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Il destino dell’Europa era già segnato. Quarant’anni fa

DI ALCESTE

pauperclass.myblog.it

Più di quarant’anni fa il destino dell’Europa era già segnato. Tutto scritto. Nero su bianco. Globalizzazione, annientamento della politica, della tradizione e del ruolo delle nazioni.
E condensato in poche pagine, come ama fare il potere.
Il potere, infatti, non ama le chiacchiere; stila scarne direttive da perseguire con tenacia, per decenni, a qualsiasi prezzo (a prezzo della vita di interi popoli).
A volte tali direttive affiorano in superficie; nel 1972 il destino dell’Europa (e di noi tutti) fu delineato, con chiarezza e rigore, in un discorso pubblico tenuto da Eugenio Cefis ai cadetti dell’Accademia Militare di Modena il 23 febbraio 1972 (di cui egli fece parte). È il discorso di un maestro rivolto ai propri allievi; parole di chi sa, precise e inappellabili. Un affioramento del vero potere.
Ricordiamo chi fu Eugenio Cefis: già partigiano, dopo la guerra divenne dapprima vicepresidente dell’ENI, e poi, nel 1967, presidente a pieno titolo, sostituendo Marcello Boldrini (che si era insediato nel 1962, alla morte di Enrico Mattei).
Eugenio Cefis fu molte cose: piduista della primissima ora (tanto che qualcuno lo ritiene il vero fondatore della loggia massonica), equanime finanziatore dei partiti di governo e del PCI, manipolatore dei giornali quali balocchi della propaganda, e supremo trasformatore dell’ENI da società nazionale a multinazionale attenta alle nuove esigenze filo-atlantiche.

[Un piccolo inciso, più o meno divertente. Marcello Boldrini era originario di Matelica, in provincia di Macerata. A Matelica iniziò la propria folgorante carriera anche uno studente piuttosto svogliato, Enrico Mattei, che divenne inseguito un protetto del Boldrini; e lì, a Matelica, nacquero anche i genitori di Laura Boldrini, nipotina del potentissimo Marcello, l’uomo che sedette sulla poltrona dell’ENI nel 1962 – poltrona ancora calda delle terga del Mattei, fresco di assassinio. Ma sì, Laura Boldrini, attuale presidenta della Camera e difensora dei deboli e degli oppressi; quella Laura Boldrini che, prima di approdare all’UNHCR, fu giovin giornalista prodigio all’AGI (Agenzia Giornalistica Italiana, una controllata dell’Eni sin dal 1965, durante la presidenza dello zio Marcello) nonché all’AISE, Agenzia Italiana Stampa ed Emigrazione.
Una piccola curiosità: quando su Wikipedia, alla pagina Laura Boldrini, cliccate su AISE non vien fuori il rassicurante AISE terzomondista, ma un altro AISE, ovvero l’Agenzia Informazioni e Sicurezza Esterna; come spiega Wikipedia, tale AISE è il “servizio segreto per l’estero della Repubblica italiana, facente parte del Sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica, con il compito precipuo di intelligence al di fuori del territorio nazionale e nel territorio nazionale nella branca del controspionaggio per la tutela dell’alta tecnologia e materiale dual use”. Una curiosità, appunto.]

Il discorso di Eugenio Cefis apparve nel bimestrale L’Erba Voglio, sul numero 6 del  giugno/luglio 1972, quale ‘supplemento pedagogico’, col titolo La mia Patria si chiama Multinazionale. Il responsabile del periodico era Piergiorgio Bellocchio, fratello del regista Marco, uno dei rarissimi epigoni del pensatore Pasolini.
Bellocchio pubblicò integralmente il testo con l’aggiunta di commenti chiarificatori.
Quelle pagine sono quasi introvabili; le ho trovate e scansionate. Potete scaricarle qui:

http://www.mediafire.com/download/cwbaoghn25d2afu/Pasolini+e+Cefis.rar

Una copia de L’Erba Voglio arrivò a Pier Paolo Pasolini.
Pasolini ritenne le parole di Cefis tanto importanti da restarne ossessionato. Il succo ideologico d’esso, e la stessa figura di Cefis, finiranno, perciò, letterariamente trasfigurati, nell’incompiuto romanzo/inchiesta Petrolio.
La lettura delle ventitré pagine di Cefis originarono una conversione totale del pensiero di Pier Paolo Pasolini.
Da allora egli capì; e si pentì: smise di dare del fascista ai fascisti, perché intravedeva le mareggiate di un nuovo superfascismo, fluido e insinuante, avanzare verso le nostre deboli coste storiche; abiurò la trilogia della vita (la celebrazione del sesso e del corpo trionfanti) poiché negli ideali libertari del Sessantotto intuiva un grimaldello epocale per l’incipiente edonismo neocapitalista (e il capovolgimento perverso di ciò che quegli ideali superficialmente annunciavano); e abiurò, di fatto, anche dal PCI.

Ecco alcuni estratti del discorso. Si potrebbe essere tentati di definirli profetici, ma ciò costituirebbe un grave errore. Essi costituiscono, invece, una semplice presa d’atto. Cefis afferma: si è stabilito che il mondo sarà così; e, perciò, così sarà, per cui, cari miei, adattatevi a tali linee guida implacabili. In caso contrario ne resterete travolti.

pag 8: “Anche nelle decisioni di investimento le imprese hanno attribuito un’importanza secondaria ai confini nazionali, scegliendo per i nuovi impianti la località che poteva apparire più proficua, indipendentemente dal fatto che questa si trovasse nell’uno o nell’altro stato”.

pag. 9: “gli stessi studiosi prevedono che nel 2000 … oltre due terzi della produzione industriale mondiale sarà in mano alle 200/300 maggiori società multinazionali”.

pag. 11: “fino a quando il nostro continente sarà frammentato in diversi stati, fino a quando la multinazionalità potrà essere identificata con uno o due paesi d’origine, cioè con i paesi delle società madri, le iniziative delle affiliate della multinazionale dovranno sempre combattere un certo clima di diffidenza e sospetto dovuto al fatto che i loro centri decisionali più importanti sfuggono al controllo del potere pubblico locale”.

pag. 12: ” … al limite può accadere talvolta che qualche governo proceda alla nazionalizzazione di singole unità produttive appartenenti alla multinazionale. Ma è difficile che un tale governo riesca a reggere alla pressione politica che le multinazionali possono esercitare”.

pag. 13: ” … è molto difficile che un paese ancora povero e arretrato possa permettersi di adottare iniziative politiche che scoraggino gli investimenti esteri. Le royalties che vengono versate al paese ospitante, la valuta derivata dalle esportazioni, i salari con cui la manodopera locale è retribuita, sono fatti economici di tale rilevanza da porre in secondo piano i problemi dell’autonomia e del prestigio politico”.

pag. 15: “… ci si evolve sempre più verso l’identificazione della politica con la politica economica”.

pag. 15: “se i controlli statali creano vincoli eccessivi agli investimenti e alle operazioni in un Paese, la società multinazionale può comunque agire potenziando le sue attività in altre aree geografiche e disinvestendo dal Paese in cui si sente troppo contrastata”.

pag. 16: “All’affiliata di una società multinazionale è abbastanza facile dimostrare al fisco di essere sempre in perdita e, al tempo stesso, creare un buon affare per la casa madre …”.

pag. 16: “Gli stati nazionali nei loro rapporti con le imprese multinazionali sembrano spesso come i giocatori di una squadra di calcio costretti da un assurdo regolamento a giocare soltanto nella propria area di rigore lasciando ai loro avversari la libertà di muoversi a piacimento per tutto il campo”.

pag. 16: “anche dal punto di vista militare l’unica risposta possibile è quella di un allargamento della dimensione del potere politico a livello almeno continentale”.

