L' ULTIMA RESISTENZA DI MAX VON PETTENKOFER

L' ULTIMA RESISTENZA DI MAX VON PETTENKOFER

DI GIANLUCA FREDA

http://blogghete.altervista.org

L’origine delle malattie è nell’uomo e non fuori di esso; ma le influenze esterne agiscono sull’intimo e fanno sviluppare le malattie [...]. Un medico [...] dovrebbe conoscere l’uomo nella sua interezza e non solo nella sua forma esterna”.

(Paracelso)

Ero bambino quando, nel 1973, a Napoli scoppiò una delle periodiche epidemie di colera. Gli effetti del contagio sulla popolazione furono relativamente contenuti (una trentina di morti in tutto), ma l’economia, in particolare quella ittica, ne risultò devastata. I TG e i reportage televisivi dell’epoca trasmettevano a ripetizione le immagini di un pescatore napoletano che, nel disperato tentativo di dimostrare l’inesistenza del contagio vibrionico, diluviava cozze e patelle crude dinanzi alle telecamere, in una performance poi divenuta, nei decenni successivi, paradigmatica dell’incultura popolare sulle questioni epidemiologiche.
Eppure la grottesca esibizione sperimentale di quell’anonimo operatore ittico partenopeo aveva, come scoprii molti anni dopo, un assai più illustre e spettacolare precedente.

Nel 1892, il celebre medico e chimico bavarese Max von Pettenkofer chiese a Robert Koch, che nove anni prima aveva isolato il bacillo del colera, di inviargli un campione delle sue colture vibrionali. Koch glielo inviò. Qualche giorno dopo, “Il Dottor Pettenkofer offre al Dottor Professor Koch i propri rallegramenti e lo ringrazia per la fiala contenente i cosiddetti vibrioni del colera, che egli è stato così gentile da inviargli. Il Dottor Pettenkofer ne ha bevuto l’intero contenuto ed è lieto di informare il Dottor Professor Koch che egli permane nella consueta ottima salute”.


Pettenkofer, intestarditosi su una prospettiva epidemiologica del tutto differente, se non addirittura opposta, rispetto a quella di Koch, aveva in effetti trangugiato non un qualsiasi prodotto potenzialmente infetto, ma un’intera coltura di bacilli del colera, senza riportare conseguenze. Non riuscendo a spiegare il fenomeno in modo convincente, i “contagionisti” dell’epoca sostennero che i bacilli del colera erano stati probabilmente neutralizzati dalla forte acidità di stomaco di Pettenkofer; il quale all’epoca aveva 74 anni ed effettivamente entrava in preda a forti disturbi dispeptici ogni volta che sentiva parlare delle teorie, che reputava campate in aria, dei suoi avversari accademici. A parte questo, godeva di ottima salute. E se si esclude un’infezione alla gola che aveva accentuato la sua cronica malinconia, era ancora in discreta forma quando, nove anni più tardi, si suicidò con una revolverata alla tempia.


Il suicidio di von Pettenkofer segnò la fine dell’ultima resistenza contro le teorie dei “contagionisti”, poi elaborate nella cosiddetta “Teoria dei Germi”. Tale teoria, che nel XX secolo regnerà incontrastata, individua come causa diretta delle malattie l’azione dei microrganismi (virus, bacilli, ecc.), restringendo dunque l’indagine eziologica sulle patologie ad un “attacco all’organismo” da parte di agenti esterni e rifiutando ogni valutazione differente, tanto rispetto al possibile influsso di altri fattori, quanto rispetto all’effettivo ruolo svolto dai cosiddetti “agenti patogeni” nello scenario epidemico.

