Essere contro la scienza o contro il meccanicismo?

Di Anna De Nardis, ComeDonChisciotte.org

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Il paradigma meccanicistico propugna il dominio dell’uomo sulla natura, considera il mondo materiale come una macchina, postula il concetto di ‘leggi della natura’ oggettive e immutabili e promuove una visione razionalistica e atomistica della società.

La trappola meccanicistica è un insieme di sistemi di incentivazione che rendono naturale la situazione attuale. È particolarmente difficile sfuggirle, in quanto lo status quo, che appare naturale, più che culturale, priva di potere le persone.  F. Capra, U. Mattei (1)

 

La terra, le foreste, i fiumi, gli oceani e l’atmosfera sono stati tutti colonizzati, erosi, inquinati.
[…]
Le biotecnologie sono lo strumento del capitale nell’era post-industriale e rendono possibile colonizzare e controllare tutto ciò che è autonomo, libero e autorigenerativo. Vandana Shiva (2)

 

Essere contro la Scienza.

Essere contro il Bene assoluto, la Salvezza dell’Umanità, il Progresso…

Non è tollerabile!

Bisogna

Informare, Spiegare, Convincere…

oppure

Condizionare, Ricattare, Costringere…

Queste sono le opzioni che contraddistinguono la Sinistra Illuminata da una parte e la Destra Autoritaria dall’altra, accomunate nel ruolo di ‘nostri responsabili’: quelli, cioè, che “sono responsabili di farci accettare la dura realtà, di motivarci, di farci comprendere che è inutile volerci immischiare nella formulazione delle domande che ci riguardano.” (3)

Pertanto è partita la Santa Crociata, affidata al Grande Generale.

La Crociata è rivolta contro una parte del popolo italiano che viene definito genericamente no-vax con una superficialità di analisi – sicuramente funzionale alla politica discriminatoria del governo – che non tiene conto della complessità dei problemi che vengono posti e della pluralità dei soggetti che si oppongono alla strategia attuata in Italia per affrontare la pandemia-sindemia da Sars-Covid.

La crociata è sostenuta quasi universalmente dal mondo politico, sindacale ed economico e tra le varie accuse rivolte a questo movimento risalta quello di essere contro la Scienza.

Proprio su questo tema vorrei soffermarmi, perché, per la mia formazione e per la mia esperienza politica, non riesco a comprendere le ragioni per cui la sinistra (se è ancora tale ed è capace di elaborare qualche idea strategica) ha preso una marcata distanza, se non ha mostrato una aperta ostilità, nei confronti di un fenomeno sociale che si è sviluppato intorno al tema, delicato e non secondario, della salute e della gestione del proprio corpo, senza peraltro riuscire a elaborare un metodo di analisi autonomo e senza prospettare soluzioni che vadano al di là della richiesta – velleitaria per gli attuali rapporti di forza e subalterna al mito dell’onnipotenza della tecnologia – della sospensione dei brevetti sui cosiddetti vaccini.

Inoltre, mi sembrano passate in secondo piano alcune tematiche che erano emerse timidamente all’inizio della pandemia, quali la relazione tra la diffusione del virus e le situazioni ambientali locali (inquinamento atmosferico e magnetico), oppure l’incidenza delle condizioni sociali nello sviluppo della malattia, che suggerivano l’opportunità di usare il termine sindemia.

La sinistra si autoassolve della sua incapacità politica attaccando e demonizzando i no-vax, senza confrontarsi sul problema di fondo da essi sollevato: l’imposizione di un farmaco nuovo, di cui vengono spesso ignorate le reazioni avverse, e di cui non si conoscono gli effetti a medio-lungo termine, prodotto con quella stessa tecnologia genetica che, in altri campi (agroindustria) viene criticata per le sue ricadute sulla salute e per la distruzione dei saperi e dei rapporti sociali dei contadini del Terzo Mondo, come Vandana Shiva sta denunciando da decenni.

