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I DIECI FILM CHE SPIELBERG DEVE ANCORA FARE

Immagina se fossimo in un universo parallelo nel quale Hollywood dà agli arabi e ai musulmani un’equa opportunità. Ecco dieci film (tutti basati su storie vere) che stanno giusto aspettando la magia di Spielberg.

DI MAS’ OOD CAJEE

“Munich”, l’ultimo film del magnate di Hollywood Steven Spielberg (da oggi nelle sale italiane ndr), si concentra sugli sforzi di Israele per vendicarsi dell’uccisione dei suoi atleti nei Giochi Olimpici a Monaco del 1972. Nonostante il conflitto israelopalestinese sia adattissimo per ispirare potenziali film di successo, i film di Hollywood sul conflitto hanno la tendenza a rimanere convenzionali e disumanizzanti.

Spielberg spera che “Munich” sia diverso, e afferma di non aver voluto fare “un film alla Charles Bronson – i buoni contro i cattivi e gli ebrei che uccidono gli arabi senza un contesto”. La critica, dice Spielberg, è troppo a favore di Israele per fare un film onesto sul conflitto.

Immagina per un secondo che sia il Giorno alla Rovescia. Immagina che siamo in una specie di universo parallelo della zona crepuscolare nel quale Hollywood dà agli arabi e ai musulmani un’equa opportunità. Che tipo di film sul Medio Oriente guarderemmo mentre mastichiamo Goobers, Junior Mints, e popcorn nella multisala locale a venti schermi?

Magari questi film potrebbero davvero essere girati da qualcuno dei 125 bambini palestinesi ai quali Spielberg sta dando le videocamere per documentare le loro vite. Forse alcuni dei più dotati finiranno per diventare famosi registi di Hollywood. Ecco dieci potenziali film – che si ispirano tutti a fatti reali – che stanno giusto aspettando la magia di Spielberg e dei suoi seguaci:

1. King David Hotel: Nel 1946 le bombe al King David Hotel, che serviva da quartier generale all’amministrazione britannica in Palestina, hanno ucciso 91 arabi, ebrei e inglesi. Due futuri Primi Ministri israeliani, David Ben Gurion e Menachem Begin, hanno ideato l’attentato. Alcuni membri dell’Irgun di Begin, travestiti da arabi, hanno sistemato 350 kg di esplosivo dentro l’edificio. In questo thriller d’azione, David (Pierce Brosnan) — un agente britannico che ha il compito di inseguire gli assassini – si innamora di Margaret (Uma Thurman), una giornalista americana che lavora per Life Magazine. Ma Margaret è davvero innamorata o è un’assassina segreta sionista decisa a fermare David nelle sue indagini?

2. Nakba: La storia di un amore innocente in tempo di guerra e tragedia. Layla (Penelope Cruz) e Salam (Orlando Bloom) sono Romeo e Giulietta sullo sfondo contrapposto della nakba, la catastrofe nazionale palestinese, più di 70.000 palestinesi in fuga – volontariamente e involontariamente – dalle loro case. Riuscirà il loro amore a sopravvivere al conflitto?

3. USS Liberty: Quando le navi e i jet da combattimento israeliani attaccano la nave dell’intelligence della marina statunitense USS Liberty nel mezzo della Guerra dei Sei Giorni del 1967, vengono uccisi 34 soldati americani e 173 vengono feriti. La versione ufficiale di Washington e di Tel Aviv è che l’attacco è stato un errore. Ma Brad Pitt e Tom Cruise, nel ruolo di ufficiali del Liberty sopravvissuti, giurano vendetta dopo aver scoperto che l’attacco in realtà era parte di un complotto per dare il via alla III Guerra Mondiale.

4. Sabra e Shatila: È il 1982 e il Libano è in piena guerra. Il corrispondente di guerra britannico Robert Fisk (Ewan MacGregor, la stella di Guerre Stellari) si nasconde nei campi di Sabra e Shatila, mentre una milizia libanese appoggiata e fiancheggiata da Israele massacra migliaia di rifigiati palestinesi. Sahar (Sandra Bullock) è una madre palestinese determinata a proteggere la sua famiglia ad ogni costo.

5. Vanunu: Un thriller politico che si svolge in Israele, Australia, Tailandia, Inghilterra, e Italia. La star di “Syriana” George Clooney nelle vesti di Mordechai Vanunu, il tecnico nucleare che svela il programma di armi nucleari di Israele e paga il prezzo estremo. Nicole Kidman recita il ruolo di Cheryl Bentov, agente del Mossad americano che lo seduce e lo rapisce.

6. Hebron: La storia di una tragedia e di lealtà lacerata. Nel 1994, il medico ebreo di Brooklyn Baruch Goldstein ha aperto il fuoco su dei musulmani in preghiera ad Hebron, uccidendone 29. Il palestinese americano Mazen Khalili (Tom Hanks), un funzionario del Dipartimento di Stato assegnato alle indagini sul massacro, lotta fra le responsabilità che gli impone il suo lavoro e le sue radici. Leah Rabinowitz (Meg Ryan) è una giornalista ebrea americana che scopre un oscuro segreto di famiglia che cambierà per sempre la sua vita.

