IL PROBLEMINO DEL CAPITALISMO

Come Don Chisciotte - Informazione indipendente dal 2003


DI THOMAS WALKOM

Toronto Star

La crisi finanziaria che stritola gli Usa non è un’anomalia. È solo che abbiamo la memoria corta.

Ciò che sta accadendo ora a Wall Street viene visto come una storia nuova. Non lo è. È una storia molto vecchia.

Karl Marx scrisse a riguardo; e così fece pure John Maynard Keynes. Più recentemente il tycoon George Soros si è pronunciato su di ciò, e così ha fatto anche l’illustre Economist, una rivista finanziaria decisamente favorevole al libero mercato.

Questa vecchia storia è molto semplice: il capitalismo è instabile. È un sistema economico che può essere spietatamente produttivo. Ma è anche un sistema di meccanismi complicati—Marx le chiamava contraddizioni interne—che può sfuggire completamente al controllo. Cosa che regolarmente avviene.

A seguire: "Lenin aveva predetto la situazione attuale?" da Information Clearing House.
Marx, un filosofo tedesco arrabbiato perchè soffriva di problemi alla pelle, vide queste contraddizioni come opportunità: immaginò che l’autodistruzione del capitalismo potesse portare a un mondo migliore.

Keynes, un economista britannico che amava speculare sulle valute estere durante la sua colazione mattutina base di tè e toast, li vide come problemi che avrebbero potuto distruggere un mondo che gli piaceva parecchio. La costruzione dello Stato sociale che porta il suo nome fu progettata nel periodo post-1945 per, letteralmente, salvare il capitalismo da se stesso.

Le banche vennero regolamentate per impedire che i finanzieri facessero crollare l’economia con le loro truffe. I sindacati furono incoraggiati per dare ai lavoratori un modo di partecipare allo status quo e vaccinarli contro la politica radicale.

I ricchi si dichiararono d’accordo alle politiche governative di tassazione e spesa, sapendo che, alla fine, è meglio dare da mangiare ai poveri piuttosto che lasciare chi ti tagliano la gola.

Fu un gigantesco e tacito compromesso—forzato dalla depressione degli anni '30, temprato dalla guerra e forgiato sotto la minaccia del comunismo.

Per molto tempo ha funzionato.

Ma il grande compromesso non avrebbe mai potuto risolvere quelle incoerenze che sono inerenti all’economia mondiale. Col tempo nuove forze entrano in gioco.

Quegli stessi investimenti stranieri che consentirono alle aziende statunitensi di prosperare nel mondo del dopoguerra incoraggiarono lo sviluppo dei rivali: prima la Germania ovest e il Giappone, da ultime la Cina e l’Unione Europea.

In tutto l’Occidente industrializzato, i lavoratori sindacalizzati imbottiti dalle politiche di pieno impiego dello Stato sociale, chiesero e ottennero un’impennata delle paghe che eccedeva i loro guadagni produttivi. Questo è il motivo per cui, negli anni '70, l’inflazione decollò.

Nel frattempo, il crollo del comunismo e il discredito delle politiche rivoluzionarie rimosse la pressione dai datori di lavoro. Perché preoccuparsi di creare un grande compromesso con i propri lavoratori se questi non sono una minaccia?

E così venne la fase della riduzione delle spese —la distruzione dello Stato sociale. In Inghilterra iniziò come Thatcherismo, negli Usa come Reaganomics. In entrambi i casi i leader si impegnarono per limitare il potere dei sindacati nei loro paesi. Entrambi ci riuscirono, la Thatcher affrontando i minatori, Reagan licenziando i controllori di volo sindacalizzati.

Il loro scopo non era il tradizionale conservatorismo fiscale. Di fatto, sotto Reagan, le finanze federali Usa spiraleggiarono verso il deficit.

Il loro scopo era, piuttosto, di alterare l’equilibrio di forze all’interno della società. I tagli delle tasse di Reagan erano progettati per aiutare i ricchi; il monetarismo della Thatcher si concentrò sullo stritolamento dei salari.

In Canada avemmo Paul Martin e Mike Harris—politiche simili ma su una scala diversa.

Come risultato il divario nei salari si allargò in tutto il mondo industriale. I ricchi diventarono più ricchi, la classe media rallentò e i poveri divennero più poveri.