Anche laddove non sia possibile ricondurre una data patologia all’azione di un agente esterno specifico, non essendo tale agente individuabile (come nel cancro, nel parkinson, nell’alzheimer, ecc.), si dà comunque per scontato che esista, da un lato, un “ente sano” (l’organismo umano) e dall’altro un qualche nemico che lo aggredisce per comprometterne la salute. Un nemico, in questi casi, ancor più insidioso perché sconosciuto e invisibile. Un nemico contro il quale occorre “lottare” (si parla comunemente di “lotta contro il cancro”, “contro l’alzheimer”, ecc., come se tali patologie fossero invasori barbarici che assaltano una cittadella incustodita) e che occorre “sconfiggere”.


Questa concezione della malattia, tipica della medicina occidentale, ricalca alla perfezione l’atteggiamento politico e culturale che è stato proprio dell’Occidente nell’ultimo secolo. Anche in politica esiste un “ente sano” (la democrazia) continuamente assediato dal caos, da perfidi nemici esterni (la dittatura, il comunismo, il terrorismo, Berlusconi, ecc.) che mirano a distruggerla e contro i quali occorre difendersi. E per difendersi occorre che i singoli rinuncino ad ogni iniziativa personale e si mettano nelle mani di un’autorità superiore, che provvederà ad adottare le necessarie misure cautelative. Così, per difendersi dal “terrorismo”, i cittadini permetteranno ai governi di vietare i raduni, di limitare la libertà d’espressione, di sorvegliare i loro movimenti con telecamere disposte ovunque, di incarcerare e torturare senza prove e senza processo, e così via. Allo stesso modo, delegando alle autorità sanitarie le adeguate misure di profilassi, le masse accetteranno passivamente trattamenti sanitari obbligatori, vaccinazioni imposte, protocolli terapeutici standardizzati tanto più diffusi quanto più palese è la loro assurdità e inefficacia; e non oseranno fiatare di fronte alla criminalizzazione di ogni devianza che provi a sfidare l’ortodossia medica dell’elite e a proporre terapie alternative.

Per tenere in piedi questo teatro dell’”accerchiamento ostile” perenne, che porta infiniti vantaggi politici ed economici alle elite dirigenti, la medicina ufficiale ha bisogno di funzionari che siano poco più che burocrati. Occorrono tecnici, esperti settoriali, specialisti che siano competenti in un circoscritto campo dello scibile e non possiedano quella visione d’insieme che consentirebbe loro di mettere in discussione alla radice l’impostazione dogmatica costituita; secondo la quale l’essere umano è un ente a sé, separato dalla natura. E la natura gli sta intorno al solo scopo di insidiarlo, di aggredirlo proditoriamente, con armi ignote che solo la saggezza e la preparazione “scientifica” dei dominanti sono in grado di neutralizzare. Le posizioni di potere e il profitto economico dell’elite sono garantiti da questo autodichiarato monopolio sugli strumenti salvifici in grado di debellare e sottomettere le forze avverse del creato.



Max von Pettenkofer non era uno di questi burocrati specializzati. Egli fu uno degli ultimi studiosi di medicina a poter contare su una formazione umanistica completa. Prima di dedicarsi agli studi di medicina e di chimica presso l’Università di Monaco, aveva studiato grammatica e latino al Ginnasio, era appassionato di letteratura, si interessava di filologia, aveva scritto poesie, era stato attore di teatro. Chi lo conobbe, lo descrive come un uomo di forti sentimenti, gioviale, dotato di uno spiccato senso dell’umorismo, cui faceva da sottofondo un costante velo di malinconia.



Pettenkofer non credeva nella scissione tra uomo e natura. Si rifiutava di considerare l’organismo umano come un’entità separata dall’ambiente, simile a un borgo cinto da mura, sotto la perenne minaccia di un invasore in agguato. Koch aveva identificato uno di tali invasori nel vibrione del colera, il quale – era sua convinzione – rappresentava la causa diretta del morbo. Era il vibrione che, trasmettendosi da un soggetto all’altro attraverso il contatto fisico oppure tramite cibi e materiali infetti, aggrediva l’ospite e provocava l’insorgere della malattia.