Il rifiuto di questa pratica autoritaria è tacciato di atteggiamento antiscientifico. Accusa, a parer mio, da respingere decisamente, non solo perché importanti intellettuali e sempre più medici hanno espresso dubbi su vari aspetti della gestione della pandemia e della campagna di vaccinazione, ma soprattutto perché trasmette una concezione della Scienza come entità astratta e monolitica, detentrice di un valore assoluto che, al pari di un dogma, non può essere messo in discussione se non dai sacerdoti che l’hanno stabilito. Né può essere limitato da altri principi, come il principio di precauzione, che fu invece sostenuto durante la lotta contro le centrali nucleari.

Non sorprende che questa accusa provenga dai media allineati con i poteri industriali nazionali ed internazionali e con il governo che li rappresenta.

Stupisce e sconcerta che questa visione scientista sia sostenuta in modo del tutto acritico da personalità (4) e soggetti collettivi che dovrebbero ricordare le “riflessioni critiche elaborate [in Italia nel corso del decennio a cavallo tra gli anni ’60 e ’70] da frange della sinistra intellettuale sulla scienza e tecnica, sul loro ruolo nello sviluppo capitalistico e sul rapporto tra esse e le trasformazioni sociali […]

Da una critica all’uso capitalistico della scienza che riversa sui privilegiati una quantità di merci spesso inutili mentre aggrava le condizioni dei più deboli e produce strumenti di distruzione di massa, gruppi di ricercatori e di tecnici giungono presto a individuare nella stessa sfera della teoria scientifica il segno indelebile dei rapporti sociali entro i quali essa è formulata.” (5)

Queste riflessioni si collocano all’interno di un esteso fronte di lotte sociali: negli Stati Uniti, dalla contestazione alla guerra nel Vietnam e “attraverso le lotte per i diritti civili e la presa d’atto delle perduranti diseguaglianze nelle società avanzate […] il nuovo soggetto giovanile studentesco approda a una critica radicale alla presunta razionalità del progresso tecnologico.” (6)

Agli inizi degli anni ’70 posizioni critiche emersero in Italia anche nel contesto delle mobilitazioni sulla nocività delle fabbriche, contro la monetizzazione della salute e per il controllo operaio dell’ambiente di lavoro. Tra le parole d’ordine della mobilitazione operaia di quegli anni si ricordano: “la non delega agli esperti, la validazione consensuale delle misure di prevenzione: formule che indicavano l’autogestione della salute da parte degli operai sulla base del riconoscimento della condivisione di comuni condizioni di lavoro e del diritto alla conoscenza e al controllo dei processi produttivi.” (7)

Le mobilitazioni su quelle parole d’ordine hanno alle spalle un impegno pionieristico anche teorico della Camera del Lavoro di Torino sul tema della nocività ambientale. La ricostruzione fornita da alcuni protagonisti evidenzia “la scoperta di una specificità operaia rispetto alla nocività del lavoro che mette in dubbio la supposta neutralità del sapere scientifico, quindi la razionalità tecnologica che legittima l’organizzazione capitalista del lavoro, e permette l’elaborazione di un modello teorico di analisi e controllo della nocività.” (8)

Altrettanto interessanti le iniziative attuate da alcuni ricercatori della Montedison di Castellanza, che hanno come principale obiettivo “la messa in discussione dell’organizzazione gerarchica della ricerca industriale, evidenziandone la caratterizzazione classista e falsamente neutrale.” (9)

Negli stessi anni, un gruppo di ricercatori di fisica italiani lavorava attorno a un’ipotesi storico-critica: “… ci interessava esaminare quali coerenze leghino le opzioni prevalenti in un dato ambiente scientifico con quelle che intanto si affermano nel contesto economico, sociale e culturale in cui esso è immerso.” (10)

Ho vissuto in prima persona il dibattito sulla scienza e sul suo rapporto con le strutture economiche e sociali quando seguivo il corso di laurea in Fisica presso l’Università di Pisa.

