Il Tribunale di Roma prevede l’abolizione del diritto alla vita

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Di Alessandro Fusillo
miglioverde.eu

Con una inquietante ordinanza il Tribunale di Roma ha previsto l’imminente abolizione del diritto alla vita da parte della Corte costituzionale. Il provvedimento di per sé non contiene nulla di nuovo e rientra nel solco delle molteplici decisioni in cui i magistrati hanno ripetutamente considerato che non ci sia nulla di illegittimo nella legislazione in materia di contrasto alla malattia Covid-19. Infatti, il Collegio della seconda sezione civile del Tribunale di Roma, composto dai magistrati Eugenio Curatola, Adolfo Ceccarini e Alberto Cianfarini, quest’ultimo autore del provvedimento, il 6 giugno scorso ha respinto un ricorso cautelare dell’Associazione Diritto e Mercato di Fabio Massimo Nicosia, teso ad ottenere in via d’urgenza la dichiarazione di illegalità di tutte le misure in materia di “green pass” e obbligo vaccinale a causa della violazione di una serie di norme del diritto internazionale e della costituzione. I giudici romani hanno ritenuto che non vi fosse alcuna situazione di urgenza, e quindi alcuna necessità di intervenire con un provvedimento cautelare, giacché le norme emergenziali sarebbero tutte cessate il 31 marzo 2022 con la fine dello stato di emergenza. Fin qui, come detto, tutto in linea con l’orientamento di molte corti che hanno ritenuto essere loro dovere quello di svolgere la funzione di “avvocati del diavolo”, come si dice, cioè di difensori d’ufficio di un operato, quello dei governi Draghi e Conte, che non è legalmente giustificabile sotto nessun punto di vista e la cui profonda immoralità è sotto gli occhi di tutti.

Ma veniamo all’aspetto più sconvolgente della decisione romana. I magistrati del più grande tribunale del mondo hanno voluto aggiungere anche un loro personale commento e una loro personale previsione su ciò che farà la Corte costituzionale il prossimo 29 novembre in relazione alla questione di legittimità costituzionale proveniente dal Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Siciliana e riguardante l’obbligo vaccinale per gli operatori sanitari. Va premesso che in Italia per arrivare alla Corte costituzionale è sempre necessario un filtro rappresentato da una causa in corso e dalla decisione del giudice che in quella causa deve emettere la sentenza. In altri paesi (ad esempio la Germania o la Spagna) qualunque cittadino che si ritenga leso nei suoi diritti garantiti dalla costituzione può rivolgersi direttamente alla corte costituzionale. Da noi no. I criteri per arrivare alla Consulta sono fondamentalmente due. La questione deve essere anzitutto rilevante, cioè la legge di cui si mette in dubbio la costituzionalità deve essere necessariamente oggetto di applicazione nel processo in corso. In secondo luogo, il giudice deve ritenere il dubbio di costituzionalità “non manifestamente infondato”. L’espressione è di per sé chiara. Si vuole evitare che giungano alla Corte costituzionale questioni frivole o radicalmente destituite di fondamento. Il limite è, però, molto basso: stando alla lettera della legge il giudice dovrebbe inviare alla Corte anche le questioni che ritenga semplicemente infondate ma che, appunto, non lo siano platealmente, manifestamente. La prassi è stata ben diversa e chiunque abbia esperienza di cause e tribunali sa che è estremamente difficile far rinviare una causa alla Consulta. I giudici ritengono solitamente di poter emettere un’ordinanza con la quale sollevano una questione di legittimità costituzionale solo quando siano certissimi della sua fondatezza. Il sistema disegnato dai mitici padri costituenti è, dunque, andato a farsi benedire, come sovente accade.