La visione di Pettenkofer era più complessa. Egli era convinto che il bacillo non bastasse da solo a spiegare la malattia e che per generare l’infezione fosse necessaria un’interazione tra il germe del colera e l’ambiente. Quando il germe veniva a contatto con suoli asciutti e porosi, durante periodi di scarsa disponibilità idrica, esso dava origine ai cosiddetti “miasmi”, che erano, secondo Pettenkofer, la vera causa scatenante dell’epidemia. Questa visione delle cose escludeva, ad esempio, che il contagio potesse trasmettersi per semplice contatto tra individui o per ingestione di sostanze infette (ad es. l’acqua). Affinché il germe potesse “acquisire virulenza”, occorreva che il suolo presentasse certe caratteristiche di porosità e che contenesse materia fecale in decomposizione. Senza tali condizioni, il germe non era in grado di maturare ed evolversi in “miasma”. Ciò implicava che misure come la quarantena o come la bollitura e il filtraggio dell’acqua fossero considerate da Pettenkofer perfettamente inutili ad arrestare l’epidemia. Non è il contatto diretto col germe che uccide, bensì il contatto con un ambiente degradato che ha consentito al germe di propagarsi nell’atmosfera come esalazione infettiva.



Dunque, se per Koch il bacillo era causa diretta del morbo, nonché condizione necessaria e sufficiente per il suo insorgere, Pettenkofer riteneva che il vibrione rappresentasse solo una causa indiretta e che le condizioni per il diffondersi dell’epidemia fossero almeno quattro:

- La presenza del germe;


- L’esistenza di specifiche condizioni locali (in particolare le condizioni del suolo);

- L’esistenza di specifiche condizioni stagionali (ad es. un periodo di siccità);

- L’esistenza di particolari condizioni individuali.

Pongo l’accento sull’ultima di queste quattro condizioni. Pettenkofer ritiene che il morbo possa attecchire soltanto in organismi già predisposti (causa debilitazione prodotta da altre cause) alla sua ricezione. Un organismo che non sia già debilitato per conto proprio, resterà comunque immune alle esalazioni miasmatiche.



Riassumendo: per Koch il germe è il mortale nemico esterno da combattere con tutte le (potenzialmente costose) risorse che la scienza medica mette a disposizione. Per Pettenkofer il germe non è il nemico (da solo non può nulla) e non è esterno (è già presente, nel suo stato non virulento, nell’organismo umano). Ciò che bisogna modificare per aver ragione della malattia sono le modalità d’interazione tra uomo e ambiente, nonché il rapporto del singolo con il proprio organismo. Per debellare il morbo non servono vaccini, terapie ospedaliere, farmaci ed interventi chirurgici. Servono servizi idrici, che assicurino abbondante fornitura di acqua pulita; servono fognature, che permettano di smaltire la materia fecale, sita nel sottosuolo, nella quale il germe completa la propria mutazione in miasma epidemico; servono buona alimentazione e vita equilibrata, che implementino la resistenza dell’organismo. Nella visione di Pettenkofer, l’uomo, il suo corpo e il suo ambiente sono una cosa sola ed è dagli scompensi insorti all’interno di questa unità ecoantropica che scaturiscono le epidemie.



Pettenkofer aveva cercato di mettere a punto un approccio integrato, fondato su osservazioni attinenti a diversi settori dello scibile: chimica, biologia, statistica, filosofia, politiche sociali. Questo perché l’obiettivo che egli perseguiva era l’eliminazione o la limitazione del contagio, che poteva essera ottenuta solo affrontando il problema nella sua complessità, attraverso studi ad ampio raggio ed interventi mirati che ne eliminassero le cause ambientali. Koch e i seguaci del paradigma batterico si accontentavano invece di additare all’umanità un nemico che giustificasse il potere della tecnocrazia, i suoi interventi invasivi, il suo controllo sulle procedure terapeutiche. Il loro approccio era semplificatorio, perché la finalità principale non era il miglioramento della salute pubblica attraverso la rimozione delle cause epidemiche, ma la perpetuazione di queste ultime. Essi non miravano a impedire la diffusione del contagio, ma a combatterlo quando si era già affermato, vendendo a caro prezzo l’apparato chirurgico-farmacologico necessario a tale scopo.