pag. 16: “la difesa del proprio Paese si identifica sempre meno con la difesa del territorio ed e probabile che arriveremo anche ad una modifica del concetto stesso di Patria … il concetto di Patria è un concetto che si è trasformato nel tempo tanto che, anche all’epoca del Risorgimento, ben pochi erano i cittadini che sapevano di essere italiani e non si consideravano semplici abitanti del Regno delle due Sicilie o del Granducato di Toscana”.

pag 16: “… non si può chiedere alle imprese multinazionali di fermarsi ad aspettare che gli Stati elaborino una risposta …”

pag. 17: “i maggiori centri decisionali non saranno più tanto nel Governo o nel Parlamento, quanto nelle direzioni delle grandi imprese e nei sindacati, anch’essi avviati ad un coordinamento internazionale”.

pag. 17: “Gli eserciti nazionali basati sulla coscrizione obbligatoria potrebbero essere destinati a cedere nuovamente il passo ad apparati militari professionali analogamente a quanto avveniva secoli fa; apparati militari non dissimili nella loro carica di tecnicità da una moderna organizzazione produttiva”.

pag. 18: “Il sentimento di appartenenza del cittadino allo Stato e destinato ad affievolirsi e, paradossalmente, potrebbe essere sostituito da un senso di identificazione con l’impresa multinazionale con cui si lavora”.

pag. 18: ” … è chiaro che se l’Italia è un mercato troppo ristretto per una grande impresa, l’Europa è invece il maggior mercato del mondo. Se esistesse un interlocutore a livello europeo in grado di esercitare un controllo politico sulle multinazionali, con poteri ben al di là della Comunità Economica Europea, le iniziative delle multinazionali potrebbero più facilmente contribuire a risolvere gli squilibri economici anziché aggravarli. Questa ipotesi però si potrà realizzare quando i singoli stati nazionali rinunceranno, almeno in parte, alla loro sovranità … mi sembra … utopistica la soluzione di chi vuol instaurare un’autorità internazionale, magari nell’ambito dell’ONU, per il controllo sulle imprese internazionali”.

Ed eccolo qui il nostro mondo, lumeggiato con certezza già quarant’anni fa. Una massificazione spietata da riorganizzare secondo un sistema di potere imprendibile, esteso liquidamente su tutto il pianeta; un feudalesimo di fatto invincibile che sussiste in ragione della propria diabolica forza di persuasione.
L’Europa e l’Euro, la dissoluzione degli Stati sovrani, la riorganizzazione degli eserciti da base nazionale a contingenti privati a difesa del capitale, l’impossibilità per le singole patrie di contrastare efficacemente le corporazioni, il potere politico e di direzione economica sussunto nel potere finanziario globale.
Tutto scritto. Nel 1972; persino in Italia, piccolo lembo alla periferia dell’Impero.
Mentre si organizzavano manifestazioni e proteste la Storia procedeva implacabile, sottopelle.
Chiosa Piergiorgio Bellocchio (anch’egli uomo del 1972) commentando tale distopia (apparente; era, invece, pura realtà):

“Se le multinazionali fossero veramente ecumeniche che bisogno avrebbero di professionisti della guerra? Non basterebbero il loro esempio, e le loro opere di bene, per convincere il mondo?
Ma Cefis sa benissimo che non è così. L’universo multinazionale che lui descrive è soltanto, in realtà, il vecchio universo capitalistico, soltanto più semplice, più duro, più grande … tutto lascia pensare che sarà ancora più inabitabile di quello … che viviamo adesso. L’universo cefisiano, quindi, non si presenta come universo della pace finalmente raggiunto, ma come teatro di scontri e di lotte (di classe) ancora più violente di quelle che si son già fatte: tutte le poste in gioco sono state infatti rialzate, e ogni volta che si alzerà un cartello di protesta si rischierà di prendersela con chi è padrone non più di una fetta di mercato, ma magari di tutto il mercato … per questa volta … non abbiamo fatto che rubare una dispensa, un manuale, un pezzo di cultura padronale. È sicuro, però, che dovremo procurarci qualche testo più nostro, e in fretta”

 

Alceste

Fonte: http://pauperclass.myblog.it

Link: http://pauperclass.myblog.it/2015/06/20/il-destino-delleuropa-era-gia-segnato-quarantanni-fa-alceste/

20.06.2015

Pubblicato da Davide

  • Primadellesabbie

    Il discorso di Cefis, che sembra fosse qualche cosa di più che un affiliato alla P2, é di grandissimo interesse.