Dopo l’incontro con le tematiche femministe, la mia riflessione si è indirizzata sul carattere sessista che la scienza ha presentato fin dalle sue origini e sul ruolo che il modello meccanicistico da essa prodotto ha avuto nel processo di accumulazione capitalista. Approfondimenti importanti sono venuti dagli studi di genere compiuti da Evelyn Fox Keller, Carolyn Merchant, Elisabetta Donini, Silvia Federici e dalle analisi di Vandana Shiva, citando solo i più noti in Italia. (11)

In un libro pubblicato nel 1990 Elisabetta Donini scriveva:

“Negli ultimi decenni il nodo dell’oggettività è stato posto in discussione da una quantità crescente di apporti femministi alla critica della conoscenza. [Si è prodotta] una così radicale dislocazione del punto di vista da portare quanti l’hanno praticata a riconoscere che i canoni dell’universalità e dell’oggettività andavano ridiscussi, non tanto perché continuamente messi alla prova dal carattere limitato, contingente e provvisorio di ogni affermazione sul mondo, quanto perché contraddetti nel profondo dalla loro intrinseca parzialità di genere.” (12) Quindi analizzava “la doppia dimensione dell’androcentrismo e del patriarcato che mi pare rintracciabile nel codice e non solo nella pratica della scienza.” (13)

Quelle analisi hanno fortemente influenzato il dibattito che si è aperto in Italia, all’interno del movimento delle donne, in seguito all’incidente di Chernobyl:

“… ora erano le donne in quanto tali che andavano alla scoperta delle caratteristiche insite nella prospettiva tecnico-scientifica per destrutturarne le pretese di univocità e abbozzare progetti alternativi sul piano della conoscenza e della pratica.” (14)

“ Andar per scienza ha voluto dire entrare in rapporto con un’enorme ricchezza di saperi diffusi, capaci di delineare un diverso atteggiamento conoscitivo, perché impregnati di diversi valori di riferimento: fondamentale, tra tutti, la critica alla sfida prometeica del rischio, della volontà di manipolazione e di dominio sulla natura, della coazione a produrre e a consumare quantità crescenti di merci […] ribellandosi alla cultura diffusa secondo cui la logica dello sviluppo industriale non ha alternative.” (15)

Seppure con articolazioni diverse, questi riferimenti continuano oggi a essere importanti per avviare un’analisi critica dei presupposti teorici che hanno guidato le strategie degli scienziati accreditati presso il governo italiano nei confronti della pandemia-sindemia SARS-CoV-2, al di là della propaganda diffusa dai nostri governanti e dalla spettacolarizzazione dei programmi televisivi.

Come punto di riferimento, a questo scopo, rimanendo nel campo della produzione italiana, può essere utile il saggio sopra citato di E. Donini, che contiene le riflessioni seguite all’evento Chernobyl.

Il saggio parte da una rivisitazione storica dell’evoluzione della Fisica, ma molte conclusioni sono generalizzabili, per il ruolo determinante che i paradigmi adottati da questa disciplina hanno avuto verso altri settori di ricerca.

La scienziata, per la quale “la scienza moderna è stata inventata e sviluppata proprio con l’intento di assoggettare la natura al controllo conoscitivo necessario per consolidare ed espandere lo sfruttamento economico e la manipolazione tecnologica”, mostra che, nonostante i grandi cambiamenti avvenuti nella Fisica durante le varie fasi storiche, esistono importanti aspetti di continuità tra l’imposizione meccanicistica degli esordi, la sistematizzazione che ha prevalso circa i fenomeni quantistici e l’impianto probabilista delle scienze contemporanee. Questi metodi di analisi spesso coesistono e concorrono a rafforzare il peso della tecnologia nella ricerca:

“Cercherò di dimostrare che indeterminazione, dipendenza dall’osservatore e polivalenza delle rappresentazioni hanno concorso a consolidare […] la rigidità originaria, rendendo in particolare più forte la dipendenza dalle procedure sperimentali e quindi dal vincolo concreto delle tecnologie.