La fase due riguardò lo smantellamento di quelle stesse salvaguardie finanziarie erette dopo la debacle degli anni '30. I particolari variarono da paese a paese, ma lo scopo era lo stesso: deregolamentare le industrie finanziarie in modo che si centralizzassero e concentrassero le loro tremende risorse in nuove e più profittevoli aree.

Negli Usa una deregulation finanziaria portò a stralciare le leggi che avevano protetto i proprietari di piccoli depositi—cosa che portò nei tardi anni '80 al crollo delle cosiddette banche “savings and loans” [letteralmente di “risparmi e prestiti”, in pratica semplici casse di risparmio che fallirono a causa di politiche avventurose soprattutto nel mercato immobiliare. N.d.t.].

A sua volta esso portò il governo Usa a progettare il suo primo grande salvataggio del dopoguerra.

In Canada, la deregolamentazione portò a fare a pezzi un sistema che aveva mantenuto varie porzioni dell’industria finanziaria isolate le una dalle altre. Sotto il nuovo regime, assicuratori, società fiduciarie e società di investimento si unirono e mischiarono. Le restrizioni al prestito vennero attenuate.

Ironicamente la fase tre fu innescata proprio dal successo del mondo industriale nel combattere l’inflazione. Come l’inflazione scese così fecero anche i guadagni tramite i normali canali di investimento. Gli investitori, alla ricerca di maggiori guadagni, iniziarono a cercare opzioni più rischiose e più remunerative.

Così arrivò l’infatuazione per i cosiddetti nuovi strumenti finanziari. Molte famiglie si accontentavano di cose non troppo esotiche come i fondi comuni d’investimento. Ma per individui e aziende benestanti la nuova frontiera era molto più esotica: derivati, fondi speculativi [Hedge funds], index funds [Fondi comuni di investimento volti a replicare movimenti dell’indice di uno specifico mercato finanziario. Da Wikipedia. N.d.t.], collateralized debt obligations [Titolo obbligazionario garantito da crediti ed emesso da una società appositamente creata, a cui vengono cedute le attività poste a garanzia. Si veda Wikipedia. N.d.t.].

Tutti questi strumenti lavoravano sul venerabile principio della leva finanziaria: mettere poco per guadagnare tanto. Purtroppo, come ci saremmo dovuti ricordare dall’esperienza degli anni '30, la leva funziona solo quando l’economia sale. Quando le cose iniziano ad andar male un bene sottoposto a leva finanziaria può diventare un'intollerabile zavorra. [Altri, tra cui J. K Galbraith, si veda il suo “Il Grande Crollo”, spiegano che il meccanismo della leva finanziaria funziona anche in negativo: i titoli e i beni con una forte leva scendono e portano al fallimento in situazioni di crisi con molta più rapidità che titoli a bassa leva. N.d.t.].

In fin dei conti le società private equity e i sottoscrittori di mutui sub-prime stavano facendo praticamente la stessa cosa: prendere a prestito denaro che non si sarebbero potuti permettere di restituire, nella speranza che un qualunque bene da loro acquistato sarebbe continuato a crescere di valore.

Si è trattato di un gigantesco schema Ponzi che non poteva durare. E così è stato. [Lo “Schema di Ponzi”, dal nome del suo inventore, l’immigrato italiano negli USA Charles Ponzi, è un modello economico di vendita truffaldino che promette forti guadagni alle vittime a patto che queste reclutino nuovi "investitori", a loro volta vittime della truffa. Vedi Wikipedia. N.d.t.]

Così siamo di nuovo punto e accapo. Il sistema è vicino al collasso. Il presidente della Federal Reserve Bernanke potrebbe ricordarsi la sua storia (egli è un’autorità sulla Depressione degli anni '30). Ma pochi altri se la ricordano.

In televisione, uno sconcertato presidente George W. Bush ricordava il proverbiale cervo abbagliato dai fari. Qui in Canada, il primo ministro Stephen Harper insiste a dire che i fondamenti economici del paese sono buoni, cosa che, anche fosse vera, è largamente irrilevante nel contesto di un possibile crollo mondiale.


I contribuenti americani si sono comprensibilmente scocciati della richiesta di salvare l’intero sistema capitalista globale. Proprio adesso la loro ira è rivolta ai ricconi di Wall Street. Ma nei loro cuori riconoscono che questo non è un cattivo affare.


