INDIPENDENZA VENETO. UNICO MOTIVO: GLI SCHEI

INDIPENDENZA VENETO. UNICO MOTIVO: GLI SCHEI

ALESSIO MANNINO
ilribelle.com

In Veneto l’aspirazione all’indipendenza è una costante da venti o trent’anni. Patrimonio di una minoranza fissa e robusta, l’idea di staccarsi dall’Italia riprova oggi a conquistarsi una visibilità mediatica e politica attraverso il web, con un plebiscito.eu che ha macinato centinaia di migliaia di click (mentre scrivo 700 mila *, ma, per stessa ammissione dei promotori, risulteranno meno dopo la scrematura di burloni e forse qualche furbetto che hanno votato con false identità on line, e ce ne sono stati).

Su quasi 5 milioni di abitanti, anche fossero la metà sarebbe un segnale da non sottovalutare, in questi tempi di referendum secessionisti. Ma, a differenza della Crimea, neppure da valutare come chissà che evento geopolitico.

Dopo il ventennio di deludente Lega Nord, che ha incanalato e istituzionalizzato la spinta indipendentista (subordinandola al centralismo lombardo-centrico di Bossi e seguaci), il separatismo veneto ha vivacchiato nella semi-clandestinità di formazioni e partitini dai nomi sempre diversi ma dagli esiti uguali: l’inconcludenza.

E non solo per una banale mancanza di consenso maggioritario nella popolazione, ma per una ragione più profonda, antropologica: il diffuso ceto medio, fatto di partite Iva, piccole e microimprese e lavoratori autonomi non ha mai avuto né ha alcuna voglia di mettere in gioco quel che gli sta veramente a cuore e per cui invocano la libertà da Roma, e cioè il benessere economico. Prova ne sia, al di là delle pur simpatiche e interessanti rassegne e rievocazioni sulla gloriosa Serenissima Repubblica di Venezia, che la motivazione di fondo che anima i venetisti va sempre a parare lì: sulle tasse.

Se il Veneto si autogovernasse, sarebbe uno Stato ricco, ricchissimo, un’Austria felix come ai bei tempi di Maria Teresa, ricordata ancor oggi da qualcuno con nostalgia. La cultura storica, le radici, le tradizioni, il mito – in buona parte autentico – dei Dogi, la forte percezione di un’identità particolare e differente dagli altri popoli “italici”: tutto questo, che pure c’è, è nettamente secondario rispetto alla frustrazione economica e fiscale di produrre tanto e ricevere indietro, come servizi pubblici, poco, o comunque non abbastanza.

Niente di male: i grandi cambiamenti della storia moderna hanno sempre avuto una causa o concausa nella tassazione usuraia di Stato. Però oltre a questo, fra i patrioti veneti, non si va. Non c’è un progetto alternativo di società e nemmeno di organizzazione politica: c’è solo un vago rifarsi ad un passato di grande valore che finì prima ancora dell’Unità d’Italia, con il cinico Napoleone che regalò Venezia e l’entroterra all’Impero Austriaco con la pace di Campoformio nel 1797, e per il resto il sogno di tenersi i proprio sudati quattrini anziché girarli all’Italia spendacciona e grassatrice. Che tale lo è stata sempre un po’, ma una volta ingabbiata nel sistema sovranazionale della Nato, dell’Ue, dell’Fmi e della finanza mondiale (il tutto noto come “globalizzazione”), in concomitanza con il boom industriale della regione fabbricatrice di schei e manufatti d’esportazione, l’aumento di gabelle e l’esplosione del debito italiano ha provocato l’acutizzarsi dell’insofferenza. Il padroncino veneto tanto più ha sgobbato e si è arricchito, tanto più si è visto spogliare del frutto del suo lavoro per sostentate le greppie e i pozzi senza fondo della politica che nel frattempo ha via via abdicato per dare il potere decisivo ai poteri extranazionali.

Il problema è che si guarda come nemico solo a Roma, ma una volta indipendenti si starebbe benissimo, a sentire gli aspiranti secessionisti, sotto il gioco di un’Unione Europea longa manus delle banche e sotto tutela militare degli Stati Uniti. Concediamo pure che non si dovrebbe girare una buona percentuale di imposte per finanziare il Centro-Sud, e sia. Ma l’addio all’Italia per cambiare soltanto padrone a Bruxelles e tenerci l’altro a Washington, e non cambiare di un ette lo stile di vita in tutto e per tutto occidentalizzato, iperconsumista, forsennatamente global e pago di vivere per lavorare.