    Non ci si deve limitare a leggerlo come il “programma del nemico”, oggi abbiamo la verifica che il progetto era ben immaginato, c’é dentro una sicurezza e una semplicità, che si spiega solo con una profonda conoscenza dei meccanismi sociali.

    Presentare ipotesi di questo genere in una scuola militare nel ’72, denota un coraggio (l’alternativa sarebbe incoscienza) inspiegabile, e fa pensare a estensori legati ai vertici planetari.

    La data si “legge” meglio in alcuni passaggi del commento steso dal giornalista.

    • PersicusMagus

      Cito:

      “Presentare ipotesi di questo genere in una scuola militare nel ’72, denota un coraggio (l’alternativa sarebbe incoscienza) inspiegabile, e fa pensare a estensori legati ai vertici planetari.”.

      Forse potrebbe far pensare che i vertici militari erano già stati cooptati.

      • Primadellesabbie

        Possibile ma non ci metterei la mano sul fuoco, un discorso così indica che si era deciso di saltare il fosso e di cominciare a diffondere, sebbene con qualche cautela, il progetto.

        Credo che poi si sia soprasseduto alla divulgazione vista la linea violenta messa in atto per spostare l’opinione pubblica.

        Vedi bene, anche nei commenti qui sotto, che ancora oggi c’é chi é convinto, pur di dare torto a coloro che si é scelto come avversari, di poter sfidare le atomiche con il fucile ad avancarica, le multinazionali con carabattole da museo (ma preziose…).

  • Gino

    Mai che si parli di sti tizi qui
    http://www.ert.eu

    Se volete conoscere la storia della nascita dell UE guardate “brussell business” un documentario che trovate facilmente online. Vi si apriranno tante finestre…. Ve lo garantisco!

  • PersicusMagus

    Che differenza c’è fra essere suddito di una multinazionale e suddito di uno Stato sovrano?
    Che lo Stato sarebbe una vera patria?
    Non è vero, casomai la nazione può esserlo ma lo Stato in sé stesso è il contrario di una patria, è una sorta di imperialismo su scala locale, come testimonia – un esempio fra tanti – la pretestuosità del concetto di “essere italiani” nel Risorgimento.
    “Ma adesso ci siamo diventati italiani”…
    E con lo stesso criterio ti possono dire: “Aspetta una sessantina d’anni e vedrai che la tua patria diventa la multinazionale”.

    Stiamo lottando contro il nuovo e non riusciamo ad opporgli che la stanca riedizione di un “vecchio” ampiamente superato dalla storia che noi stessi – solo una quarantina di anni fa, quando ancora ci vivevamo in quel “vecchio” – criticavamo e disprezzavamo.
    Siamo stati noi a votare Thatcher e Reagan, non è venuto Cefis a casa nostra per obbligarci.
    Siamo stati noi, dalla opposta sponda politica, a sostenere l’internazionalismo operaio contro l’oppressione dello Stato borghese che definivamo “nient’altro che la camera di compenso dei vari gruppi di potere interni alla borghesia”.
    Siamo noi che quando otteniamo la promozione sul lavoro perdiamo qualsiasi solidarietà con gli ex colleghi di pari grado dicendo: “Quando si arriva a un certo livello ci si rende conto che le cose sono molto diverse da quello che si credeva prima”. E sarebbe ancora comprensibile se uno diventasse rettore di università o amministratore delegato di qualcosa. Ma succede lo stesso pure quando diventi capo reparto in catena di montaggio…

    La patria in Europa non può più essere solo la nazione né tantomeno gli Stati sovrani.
    Patria è qualcosa che nasce davvero – e quindi sarà capace di resistere – solo dalla disperata lotta per la sopravvivenza combattuta “insieme”, “disposti a sacrificarvi la vita” preferendo la morte alla sconfitta.
    L’Italia è diventata parzialmente una patria solo dopo la prima guerra mondiale, non si può in alcun modo sperare di ricrearla tale solo in base alla convenienza economica del maggiore welfare, dello Stato regolatore dell’economia, della lotta per il pieno impiego.