7. Qana: Il 18 aprile 1996, il bombardamento da parte di Israele di un campo delle Nazioni Unite, nel quale erano rifugiati profughi libanesi, uccide più di 100 persone e ferisce oltre 300 fra uomini, donne e bambini. Jessica (Angelina Jolie) lavora alle Nazioni Unite ed è decisa a far conoscere al mondo quello che è successo dopo essere stata testimone di questa atrocità. Yossi (Robert De Niro) è un agente del Mossad che ha il compito di uccidere Jolie.

8. Gaza: Chris Hedges (Harrison Ford), corrispondente del New York Times a Gerusalemme, scrive gli articoli dalla camera del suo albergo. Hedges cambia radicalmente dopo aver visto dei soldati israeliani uccidere per sport un giovane palestinese, si oppone ai suoi redattori scrivendo articoli che umanizzano i palestinesi. David Schwimmer e Sarah Jessica Parker compaiono in qualche scena come i genitori di Muhammad al-Durra, il ragazzino palestinese di 12 anni ucciso dalle truppe israeliane nel 2000.

9. Rachel: Rachel Corrie (Gwyneth Paltrow) è la giovane attivista americana, idealista, uccisa schiacciata da un carro armato dell’esercito israeliano. Sally Field, nota per il suo ruolo in “Non senza mia figlia”, recita la madre di Rachel.

10. Refuseniks: Quando un camerata si suicida dopo aver ucciso a sangue freddo una donna palestinese disarmata incinta (recitata da Natalie Portman), due giovani soldati israeliani (Matt Damon e Ben Affleck) decidono che l’occupazione e l’uccisione dei palestinesi è immorale e ingiusta.

MAS’ OOD CAJEE
Fonte: http://www.altmuslim.com/
Segnalato da: http://www.thetruthseeker.co.uk/
8.12.2005

Traduzione per www.comedonchisciotte.org di OLIMPIA BERTOLDINI

Pubblicato da Olimpia

  • Tao

    Le Olimpiadi insanguinate da una strage voluta. L’irruzione della politica nello sport, l’Ira, i pugni alzati, Urss-Usa 55 a 33. I ricordi di una cronista

    Non ci occupavamo di sport, allora, al manifesto. Nemmeno nella scarna ( e sofisticata) maniera attuale. E così, quando le agenzie in quel 5 settembre 1972 batterono la notizia che nella notte un commando palestinese aveva sequestrato un gruppo di atleti israeliani e li teneva prigionieri, armi in pugno, in una delle palazzine del villaggio costruito per le XX Olimpiadi, a Monaco di Baviera non c’era nessuno dei nostri. Partii io in gran fretta, ignara di come sarei potuta entrare, senza accredito, nell’esclusivo recinto dove alloggiavano gli addetti ai lavori. Alla fine riuscii ad intrufolarmi, grazie alla connivenza di alcuni famosissimi nomi del giornalismo sportivo italiano che, su un divano di fortuna, ospitarono la collega aliena del neonato quotidiano comunista. Stranamente la sorveglianza della polizia in quelle prime ore era lasca, sproporzionata a quanto stava accadendo. Sebbene due degli ostaggi fossero stati già ammazzati nel corso della colluttazione seguita all’irruzione dei sequestratori nel dormitorio della squadra israeliana, all’alba, nel villaggio sembrava quasi non fosse successo niente: lungo i viali interni, fra padiglioni nazionali, mense, press center, la circolazione appariva normale. Alcuni atleti avevano già ripreso ad allenarsi. Unico trambusto apparente, i materassi della allora ancor esistente Germania dell’est portati via e traslocati altrove: perché l’abitazione riservata alle squadre della Rdt si trovavano proprio di fronte al luogo del fatto, il solo isolato da una discretissima sorveglianza. Sbirciando fra le spalle degli agenti, in punta di piedi su una panchina adiacente a Connollystrasse, in una condizione per così dire privilegiata – perché oltre lo sbarramento installato per respingere la folla che cominciava ad accalcarsi sul piazzale, anche se dietro il cancelletto che portava agli spogliatoi – potei così vedere, a poche decine di metri di distanza, sulla soglia di un balcone al secondo piano, due uomini con la calza calata sul volto e un khalashnikhov imbracciato: l’immagine che ora, a distanza di 34 anni, ci mostra il discusso film che Spielberg ha dedicato a quell’evento,«Monaco».

