Keith Haring, l’arte come enunciato politico

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Di Claudio Vitagliano per ComeDonChisciotte.org

“I bambini sanno qualcosa che la maggior parte degli adulti hanno dimenticato”.

Molto probabimente Haring approverebbe la nostra scelta di rappresentare in estrema sintesi la sua arte con questa frase che egli pronunciò anni prima della sua morte.

Haring è stato un artista rivoluzionario, soprattutto perchè il suo sguardo sul mondo è rimasto fino alla fine, tenacemente, quello di un bambino che osserva la realtà con una smisurata curiosità, sconosciuta agli adulti. E quindi, proprio in virtù di un pensiero non ancora uniformato agli schemi correnti ha potuto cogliere e rappresentare meglio di altri le contraddizioni e le inconguenze che ci circondano.

Fu sempre un attivista; già da ragazzo andava imbrattando i muri e strappando i manifesti che raffiguravano Nixon, mentre da grande realizzava opere con titoli come “ Reagan: ready to kill”.

Brandiva pennello o bomboletta come un’arma rivolta contro la mercificazione dell’esistenza.

I temi che egli trattò furono moltissimi e tutti di rilevanza sociale e politica: l’invadenza dei media , il cinismo insito nel capitalismo , l’imperialismo americano, l’emarginazione delle minoranze ecc.

Egli è stato un artista politico in quanto i suoi dipinti erano denuncie a cielo aperto, formulate invadendo ogni superficie che fosse possibile rubare allo spazio urbano e dove potesse posarsi l’occhio del suo interlocutore, quasi sempre l’uomo della strada.

Era un poeta civile perchè ubbidiva a una indole che gli imponeva continuamente di comunicare con il prossimo, interrogando e interrogandosi sul senso ultimo delle cose, soprattutto quelle da lui ritenute estranee al senso comune della giustizia.
La visione su cui si fondava la sua poetica era sostenuta nella sua esposizione da un processo creativo cosi veloce da far venire in mente i surrealisti con la scrittura automatica o il flusso di coscienza utilizzato nella narrativa.

La sua sintassi era assolutamente nuova; un unico geroglifico ininterrotto, costituito da immagini infantili con riferimenti al mondo della TV, dei media e delle icone di civiltà scomparse o future. Per essere più precisi però, quando parliamo di immagini infantili, alludiamo piu al segno spesso e netto con cui contornava le figure, che all’organizzazione dello spazio che è invece sapientemente organizzato e ricercato nella sua ripartizione.

E proprio grazie al suo modo inusuale e incisivo di organizzare l’immagine che l’osservatore precipita in un universo archetipico gioioso per riemergere subito dopo in prossimità di una realtà opprimente di cui Haring denunciava la futura ma molto probabile insostrenibilità.

Nelle sue opere vive un ossimoro insanabile ma funzionale al suo discorso , ovvero racchiudere temi grevi in una cornice festosa e impregnata di energia dionisiaca. In un certo senso egli ci mette in allarme di fronte ad una realtà doppia, che si presenta come una immagine rassicurante ma sotto la quale scavando si scopre la durezza di una società dove impera l’imganno. Infatti, secondo lui, la predicazione del bene viene officiata da falsi profeti dalla immagine pubblica immacolata , che instillano nelle coscienze, grazie ai media , la ricerca della felicità attraverso il possesso di beni effimeri senza valore spirituale.

La sua arte era un modo appropriato ai suoi mezzi per svelare il raggiro di tali profeti ai danni delle masse, che grazie a questi ultimi vivono ancora oggi nell’illusione di partecipare ad un banchetto, ma che in realtà di tale banchetto non raccolgono neanche le briciole.

Non a caso quando arrivò a New York dalla Pennsylvania, tra i primi artisti che conobbe e con cui legò, ci furono i graffitisti del Bronx appartenenti tutti alle classi disagiate. E fu in qualche modo affascinato proprio da loro e dalla cultura hip hop che andava allora affermandosi prepotentemente contro quella dell’establishment bianco. L’idea che l’arte dovesse essere per tutti venne cosi a trovare conferma e forza nella sponda offerta dall’opera dei graffitisti che dipingevano sui vagoni della metropolitana e sui muri di New York.