Quando all’inizio del ‘900 divenne chiaro che l’applicazione della teoria dei germi alla salute pubblica richiedeva molto di più che la mera individuazione dei microrganismi collegati all’epidemia, molte delle teorie igieniste ed ambientali di Pettenkofer vennero recuperate, con grave smacco dei “contagionisti” ormai già in piena parata trionfale. Gli studi relativi all’influsso dell’ambiente sugli agenti patogeni, sui vettori e sui portatori sani del contagio vennero integrati nella teoria dei germi, come pure l’attenzione per il ruolo svolto dalle specifiche situazioni di vita degli individui nel diffondersi delle malattie. Ci si rese conto che l’identificazione dell’agente patogeno (vero o presunto) non eliminava la necessità di studiare le condizioni sociali e ambientali che ne agevolavano la diffusione, ma la rendeva ancor più impellente.



Questo ostacolo imprevisto sulla strada del controllo delle masse attraverso la medicina fu comunque di breve durata. Ben presto le elite tecnocratiche misero a punto - e diffusero poi attraverso gli appositi strumenti di propaganda - una visione del “nemico” più funzionale ai propri obiettivi. L’individuazione dei bacilli del colera, del tifo e della difterite presentava come sgradevole (per le elite) controindicazione quella di spingere le autorità sanitarie a “bonificare” gli ambienti in cui tali bacilli prosperavano, eliminando così le cause ambientali del contagio. Il “nemico”, così accuratamente creato, veniva in tal modo neutralizzato prima ancora di poter essere utilizzato come remunerativo spauracchio. Occorreva dunque un nemico indistinto, che permettesse di escludere la ricognizione eziologica volta a determinare la causa delle patologie, che scongiurasse ogni intervento ecoantropico a monte dei fenomeni e consentisse alla casta medica di prosperare sulla guerra ai grandi flagelli. Sorse così l’alba delle neoplasie, dei tumori, delle “sindromi” e delle patologie dall’origine sconosciuta. Il grande vantaggio di tali malattie è, appunto, che esse saltano a piè pari l’indagine sulle cause e si concentrano sulla terapia degli effetti; il che consente di mantenere la società nello stato di guerra permanente su cui le case farmaceutiche hanno costruito la propria fortuna. Se fosse consentito indagare sulle cause, si scoprirebbe che sono proprio le terapie, i vaccini (strapieni di metalli pesanti come mercurio e alluminio) e i farmaci proposti per la cura una delle principali cause della diffusione e della recrudescenza di questi mali; tra gli infiniti esempi, è possibile portare quello della “sindrome di Guillain-Barrè”, il cui insorgere – pare ormai acclarato – è legato a doppio filo alla somministrazione vaccinica; quello della SIDS (Sudden Infant Death Syndrome), che uccide i neonati intorno al terzo mese, proprio il periodo in cui inizia per i bambini il ciclo di vaccinazioni obbligatorie; e naturalmente quello dei (presunti) rimedi chemioterapici, radioterapici e chirurgici contro i tumori, vera orgia di avvelenamenti e mutilazioni con cui si distrugge l’organismo del paziente nel tentativo di rimuovere un disturbo di cui non si conosce e non si vuole conoscere l’origine. La lotta permanente agli effetti consente la perpetua medicalizzazione dei pazienti e la sicurezza di poter contare su una domanda chirurgico/terapeutica illimitata.