    A 30 chilometri da Dachau

    Sebbene sia passato tanto tempo, ricordo ancora con esattezza quelle ore tremende. Non si trattava, infatti, di una pur drammatica presa di ostaggi come altre già accadute. Lì eravamo in Germania, nella città di Hitler, a 30 km dal lager di Dachau, le vittime del sequestro erano ebrei, gli autori del sequestro le vittime della maggiore ingiustizia contemporanea, palestinesi, il solo popolo escluso dalla festa olimpica. Da solo cinque anni cacciato anche dalla Cisgiordania, mentre da due la sua rappresentanza era stata espulsa anche dal provvisorio rifugio trovato ad Amman, a seguito di una orrenda battaglia ordinata da re Hussein, quella che fu chiamata «Settembre nero». Anche quella vicenda l’avevo vista da vicino, perché quel fatidico mese mi ero trovata nella capitale giordana per raccontare su il manifesto mensile (il quotidiano non era ancora nato) i primi drammi di una storia che nel frattempo abbiamo imparato a conoscere, ma allora era ignota ai più. Il commando del villaggio olimpico era parte di una nuova organizzazione, che proprio «Settembre nero» si chiamava. Era stato il Fronte popolare, qualche tempo prima, a dare il via alle nuove forme di lotta con il dirottamento di un boeing della Twa (una pratica allora piuttosto inconsueta), operato per attirare sulla questione palestinese l’attenzione di un’opinione pubblica mondiale altrimenti distratta. Ora, a muoversi era una frangia semi-ribelle della stessa Al Fatah. Come non esser tentati di profittare dello straordinario palcoscenico internazionale offerto dai Giochi Olimpici per svelare l’ipocrisia della retorica che li accompagna, la pace e l’uguaglianza fra i popoli? Per ore sembrò che non accadesse niente. Le radioline, che allora chiamavamo «a transistor», trasmettevano a tutto volume ai curiosi accalcati sul Kusoczinskidamm, fuori dal recinto, la scarsa cronaca della Radio bavarese. Vicino a me e agli altri giornalisti in pole position una selva di telecamere, puntate come fucili verso la palazzina 31 e il visibilissimo balcone dove si alternavano nella guardia esterna i sequestratori, coperto da un improvvisato paravento di cartone solo l’ingresso dell’edificio per non far vedere i mediatori di cui, a partire dal pomeriggio, era cominciato il via vai. Si diceva fossero dell’ambasciata sudanese, poi di quella tunisina, ma ogni informazione veniva regolarmente smentita. Per certo sapevamo solo che c’erano anche funzionari tedeschi che stavano trattando sulle richieste: liberare 236 prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri israeliane, più i due della Rote Arme Fraktion, Andreas Baader e Ulriche Meinhof. Il tempo passa e qualcuno sospetta siano stati già tutti segretamente evacuati, ma non si capisce da dove. Poi, però, ricompare il palestinese, in testa un cappelluccio bianco con una piccola tesa. Sembra essere il capo. E’ accompagnato da un ragazzo giovanissmo e mingherlino, con i capelli lunghi, che alle prime avevamo preso per una donna. Sono ancora lì. Verso le 5 vengono fatti entrare 14 fucilieri scelti della brigata di polizia di Wiesbaden, travestiti da atleti, tuta bianco-rossa ma mitra imbracciato. Scompaiono dietro il paravento e ricompaiono sul tetto. Poi due di loro si calano all’altezza del balcone ma tornano precipitosamente indietro. La folla gradisce l’exploit, è eccitata, si moltiplicano le grida dei venditori di bibite e panini. Sembra il replay di «Un asso nella manica». Anche Spielberg ha raccontato che quando, ventiquattrenne, seguì negli Stati uniti alla televisione, come altri milioni di spettatori, la vicenda, non riusciva a capacitarsi che non si trattasse di un film di suspence. Gli ultimatum venivano fissati e rinviati. L’ultimo, alle 9 di sera. Ricordo bene la paura che mi cresceva dentro, lo sgomento nel guardare i ragazzi palestinesi, pensando ai ragazzi israeliani che non potevo vedere: come potrà finire? Poco prima delle nove tutto precipita. Ci informano che dentro la palazzina 31 si trovano il sindaco del villaggio Olimpico e il capo della polizia di Monaco. Possiamo scorgere nel buio che nel frattempo è calato le loro sagome sul balcone. Dunque, ci siamo. E infatti un pulmino Volkswagen blu si accosta all’edificio. Il palestinese con il cappelluccio bianco esce e lo ispeziona ma non deve esser rimasto soddisfatto perché il veicolo se ne va e poco dopo arriva un grande furgone militare. Una selva di poliziotti sbuca da non si sa dove, il piazzale esterno viene evacuato, intravediamo una quindicina di persone uscire alla spicciolata , alcune con i fucili, e montare a bordo della vettura approntata. Contemporaneamente atterranno nello spazio posteriore quattro elicotteri su cui vengono imbarcati i passeggeri del furgone. Lo spettacolo è finito. Ce ne andiamo anche noi a vedere il seguito alla televisione. L’attesa al Press center del villaggio Olimpico non dura a lungo. Alle undici di sera uno squarcio di immagine e l’annuncio concitato di un reporter televisivo accostato alla recinzione dell’aereoporto Nato di Furstenfeldbruck. Dice che si sentono degli spari ma che è tutto buio, che non si sa cosa stia accadendo. Riprende il programma normale.

    Perché tanti spari?

