IN UNA SOCIETA' DEL SOUND-BITE, LA REALTA' NON CONTA PIU'

DI WILLIAM BLUM
Killing hope

Il mese scorso, il ministro degli esteri israeliano Tzipi Livni ha detto ai leader mondiali riuniti alle Nazioni Unite che era venuto il momento di agire contro l’Iran. “Nessuno discute”, ha detto, “che l’Iran nega l’Olocausto e parla apertamente del suo desiderio di cancellare dalla carta geografica uno stato membro – il mio. E nessuno discute che, in violazione di risoluzioni del Consiglio di Sicurezza, sta attivamente perseguendo i mezzi per raggiungere questo scopo. Troppi vedono il pericolo ma pigramente non se ne curano – sperando che se ne occupi qualcun altro. […] È tempo che le Nazioni Unite, e gli stati del mondo, rispettino la loro promessa di ‘mai più’. Dicano che quando è troppo è troppo, agiscano ora e difendano i loro valori fondamentali.”[1]

Eppure, qualche settimana dopo, Haaretz (descritto spesso come “il New York Times israeliano”) ci informa che lo stesso ministro degli esteri Tzipi Livni aveva detto alcuni mesi prima, in una serie di discussioni a porte chiuse, che secondo lei “le armi nucleari iraniane non pongono una minaccia esistenziale per Israele”. Haaretz ha riferito che “la Livni ha anche criticato l’uso esagerato che il primo ministro [israeliano] Ehud Olmert sta facendo del problema della bomba iraniana, affermando che sta cercando di raccogliere attorno a sé l’opinione pubblica facendo leva sulle sue paure più elementari.”[2]

Come dobbiamo interpretare una tale autocontraddizione, una così perfetta ipocrisia?

Ed ecco Fareed Zakaria, redattore di Newsweek International: “L’unica volta che abbiamo negoziato seriamente con Tehran fu negli ultimi giorni della guerra in Afghanistan, per creare un nuovo ordine politico nel paese. Il rappresentante di Bush alla conferenza di Bonn, James Dobbins, dice che ‘gli iraniani erano molto professionali, diretti, affidabili e utili. Furono anche vitali per il nostro successo. Convinsero l’Alleanza del Nord [i nemici afgani dei Talebani] a fare le concessioni finali che chiedevamo’. Dobbins dice che gli iraniani nel 2001 e in seguito fecero attraverso lui e altri delle avance per migliorare i rapporti con gli Stati Uniti, ma non ricevettero risposta. Perfino dopo il discorso dell’Asse del male, ricorda, offrirono di cooperare in Afghanistan. Dobbins portò la proposta a una riunione al vertice a Washington solo per vederla accolta da un silenzio di tomba. L’allora Segretario alla difesa Donald Rumsfeld, dice, ‘abbassò lo sguardo e armeggiò con le sue carte’. Nessuna risposta fu mai inviata agli iraniani. Perché disturbarsi? Sono pazzi.”[3]

Dobbins ha scritto inoltre: “La versione originale dell’accordo di Bonn […] trascurava di menzionare la democrazia o la guerra al terrorismo. Fu il rappresentante iraniano che individuò queste omissioni e raccomandò con successo che al governo afgano emergente fosse richiesto di impegnarsi su queste due cose”.[4] […] “Appena qualche settimana dopo che Hamid Karzai giurò come leader provvisorio in Afghanistan, il presidente Bush mise in lista l’Iran nell’‘asse del male’ – una vendetta sorprendente per l’aiuto di Tehran a Bonn. Un anno più tardi, poco dopo l’invasione dell’Iraq, tutti i contatti bilaterali con Tehran furono sospesi. Da allora il confronto sul programma nucleare iraniano si è intensificato.”[5]