[…]

I dati sperimentali sono diventati fatti in senso proprio…” (16)

Questo perché si tralascia di indagare la natura fisica che si trova al di là del fenomeno e si afferma una “nuova ideologia scientifica imperniata sulla centralità degli osservabili “, cosa che comporta “restringersi alla sole quantità osservabili “ (che possono essere sottoposte a misura) e potenziare ed estendere le tecniche di laboratorio. (17)

Si costruisce così un sistema riduzionista di conoscenza.

Questa modalità di rappresentazione del mondo fisico ha prodotto una forma di pensiero tale che l’imperativo tecnologico è diventato “un condizionamento sociale che oggi forse appare ai più ineludibile, ma di cui è invece sensato liberarsi.” (18)

Infatti l’elaborazione dei dati sperimentali e la produzione scientifica e tecnologica sono condizionate dall’impostazione riduzionistica fin dall’origine e riducono la capacità di estendere lo sguardo al contesto e di includere nell’analisi quelle variabili che sono escluse dall’osservazione e ridotte a rumore di fondo. “Il problema appare tanto più grave se si considera che le decisioni tecnologiche sono immerse nella rete più complessa delle interdipendenze ambientali.

[Il canone scientifico fondato sulla sperimentazione di laboratorio] presuppone che si possano riprodurre situazioni simili e che – una volta verificato che certe azioni hanno dato risultati diversi dal voluto si possa ricominciare daccapo, correggendo gli errori.

[Secondo impostazioni diverse dal riduzionismo fisicalista] le situazioni artificiali di laboratorio, sempre uguali a sé stesse, sono irrealistiche, perché sono ottenute isolando un singolo fenomeno, fuori dalle correlazioni con il contesto.” (19)

Parimenti, Isabelle Stengers avverte: “il fenomeno si trova tecnicamente ridefinito in laboratorio, purificato al massimo da tutto ciò che la teoria assimila al rumore, interrogato dunque secondo i canoni della teoria. La sperimentazione, in questo senso, è dunque un approccio rischioso. Presuppone la scommessa che il fenomeno isolato e riprodotto nelle condizioni di laboratorio sia essenzialmente lo stesso di quello che troviamo nella natura.” (20)

Ed Elisabetta Donini precisa quale sia “il nocciolo del problema: ciascuna singola strategia che sia mirata ad un obiettivo non potrà mai assommare in sé né la conoscenza completa né il controllo di quanto sta accadendo. Ed è quindi più saggio tenerne conto, anziché illudersi di poter seguire un percorso monodirezionale e monodiretto.” (21)

Di qui la proposta di passare dalle monoculture “alla pluralità di tanti sistemi diversificati. Agendo così, si schiudono spazi più ampi per le trasformazioni e ci si mette in grado di misurarsi via via con una maggiore disponibilità di strade aperte al continuo mutamento delle situazioni.” (22)

A questa serie di considerazioni non si sottrae la Biologia, che ha recepito dalla Fisica vari modelli: la rappresentazione di alcuni fenomeni fisici come eventi puramente statistici “concorse a fondare la biologia molecolare, rileggendo le mutazioni genetiche sotto il segno del caso.” (23) Più in generale, fu recepito il punto di vista meccanicistico: Donini asseriva che “le tendenze maggioritarie [anche tra i biologi] siano tuttora molto vicine al vecchio ideale meccanicista e di dominio dell’artificiale sul naturale nel cui segno è nata la scienza moderna. Citare a questo proposito le biotecnologie o l’ingegneria genetica sarebbe sin troppo facile…” (24)

Cosa che invece ha fatto diffusamente Vandana Shiva, alle cui opere rimando per l’analisi delle implicazioni epistemologiche, mediche e sociali delle biotecnologie. Cito qui brevemente alcuni passi significativi:

“Il riduzionismo biologico è anche espressione del riduzionismo culturale, perché svaluta la maggior parte dei saperi e dei sistemi etici: tutti i sistemi agricoli e di medicina non occidentali, così come tutte le discipline biologiche occidentali che non si prestano al riduzionismo genetico e molecolare, ma che sono invece necessarie per avere un rapporto sostenibile con il mondo vivente.