Le elite farmaceutiche non si limitano dunque a costruire il proprio avversario: esse coltivano e rafforzano il clima della guerra. E lo fanno sia diffondendo, attraverso i farmaci, le stesse patologie che dovranno poi essere curate, sia attraverso l’incessante invenzione di patologie nuove (tutte rigorosamente refrattarie all’indagine eziologica), sia tramite il terrorismo propagandistico della stampa, la quale si occupa di creare e mantenere il clima di psicosi necessario a tenere alta la domanda terapeutica.



Max von Pettenkofer è stato uno degli ultimi studiosi in occidente a dedicarsi alla crescita e al benessere della città, anziché alla difesa delle sue mura contro i nemici. Aveva sviluppato una “scienza dell’igiene” che poneva in primo piano la prevenzione, la cura dell’ambiente, la fortificazione dell’organismo, anziché la lotta senza quartiere ai fantasmi patogeni. Era convinto che, quando una persona si ammala, ciò non avviene perché essa sia stata aggredita da un germe o da un bacillo venefico; avviene perché essa ha permesso al proprio organismo di debilitarsi, conducendo una vita insalubre, vivendo in ambienti malsani, consumando cibi nocivi o poco nutrienti. I bacilli non creano la debilitazione dell’organismo, si limitano a prosperare nei tessuti debilitati, che rappresentano il loro habitat naturale. Per questo motivo, nei suoi scritti, forniva indicazioni minuziose sul modo di vestirsi, sull’igiene dei luoghi di riposo, sulla pulizia dell’ambiente domestico; si interessava delle condizioni igieniche del suolo, dell’aria, dell’acqua, del cibo, degli edifici; offriva informazioni sull’illuminazione, sul riscaldamento, sulla ventilazione degli ambienti, postulando che l’interazione tra la collettività e l’ecosistema consentisse di spiegare i fenomeni epidemici in modo assai più preciso di quanto non potessero fare le semplificazioni dei batteriologi.



Fu uno degli ultimi studiosi a concepire la medicina e la biologia come scienze che si occupano della vita (cioè dell’uomo inteso nella sua interezza e nel suo legame indissolubile con la natura), prima che la medicina del ‘900 riducesse l’essere umano ad una catasta di organi e la natura ad una presenza malevola che trama per distruggerlo. Prima cioè che qualcuno si accorgesse che la vita, commercialmente parlando, è un affare assai più redditizio se viene smembrata, suddivisa in settori di competenza, enumerata in componenti infinitesimali che rendano lo spezzatino risultante più lucrativo dell’insieme e perfino della somma delle sue parti.

Gianluca Freda

Fonte: http://blogghete.altervista.org

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21.06.2011

Commenti (30)

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    1. ottavino 22 giugno 2011

      Spiacente ma tu non hai superato niente. E' stata la chirurgia che ha rimosso il tumore. Le cose non accadono a caso, quindi se uno produce un tumore è necessario che si ponga delle domande: cosa lo ha causato? ho sbagliato qualcosa? Che cos'è la malattia? Rispondendo a queste domande e cambiando stile di vita uno "sale", per così dire, a un livello di coscienza più elevato. Ma se lascia che gli altri "lo facciano" (nel senso lo curino) lui non ha capito nulla. E' semplicemente uno che rimane in balia degli eventi.

    1. rasna-zal 22 giugno 2011

      Tanto per dirne una...

      Guardati il lavoro del dott. Giuseppe Nacci.
      Medico chirurgo specializzato in medicina nucleare, sospeso dall'albo dei medici perché non in possesso di due consensi informati alla privacy di due sue pazienti, in realtà ne ha curati tanti attraverso una terapia metabolica che si rifaceva al metodo Gerson e all'utilizzo di piante in grado di provocare apoptosi della cellula tumorale, anche attraverso l'uso della vitamina B17, guarda caso una vitamina illegale.

      Mille piante per guarire dal cancro senza chemio.
      vedi qui [www.procaduceo.org] [www.procaduceo.org]


      Poi credi a quello che vuoi, ovviamente...