Poco dopo l’invasione USA dell’Iraq nel 2003, l’Iran tentò un altro approccio con Washington, tramite l’ambasciatore svizzero, che inviò un fax al Dipartimento di Stato. Il Washington Post lo ha descritto come “una proposta iraniana per un ampio dialogo con gli Stati Uniti, e il fax suggeriva che sul tavolo c’era tutto – compresa una piena cooperazione sui programmi nucleari, l’accettazione di Israele e la cessazione dell’appoggio iraniano ai gruppi militanti palestinesi”. L’amministrazione Bush “minimizzò l’iniziativa. Invece si lamentò formalmente con l’ambasciatore svizzero che aveva inviato il fax.” Richard Haass, all’epoca capo della pianificazione politica al Dipartimento di Stato e ora presidente del Council on Foreign Relations, ha detto che l’avance iraniana era stata rapidamente rifiutato perché nell’amministrazione “si propendeva per una politica di cambio di regime.”[6]

Così ci siamo. Gli israeliani lo sanno, gli americani lo sanno. L’Iran non è nessun tipo di minaccia militare. Prima dell’invasione dell’Iraq posi in questo rapporto la domanda: quale ragione possibile avrebbe Saddam Hussein per attaccare gli Stati Uniti o Israele se non un irresistibile desiderio di suicidio nazionale di massa? Non aveva nessuna ragione, e gli iraniani nemmeno. Delle molte bugie che hanno circondato l’invasione dell’Iraq, la più grande di tutte è che se, in realtà, Saddam Hussein avesse avuto quelle armi di distruzione di massa, l’invasione sarebbe stata giustificata.

Gli Stati Uniti e Israele da molto tempo si sono sforzati di dominare il Medio Oriente, guardando Iraq e Iran come le barriere più potenti a questa ambizione. Ora l’Iraq è un caso disperato. L’Iran aspetta l’irachizzazione. E forse, alla fine, le onnipresenti basi militari americane, per chiudere il varco fra Iraq e Afghanistan nell’accerchiamento americano della Cina, e per meglio monitorare l’afflusso di petrolio dalle aree del Golfo Persico e del Mar Caspio.

C’è stato un momento in cui presumevo che l’unico scopo della politica americana ostile all’Iran fosse impedire agli iraniani di acquisire armi nucleari, che priverebbero USA e Israele del loro monopolio mediorientale e del loro strumento ultimo di intimidazione. Ma ora sembra che distruggere la capacità militare iraniana, nucleare e non, demolirla al punto di essere inutilizzabile per difendersi o attaccare, sia l’obiettivo dell’amministrazione Bush, forse insieme alla speranza di qualche sorta di cambio di regime. L’Impero lascia al caso il meno possibile.

Cuba e il peccato originale

Fin dai primi giorni della rivoluzione cubana fedeli zelanti capitalisti e anticomunisti assortiti in tutto il mondo non hanno mai smesso di pubblicare le manchevolezze, reali e pretese, della vita a Cuba; ogni difetto percepito viene attribuito ai difetti percepiti del socialismo – è un sistema che semplicemente non può funzionare, ci viene detto, data la natura degli esseri umani, particolarmente in questo mondo moderno, competitivo, globalizzato, orientato al consumatore.

In risposta a molte di queste critiche i difensori della società cubana hanno regolarmente sottolineato come le numerose sanzioni draconiane imposte dagli Stati Uniti dopo il 1960 sono in larga misura responsabili per la maggior parte dei problemi sottolineati dai suoi critici. Questi a loro volta dicono che è solo una scusa, usata dagli apologisti di Cuba per ogni manchevolezza del loro sistema socialista. Sarebbe difficilissimo per i critici provare la loro tesi. Gli Stati Uniti dovrebbero lasciar cadere tutte le sanzioni e poi dovremmo aspettare tanto a lungo da permettere alla società cubana di recuperare il terreno perduto e dimostrare cosa può fare il suo sistema quando non è sotto l’attacco costante della nazione più potente del mondo.