Nell’ordinanza del tribunale di Roma i giudici, però, hanno fatto qualcosa di nuovo e di insolito. Non si sono limitati a dire che la questione di costituzionalità sollevata dai ricorrenti era manifestamente infondata, ma si sono avventurati a prevedere che la Corte costituzionale cambierà opinione in materia di trattamenti sanitari obbligatori. Si sono arrogati, in altri termini, capacità divinatorie circa ciò che faranno i quindici altissimi magistrati che compongono la Corte, la quale dovrebbe svolgere funzioni di garante della cosiddetta carta costituzionale, e il termine carta appare ogni giorno più appropriato per descrivere il documento in questione. Sino ad oggi (si vedano in proposito le sentenze 307/1990, 258/1994 e 5/2018) la Corte costituzionale è stata ferma nel ritenere che un trattamento sanitario obbligatorio possa essere ammissibile solo laddove questo giovi non solo alla salute del soggetto obbligato ma anche a quella di tutti gli altri e a condizione che gli effetti avversi non superino la soglia della normale tollerabilità non essendo possibile chiedere il sacrificio della salute o della vita del singolo foss’anche per salvare quella di tutti gli altri. Questo orientamento, ad avviso dei giudici romani sarebbe ormai obsoleto e destinato a cambiare. In un grave contesto di pandemia il governo si troverebbe a dover intervenire non solo su di una popolazione da proteggere con misure di profilassi, ma su di una popolazione ammalata da curare. La repubblica italiana sarebbe stata trasformata, quindi, in uno stato terapeutico tra le cui funzioni rientrerebbe anche quella di curare la popolazione complessiva, con un inusitato stravolgimento dell’attività medica che da individuale e fondata sul rapporto tra medico e paziente sarebbe passata ad una funzione di cura collettiva, responsabilità di organi elettivi o amministrativi cui, pur in mancanza di ogni qualificazione professionale, andrebbe riconosciuta la funzione di depositari del sapere scientifico in materia medica. Il nuovo stato terapeutico istituito per via pandemica giustificherebbe, ad avviso del tribunale di Roma, l’accettazione di effetti avversi derivanti dall’obbligatoria vaccinazione di massa. Per dirla in termini più crudi e fuori dalle metafore del gergo legale: secondo il Tribunale di Roma un po’ di morti ed un po’ di malati gravi sarebbero perfettamente giustificabili in un contesto di pandemia giacché il governo avrebbe comunque il dovere di intervenire per curare la popolazione. Il sacrificio della vita dei singoli – il tribunale non ci rivela il numero di morti da ritenere accettabile – sarebbe giustificato dall’esigenza di proteggere tutti gli altri. Il governo si vedrebbe riconosciuta quindi dalla Corte costituzionale, secondo le previsioni dei magistrati romani, la licenza di uccidere purché ciò sia giustificabile da un punto di vista epidemiologico.

Tralasciamo, perché il discorso sarebbe troppo lungo in questa sede, la questione concernente la fondatezza scientifica sia della ipotetica pandemia da Covid-19 sia dell’efficacia dei vaccini e ammettiamo, per pura ipotesi, che il tribunale abbia ragione: ci sarebbe una pandemia altamente pericolosa e ci sarebbero dei vaccini, generalmente molto efficaci ma purtroppo caratterizzati da un certo numero di effetti avversi anche gravi e di morti. Secondo il tribunale di Roma i malcapitati che si ritroveranno al campo santo o con la salute definitivamente rovinata dovranno farsene una ragione, si saranno immolati per il bene comune e il governo potrebbe legittimamente pretendere un simile sacrificio perché i vecchi principi stabiliti dalla corte costituzionale sarebbero ormai superati dagli eventi.

Un simile modo di ragionare sovverte i principi sui quali riteniamo siano basate le cosiddette democrazie liberali occidentali. A partire dalla Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti d’America il minimo comune denominatore sul quale tutti gli ordinamenti, tutte le costituzioni, tutte le dichiarazioni dei diritti hanno sempre trovato convergenza – anche se la pratica non ha seguito le enunciazioni di principio – è quello del diritto alla vita, cioè, almeno, il diritto a non essere ammazzati dal proprio governo. Teorizzare, come ha fatto il tribunale di Roma, che un simile diritto possa essere messo tra parentesi in occasione di una pandemia significa gettare alle ortiche quattrocento anni di riflessione politico-filosofica e precipitare il mondo nella barbarie dei regimi totalitari del secolo scorso.