Non che nel volgere dell’ultimo decennio la generazione più giovane non abbia allentato i ritmi stakhanovisti degli anni ’80 e ’90, ma il Veneto resta italiano, molto italiano nel mantenersi una landa in gran parte sconciata nel paesaggio e priva di anima nelle abitudini di massa. I filari tristi di capannoni vuoti danno l’immagine plastica del fallimento sostanziale di un “modello Nordest” fondato sull’export andato in crisi con la crisi mondiale, e che non trova di meglio ancora adesso che pensare a nuove strade, nuovi centri commerciali, nuove lottizzazioni, nel delocalizzare all’estero dove si pagano meno burocrazia e manodopera, nell’inseguire una crescita produttiva sempre più difficile in un mercato planetario spaventosamente concorrenziale. Si persegue imperterriti il modo di vivere misurato sul profitto, ed è l’erosione del profitto la molla alla base dello scontento, con relative fantasie di fuga.

Ma un movimento popolare di successo non può affidare le proprie fortune unicamente su razionali bisogni economici. Ci vuole uno scopo più alto, una promessa più grandiosa, una meta immaginata più potente, che parli al cuore e non solo alla pancia o al cervello. Ci vuole, insomma, una identità nazionale, un Popolo che si senta Nazione e sia determinato a farsi Stato. Ecco, questo in Veneto non c’è. Di qui l’assenza di una forza politica organizzata che possa dare un seguito a iniziative puramente simboliche come un sondaggio su internet. Non basta l’oleografia di un passato ormai sepolto come il millennio veneziano, per creare un legame spirituale com’è l’appartenenza identitaria. La marcia trionfale del mondialismo ha livellato anche qui, e mai come qui il credo liberista e privatistico, sia pur temperato da buone dosi di solidarismo di matrice cattolica, permea e condiziona le “idealità” patriottiche. Ho sempre pensato che il buon veneto, bravissimo lavoratore e imprenditore, stringi stringi sogni l’indipendenza per un fatto di soldi. Legittimo, ma le Nazioni non sono mai sorte sui soldi. Ma sul sangue, sul sacrificio, su una fondazione mitica e sul senso comunitario. Comunità di destino, non comunità finanziarie o di fabbrica.

* Aggiornamento: alle ore 23.10 del 18 Marzo i votanti sono 1.062.163

Alessio Mannino
www.ilribelle.com
19.03.2014

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Commenti (45)

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Nascondi area commenti 5 caricati
    1. Wotan 19 marzo 2014

      No problem. Se è il prezzo da pagare per andarsene, facciamo due conti e tanti saluti.
      Tenete pure il resto.

    1. Wotan 19 marzo 2014

      Ennesimo articolo infarcito di luoghi comuni dettato dalla paura che la vacca da mungere se ne vada per conto suo.

      "Ho sempre pensato che il buon veneto, bravissimo
      lavoratore e imprenditore, stringi stringi sogni l’indipendenza per un
      fatto di soldi."
      Eccaallà, il veneto e i "schei". Tutto l'articolo si riassume in questa profonda analisi sociologica e storica...

      Ma ti pagano pure?

    1. siletti86 19 marzo 2014

      Articolo da incorniciare! Il tanto vituperato modello sociale/economico/imprenditoriale emiliano-romagnolo (definito da molti idioti "modello comunista") è infinitamente migliore di quello lombardo-veneto! Se ne facciano una ragione i "libertaristi-indipendentisti veneti". E lo dico a ragion veduta perchè un quarto del mio sangue viene da quelle parti!!!!!

    1. geopardy 19 marzo 2014

      175 miliardi solo dividendo per il numero degli abitanti, ma, probabilmente, saranno molti di più.

    1. geopardy 19 marzo 2014

      Qualcuno glielo spiega, ad una delle regioni simbolo dell'evasione fiscale come il Veneto, che almeno 175 miliardi euro di debito italiano lo erediterebbero?

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