Le sanzioni (che Cuba definisce un blocco economico), pensate per creare scontento nei confronti del governo, si sono allargate sotto l’amministrazione Bush, sia nel numero che nella loro natura vendicativa. Washington ha adottato rappresaglie più aspre contro chi fa affari con Cuba o stabilisce con questo paese rapporti basati su scambi culturali o turistici; ad esempio il Tesoro USA ha congelato i conti negli Stati Uniti della Netherlands Caribbean Bank perché questa ha un ufficio a Cuba, e ha proibito ad aziende e individui americani di avere transazioni con tale banca olandese.

Il Dipartimento del Tesoro USA ha multato l’Alliance of Baptists di 34.000 dollari, accusando alcuni dei suoi membri e dei parrocchiani di altre chiese di essersi dedicatati ad attività turistiche durante una visita a Cuba a fini religiosi; ovvero, vi avevano speso del denaro (come George W. ha detto una volta: “la legge degli USA proibisce agli americani di viaggiare a Cuba per piacere.”[7])

Tribunali USA e agenzie del governo hanno aiutato società americane ad espropriare i famosi marchi dei sigari cubani ‘Cohiba’ e del ben noto rum “Havana Club”.

L’amministrazione Bush ha inviato ai provider americani di servizi internet una nota che dice loro di non trattare con sei paesi specificati, compresa Cuba.[8] Questa è una delle varie azioni di Washington negli anni per limitare la disponibilità di internet a Cuba; eppure i critici di Cuba affermano che in questo paese i problemi con internet sono dovuti a limitazioni opera del governo.

I cubani negli Stati Uniti hanno un massimo di denaro da inviare alle loro famiglie a Cuba che non possono superare, un limite che Washington impone solo ai cubani e a nessun altro cittadino straniero. Nemmeno durante i peggiori momenti della guerra fredda ci fu un limite generale alla quantità di denaro che le persone negli USA potevano inviare a parenti che vivevano nei satelliti sovietici in Europa orientale.

Nel 1999 Cuba ha sporto denuncia contro gli Stati Uniti per 1818,1 miliardi di dollari di compensazione per perdite economiche e di vite umane durante i primi quarant’anni di questa aggressione. La denuncia affermava la responsabilità di Washington per la morte di 3.478 cubani e il ferimento e l’inabilità di altri 2.099. Negli otto anni successivi queste cifre naturalmente sono tutte aumentate. Le sanzioni, in numerosi modi grandi e piccoli, rendono molto più difficile e costoso, spesso impossibile, l’acquisizione di molti tipi di prodotti e servizi da tutto il mondo; spesso sono cose indispensabili alla medicina, all’industria o ai trasporti cubani; oppure significa che americani e cubani non possono partecipare a convegni professionali nei rispettivi paesi.

Quanto sopra è solo un piccolo campione dell’atroce dolore inflitto dagli Stati Uniti al corpo, all’anima e all’economia del popolo cubano.

Per anni i leader politici e i media americani adoravano etichettare Cuba come un “paria internazionale”. Questa non la sentiamo più. Forse una ragione è il voto annuale alle Nazioni Unite su una risoluzione in Assemblea Generale per porre fine all’embargo USA contro Cuba. Il voto è andato così:

Sì-No

1992 59-2 (USA, Israele)

1993 88-4 (USA, Israele, Albania, Paraguay)

1994 101-2 (USA, Israele)

1995 117-3 (USA, Israele, Uzbekistan)

1996 138-3 (USA, Israele, Uzbekistan)

1997 143-3 (USA, Israele, Uzbekistan)

1998 157-2 (USA, Israele)

1999 155-2 (USA, Israele)

2000 167-3 (USA, Israele, Isole Marshall)

2001 167-3 (USA, Israele, Isole Marshall)

2002 173-3 (US, Israel, Isole Marshall)

2003 179-3 (US, Israel, Isole Marshall)

2004 179-4 (US, Israel, Isole Marshall, Palau)