    Restiamo in attesa, allarmati. Poco dopo, il volto sorridente del portavoce del governo, Konrad Ahlers, ci tranquillizza: «Tutto è stato perfetto – annuncia – l’operazione è riuscita, gli ostaggi non sono partiti per l’Egitto come volevano i sequestratori». Aggiunge che il nemico ha subìto pesanti perdite: due palestinesi ammazzati a bruciapelo, un terzo suicidatosi con una granata, un quarto fuggito ma braccato. Ma allora, perché tanti spari all’aeroporto? Cosa è davvero accaduto? Una prima parziale verità arriva verso l’una e mezza: un comunicato per i giornalisti in cui si ammette che l’ottimismo manifestato poco prima è parzialmente infondato. «Siamo spiacenti». Verso le due, sconvolto, il sindaco di Monaco si sfoga con un giornalista della France Press: «E’ una tragedia – dice – l’intera operazione è fallita». Fallita come e perché, quante sono le vittime? A lungo non lo sapremo. Ahlers compare ancora una volta alla televisione ammettendo che l’operazione «non è perfettamente riuscita» ma è pur sempre riuscita, perché «abbiamo salvato gli israeliani impedendo che partissero per l’Egitto dove non sappiamo cosa sarebbe potuto accadergli, Brandt non essendo riuscito a parlare direttamente con Sadat per ottenere garanzie.». «Capirete – aggiunge persuasivo il portavoce del governo – noi non potevamo lavarcene le mani, non potevamo far questo agli ebrei ». Quel che è realmente accaduto all’aereoporto, chi delle due parti che hanno concordato l’operazione – il governo israeliano e quello tedesco – abbia imposto la scelta della strage che ha lasciato sul terreno 16 morti – nove israeliani, otto palestinesi, oltre a un poliziotto bavarese – con esattezza non lo si saprà mai. In seguito si è solo saputo che il governo socialdemocratico era incline a cedere, e anche a liberare i due prigionieri della Raf, ma che Golda Meyer lo aveva impedito e i tedeschi non se l’erano sono sentita di contrariare il primo ministro israeliano. Le dimensioni della tragedia provocata da una linea d’azione folle, oltreché dall’incredibile imperizia della polizia, anche noi, che pure eravamo lì, le capiamo solo tardissimo e comunque dopo che la televisione ha annunciato che l’indomani, alle 10, ci sarebbe stata allo stadio la cerimonia funebre per gli ostaggi (quanti?) periti, nell’orario previsto per i 200 metri femminili e i 400 maschili. In fretta, perché i giochi possano riprendere, sia pure con un programma scalato di un giorno. Ci si fa premura di avvertire che i biglietti già acquistati per l’atletica saranno validi per il funerale. Al Press center, quando i programmi sono terminati, resta aperto lo schermo che trasmette le immagini di una emittente americana che va in onda in differita per via del fuso orario: sono quelle del match di box Cuba-Usa.

    Il match Germania-Ungheria

    Meno di 24 ore dopo la strage, 75.000 spettatori entusiasti gremivano lo stadio per la partita di calcio Germania federale-Ungheria. Lo stesso stadio dove, in mattinata, si era tenuta la cerimonia funebre. Durante la quale è morto, di infarto, un altro israeliano: un vecchio ebreo, sindaco di una cittadina vicino Tel Aviv, cui il cuore non ha retto per quell’accavallarsi di simboli nella vicenda. Le bandiere dei giocatori olimpici erano a mezz’asta, nemmeno uno straccio per la Palestina, nessuno a piangere i suoi morti. Il terrorismo è nato a Monaco, si è detto; e si dice ancora. E’ vero. Nei due anni successivi gli agenti del Mossad, raccogliendo l’indicazione ufficiale di Golda Meyer – che l’indomani della strage aveva detto: «Daremo la caccia ai complici dei sequestratori ovunque nel mondo, fino quando non li avremo eliminati tutti» – hanno proceduto all’assassinio di undici esponenti dell’Olp sospetti di connivenza con Settembre nero: a Roma, a Parigi, a Nicosia, a Beirut, ad Atene, a Glarona in Svizzera, a Hoorn in Olanda, a Tariffa in Spagna. La prima vittima fu Wael Zwaeter, dolce e colto amico che, primo rappresentante di Al Fatah in Italia, aveva con gentilezza e sapienza, spiegato a tanti di noi la storia del suo popolo. Fu ammazzato mentre rientrava a casa, a piazza Annibaliano a Roma, con un sacchetto di panini in mano, la sua cena. Questi omicidi erano stati preceduti, già dal giorno seguente l’arrivo di bare e sopravvissuti all’aeroporto di Tel Aviv, dalle incursioni di Tsalal nel sud del Libano, protagonisti Sharon e Barak, che lasciano sul terreno centinaia di abitanti dei campi profughi, bombardati dall’alto e schiacciati con i carri armati. Poi il via, nemmeno un mese dopo, agli assassini individuali, raccontati nella forma più compiuta dal giornalista canadese Gorge Jonas, che nel suo libro «La vendetta», raccoglie le confessioni dell’agente israeliano che coordinò le operazioni, nome in codice Avner. Il libro che ha contribuito ad ispirare Spielberg per il suo film «Monaco» e ad alimentare le polemiche della destra contro il regista. Sì, a Monaco è nato il terrorismo, ma anche l’imbroglio sul senso di questa parola , che ha tutto confuso. Gli agenti del Mossad e i loro mandanti ministeriali, terroristi non sono stati chiamati mai. Sul terreno, assassinata, hanno lasciato anche la speranza della pace. Come ha detto Ghandi: «Occhio per occhio e tutto il mondo resterà cieco». Tutto questo 34 anni fa. Era l’inizio degli anni Settanta, i vietcong stavano per vincere e per fortuna c’era anche tanta voglia di lotta per la vita. Con gran dispiacere del presidente del comitato Olimpico, l’americano Brundage, che aveva strenuamente voluto la immediata ripresa delle gare, la politica rientrò subito di prepotenza fra i campi da gioco.