[…]

Dal punto di vista epistemologico porta a una visione meccanica del mondo e della diversità delle sue forme di vita. Ci fa dimenticare che gli organismi viventi si autorganizzano. Ci priva della capacità di rispettare la vita e, venuta meno questa capacità, la protezione delle diverse specie esistenti sul pianeta diventa impossibile.” (25)

Considerazioni dello stesso genere venivano fatte dal fisico Fritjof Capra in un articolo del 1985, pubblicato su Riza Psicosomatica, in cui trattava delle concezioni meccanicistiche della salute e della pace:

“Nella medicina contemporanea – scriveva lo scienziato – l’organismo umano è generalmente dissociato dall’ambiente naturale e sociale in cui è immerso, e la vasta rete di fenomeni che influenza la salute è ridotta ai soli aspetti fisiologici e biochimici. […] La terapia implica interventi tecnologici. Il potenziale di auto organizzazione e autoguarigione del paziente non viene preso in considerazione. […]

Il problema concettuale che è al centro della medicina contemporanea è la confusione tra processo della malattia e sue origini. Anziché chiedersi perché una malattia si verifica e tentare di rimuovere le condizioni che la generano, la ricerca medica tenta di comprendere i meccanismi attraverso i quali la malattia opera, in modo da poter interferire nel processo.” (26)

Come si è già detto riguardo alla fisica, anche nel campo della medicina l’attenzione è rivolta agli osservabili e si opera in funzione di dati semplificati, avulsi dalla complessità dell’organismo e dal suo rapporto col mondo.

Nella ricerca farmacologica i fatti che attestano l’efficacia di un prodotto risultano da indagini statistiche che riducono i corpi umani a entità indistinte e i risultati sono valutati sulla base di una concezione lineare di causa-effetto e riferiti a singole problematiche di un corpo-macchina, anziché alla totalità della persona: si tratta di una impostazione quantitativa che divide in parti indipendenti l’unità organica.

Tale impostazione riduzionista corrisponde, sul piano dei rapporti tra chi si occupa di scienza e il resto della società, a una terza separazione, messa in atto a partire dal XIX secolo, dopo la “duplice separazione, concettuale e tecnica, che permette la sperimentazione.” Secondo Isabelle Stengers, “la separazione sociale tra quelli che ‘sanno riconoscere i fatti’ e quelli che, incompetenti, seguono la corrente.

I soli fatti accettati come scientifici che sono fonte di autorità sono quelli che rispettano la distinzione tra ciò che è significativo e ciò che è rumore, e cioè quelli prodotti dalla classe riconosciuta degli specialisti teoricamente informati.” (27)

La classe degli specialisti teoricamente informati nell’ambito della medicina era, per Giulio Maccacaro, “quella che, indossati i panni della competenza, separatasi nella tecnica, costituitasi come corporazione, legittimatasi come ordine, si pone di fatto come esecutrice di comandi di un potere che la sovrasta e che, pagatala con ruoli e privilegi, ne fa lo strumento più insidioso ed efficace del controllo sociale nelle forme della medicalizzazione. Per tutto ciò essa pretende: il diritto di un sapere separato, la consegna di un uomo oggettivato, l’esercizio di un insindacabile potere. Questo è un nemico della partecipazione.” (28)

Si può sostenere che oggi la situazione sia cambiata? C’è peraltro da chiedersi di quali interessi siano portatori gli specialisti, se la ricerca pubblica “fa del partenariato con l’industria una condizione cruciale per il finanziamento della ricerca. Ciò equivale a dare all’industria il potere di pilotare direttamente la ricerca e di dettare i criteri di successo legati alle proprie esigenze (in particolare, l’ottenimento di un brevetto).” (29)

Criteri che sono strettamente legati alla visione meccanicistica. Fritjof Capra, nell’articolo precedentemente citato, scriveva: “Per concludere la mia illustrazione del parallelismo tra i concetti di salute e di pace nell’ambito del vecchio paradigma, devo ricordare che nei due campi la concezione meccanicistica non è sostenuta solo da scienziati, politici, generali, ma anche e forse persino con maggior forza, dalle industrie farmaceutiche e militari, che nel vecchio paradigma hanno fatto investimenti massicci. L’establishment scientifico e la comunità degli affari sono in accordo perfetto dal momento che la superata visione del mondo cartesiana sottende sia gli schemi teoretici di quello che i moventi economici e tecnologici di questa.”