Il piano di salvataggio da $ 700 miliardi potrebbe salvare il sistema finanziario. Ma dopo che le persone comuni avranno pazientemente accumulato questi soldi, la loro ricompensa non sarà altro che un ritorno alla situazione di prima? Persino i politici stanno iniziando a riconoscere che qualunque soluzione duratura deve affrontare qualcosa di più che la struttura economica della crisi.


Ironicamente ciò per cui annaspano è lo stesso tipo di soluzione che ci hanno fatto smantellare negli scorsi quarant’anni. E’ tempo di un altro grande compromesso—non necessariamente lo stesso che ci diede lo Stato sociale del dopoguerra, ma uno che fornisca un simile do ut des. E sarà qualcosa del genere: salveremo il vostro dannato vecchio capitalismo; vi lasceremo avere le grandi case e i grandi salari (anche se forse non tanto grandi quanto erano prima). Ma in cambio dovrete restituirci qualcosa, in posti di lavoro, in salari e nelle cose di cui abbiamo bisogno per vivereuna vita civile. Né vi lasceremo distruggere tutto ciò che ci è caro perché voi possiate farvi un bel gruzzolo.

E non rifilateci ancora le solite stupidaggini sul libero mercato. Perché sappiamo, e lo sapete anche voi, che in momenti di forte pressione, il libero mercato non funziona. La crisi ce lo ha ricordato.


Thomas Walkom scrive di politica economica. La sua colonna appare regolarmente il mercoledì e il sabato.


© Copyright Toronto Star 1996-2008



Titolo originale: "A Little Problem With Capitalism"


Fonte: http://www.thestar.com

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29.08.2008

Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org da ALCENERO

VLADIMIR LENIN AVEVA PREDETTO LA SITUAZIONE ATTUALE?


Brani Tratti da “Imperialismo, fase suprema del capitalismo”. V. I. Lenin, 1916

L’epoca dell’imperialismo inizia quando l’espansione del colonialismo ha coperto il globo, nessuna nuova colonia può essere acquisita dalle grandi potenze se non strappandosele le une alle altre e la concentrazione di capitale è cresciuta al punto in cui il capitale finanziario diventa dominante sul capitale industriale.

Lenin elencò le seguenti cinque caratteristiche dell’epoca dell’imperialismo:

1) la concentrazione della produzione e del capitale, che ha raggiunto un grado talmente alto di sviluppo da creare i monopoli con funzione decisiva nella vita economica;

2) la fusione del capitale bancario col capitale industriale e il formarsi, sulla base di questo "capitale finanziario", di un'oligarchia finanziaria;

3) la grande importanza acquistata dall'esportazione di capitale in confronto con l'esportazione di merci;

4) il sorgere di associazioni monopolistiche internazionali di capitalisti, che si ripartiscono il mondo;

5) la compiuta ripartizione della terra tra le più grandi potenze capitalistiche.

L'imperialismo è dunque il capitalismo giunto a quella fase di sviluppo, in cui si è formato il dominio dei monopoli e del capitale finanziario, l'esportazione di capitale ha acquistato grande importanza, è cominciata la ripartizione del mondo tra i trust internazionali, ed è già compiuta la ripartizione dell'intera superficie terrestre tra i più grandi paesi capitalistici. [Dal Capitolo VII].

[L’imperialismo] è già qualche cosa di ben diverso dall'antica libera concorrenza tra imprenditori dispersi e sconosciuti l'uno all'altro, che producevano per lo smercio su mercati ignoti. La concentrazione ha fatto progressi tali, che ormai si può fare un calcolo approssimativo di quasi tutte le fonti di materie prime (per esempio i minerali di ferro) di un dato paese, anzi, come vedremo, di una serie di paesi e perfino di tutto il mondo. E non solo si procede a un tale calcolo, ma le miniere, i territori produttori vengono accaparrati da colossali consorzi monopolistici [ora definiti conglomerati multinazionali N.d.r.]. Si calcola approssimativamente la capacità del mercato che viene "ripartito" tra i consorzi in base ad accordi. Si monopolizza la mano d'opera qualificata, si accaparrano i migliori tecnici, si mettono le mani sui mezzi di comunicazione e di trasporto: le ferrovie in America, le società di navigazione in America e in Europa. Il capitalismo, nel suo stadio imperialistico, conduce decisamente alla più universale socializzazione della produzione; trascina, per così dire, i capitalisti, a dispetto della loro coscienza, in un nuovo ordinamento sociale, che segna il passaggio dalla libertà di concorrenza completa alla socializzazione completa.