    Matthews e Collett

    Il giovedì, appena calata la cortina sulla tragedia israeliano-palestinese, era stata la volta dei nordirlandesi dell’Ira, che, travestiti da ciclisti, avevano cercato di partire nella corsa con gli altri concorrenti, per poi consegnare, una volta bloccati, un comunicato contro il colonialismo britannico. Poi, più clamorosa, la faccenda di Matthews e Collett, i due atleti afroamericani, arrivati rispettivamente primo e secondo nella corsa dei 400 metri. Montati sulla pedana per la premiazione, si erano tolti le scarpe e avevano chiacchierato ostentamente fra loro, e, mentre gli altri, sull’attenti, cantavano l’inno americano, avevano giocato, ironici e annoiati, con le loro sacre medaglie. Fischiati dalla folla che voleva che Olimpia non fosse più disturbata, si erano voltati e avevano salutato col pugno chiuso in segno di sfida. Risalutati, allo stesso modo, da un gruppo di spettatori neri. Il comitato olimpico, indignato, li escluse dalle gare successive. A votare contro la decisione, solo gli Stati uniti: nonostante l’offesa alla patria, aveva prevalso l’ambizione dei dirigenti della squadra: non sciupare medaglie nella durissima competizione che per anni ha animato le Olimpiadi, quella fra le due grandi potenze atomiche. (Nel `72 vinse comunque l’Urss con 55 ori contro i 33 degli Stati Uniti).

    Luciana Castellina
    Fonte: http://www.ilmanifesto.it
    26.01.06

     

  • Tao

    Incontro con Tony Kushner, sceneggiatore del film di Steven Spielberg sul massacro degli atleti israeliani

    Siamo attaccati da gente che pensa che ogni critica allo stato di Israele minacci la sua esistenza. Il film che ho scritto insieme a Steven Spielberg costituisce una minaccia per la destra americana perché rifiuta la politica di Bush dopo l’11 settembre e dice che la guerra non è l’unica risposta possibile al terrorismo. Non possiamo rinunciare al nostro status di nazione civile

    Drammaturgo (Angels in America, Homebody Kabul, Caroline, or Change…), attivista, vincitore di un Pulitzer, due Tony e numerosi Emmy, curatore di un’antologia di testi sul Medioriente firmati da ebrei liberal, Tony Kushner non era forse la scelta più prudente per firmare la sceneggiatura di Munich, il film di Steven Spielberg sulla reazione di Israele al massacro degli atleti olimpionici avvenuto a Monaco nel 1972. Ma è stata senz’altro la scelta più geniale. Alla vigilia dell’uscita di Munich in Italia, abbiamo intervistato Kushner, che in questi giorni è anche il protagonista di un documentario in programma al Sundance Film Festival, Wrestling With Angels, di Freida Lee Mock.

    Quale è stata la tua reazione quando Spielberg ti ha chiesto di scrivere Munich?

    Inizialmente ho detto no. Non sono uno sceneggiatore e i miei drammi teatrali non sono noti per le loro scene d’azione. Inoltre, sono rimasto colpito dalla volontà di Spielberg e Kathy Kennedy di affrontare un soggetto come quello e le polemiche che ne sarebbe derivate. Essendo politicamente impegnato ho vissuto quel tipo di polemiche…

    Eri sorpreso di questa sua determinazione?

    Lo sono ancora oggi. E credo lo fosse anche Steven. Da quando abbiamo iniziato a parlarne, non capivo perché fosse così deciso a raccontare le storia di quello che è successo dopo il massacro degli atleti a Monaco. E credo che la stesura dello script e le riprese stesse (il film è cambiato molto nel corso della lavorazione) siano state un percorso di ricerca per Steven. Per me è stata una grande sorpresa che una produzione gigantesca e costosa potesse essere gestita come un processo di ricerca. Credevo che ogni cosa andasse risolta su carta, prima delle riprese. Invece Munich è stato un processo aperto, fino all’ultimo. Quando ho accettato, credevo sarebbe stato un impegno di sei settimane. Invece abbiamo lavorato un anno sullo script, e poi Steven mi ha voluto sul set. Scrivevamo ancora sull’aereoplano diretti a Malta. E in sala di montaggio!

    Ho letto che la tua presenza sul progetto è stata decisiva per Spielberg ma anche che, prima di accettare, hai voluto provare a scrivere delle scene precise…

    Volevo vedere come mi sarei trovavo con i personaggi, e ad affrontare il conflitto tra Israele e Palestina in chiave drammatica. Una delle primissime scene che ho scritto è la conversazione tra Avner e un feddayn palestinese, a Atene. A Steven piacque molto e così ne tentai altre. Fino a arrivare a uno script di 300 pagine. Più andavamo avanti e più mi aspettavo che mi dicesse «stop»: era evidente che la direzione intrapresa avrebbe generato un film difficile, di cui bisognava avere un po’ paura. Ma sono stati proprio la difficoltà e la paura a motivare Steven.

    Come hai equilibrato la realtà storica contenuta per esempio nel libro di George Jonas, Vengeance, la sceneggiatura preesistente di Eric Roth e la fiction?