Egli , pur frequentando quelli che all’epoca erano ritenuti I mostri sacri della pop art, non si adornò mai dell’aura di sacralità con cui questi ultimi erano soliti presentarsi in pubblico ,come faceva ad esempio Andy Warhol, perennemente impegnato a erigere il monumento a se medesimo in vita.
La sua fu una rottura radicale quindi anche sotto l’aspetto della quotidianità con quelli che erano allora gli stili di vita delle celebrità; infatti tra il suo privato e la vita pubblica da artista affermato non vi era nessuna soluzione di continuità. La sua esistenza era dominata dagli stessi impulsi dei suoi coetanei; di giorno dipingeva e la sera si immergeva nel vortice della vita notturna , facendo rotta quasi sempre al Paradise Garage, posto frequentato per lo più da neri e proprio per questo eletto a luogo di svago preferito.

Haring per molti versi era un ragazzo comei tutti gli altri, dotato però di una creatività fuori dal comune. Traeva sostentamento economico da ciò che faceva ma senza curarsi minimamente dell’aspetto mercantile della sua attività. Quando iniziò a disegnare sui cartelloni pubblicitari vuoti della metropolitana ad esempio, non si pose il problema della deperibilità di cio che produceva, infatti le opere avevano una vita effimera, giusto il tempo di essere viste dai viaggiatori. La convinzione che l’arte non fosse per forza ad appannaggio delle sole elites era sincera e non un atteggiamento ascrivibile all’intenzione di crearsi un personaggio, con il recondito fine di un ritorno di immagine e quindi anche economico. Non si preoccupava neanche, visto che realizzava più opere al giorno, di una sovrapproduzione che avrebbe potuto in qualche modo , secondo tanti suoi amici di allora, provocare un crollo verticale delle quotazioni.

Quando apri il pop shop nel 1986, dove erano in vendita magliette e gadget che raffiguravano le sue icone, qualcuno si chiese se l’operazione fosse dovuta veramente al desiderio di portare la sua arte alla gente comune o piuttosto un altro mezzo per incrementare I guadagni. Ma in una intervista dell’epoca, Tony Shafrazi, il titolare della galleria dove Haring allesti la sua prima mostra corredata da un catalogo, dichiarò che per l’artista fu un’operazione in perdita. E lo disse con il sorriso sulle labbra, a significare la ridicolaggine di tali illazioni.

Il bisogno di Haring di comunicare con il prossimo e di condividere con tutti e non solo con pochi privilegiati il frutto della sua arte, è testimoniata dalle opere pubbliche che realizzò in giro per il mondo.

Ad esempio il grande murale sul muro di Berlino, lungo 300 metri, realizzato nella zona ovest e che ebbe purtroppo vita breve poichè venne ricoperto dopo pochi giorni . Nel suo intento esso avrebbe dovuto incarnare il desiderio dei tedeschi di riunificare la Germania, cosa che effettivamente avvenne pochi anni dopo. Ma soprattutto vorremmo rievocare brevemente la soria che portò alla realizzazione di Tuttomondo, il murale dipinto sulla parete esterna dell’abazia di sant’Antonio abate a Pisa nel 1989 e che può essere a nostro parere ritenuto il testamento spirituale di Haring.

L’opera a differenza di molte altre realizzate in loco, venne pensata da subito per essere permanente.

L’idea nacque dall’incontro di Haring con un giovane studente pisano di nome Giorgio Castellani, che si trovava a New York per accompagnare il padre in un viaggio di lavoro. Si conobbero per starada ad un improvvisato concerto di musica indiana. Castellani che era un appassionato di Pop Art, abbonato alla rivista Iterview di Andy Warhol, riconobbe subito il giovane artista americano che come lui era intento a godersi la musica.

Lo investì con una marea di domande come fanno tuttii ragazzi al cospetto del proprio idolo e gli propose , provocatoriamente, di andare in Toscana per realizzare una grande opera. Probabilmente, Haring che iniziava a sentirsi a disagio con gli obblighi che una star dell’arte deve soddisfare per poter mantenere il suo status, e forse anche perchè sentiva la fine avvicinarsi e aveva voglia di un’ultima esperienza di vita, dopo un anno di incontri con Castellani, decise di andare a Pisa. Nel suo diario annotò il carattere ospitale dei Pisani, la buona cucina e la magica armonia che lo legò alla città, per quei pochi ma indimenticabili giorni in cui portò a termine l’opera.

Di Claudio Vitagliano per ComeDonChisciotte.org

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