Viene socializzata la produzione, ma l'appropriazione dei prodotti resta privata. I mezzi sociali di produzione restano proprietà di un ristretto numero di persone. Rimane intatto il quadro generale della libera concorrenza formalmente riconosciuta, ma l'oppressione che i pochi monopolisti esercitano sul resto della popolazione viene resa cento volte peggiore, più gravosa, più insopportabile.

[…]L'evoluzione del capitalismo è giunta a tal punto che, sebbene la produzione di merci continui come prima a "dominare" e ad essere considerata come base di tutta l'economia, essa in realtà è già minata e i maggiori profitti spettano ai "geni" delle manovre finanziarie. Base di tali operazioni e trucchi è la socializzazione della produzione, ma l'immenso progresso compiuto dall'umanità, affaticatasi per giungere a tale socializzazione, torna a vantaggio... degli speculatori. [Dal Capitolo I]

Monopoli, oligarchia, tendenza al dominio anziché alla libertà, sfruttamento di un numero sempre maggiore di nazioni piccole e deboli per opera di un numero sempre maggiore di nazioni più ricche o potenti: sono le caratteristiche dell'imperialismo, che ne fanno un capitalismo parassitario e putrescente. Sempre più netta appare la tendenza dell'imperialismo 'a formare lo "Stato rentier", lo Stato usuraio, la cui borghesia vive esportando capitali e "tagliando cedole". Sarebbe erroneo credere che tale tendenza alla putrescenza escluda il rapido incremento del capitalismo: tutt'altro. Nell'età dell'imperialismo i singoli paesi palesano, con forza maggiore o minore, ora l'una ora l'altra di quelle tendenze. In complesso il capitalismo cresce assai più rapidamente di prima sennonché tale incremento non solo diviene in generale più sperequato, ma tale sperequazione si manifesta particolarmente nell'imputridimento dei paesi capitalisticamente più forti (Inghilterra). [...] [Dal Capitolo X]

Parliamo del parassitismo, che è proprio dell'imperialismo.

Come abbiamo visto, la base economica più profonda dell'imperialismo è il monopolio, originato dal capitalismo e trovantesi, nell'ambiente generale del capitalismo, della produzione mercantile, della concorrenza, in perpetuo e insolubile antagonismo con l'ambiente medesimo. Nondimeno questo monopolio, come ogni altro, genera la tendenza alla stasi e alla putrefazione.

Certo la possibilità di abbassare, mediante nuovi miglioramenti tecnici, i costi di produzione ed elevare i profitti, milita a favore delle innovazioni. Ma la tendenza alla stagnazione e alla putrefazione, che è propria del monopolio, continua dal canto suo ad agire, e in singoli rami industriali e in singoli paesi s'impone per determinati periodi di tempo.

Il possesso monopolistico di colonie particolarmente ricche, vaste ed opportunamente situate, agisce nello stesso senso.

Ed ancora. L'imperialismo è l'immensa accumulazione in pochi paesi di capitale liquido, che, come vedemmo, raggiunge da 100 a 150 miliardi di franchi di titoli. Da ciò segue, inevitabilmente, l'aumentare della classe o meglio del ceto dei rentiers, cioè di persone che vivono del "taglio di cedole", non partecipano ad alcuna impresa ed hanno per professione l'ozio. L'esportazione di capitale, uno degli essenziali fondamenti economici dell'imperialismo, intensifica questo completo distacco del ceto dei rentiers dalla produzione e dà un'impronta di parassitismo a tutto il paese, che vive dello sfruttamento del lavoro di pochi paesi e colonie d'oltre oceano

Occorre rilevare come in Inghilterra la tendenza dell'imperialismo a scindere la classe lavoratrice, a rafforzare in essa l'opportunismo, e quindi a determinare per qualche tempo il ristagno del movimento operaio, si sia manifestata assai prima della fine del XIX e degli inizi del XX secolo. Ivi, infatti, le due importanti caratteristiche dell'imperialismo, cioè un grande possesso coloniale e una posizione di monopolio nel mercato mondiale, apparvero fin dalla metà del secolo XIX. Marx ed Engels seguirono per decenni, sistematicamente, la connessione dell'opportunismo in seno al movimento operaio con le peculiarità imperialiste del capitalismo inglese. Per esempio Engels scriveva a Marx il 7 ottobre 1858:

"... l'effettivo, progressivo imborghesimento del proletariato inglese, di modo che questa nazione, che è la più borghese di tutte, sembra voglia portare le cose al punto da avere un'aristocrazia borghese e un proletariato accanto alla borghesia. In una nazione che sfrutta il mondo intero, ciò è in certo qual modo spiegabile".