(Non sarà un caso, quindi, che la gestione della campagna di vaccinazione sia stata affidata, non solo in Italia, a un militare!) Né la situazione oggi appare cambiata rispetto alle analisi di Capra nonostante, all’epoca dell’articolo, si aprissero delle reali possibilità per il superamento del paradigma posto in discussione:

Il meccanicismo è una concezione “con cui ci troviamo a colluttare ancora ai nostri giorni […] l’idea che si possa risolvere tutto intervenendo sulle cose dall’esterno e oggettivamente, il mito secondo cui il tutto è uguale alla semplice somma delle parti è veramente al cuore dello scientismo che negli ultimi venti-trent’anni è tornato così in auge nella nostra cultura.” (30)

La prevalenza di questo paradigma comporta che si affermino delle posizioni riduzioniste, sia nei confronti dell’ambiente che nell’ambito sociale, tali da influenzare anche il pensiero ecologico. Citoni e Papa si chiedono “se la nozione di ambientalismo così come si connota nel periodo storico [da essi] analizzato [1968-1974] sia ancora presente nelle odierne culture della trasformazione sociale. […] oggi l’immagine dell’ambientalismo, a torto o a ragione, appare stretta tra percorsi politici neocentristi, relazioni pericolose con l’impresa e riduttive ipotesi di sostituzione di tecniche e prodotti, in sostanza la green economy. Si è in qualche modo reciso il legame con la stagione in cui l’ecologia si configurava invece come una grande domanda di cambiamento sociale.” (31)

Le considerazioni fin qui riportate suggeriscono che la scienza e le sue rappresentazioni, nonché la produzione tecnologica non possono essere considerate neutrali. Esse devono essere ricondotte nell’ambito delle dinamiche economiche, politiche, sociali, per comprendere a quali interessi sono sottoposte e quali visioni del mondo veicolano.

Dovrebbe ritenersi ancora attuale l’insegnamento di Giulio Maccacaro, per il quale “la medicalizzazione della politica” è una “scelta della classe del capitale” e la “politicizzazione della medicina” è una “scelta della classe del lavoro.” (32)

Si assiste, invece, alla totale assenza di un serio dibattito sul rapporto tra la scienza e la società, mentre la tecnocrazia delle multinazionali ha imposto il suo modello di produzione del sapere. In particolare, viene accettato in modo acritico che l’arte medica debba dipendere sempre più dalla tecnologia, ignorando la ricerca di altre forme di conoscenza e di altre strategie di cura, che meglio rispondano alla complessità dei problemi che oggi si pongono.

In un articolo di Marco Bascetta (Il manifesto, 19 novembre 2021), di cui condivido varie considerazioni, al di là delle banali etichettature che vengono attribuite dall’autore alle posizioni non assoggettate ai precetti della scienza dominante, si sottolinea l’assenza di una strategia partecipativa da parte di “una sinistra […] convertita da tempo al liberalismo, [che] reclama l’autorità dello stato prima e più della partecipazione democratica.”

Quello stato – aggiungo – che, come sostiene Laura Marchetti, va assumendo il ruolo di “polizia privata di industrie sovranazionali.” (33)

Ma la partecipazione democratica che Bascetta auspica richiede innanzitutto consapevolezza e disponibilità al confronto. E non aiuta certo l’atteggiamento paternalista nei confronti di chi si oppone alle politiche sanitarie del governo – quasi fossero minorati da tutelare e/o educare – o la cecità nei confronti delle loro iniziative e del loro impegno nella ricerca di metodi diversi per affrontare la pandemia.