    Oggi ricreare il senso di appartenenza a una Patria, ossia una comunità disposta a lottare nonostante tutto contro un nemico più forte, significa immaginare degli ideali nuovi che vadano molto al di là del sacro egoismo di chi teme i migranti o di chi vuole più garanzie economiche per sé e la propria famiglia.
    Non significa lottare “per il proprio interesse materiale” ma al contrario – come dimostra in maniera sconvolgente il folle ma indomabile terrorismo islamico – trovare dei valori in nome dei quali valga la pena di “sacrificare il proprio interesse materiale” cioè sé stessi.

    Su questo siamo indietro e temo in modo irrimediabile.

    Ciò che ci salverà è che le élite che hanno immaginato e parzialmente realizzato questo “nuovo mondo” stanno – come era ovviamente inevitabile – entrando in conflitto fra loro.
    Quale fazione vincerà?
    Quella che saprà portare dalla sua parte il popolo e per farlo dovrà motivarlo a combattere al suo fianco, insieme, per qualcosa che sarà la durezza stessa della lotta a trasformare in “valore”, in “ideale” autentico.
    La lotta infra élite porterà a un conflitto molto più ampio di quello fra le due o più fazioni dominanti in competizione, una lunga fase di furioso e disordinato fermento storico al termine del quale nascerà un vino del tutto nuovo, un esito finale non prevedibile né concepibile allo stadio in cui si “credeva” di combattere per il proprio benessere, che necessariamente ribalterà e renderà obsoleti i rapporti di subordinazione su cui si era fondato. Come la lotta in trincea avvicinò per la prima volta le classi dominanti al loro popolo generando per qualche anno nel dopoguerra un inedito sentimento di solidarietà interclassista.

    Oggi la lotta infra élite c’è già e ne vediamo i segni.
    I nuovi ideali invece sono ancora lontanissimi.
    Prima li creeremo e meno violenta e dolorosa sarà la fase del conflitto che, temo, ci accingiamo ad attraversare nel futuro molto prossimo.

  • vic

    Per chi coltiva la memoria, un altro documento storico, un video.
    Sul sito di PandoraTV si trova l’intervento (siamo ai tempi del cancelliere Kohl) del parlamentare tedesco Gregor Gysi:

    Non si può unire un continente tramite i soldi (sottotitolato in italiano).
    https://www.youtube.com/watch?v=urhuTpytZ7Y

    Mai analisi della futura UE, e futura globalizzazione, fu piu’ azzeccata.

  • Ronte

    ‘L’imperialismo è una sovrastruttura del capitalismo’, ovvero, alla base dell’imperialismo posano le stesse contraddizioni del capitalismo. La sostanza resta quella, si modifica la forma: da ‘capitalismo privato’ a ‘capitalismo monopolistico di Stato’, dalla ‘libera concorrenza’ alla ‘concorrenza tra monopoli’. Perciò, ‘l’imperialismo delle multinazionali è una sovrastruttura dell’imperialismo’. Lo Stato Imperialista delle multinazionali è la sovrastruttura istituzionale ‘nazionale’ corrispondente alla fase dell’imperialismo delle multinazionali. La borghesia imperialista impone la sua strategia globale usando strumenti quali il FMI, la BCE, la NATO, sottoponendo gli ‘Stati Nazionali’.
    Rompere questa catena distruttiva e criminale è il dovere dei popoli, e i popoli possono esercitare tale funzione soltanto attraverso l’unità dei loro intenti.