Circa un quarto di secolo più tardi, in una lettera dell'11 agosto 1881 egli parla delle "peggiori Trade-unions inglesi che si lasciano guidare da uomini che sono venduti alla borghesia o per lo meno pagati da essa".

In una lettera a Kautsky del 12 settembre 1882, Engels scriveva:

"Ella mi domanda che cosa pensino gli operai della politica coloniale. Ebbene: precisamente lo stesso che della politica in generale. In realtà non esiste qui alcun partito operaio, ma solo radicali, conservatori e radicali-liberali, e gli operai si godono tranquillamente insieme con essi il monopolio commerciale e coloniale dell'Inghilterra sul mondo"

Lo stesso dice Engels anche nella prefazione alla seconda edizione (1892) della “Situazione della classe operaia in Inghilterra” . La situazione odierna è contraddistinta dall'esistenza di condizioni economiche e politiche tali da accentuare necessariamente l'inconciliabilità dell'opportunismo con gli interessi generali ed essenziali del movimento operaio. L'imperialismo, che era virtualmente nel capitalismo, s'è sviluppato in sistema dominante, i monopoli capitalistici hanno preso il primo posto nell'economia e nella politica; la spartizione del mondo è ultimata, e d'altro lato in luogo dell'indiviso monopolio dell'Inghilterra osserviamo la lotta di un piccolo numero di potenze imperialistiche per la partecipazione al monopolio, lotta che caratterizza tutto l'inizio del XX secolo. In nessun paese l'opportunismo può più restare completamente vittorioso nel movimento operaio per una lunga serie di decenni, come fu il caso per l'Inghilterra nella seconda metà del secolo XIX; ma invece in una serie di paesi l'opportunismo è diventato maturo, stramaturo e fradicio, perché esso, sotto l'aspetto di socialsciovinismo, si è fuso interamente con la politica borghese. [Dal Capitolo VIII]

Titolo originale: "Did Vladimir Lenin Predict The Banking Disaster Of 2008?"

Fonte: http://www.informationclearinghouse.info/
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04.10.2008

Traduzione trascritta dall’Organizzazione Comunista Internazionalista (Che fare), a cura di Marxist Internet Archive.

Commenti (33)

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    1. lino-rossi 7 ottobre 2008

      referendum del 2005

    1. lino-rossi 7 ottobre 2008

      non ti andrebbe bene se al lavoro arrivassero molte più risorse di oggi? mettere nello stesso calderone Keynes ed i monetaristi mi sembra eccessivo.

    1. NullPointer 7 ottobre 2008

      Considerato che appartengo alla schiera dei salariati morti di fame con nulla da perdere è ovvio che aderirei entusiasticamente ad una rivoluzione comunista. Di certo non si può cominciare a parlare di cambiamento prima di aver eliminato la classe parassitaria al comando, con l'ausilio dei soliti e collaudati corde e forconi.
      Ma tutto ciò non accadrà perché non esiste un partito rivoluzionario organizzato come in Russia nel 1917, nè in Italia nè all'estero. Quindi, qualunque cambiamento avverrà all'interno del sistema e si risolverà semplicemente in un cambio dei dominanti e avanti con un altro giro. Che siano monetaristi, keynesiani o adoratori del verbo di Von Mises poco cambia, una volta installati lassù è lo stesso.
      Detto in altri termini, i c***i cambiano ma i culi sono sempre gli stessi, pardon per il gergo da trivio

      In effetti potrei anche concordare sul fatto che il capitalismo sia il meglio a cui una creatura patetica come l'uomo possa aspirare.

      Coridali saluti

    1. lino-rossi 7 ottobre 2008

      sarebbe perfetta, la tua gradita opinione, se proponessi l'alternativa.