Partendo dai riferimenti culturali che ho esplicitato precedentemente e che ritengo sostengano i miei rilievi critici, ritengo necessario, per aprire un confronto serio e razionale, affrontare alla radice i problemi posti dall’impostazione meccanicista e riduzionista della lotta alla pandemia (con tutto il corredo del linguaggio e della simbologia militaresca che l’ha accompagnata). Si tratta di attuare un cambiamento di paradigmi rispetto alla narrazione del capitalismo globale che ha imposto i suoi miti e i suoi dogmi. Inoltre, estendendo alla situazione odierna le considerazioni che Isabelle Stengers fa in riferimento al problema del cambiamento climatico, “si tratta di riconoscersi obbligati a pensare da ciò che accade. E la prova che ci tocca affrontare, forse, passa innanzitutto dall’abbandono senza nostalgie dell’eredità di un XIX secolo accecato dal progresso delle scienze e delle tecniche, dalla rottura del legame stabilito a quel tempo tra l’emancipazione e ciò che chiamerei una visione epica del materialismo: una visione che tende a sostituire alla favola dell’Uomo ‘creato per dominare la natura’ l’epopea di una conquista di questa stessa natura da parte del lavoro umano.” (34)

Abbandonare, cioè, “il mito della potenza totale della tecnica.” (35)

Si tratta, infine, di riappropriarsi “della capacità di fabbricare le proprie domande.” (36)

Occorre però tener presente che “il sorgere di gruppi che si occupano di ciò che li riguarda, che propongono, obiettano, esigono di prender parte alla formulazione delle domande, e apprendono come farlo, rappresenta sempre, per lo Stato, un ‘disturbo dell’ordine pubblico’ […] L’ordine pubblico non smette di essere stabilito, con la sua pretesa di essere sinonimo della difesa di un interesse generale che ogni volta si tratta di far comprendere a una popolazione sempre sospettata di voler far prevalere i propri interessi egoistici.” (37)

Propongo, quindi, sotto forma di domande, alcuni temi che vorrei sottoporre all’attenzione di chi sia sinceramente interessato a fare un’analisi critica dei problemi evidenziati, non dalla pandemia, come generalmente si scrive, ma dalla gestione della pandemia. Qualcuno, forse, potrà trovarvi qualche spunto per una possibile azione politica.

È accettabile che la ricerca farmacologica sia controllata, direttamente o indirettamente, dalle aziende farmaceutiche e non venga invece realizzata in strutture pubbliche, con finanziamenti pubblici?

Perché sono state sostenute con denaro pubblico le ricerche per la produzione dei vaccini anti-Covid e non sono stati finanziati allo stesso modo gli studi per le cure? (È molto significativo il caso, sollevato da Marinella Correggia – Il manifesto, 12 marzo 2021 – di un “rimedio tradizionale, migliorato dall’istituto malgascio di ricerche applicate”, utilizzato in Madagascar a scopo di prevenzione e cura, dai risultati “molto incoraggianti” – secondo OMS Africa – per cui sono mancati i fondi necessari per passare alla sperimentazione su vasta scala.)

Perché è prevalso un unico indirizzo di ricerca e non si sono adottate strategie diversificate di cure?

Sostiene Elisabetta Donini che “una volta che una tecnologia è dispiegata diventa un fattore di rigidità sia economica che produttiva.” (38)

Quanto ha pesato la rigidità degli apparati tecnologici e delle linee di produzione gestiti dalle aziende nella determinazione del vaccino da produrre?

In particolare, perché le multinazionali hanno imposto un farmaco genico, anziché produrre un vaccino classico?

Quali sono stati i meccanismi di convalida e accettazione delle cure proposte da ricercatori indipendenti per i malati di Covid? Chi stabilisce che i criteri adottati risultano indipendenti dai condizionamenti politici e dagli interessi industriali?

Gli studi sul rapporto costi/benefici si basano su valori di riferimento che non vengono dichiarati.

Quali sono i presupposti epistemologici, etici e politici che sottendono le analisi compiute sull’efficacia dei farmaci anti-Covid?

Quali risultati darebbero tali studi se al paradigma riduzionistico sostenuto dalla maggioranza dei ricercatori si sostituisse un orientamento che tiene conto della totalità della persona e si considerassero anche i possibili effetti a lungo termine del farmaco?