2005 182-4 (US, Israel, Isole Marshall, Palau)

2006 183-4 (US, Israel, Isole Marshall, Palau)

2007 184-4 (US, Israel, Isole Marshall, Palau)

Il peccato di Cuba, che gli Stati Uniti d’America non possono perdonare, è aver creato una società che possa servire come esempio riuscito di un’alternativa al modello capitalista, e inoltre di averlo fatto sotto il naso degli stessi Stati Uniti. E malgrado tutti gli stenti che Washington le ha imposto, Cuba ha effettivamente ispirato innumerevoli popoli e governi in tutto il mondo.

Un’autrice che da tempo scrive di Cuba, Karen Lee Wald, ha osservato: “Gli Stati Uniti hanno più penne, matite, caramelle, aspirine, ecc. della maggior parte dei cubani. Questi d’altra parte hanno un accesso a servizi sanitari, educazione, sport, cultura, asili nidi, servizi per gli anziani, orgoglio e dignità migliori di quanto siano alla portata della maggior parte di noi.”

In un discorso del 1996 all’Assemblea Generale il vice presidente cubano Carlos Lage affermò: “Ogni giorno nel mondo 200 milioni di bambini dormono nelle strade. Neanche uno di loro è cubano.”

Il 6 aprile 1960 L.D. Mallory, un alto funzionario del Dipartimento di Stato, scrisse in un promemoria interno: “La maggior parte dei cubani appoggia Castro […] gli unici mezzi prevedibili per alienare l’appoggio interno è mediante la disillusione e la disaffezione basate su insoddisfazione e difficoltà economiche. […] ogni mezzo possibile andrebbe prontamente intrapreso per indebolire la vita economica di Cuba”. Mallory propose “una linea d’azione che neghi quanto più possibile a Cuba denaro e rifornimenti, per diminuire i salari nominali e reali, causare fame, disperazione e il rovesciamento del governo.” Alcuni mesi dopo l’amministrazione Eisenhower avviò l’embargo.[9]

Hugo il demonio dittatore colpisce ancora

L’ultima prova che Hugo Chávez è un dittatore, ci viene detto, è che sta premendo per un emendamento costituzionale che rimuova il numero massimo di mandati per la presidenza. È la disposizione più controversa nel suo nuovo pacchetto di riforme che è stato recentemente approvato dal congresso venezuelano e che attende conferma in un referendum pubblico il 2 dicembre. I legislatori hanno viaggiato in tutta la nazione per discutere le proposte con forum locali in oltre 9.000 eventi pubblici [10], comportamento piuttosto strano per una dittatura, come lo è un’altra delle riforme – che fissa una giornata di lavoro massima di sei ore così che i lavoratori abbiano tempo sufficiente per lo “sviluppo personale”.

I media americani e l’opposizione in Venezuela fanno apparire che a Chávez si stia per garantire la carica a vita finché lo vuole. Quel che non sottolineano, se pure lo menzionano, è che non c’è proprio niente di automatico nel processo – Chávez ogni volta dovrà essere eletto. Né ci chiariscono che non è insolito per una nazione non avere un numero massimo di mandati per la sua massima carica. Francia, Germania e Regno Unito, se non tutta Europa e buona parte del resto del mondo, non hanno un limite del genere. Gli Stati Uniti non hanno avuto un numero massimo di mandati per la carica di presidente durante i primi 175 anni della nazione, fino alla ratifica del 22° emendamento nel 1951. I presidenti americani prima di quel momento furono tutti dittatori?

Ha qualche significato, mi chiedo, che i due paesi dell’emisfero occidentale di cui gli Stati Uniti rovescerebbero con maggior piacere i governi – Venezuela e Cuba – hanno la maggiore ossessione nazionale per il baseball al di fuori degli Stati Uniti?