    1. lino-rossi 7 ottobre 2008

      Keynes viene attaccato brutalmente anche dagli anarcocapitalisti di Rothbard, propugnatori della moneta merce aurea, acerrimi nemici dello Stato. il loro modello porta inevitabilmente alla sopraffazione dei più deboli da parte dei più forti, con tanto di ritornello darwiniano a corredo.

      il darwinismo deve la sua sopravvivenza al materialismo marxista. fu Marx che intravvide in quell'accozzaglia di idiozie il punto centrale del superamento della vecchia entità chiamata Dio.

      gli oligarchi si sono buttati a capofitto giustificando TUTTE le loro malefatte, in medicina, in agricoltura, in economia, ecc. con le baggianate di darwin.

      basta guardare il viscerale materialismo dei medici di oggi, incapaci di capire la differenza che passa fra una causa ed un effetto: il materialismo più bieco.

      lo stesso liberismo, che oggi è una bestemmia, lo è perchè sono stati eliminati tutti i paletti che l'esperienza tragica del '29 aveva fatto introdurre in tutti i Paesi.

      credo che ci avvicineremo ad una società migliore quando la sinistra saprà essere liberista keynesiana, senza derive darwiniane.



      Keynes e la guerra.

      lo strumento economico keynesiano può essere correttamente usato per fare bombe e per fare grano. sta alla Politica decidere. Keynes non c'entra (anche se era consapevole, eccome, che ci facevano la guerra).

      lo strumento economico dei suoi nemici serve solo per arricchire una ristretta oligarchia.



      anche la Scienza può essere usata bene o usata male.

      invece la $cienza (quella del nobel a quel ballista di montagnier) serve solo per arricchire una ristretta oligarchia.



      finora la sinistra ha applaudito darwin, ha fatto finta di non vedere il gioco sporco degli oligarchi (chiedendogli di salire in barca) ed ha supportato il gioco sporchissimo degli $cienziati (vedi referendum del '95), con la scusa dei diritti civili.

    1. NullPointer 7 ottobre 2008

      "quello degli ultimi 30 anni non è capitalismo! è pirateria"

      E' una questione puramente semantica. Non è il capitalismo che è piratesco; casomai è la pirateria che è un'attività squisitamente capitalistica.

      Riguardo al fatto che il capitalismo sia il sistema più adatto alla natura umana, mi sembra più che altro un ragionamento circolare: è ovvio che in un sistema fondato sulla proprietà privata dei mezzi di produzione il capitalismo è l'organizzazione più adeguata. Secondo me è come dire che il naso si è sviluppato per sostenere adeguatamente gli occhiali... Non sarà che è proprio il capitalismo che favorisce gli aspetti più deteriori della natura umana? Una mia misera opinione, per carità.

      Saluti a tutti.

    1. V267 7 ottobre 2008

      Che il Capitalismo sia instabile è cosa risaputa. Lo si studia in tutte le facoltà di Economia del mondo.

      Il punto è che l'alternativa radicale ad esso, il COMUNISMO, è incompatibile con lo stadio culturale ed evolutivo della specie umana.

      Insomma, nei paesi comunisti di una volta si diceva che "tutti erano uguali", ma c'era sempre "chi era più uguale degli altri".
      Mi riferisco ai membri della nomenklatura del Partito Comunista, che si spartivano poltrone e potere nelle industrie di stato sovietiche.

      Riproporlo non funzionerebbe. Sarebe ancora pù cleptocratico, come nell'Unione Sovietica negli anni prossimi alla sua dissoluzione.

      Forse, si dovrebbe proporre un modello neokeynesiano dell'Economia, dove il mercato è uno degli attori principali, ma non l'unico grande contorniato da tanti nanetti come è adesso, compreso lo Stato.

      Anzi, è proprio lo Stato che dovrebbe tornare ad essere tale, liberandosi di quelle leadership cleptocratiche che lo hanno ridotto a semplice luogo di incontro di interessi lobbistici.

      V267

    1. alcenero 7 ottobre 2008

      Ok, ora capisco cosa intendi. Si in effetti la questione se il capitalismo va sostituito o meno non è certo di facile risposta, anche perchè, almeno secondo me, coinvolge troppi piani diversi da quello economico.


      Ad esempio quando si parla di socialismo bisogna tenere in considerazione anche la struttura sociale e non solo quella economica: come la storia insegna il socialismo di stato è un'opzione molto negativa perchè degenera nell'oppressione e diventa quello che la critica di sinistra allo stalinismo definiva come "capitalismo di stato" per sottolinearne l'incoerenza rispetto alle dichiarazioni d'intenti. Del resto come definire la Cina attuale?