    Ho cominciato con l’assorbire la maggior quantità di informazione possibile, e quindi il libro di Jonas e qualsiasi cosa potessi trovare sul soggetto. D’altra parte, sono anni che lavoro sul Medioriente quindi avevo un certo background. Ho parlato a lungo anche con la persona su cui si basa il personaggio di Avner, con gente di Washington che ha lavorato nel settore, e con Steven. Una volta assorbito tutto ciò, cerchi di dimenticartelo: anche se si tratta di fiction storica, a un certo punto devi costruire i tuoi i personaggi. Steven e io abbiamo avuto parecchie discussioni sull’equilibrio tra realtà storica e coerenza drammatica. Per quanto mi riguarda, il punto fondamentale è sempre stato che, dopo il massacro di Monaco, Israele ha iniziato una campagna di omicidi mirati che risultò, allo stesso tempo, efficace e problematica, sia dal punto di vista strategico che da quello etico. Era importante per noi dimostrare quella dualità restando fedeli a quello che si sapeva, o si poteva verificare, di quell’operazione segreta. E, in definitiva, quello che non si poteva verificare non era poi così importante. Non ho mai voluto usare il film per provare la colpa o l’innocenza degli uomini assassinati. Infatti, bisogna ricordare che non hanno mai avuto il beneficio di un processo pubblico. E per me è parte del problema con omicidi di questo tipo.

    Qual è la prospettiva sul film della persona su cui si basa il personaggio di Avner?

    Il film lo ha commosso molto. Ci siamo visti dopo la proiezione. Credo che l’arco drammatico del personaggio, la disintegrazione della sua sicurezza, il crescere dei dubbi, non sia antitetico alla sua esperienza. Credo anche che per lui i dubbi siano arrivati dopo. Ci sono molti agenti del Mossad che sostengono di non aver mai avuto ripensamenti. Il nostro agente sostiene invece che dei dubbi ci sono spesso ma che in genere vengono rimossi. In effetti, nelle critiche che il film ha ricevuto, spesso non si tiene conto che, anche se hanno delle perplessità, questi agenti del Mossad portano a compimento la loro missione. E la loro sicurezza inizia a incrinarsi quando sono i loro compagni che iniziano a morire, non i palestinesi. Ma le critiche tendono a ignorare queste sottigliezze del film. È la stessa cosa che succede quando si parla di terrrorismo e Medioriente. L’unico modo in cui si può mentire è eliminare prima di tutto ogni sfumatura e poi creare una versione della realtà da cartone animato, su cui costruire la propria politica. Infatti, una delle cose che stupisce di Munich è che il film non offre una versione da cartone animato – non ti chiede subito da che parte stai.

    Ti hanno dato fastidio le accuse di aver fatto del relativismo morale?

    Sono offeso, arrabbiato e depresso: è una bugia facile! È l’accusa a cui ha dovuto rispondere chiunque – come me – si è opposto alla guerra in Iraq. Da sempre, chiunque sostenga la necessità di continuare a pensare anche nel mezzo di una crisi, e che comunque ci si debba attenere ai principi dell’etica e della democrazia, è chiamato un relativista morale. Non credo che pensare al significato del terrorismo ti renda un relativista morale, o che l’atto stesso di cercare di interpretare eventi anche molto crudeli implichi che li si condoni. Esiste la possibilità che dietro ad atti veramente terribili ci sia l’agente catalizzatore di una profonda ingiustizia. E io credo che si possano riconoscere sia l’ingiustizia che l’orrore del gesto. Questo vale per Munich: provo rabbia e lutto di fronte alla morte degli atleti, voglio reagire, ma sono una persona razionale che crede nella legge e nella diplomazia internazionali, e che ha dei principi etici offesi da certe misure che chiamiamo controterrorismo. Quindi, prima di affidare ogni soluzione a un’operazione segreta del governo, vorrei poter dire la mia su quello che penso sia il significato del terrorismo, e anche sui metodi etici e strategici con cui rispondergli.

    Hai messo in bocca a Golda Meir una battuta chiave del film: «Ogni civilizzazione, a un certo punto, deve scendere a compromessi con il suo sistema di valori»…

    Golda Meir è una figura molto complicata. Negli Stati Uniti è considerate la nonna di Israele. Ma in Israele risulta molto più problematica. E lo è anche per me: le sue idee sulla Palestina erano – a essere generosi – molto, molto antiquate. Erano idee terribili, formate prima che i grandi storici revisionisti d’Israele avessero fatto il loro lavoro. In quanto laburista e proveniente da una formazione socialista avrà senza dubbio avuto delle riserve, ma credo sia plausibile ipotizzare che la strage di Monaco l’abbia convinta a metterle da parte.

    L’editorialista neocon del «New York Times», David Brooks, ha sentito il bisogno di discutere «Munich» in chiave contemporanea, sottolineando che, diversamente dal periodo in cui è ambientato il film, allo stato attuale, l’unica soluzione al problema del Medioriente e a quello del terrorismo è una soluzione armata. Solo dopo si può trattare. Ovviamente Munich è interpretato come una minaccia rispetto alla politica della Casa Bianca…

    Sì, siamo attaccati da gente che pensa che ogni critica allo stato di Israele minacci la sua esistenza, ma anche dai David Brooks che sono più preoccupati di come Munich possa rappresentare una crepa nel consenso nazionale – un consenso che, tra l’altro, io non credo esista veramente. Per gente come lui e per la destra il fatto che Steven Spielberg abbia realizzato questo film costituisce una seria minaccia all’assunto secondo cui la strada scelta dall’amministrazione Bush dopo l’11 settembre è l’unica possible. E la cosa li spaventa molto perché la guerra in Iraq è la pietra miliare di tutta la loro politica post 9/11. E chiaro che il nostro film intende porsi delle domande rispetto alle reazioni di Israele al massacro di Monaco. L’11 settembre è una cosa diversa, ma oggi ci troviamo di fronte a un presidente che ammette pubblicamente di aver intercettato le telefonate di normali cittadini americani violando la costituzione. E promette che continuerà a farlo! Con un’amministrazione come questa, dichiarare una guerra globale contro il terrore diventa il pretesto per sospendere i diritti civili e umani. Come rispondere e proteggere la tua gente dal terrorismo senza perdere il tuo status di nazione civile è una delle domande da porsi oggi. Che Dio ci aiuti se decidiamo che non è giusto farlo!