Ragione numero 3,467 per avere dubbi sul nostro sistema di libera impresa donato da Dio

Di recente ho comprato il mio primo telefono cellulare e l’ho portato con me a Burlington, in Vermont, solo per scoprire che lì non funzionava. Sembra che la AT&T/Cingular non abbia antenne in quella zona. Ma altre società telefoniche ne hanno, e i telefoni dei loro abbonati funzionano. Non è un sistema davvero furbo questo?

Presumibilmente avere un sistema telefonico nazionale unico con tutte le antenne utilizzabili da tutti sconvolgerebbe i libertari e altri fedeli del santuario della concorrenza. Così invece ci viene data un’altra affascinante “soluzione di mercato”, e la bellezza della concorrenza è preservata. Perché fermarsi lì? Immaginate solo i vantaggi di poter telefonare per scoprire quale stazione dei pompieri ti farà il prezzo migliore se la tua casa dovesse improvvisamente andare in fiamme.

Un ospite sgradito allla tavola dell’opinione rispettabile

Nell’edizione di settembre di questo rapporto ho presentato una recensione del nuovo libro del giornalista del New York Times Tim Weiner, “Legacy of Ashes: The History of the CIA”. Era piuttosto critica verso il libro, in particolare per quanto era stato omesso sulle operazioni della CIA e sull’effetto sui popoli stranieri di queste operazioni. Il risultato netto di queste numerose omissioni è un’immagine della politica estera USA che minimizza in misura significativa le azioni più distruttive per la pace, la prosperità e la felicità del mondo. È una vecchia storia – i media decidono in primo luogo che problemi coprire; poi decidono quante facce ha un problema; e poi decidono quale tipo di copertura è “equilibrato”. Il maggiore problema ideologico dei media americani è che credono di non avere un’ideologia.

Però mi sono chiesto se non fossi stato un po’ ingiusto con Weiner in uno o più casi; forse aveva avuto qualche buona ragione per alcune delle sue omissioni; forse nelle 700 pagine, comprese 155 pagine di note in caratteri minuscoli, mi era sfuggito qualcosa che pensavo avesse omesso. Ho deciso di inviargli una copia della recensione, sperando di provocare una reazione, e ho scritto al Times chiedendo il suo indirizzo di posta elettronica. Mi ha risposto una e-mail dello stesso Weiner che recitava, integralmente:

“Caro sr. Blum: ho letto la sua recensione vari giorni fa. E ho letto tutti i suoi libri. auguri, tw”

Niente obiezioni a quanto ho detto; nessuna correzione. Sarei sorpreso se ha fatto più che sfogliare qualche pagina dei miei libri. La sua lettera è il suo modo di dire: “In realtà non voglio sentirla più. I nostri mondi non sono fatti per mescolarsi. Le nostre verità non sono le stesse, e né i miei editori né il New York Times mi pagano per diffondere le sue.”

William Blum (The Anti-Empire Report n°51)
Fonte: http://www.killinghope.org
Link: http://members.aol.com/bblum6/aer46.htm
6.11.07

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di LUCA TOMBOLESI

NOTE

[1] Haaretz.com (quotidiano israeliano), 1 ottobre 2007

[2] Haaretz.com, 25 ottobre 2007; edizione cartacea del 26 ottobre

[3] Newsweek, 20 ottobre 2007

[4] Washington Post, 6 maggio 2004

[5] Washington Post, 22 luglio 2007, p. B7, commento di Dobbins

[6] Washington Post, 18 giugno 2006, p. 16

[7] Comunicato stampa della Casa Bianca, 10 ottobre 2003

[8] Comunicato stampa della Missione cubana alle Nazioni Unite, 17 ottobre 2007, per questo e i tre paragrafi precedenti.

[9] Dipartimento di Stato, “Foreign Relations of the United States, 1958-1960, Volume VI, Cuba” (1991), p. 885

[10] Washington Post, 31 ottobre 2007, p. 12

Pubblicato da Davide

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