    1. mat612000 22 giugno 2011

      Tu secondo me non hai la più lontana e pallida idea di cosa significhi essere colpiti da un tumore. Forse non sai nemmeno bene cosa sia.

    1. mat612000 22 giugno 2011

      Hai ragione. E' un affermazione criminosamente imprecisa. Anche perchè da una parte si afferma che la medicina trascura i fattori individuali e dall'altra si fa un'affermazione ottusamente assoluta. Ho conosciuto decine di persone che con la chemio hanno superato la loro malattia in modo definitivo (per quanto di definitivo c'è nelle cose umane). Io ho sperimentato su me stesso la chirurgia ed ha funzionato, purtroppo non funziona così per tutti e a volte la chemio o la radioterapia è un modo per temporeggiare e rimandare, ma in quei mesi, anni che si guadagnano non può essere sperimentata o trovata una cura più efficace?

    1. Sokratico 21 giugno 2011

      "Trovo criminale l'affermazione che la chemioterapia e la chirurgia aggravino i tumori, se non altro perchè è un'affermazione assolutamente arbitraria."



      Puoi trovarlo criminale, se così ti piace, ma che sia arbitraria non è vero. E' solo imprecisa.



      La chirurgia è la principale e, diciamocelo, unica cura per i tumori solidi, attualmente.
      La chemioterapia non serve quasi a nulla, a livello di incidenza statistica di remissione della malattia, se non è seguita da una chirurgia post-chemio.
      Ma una chirurgia eseguita male (e non tutti i chirurghi sono bravi sai...) può portare ad una disseminazione di cellule tumorali nella lesione e nel flusso sanguigno. Da cui seguono immancabilmente recidive.


      In secundis, quello che è vero è che la chemioterapia spesso aggrava sensibilmente le condizioni cliniche generali di pazienti deboli o in stadi avanzati della malattia. Inoltre, ed è un punto importante, nessuno ha mai voluto realmente indagare sulla generazione o connessione iatrogena (cfr. Ivan Illich "Nemesi Medica" - iatrogeno: generato dalla medicina) di tumori secondari e recidive di malattie a causa di chemioterapici i cui composti sono spesso agenti chimici molto aggressivi, alcuni riconosciuti come cancerogeni (cfr. M.Mazzucco "le cure proibite").



      Come saprai la chemioterapia è un cocktail di medicinali che servono ad aggredire la parte malata, indebolendola. Il punto è che essendo endovenosi aggrediscono TUTTO l'organismo, nella speranza di far morire prima il tumore che il paziente.



      Quando i pazienti NON sono operabili chirurgicamente, le neoplasie maligne hanno fattori di sopravvivenza ai 5 anni bassissimi, al punto che la sopravvivenza di chi è chemioterapizzato da quella di chi non si è curato sono paragonabili...mentre non è paragonabile la qualità della loro vita, purtroppo.



      E in ultimo, il fatto che siano i medicinali più costosi del mondo...fa venire brutti pensieri!

      Soprattutto quando ti rendi conto che NESSUNO sta cercando sviluppi clinici aldifuori dalla sequenza chirurgia-chemio.

    1. hylly 21 giugno 2011

      Quando le complicazioni si articolano, c'e' spazio per tutto, e le opzioni piu' forti o conumi o convenienti o assodate, diventano quelle piu' credute e usate. Su queste le statistiche giocano un ruolo forte, perche' si basano solamente su quello che viene definito risultato scientifico migliore. Lo squilibrio di vita sia del fisico che dell'ambiente influisce, e la radice e' e rimene: mente sana in corpo sano. Se si e' in un ambiente equilibrato, equilibrata sara' anche la vita, la sua attivita', la sua sussistenza sopratutto alimentare. E se questo funziona bene, le malattie si curano da sole e l' esserne coscenti, non fa altro che agire sul male stesso. Dottrine filosofie e pratiche varie ne sono il fondamento come conoscenza. Ogni cosa e' possibile quando la credi. Ma se non crediamo che siamo in una situazione di squilibrio e crediamo che lo squilibrio della vita e' l' equilibrio, si dovra' solamente ricorrere a cure e credere a quelle, e di conseguenza, continuare la vita che facciamo, considerandola la migliore come salute e felicita'.

