Per la maggior parte del miliardo di lavoratori del sud, un mese di lavoro è retribuito con lo stesso salario che i lavoratori d’Europa ricevono in un giorno. I lavoratori scandinavi, francesi «bianchi», belgi, olandesi e tedeschi guadagnano più di quanto producono e, come i lavoratori «bianchi» degli USA e del Sud Africa, non producono ma ricevono plusvalore. Lo stesso vale per settori del proletariato dell'Italia del Nord, e per lavoratori italiani ed europei occidentali in Africa e in Asia. La borghesizzazione ha altri parametri secondari, come l'aumento dei lavoratori nei servizi rispetto ai lavoratori produttivi (una tendenza opposta si è verificata in tutti i paesi socialisti), l’aumento dei «colletti bianchi» e la diminuzione dei «colletti blu», il rapido incremento della proprietà di abitazioni e l'alta densità di auto, la maggior urbanizzazione (la popolazione rurale italiana è caduta dal 35% alla fine della guerra, a circa il 12% nel 1980).
La borghesizzazione assume coloriture razziste, compresi gli assalti contro i west-indians e i pachistani in Gran Bretagna negli ultimi anni Cinquanta e negli anni Settanta, esplosioni simili a Marsiglia, presso le fabbriche Talbot e da parte del partito comunista francese contro i lavoratori algerini, marocchini, del Mali e di altri paesi africani, attacchi violenti contro i lavoratori turchi in Germania occidentale, contro i lavoratori africani e indonesiani ad Amsterdam e Rotterdam, contro gli studenti zairesi a Bruxelles, ed esclusione dai diritti civili in Italia di circa un milione di lavoratori etiopici, giordani, libici e di altri paesi. Il numero totale dei lavoratori non europei, che formano una sorta di «colonia interna», è arrivato a circa 10 milioni, e milioni furono rimpatriati dai governi e dai sindacati razzisti durante gli anni di crisi dal 1973 al 1983, col pretesto di ridurre la disoccupazione. Lo stesso razzismo economico era stato praticato in Sud Africa durante la Grande Depressione degli anni Trenta, per risolvere il problema dei bianchi poveri.
I mutamenti del proletariato europeo nel dopoguerra furono accompagnati da cambiamenti nella struttura e nelle politiche della grande borghesia dell’Europa occidentale. Entrambi questi cambiamenti, a loro volta, produssero cambiamenti nelle classi medie, che divennero piu urbane, meno contadine ed artigiane, più tecnocratiche, burocratiche e professionali. Il peso accresciuto dei cambiamenti della classe media grava sul deficit statale e sul debito pubblico, già appesantiti dagli aumenti dei «costi sociali» del lavoro in pensioni, sussidi di disoccupazione, salute ed educazione. Nel contempo la «nuova» classe media è divenuta più eterogenea, e una sezione di essa si concentra nelle economie «secondarie» e «nere», che non sono rispecchiate nei dati ufficiali fiscali e del reddito nazionale."
Jaffe mi pare vi porti alcune preziosissime dilucidazioni in questa suggestiva descrizione dei rapporti economici Europa-mondo nel secondo dopoguerra. Leggendola, è possibile cogliere i tratti tipici e distintivi di “comunisti” come quelli del PCF, la loro capacità di attrarre, destare fiducia nelle masse, e spiega perché la Le Pen vuole rinverdire certe atmosfere proprie dei “comunisti” di quegli anni. Il saggio di Jaffe è anche un essenziale manifesto di anti-imperialismo che fa anche una distinzione fra ciò che significa “sfruttato” per gli eurocomunisti, e ciò che significa per gli anti-imperialisti.