L’uso del concetto di bene comune per giustificare l’uccisione di un certo numero di persone è la cifra distintiva dei più feroci e sanguinari sistemi totalitari, non a caso sempre sostenuti da una pletora di giuristi di regime sempre pronti a mettere i loro sofismi al servizio del potere. Lo sterminio di massa è un’attività tipica dei governi che da sempre vi hanno dedicato impegno, energie, uomini e mezzi. Il classico studio di R.J. Rummel (Death By Government) evidenzia come solo nel XX secolo i governi del mondo hanno ucciso in tempo di pace – con esclusione, quindi, dei morti delle due guerre mondiali e dei numerosi conflitti armati del secolo scorso – circa 170 milioni di persone. Fatte le dovute proporzioni per la superiorità delle tecnologie disponibili, i governi non sono nuovi a simili azioni. Basti pensare alla lunga carrellata di massacri, da quello dei Galli da parte delle armate di Giulio Cesare, alla guerra al desierto argentina, allo sterminio dei nativi americani da parte degli USA sino agli orrori del Congo Belga del “re costruttore” Leopoldo II alla fine dell’800. In tutti i casi considerati la giustificazione di quelli che Hannah Arendt ne “Le origini del totalitarismo” chiamò massacri amministrativi è sempre stata il bene comune. Ogni regime ha bisogno non solo di volontari scherani ma soprattutto di una forma di consenso e l’unico mezzo per ottenerla è sempre stata quella di convincere la generalità dei sudditi di far parte di un disegno di più ampio respiro, di un grande piano per il bene della collettività. Esaurita la spinta propulsiva della motivazione religiosa l’epoca della modernità ha visto l’emergere di un nuovo credo, quello nella scienza, utile a giustificare la vecchia ideologia del bene comune. Scientifiche, ad esempio, erano le ragioni per la necessaria eliminazione della borghesia e delle parti malate della società da parte dei bolscevichi.

Fondate sulla genetica furono le ragioni addotte dai nazionalsocialisti per lo sterminio degli ebrei e delle razze considerate inferiori. L’eugenetica guidò i progetti di sterilizzazione di massa dell’Inghilterra vittoriana o della California di un secolo fa. Medico-epidemiologiche sono oggi le ragioni che giustificherebbero, sempre in nome del bene comune e superiore, la possibile uccisione di un numero ad oggi imprecisato di persone che soffriranno degli effetti avversi letali dei vaccini contro la malattia Covid-19. Per non parlare delle visioni distopiche del World Economic Forum che vagheggia, e non da ora, la riduzione a metà della popolazione mondiale (cioè l’uccisione di circa quattro miliardi di persone) per salvare la terra dal peso eccessivo di un numero di abitanti ritenuto insostenibile nell’ultima versione dell’incubo malthusiano teorizzato anche dal signor Cingolani, Ministro della Repubblica, il quale sa che la terra è progettata (da chi?) per tre miliardi di persone, il che condurrebbe allo sterminio addirittura di cinque miliardi di mangiatori inutili come li chiamavano i nazionalsocialisti dell’Azione T4 di sterminio di “soli” 70.000 malati mentali, un programma che ormai fa quasi sorridere rispetto ai progetti che vengono pubblicamente sbandierati da vari aspiranti tiranni che fanno bella mostra di sé sui mezzi di comunicazione di massa.

La china totalitaria di cui è testimonianza il provvedimento del tribunale di Roma esige una reazione immediata da parte di chiunque non sia ormai irrimediabilmente vittima dell’ipnosi di massa iniziata a marzo 2020. Occorre recuperare il valore fondamentale della libertà individuale sulla quale non può mai prevalere alcun ragionamento fondato sull’ipotetico bene comune. Il quale, è bene ricordarlo, è inconoscibile. Il bene comune è la somma dei beni individuali. Si tratta di un dato storico ricostruibile, se mai, in retrospettiva. Ipotizzare il bene comune futuro significa attribuire a qualcuno (non importa se si tratti di un monarca, di un governo, di un parlamento o di un programma di intelligenza artificiale) la facoltà di prevedere ciò che sarà meglio per tutti nel futuro. Si tratta, come insegna la prasseologia misesiana, di una impossibilità logica giacché le decisioni di tutti sono imprevedibili e mutevoli e non è possibile conoscerle o indirizzarle in anticipo. È questa la ragione per cui il mondo disegnato dai pianificatori centrali si è sempre trasformato in un inferno. Per uscirne la strada è e resta sempre la stessa: sottrarre il consenso a qualsiasi organizzazione che voglia fondare le proprie azioni su di un concetto di bene comune e disobbedire – sempre e sistematicamente – a tutto ciò che i pianificatori centrali vogliano imporci.

Di Alessandro Fusillo
miglioverde.eu

Fonte: https://www.miglioverde.eu/il-tribunale-di-roma-prevede-labolizione-del-diritto-alla-vita/
15.07.2022


Scelto da Massimo A. Cascone per ComeDonChisciotte.org

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