      Dunque, c'è spazio per qualcosa di diverso dal capitalismo? Magari l'utopia per eccellenza, il socialismo senza stato di Bakunin e Kropotkin?

      Oppure un capitalismo stabilmente imbrigliato come dici tu, con redistribuzione di risorse e profitti tramite l'investimento pubblico, dunque Keynes. Qualcosa che ha già funzionato del resto. Il mio dubbio però è dato dal fatto che, a quanto mi sembra, un sistema del genere può degenerare facilmente anche nel famoso "keynesismo militare", una cosa certo non prevista da Keynes ma che è avvenuta regolarmente: i soldi dati al complesso militare-industriale dallo stato.

      In tempi di vacche grasse inoltre lo welfare state viene aggredito da chi cerca più profitti, ed è proprio quanto è successo negli ultimi decenni, deregulation e via dicendo. Ed è qualcosa che non deve ripetersi se no vorrebbe dire che si tratta di un'altra instabilità intrinseca al sistema

      A parte comunque queste considerazioni, il fatto che oggi nasca questa discussione dice molto su quali sono i tempi attuali!

    1. lino-rossi 7 ottobre 2008

      il punto è: il sistema capitalistico nel suo complesso va rimosso?



      a mio avviso il sistema capitalistico ha un mare di difetti, ma è l'unico che fa i conti con la natura dell'uomo. si tratta di domarlo, imbrigliarlo, regolamentarlo, ecc..

      chi a quella domanda risposponde SI, deve dire con cosa si sostituisce.

      io, che rispondo NO, dico che il capitalismo va domato, imbrigliato, regolamentato, ecc..

      è quindi Keynes il principale punto di riferimento e non certo Marx, che è stato usato da wall street in maniera eclatante e sfacciata.

      http://reformed-theology.org/html/books/bolshevik_revolution/

      ciao

    1. alcenero 7 ottobre 2008

      (nel postare pi ero perso questa riga dopo il link):

      mentre il sostenimento del potere d'acquisto tramite prestiti e mutui è solo un tentativo di evitare la crisi, si fornisce cioè denaro in prestito ai consumatori per evitare che le merci rimangano invendute: mi sembra di ricordare di avere messo in passato un articolo che diceva che molta parte dell'economia USA, mutui a parte, è (era) sostenuta tramite l'uso di carte di debito a rateizzazioni...

    1. alcenero 7 ottobre 2008

      Ciao, scusa ma per quanto possa essere d'accordo che bisogna vedere tutto in un contesto più ampio e non solo con Marx, a me sembra che i due punti che elenchi si possano benissimo vedere nel contesto di quanto trattato da Marx, (anzi il primo Marx lo ha trattato ampiamente) e che quindi non è che il filosofo tedesco c'entri proprio come i cavoli a merenda...


      La caduta del potere d'acquisto dovuta ai salari decrescenti è alla base della teoria marxista della crisi da sovrapproduzione (ne è infatti la causa vedi ad es. qui [digilander.libero.it])
      Poi io non sono certo un economista (e nemmeno un marxista ortodosso) a parte qualche lettura e sono aperto a qualunque considerazione più elaborata!

    1. lino-rossi 7 ottobre 2008

      http://www.ipernity.com/doc/stangrof/3022022



      There is a cartoon by Robert Minor, published in 1911, showing Karl
      Marx surrounded by enthusiastic Wall Street financiers. They love what
      the Communist ideas have done for them. Never has this classic cartoon hit home so much as today, with a bailout of bankers suddenly
      prominent in the news.

    1. lino-rossi 7 ottobre 2008

      quello degli ultimi 30 anni non è capitalismo! è pirateria.

      "La quota di reddito nazionale lordo che va ai salari netti è in costante riduzione: dal 56% del 1980 al 47% del 1990 al 40% del 1999." dice Alvi in un articolo del Corriere del 15 gennaio 2001.



      questi furfanti hanno teorizzato:

      - che chi lavora deve farlo per compensi sempre inferiori; infatti trichet continua con questa litania: GUAI ad aumentare gli stipendi!

      - che i consumi devono andare avanti coi debiti!!!

      come aveva previsto Kalecki http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=4610

      non era necessaria una grande intelligenza per capire che portando via delle risorse da un contesto senza immettervele, prima o poi ci sarebbe stato un impoverimento generalizzato, tranne che per i ladroni.



      Marx c'entra come i cavoli a merenda; questa è la resa dei conti di Keynes.

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