    Hai detto che è proprio il suo interrogarsi che rende «Munich» un film «molto ebreo»

    Tutto il film è un interrogativo che, progressivamente, esplora luoghi sempre più oscuri e difficili – specie per un autore noto per la sua attenzione alle esigenze del pubblico. Quando ho visto il primo montaggio sono rimasto molto sorpreso dal modo brutale in cui Steven ha ripreso la violenza e gli omicidi. Sono scene repellenti. Ma è giusto che sia così. Anche la goffaggine degli agenti del Mossad – le bombe che non funzionano e così via – per cui siamo stati criticati, è plausibie perché ogni essere umano dovrebbe esitare prima di uccidere un suo simile. Senza contare che se leggi la storia di operazioni come queste, non è certo quella di James Bond.

    Il film offre un punto di vista ebreo «altro». Non è anche questo che lo rende problematico?

    Era uno dei nostri obbiettivi. Gli ebrei – ed è una cosa che mi rende orgoglioso di essere ebreo – cercano continuamente la «verità». È un processo di dialogo continuo, con Dio e con noi stessi. Siamo però un popolo che ha soffertto secoli di oppressione: Israele è un paese piccolissimo e c’è il terrore che ogni discussione aperta sia una minaccia all’esistenza stessa dello stato. È un paradosso, considerando che Israele è una potenza nucleare e che il nostro alleato principale sono gli Usa. Ma la preoccupazione per il destino di Israele esiste. La sento io e la sente anche Steven. Quindi credo che ci sia un certo disagio rispetto al fatto che con Munich abbiamo affermato pubblicamente che, all’interno della comunità ebraica, esistono lacerazioni e fratture. Che tutto ciò che fa Israele non è indiscutibile. Ma una delle ragioni per cui questa storia mi attraeva è proprio perché affronta le lacerazioni e la fratture.

    In questo senso la scena finale del film è molto forte.

    Non voglio rivelare il finale. Ma effettivamente non credevo che Steven avesse il coraggio di girarla.

    Nei suoi ultimi quattro o cinque film, Spielberg riflette sempre più esplicitamente su quello che sta succedendo in America…

    Sono d’accordo. War of the World, con quella battuta – «le guerre d’occupazione non funzionano mai» – era chiaramente una provocazione, per chi avesse voglie di coglierla. Steven è un uomo molto complicato: nonostante il suo enorme genio per l’entertainment popolare non ha mai voluto fare solo quello. Infatti, il personaggio a cui mi sembra più vicino nella storia della cultura è Charles Dickens: uno che ha un’intuizione quasi incredibile per quello che la gente vuole vedere e sapere e che allo stesso tempo è animato da una visione personale molto intensa. È l’opposizione tra l’essere un cittadino privato e il portavoce dello spirito del tempo: sono trent’anni che Spielberg racconta favole «del momento» – persino Jaws, o Jurassic Park sono film sul loro presente. Ed è per quello che funzionano. L’assunto cinico che lo spettacolo popolare debba esser sciocco abbastanza per raggiungere miliardi di persone è sbagliato. ET o Close Encounters continuano a essere interessanti è perché sono nati dalle ossessioni di un artista. D’altra parte, Steven è un regista molto freudiano. Tutti i suoi film sono articolati secondo linee edipiche. E questo dà loro grandissima forza.

    GIULIA D’AGNOLO VALLAN
    Fonte: http://www.ilmanifesto.it
    26.01.06

  • giorgiovitali

    In primis, i film qui elencati sono impossibili a veder realizzati per la semplice ragione che Hollywood è economicamente ed ideologicamente in mano agli ebrei DA SEMPRE. Poi è bene sottolineare che questo atteggiarsi ad imparziale di un tizio come Spielberg, punta di lancia della propaganda sionista nel mondo attraverso le implicazioni psicologico-motivazionali cinematografiche e televisive, GIOCA UN RUOLO FONDAMENTALE nel creare le premesse per l’ accettazione del film, chiaramente commissionato da ISRAELE. Non bisogna dimenticare che Spielberg è colui che ha diffuso nel mondo, attraverso uno sceneggiato televisivo, il NOME-CONCETTO RELIGIOSO di olocausto, attribuito agli ebrei. Quindi, tutto artefatto e gestito sul limite del subliminale, per folle di rincoglioniti. Sarebbe interessante anche spiegare perchè Israele ha commissionato questo film. Ma è facilmente comprensibile.GV

  • avlesbeluskes

    Ti capisco benissimo, anch’io sono passato per quella fase.

    “Come non ci si può accorgere di quanto gli giudei tramino contro i non-giudei?
    Basta vedere: Alan Greenspan (ebreo) guida la più potente banca del mondo.
    Chi gli succederà? Una altro dannato della suta stirpe!, tale Shalom”.”

    In verità gli ebrei hanno così le mani in pasta che, se non le avessero, dovremmo far si che le abbino!