    1. mat612000 21 giugno 2011

      - La presenza del germe;
      Con antibiotici e antivirali si può aggredire l'agente patogeno e sperare od ottenere di eliminarlo.
      - L’esistenza di specifiche condizioni locali (in particolare le condizioni del suolo);
      Le condizioni del suolo cosa significa? Come si può cambiare?

      - L’esistenza di specifiche condizioni stagionali (ad es. un periodo di siccità);
      Altro agente un po' difficile da modificare.

      - L’esistenza di particolari condizioni individuali.
      Questo è normalmente considerato da tutti i medici e in ogni caso può contribuire all'intensità della patologia la quale nella sua eziologia rimane invariata.
      In altre parole: l'approccio esposto non è contrario alla medicina come viene praticata attualmente.
      Trovo criminale l'affermazione che la chemioterapia e la chirurgia aggravino i tumori, se non altro perchè è un'affermazione assolutamente arbitraria.

    1. Tonguessy 21 giugno 2011

      Finalmente un'ottimo Freda.

      Due precisazioni:

      l’impostazione dogmatica costituita; secondo la quale l’essere umano è un ente a sé, separato dalla natura.

      Tutto questo nasce da Cartesio e la sue Res Cogitans (lo stronzo pensante, separato) e Res Extensa. Inutile ricordare che fu lo stesso Cartesio a porre le basi per una descrizione matematica della Realtà. Con l'omicidio di Richelieu (la persona più potente del mondo di allora) la classe medica si garantisce l'assoluta impunità, che continua tuttora.

      Secondo appunto: la peste di Venezia che decimò gli imbellettati abitanti lagunari (da cui discende Brunetta). Gli ebrei avevano discipline abbastanza rigide "sull’igiene dei luoghi di riposo, sulla pulizia dell’ambiente domestico" e sull'igiene personale che permise loro di uscire praticamente indenni da quel disastro. A quei tempi si scaraventavano feci e urine per strada.

      LOO (sinonimo di gabinetto) è un'espressione inglese che deriva dalla contrazione del francese "attention l'eau", ammonimento che prennuciava, appunto, il lancio di feci e urine in strada.

      Inutile quindi vaccinarsi contro il colera oggi, che abbiamo sistemi fognari e igiene personale assolutamente idonei a quanto brillantemente sottolineato da Von Pettenkofer.

    1. Truman 21 giugno 2011

      Ottimo.

    1. santo105 21 giugno 2011

      Articolo molto bello e pienamente condivisibile, si sfiorano da piu parti le concezioni dell igienismo di Shelton e Manuel Lazaeta, tesi che sono validamente portate avanti in italia dal coraggioso Valdo Vaccaro, i produttori di morte e malattie carne-lattiero-caseari-farmacofilivaccinocriminali in combutta con le multinazionali di Atalanta sono il nostro vero nemico che vuole tutti ridurci in malattia vita natural durante. esiste un preciso disegno biochimico del nostro corpo e della nostra alimentazione naturale come dimostrato da numerosi studi indipendenti ma purtroppo il pasteurismo e la fabbrica dei germi cattivi uniti alla medicina non naturale alleata col potere finanziario dei rockfeller e morgan dal primo novecento, ha avuto la meglio con grave danno della nostra salute e dei nostri portafogli, sarebbe ora di rendersi consapevoli e boicottarli sul serio questi mercanti di morte non da meno della monsanto e dei sionisti rotschild e rockfeller del futuro ordine mondiale gia immenente.

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