    • Tonguessy

      Borghesia imperialista? E chi sarebbero? Gli 8 plurimiliardari che detengono la stessa ricchezza del 50% della popolazione mondiale più povera? Forse i lavoratori che non ce la fanno ad arrivare a fine mese ma si indebitano per comprarsi l’iphone, simbolo della tecnocrazia imperiale stile Foxconn? O chi altri?

      • Ronte

        Domanda bislacca. Non capisco…Provo a indovinare.
        In una condizione capitalistica, per estensione imperialista, la ‘democrazia’ resta apparente, dato lo sfruttamento che sta alla base dello stesso sistema. Per cui anche la libertà appartiene solo al corpo dei possidenti. La borghesia è quel ceto sociale (privatizzato) e ‘macchina burocratica’ che nelle vesti ‘statali’, ‘europei’, ‘mondiali’, decide degli ordinamenti da seguire da parte della massa, delle masse. Perciò dittatura degli sfruttatori (capitalisti-borghesi) sulle masse lavoratrici, e non solo.
        L’iphone è uno dei tanti strumenti tecnologici utile al potere per distrarre e ipnotizzare il proletariato.

        • Tonguessy

          E’ un vero peccato che tu non capisca una domanda semplice del tipo “chi è la borghesia imperialista?” Se “La borghesia è quel ceto sociale (privatizzato) e ‘macchina burocratica’
          che …decide degli
          ordinamenti da seguire da parte della massa” credo possa essere annoverata tra le persone più ricche.Cioè quegli 8 miliardari cui accennavo. Che da soli fanno soldi come metà della popolazione più povera. A meno che tu non mi voglia dire che sono i poveri a essere la “macchina burocratica” che menzioni. Quindi abbiamo la “borghesia imperialista” rappresentata da 8 persone che sconfigge per intelligenza di metodi, strutture, tattica e strategia 3,5 miliardi di persone (masse).

          Non male come analisi. Davvero.

          • mondo bongo

            la borghesia imperialista esiste non saranno 8 miliardari saranno 800 o anche 8.000 ma non aggirare la questione che le redini sono in mano a un gruppo ristretto …non male la tua analisi su quelli che si indebitano per l’iphone vai così

    • Il “testo più nostro” di cui parla l’autore alla fine del pezzo esiste già, basta leggere le risoluzioni strategiche…e guarda caso risalgono proprio a quei tempi!

  • PietroGE

    L’internazionalismo doveva essere una categoria essenziale della teoria socialista. Ironia della sorte, è stato il capitalismo che si è impadronito del concetto e ne ha fatto uno strumento di potere in mano alle multinazionali, amplificando così la capacità di lobby e massonerie varie ad agire a livello internazionale.
    È chiaro dal discorso di Cefis il disegno massonico di abolizione dei popoli e delle identità, solo quest’ultime infatti si possono opporre alla schiavizzazione generalizzata. Questo è il processo che dura ancora oggi.

  • Tonguessy

    Mi sarei un po’ stufato di vedere mettere alla gogna un intero movimento di pensiero non solo politico che va da Marcuse a W.Reich, rei di avere instaurato tramite “gli ideali libertari del Sessantotto… un grimaldello epocale per l’incipiente edonismo neocapitalista”. Oggi invece del noto “ce n’est qu’un début continuons le combat” o dei discorsi sulla fantasia al potere si preferisce fare la fila per il nuovo iphone. E se ne da la colpa mica alla politica finanziaria globalizzante, ma al ’68. Cioè al tentativo di combattere. Come vogliamo chiamarlo questo trend? Criptoglobalismo? E’ una trappola ben organizzata, davvero: per dare un finto impulso rivoluzionario a qualcosa che non si conosce (ma quale sarebbe quindi l’orizzonte di Alceste?) si smantellano le basi stesse del dissenso storico, arrivando a negare l’esistenza della sua valenza rivoluzionaria.
    Un po’ come quelli che condannano la strage di Vandea dimenticando che il cristianesimo di Richelieu era in realtà ciò che aveva scatenato la Rivoluzione all’urlo di “Liberté, Fraternité, Egalité”.
    Bah….