Nel caso dell’agroindustria, l’uso dell’ingegneria genetica ha prodotto: espropriazione delle conoscenze, distruzione dell’agricoltura di sopravvivenza, svalorizzazione delle conoscenze e delle tecniche tradizionali.

Quali saranno le conseguenze, con l’imposizione delle metodologie geniche, per le forme di medicina e di cura che le diverse culture hanno prodotto, per la concezione della salute, per l’organizzazione del sistema sanitario?

 

Di Anna De Nardis per ComeDonChisciotte.org

Anna De Nardis, saggista, già insegnante di fisica, ha unito la ricerca di modalità di indagine della natura allo studio del simbolismo religioso. È una delle maggiori conoscitrici di Momolina Marconi e della sua vasta produzione.

17.03.2022

NOTE

  1. Capra F., Mattei U., Ecologia del diritto, Aboca, 2017, pp.13-14

  2. Shiva V., Biopirateria, CUEN, 1999, p.63

  3. Stengers I., Nel tempo delle Catastrofi, Rosemberg & Sellier, 2021, p.54

  4. Ad esempio, Luciana Castellina e Massimo Serafini i quali, affermando che i ‘no vax’ sono “fuori della scienza”, presuppongono, più o meno consapevolmente, che non esistano alternative allo scientismo riduzionista. Si veda: Le bugie interessate che spingono gas e nucleare, Il manifesto, 27 ottobre 2021

  5. Citoni M., Papa C., Sinistra ed ecologia in Italia 1968-1974, I quaderni di Altronovecento, n.8. altronovecento.fondazionemicheletti.eu/editoriale-n35, cap.1
  6. Ibidem, cap.2

  7. Ibidem, cap.3

  8. Ibidem, cap.6

  9. Ivi

  10. Donini E., La nube e il limite, Rosemberg & Sellier, 1990, p.172

  11. Si può trovare la bibliografia nella breve rassegna: De Nardis A., Dalla recinzione delle terre alla recinzione della vita, Come Don Chisciotte.org

  12. Donini E., La nube e il limite, cit., p.19

  13. Ibidem, p.202

  14. Ibidem, p.27

  15. Ibidem, p.29

  16. Ibidem, p.159

  17. Ibidem, pp.167 ss.

  18. Ibidem, p.193

  19. Ibidem, p.190

  20. Stengers I., Perché non può esserci un paradigma della complessità. In: Bocchi G., Ceruti M. (a cura di) La sfida della complessità, Feltrinelli, 1985, pp.72-73

  21. Donini E., La luna e il limite, cit., p.192

  22. Ibidem, p.193

  23. Ibidem, pp.169-70

  24. Ibidem, p.159

  25. Shiva V., Sopravvivere allo sviluppo, ISEDI, 1990, p.20

  26. Capra F., Riza Psicosomatica, 1985

  27. Stengers I., Perché non può esserci un paradigma della complessità, cit., p.81

  28. Maccacaro G., Medicina democratica, movimento di lotta per la salute, in: Bettini G. (a cura di), Profezie verdi, Fondazione G.G. Feltrinelli, 2021, p.48

  29. Stengers I., Nel tempo delle Catastrofi, cit., p.54

  30. Iofrida M., Per un paradigma del corpo: una rifondazione filosofica dell’ecologia, Quodlibet Studio, 2019, p.179

  31. Citoni M., Papa C., Sinistra ed ecologia in Italia 1968-1974, cit., premessa

  32. Maccacaro G., Medicina democratica, movimento di lotta per la salute, cit., p.44

  33. Marchetti L., Matria, Marotta & Cafiero, 2021, p.13

  34. Stengers I., Nel tempo delle Catastrofi, cit., p.79

  35. Iofrida M., Per un paradigma del corpo, cit., p.67

  36. Stengers I., Nel tempo delle Catastrofi, cit., p.106

  37. Ibidem, p.93

  38. Donini E., La nube e il limite, cit., p.193

Pubblicato da Jacopo Brogi per ComeDonChisciotte.org

 

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