    • PietroGE

      Perché non dovrebbero assumersi le loro responsabilità? Non è la Scuola di Francoforte che ha contribuito a scatenare, con l’amplificazione colpevole dei media, l’edonismo antiautoritario e l’individualismo esasperato responsabile dell’ecatombe dei morti per droga e della crisi demografica?
      D’altra parte il discorso di Cefis tanto nuovo non è, sembra una versione modernizzata e adattata ai tempi del famoso “falso” dei Protocolli.
      P.S. Che :”il cristianesimo di Richelieu era in realtà ciò che aveva scatenato la Rivoluzione all’urlo di “Liberté, Fraternité, Egalité”. mi giunge nuova. Ma io non sono uno storico….

      • Tonguessy

        Marcuse colpevole della crisi demografica? E perchè non anche del collasso delle supernovae?
        Non ho commentato il discorso di Cefis (più che i Protocolli mi sembra la copia ante litteram del Piano di Rinascita Democratica di Gelli), ma la solita frecciata contro l’unico (forse) atto rivoluzionario europeo dai tempi della ghigliottina.
        Su Richelieu ci vorrebbe un po’ di tempo per capire il nesso tra l’intransigente arroganza di quel potere e l’ascesa della Stato laico francese, con tutti gli eccessi del caso.

        • PersicusMagus

          Diciamo che era cominciato bene e con le migliori intenzioni poi si è perso per strada.
          Allora magari uno si chiede se anche quelle originarie buone intenzioni non fossero tutta fuffa o quantomeno da riesaminare più criticamente.

          Credo che ci fosse molto di buono ma di fatto il trentennio post WWII è stato una irripetibile occasione della storia persa nel peggiore dei modi.
          Un esito troppo disastroso per poter pensare di considerare quel periodo un vero modello o una fonte di ispirazione anche parziale.
          Di quegli anni se c’è qualcosa da salvare è la volontà di rompere i ponti con il passato mentre noi oggi al contrario, proprio quando avremmo bisogno di tutto il nostro coraggio e immaginazione per inventare un nuovo che evidentemente ancora ci spaventa, riusciamo a procedere solo ed esclusivamente appellandoci a qualche autorità personale o ideologica del passato (e la cosa significativa è che succede anche in musica).

          • GioCo

            “Noi oggi”, non siamo differenti da “noi ieri” e non saremo troppo differenti da “noi domani”. Il ’68 è stato un momento che ha dato l’impressione che fosse possibile un domani davvero nuovo, desiderabile, per tutti, raggiungibile con la protesta concentrata nella rivoluzione di costumi. Questo non è un desiderio che manca oggi o è mai mancato nel tempo. Chi fa del male al prossimo lo fa per delusione, frustrazione, in una parola per disperazione, verso se stesso (e allora costruisce il proprio disagio) o/e verso gli altri (e allora si concentra su qualche nemico o su inizia ad odiare l’umanità). Oltre ogni ragionevole evidenza, il ’68 non rappresentava un movimento che voleva violenza dentro o fuori da sé, solo una rottura degli schemi costituiti e metteva un ipoteca modernità di vedute al centro delle discussioni critiche rispetto a un passato vissuto come come “inadeguato ai tempi”. Tuttavia i segni che qualcosa di grosso non andava in quelle proteste erano evidentissimi, solo che erano evidenti a quelle generazioni di “vecchi” che avevano sulle spalle la guerra e avevano vissuto di privazioni. Loro ripetevano critiche tipo che i “giovani avevano tutto e quello era il problema”. L’abbondanza di oggetti dovuta alla presenza dei nuovi materiali (come la plastica) e del tempo a disposizione dovuto agli elettrodomestici e l’automobile, costruiva una relazione con il mondo impegnata (politicamente) ma non socialmente. C’era un idea astratta di società che viviamo ancora adesso. Mancava un idea vissuta (sul disagio) di cos’è un organizzazione sociale. Perchè è nel disagio che si misura la realtà sociale non nel clima festaiolo.

            Il ’68 paventava un futuro senza disagi possibile. Oggi è il futuro e i disagi sono arrivati con gli interessi, solo che il ’68 ci ha lasciato senza alcuna eredità per affrontarlo.
            Da qui le critiche aspre che mi sembrano molto meritate.

          • PersicusMagus

            Cito:

            “Chi fa del male al prossimo lo fa per delusione, frustrazione, in una parola per disperazione, verso se stesso (e allora costruisce il proprio disagio) o/e verso gli altri (e allora si concentra su qualche nemico o su inizia ad odiare l’umanità).”

            Non conosci Nietzsche né Dostoevskij né De Sade né René Girard.

            Nietzsche:

            “la vita è essenzialmente
            appropriazione, offesa, sopraffazione di tutto quanto è estraneo e piú debole, oppressione, durezza, imposizione di forme proprie, un incorporare o per lo meno, nel piú temperato dei casi, uno sfruttare – ma a che scopo si dovrebbe sempre usare proprio queste parole, sulle quali da tempo immemorabile si è impressa
            un’intenzione denigratoria?”

            Di René Girard leggiti “Le bouc émissaire”.

            Non si tratta di fantasie o astratte speculazioni filosofiche, è la Storia, la nostra, quella da dove veniamo e dove ci troviamo in questo momento anche se evidentemente qualcuno non se ne accorge.

            Non so se è l’unica modalità di esistenza possibile, di certo se è così la vita non ha senso mentre se un altro mondo è possibile la nostra esistenza un senso ce l’ha.
            Vedo segnali che questo sistema di dominio-sfruttamento sta mostrando dei segni di obsolescenza ma non so né se sia effettivamente così né a cosa porterà l’eventuale cambiamento.

            Sulla visione del ’68 ho l’impressione che tu non abbia le idee chiarissime.

            Sulle conclusioni invece, quelle nel tuo ultimo paragrafo, sembra che per una volta ci troviamo d’accordo.

          • Primadellesabbie

            ‘ …quelle generazioni di “vecchi” che avevano sulle spalle la guerra e avevano vissuto di privazioni. Loro ripetevano critiche tipo che i “giovani avevano tutto e quello era il problema”…’

            qui sei fuori strada.

            “…Il ’68 paventava un futuro senza disagi possibile. …”

            e anche qui.

        • PietroGE

          Perché il collasso delle supernove dipende dalle immutabili leggi della Fisica mentre i trend nella società sono influenzabili. Non esisterebbe, altrimenti, nessuna industria pubblicitaria. Le grandi linee del discorso di Cefis le puoi leggere sui Protocolli, il concorso della massoneria è presente in entrambi e, purtroppo continua ancor oggi. Se anche uno inserito negli ambienti dei poteri forti come Ferruccio de Bortoli parla di “odore stantio” di massoneria….

        • Tizio8020

          E sembra che Marcuse fosse colpevole anche dell’ultima “grande moria delle vacche” !!!

    • Marcello Alessio

      scusa, cosa sarebbe il “dissenso storico”?
      E perchè la rivoluzione “urlante” dell’ 1789 sarebbe stata “scatenata” dal cristianesimo (e proprio da quello “di Richelieu”?) e non dagli abusi e gli errori della monarchia assoluta, giunta un secolo prima alla sua perfezione (“l’etat c’est moi”) dopo aver superato i residui feudali (a parte la Savoia) e verificato il nuovo modello di stato, detto “nazionale” o borghese secondo i gusti?

  • ws

    Gli eserciti nazionali basati sulla coscrizione obbligatoria potrebbero
    essere destinati a cedere nuovamente il passo ad apparati militari
    professionali analogamente a quanto avveniva secoli fa

    e poi fare la stessa fine degli stati che allora adottarono questa scelta. 😎