    Sta attento a non farti prendere per la “coda delle emozioni”. In passato hanno preso me, ma quelle manacce le ho tagliate.

    Il mondo è un immenso spettacolo/dramma, Wagner ne sapeva qualcosa.

    Ma sai chi era Wagner? Si, uno dei principali “ispiratori” di Hitler?
    IN “Mein Leben”, l’autobiografia, si vantava (non esplicitamente) di essere figlio illegittimo di tale Geyer, un collega di sua madre al teatro dove lei lavorava. Geyer è un cognome tipicamente all’epoca ebreo! E tutti ridacchiavano all’epoca sul contrasto tra l’antisemiticità di Wagner e le sue – sottilmente – vantate origini (paterne, si lo so, non sono “valide”, però…)
    ebree….

    Non voglio dilungarmi e non intendo con questo dire che “il nazismo è prodotto da ebrei frustrati antisemiti che odiano la propria etnia”. Questi erano solo i “manovali”.

    Voglio dire un’altra cosa, e cioè che il mondo è un dramma accortamente girato e diretto da dietro le quinte della ufficialità.
    I registi devono saper indurre emozioni di massa ed una di quelle che oggi vogliono indurre è quella dell’anitsemitismo.

    Guarda, per non farla lunga ti dico una sola cosa, per far si che tu rifletta e non cada proprio dove “loro” vogliono che tu caschi (come le trappole per animali).

    Tra i finanziatori di Adolf Hitler ci furono anche tanti magnati ebrei. Organizzatore di tali finanziamenti chi fu? Rotschild, un “super-ebreo”, che letteralmente inventò 1) Israele, 2) il sionismo, 3) il Mossad che deriva dal suo servizio di sicurezza personale.
    Le bombe alleate non toccarono i suoi stabilimenti in cui lavoravano schiavi ebrei.

    In verità la verità è così incredibile che nessuno ci crederà!

    Ma non è nascosta!

    In verità la Verità è tale che hanno ragione contemporaneamente coloro che affermano dell’orrore dei campi di sterminio ed i revisionisti!

    VUoi un’altra notizia “strana”? Chi organizzò l’arrivo nelgi USA dei “torturatori nazisti” dei campi, che furono impiegati nel progetto MK ultra?
    Kissinger!!!!!!! Un ebreo!!!!

    O, meglio, “ebreo”.

    Come vedi sono molto bravi non solo a dividere gli umani tra di loro ma anche a portare divisioni schizofreniche nei loro cervelli.

    In verità Adolf, Lenin, comunismo, nazismo (comprese le religioni organizzate) sono solo dei passi per la demolizione delle società umane (e della psiche) al fine di ottenere il dominio globale, quella piramide con l’occhio torvo dentro, progetto al quale servono sia giudei che cristiani, mussulmani o atei o quant’altro.

    Penso che tu sei “maturo” cioè arrivato ad un livello di comprensione della realtà sufficientemente profondo per uno dei libri di David Icke, ti consiglio “…..e la verità vi renderà liberi…” dove rimarrai a bocca aperta su quello che mai ci dicono ma che è sotto gli occhi di tutti.

    Non farti fregare dai “Manipolatori delle Emozioni”!

    Saluti.

    Avles “Illuminates”.

  • avlesbeluskes

    Prima di postare l’indirizzo web, una considerazione in “controtendenza” ai soliti commenti sulla “Giornata della Memoria”.

    So benissimo dei “forni aggiunti” nei campi e delle questioni del “cianuro”.
    So benissimo delle montature sul “sapone umano”, sui lampadari in “pelle d’ebreo”, sui violinisti nazisti che suonavano mentre “ebrei bruciavano”.

    Non metto in dubbio le menzogne dell’Olocausto.

    Ma non posso fare a meno di pensare (badate, non sono ebreo) che nazismo e sionismo sono e continuano ad essere due ganasce complementari che stanno da decenni stritolando gli ebrei.

    Il gioco è molto più complesso e sottile della solita accusa di “vittimismo genocida”.
    Gli ebrei continuano ad essere vittime NON del nazismo o del sionismo, ma dell’azione CONGIUNTA di ambedue.
    Dipingerli attraverso una abillissima gestione psicologica della “giornata della momoria” come i soliti “prevaricatori” con la scusa dell’Olocausto è proprio quello che gli “illuminati” (di cui fanno parte ovviamente tantissimi ebrei, come cristiani e altro) vogliono.

    Devono far insorgere a tutti i costi nella popolazione un larvato sentimento antisemita che sarà tanto pià accentuato quanto sarà proibito per legge.
    Certo, di questo sono anche responsabili molti ebrei. Ma non è una novità. Quanti “inglesi” hanno guadagnato sulla pelle dei propri connazionali mandandoli in carnefincine di cui solo i ricchi hanno goduto i vantaggi? E così vale per ogni altra etnia, ebraica compresa.
    Non ci si dovrebbe prenderla con gli ebrei come popolo, ma con i suoi criminali rappresentanti che si prestano a questo gioco, come il signor Alan Greenspan, che fanno di tutto per soddisfare ai canoni antisemiti del “giudeo parassita”. In verità è un piano preciso e programmato!!! Per questo da cinquant’anni Israele prevarica gli arabi e li martirizza! Deve farlo! Su input degli Illuminati. Deve mettere in moto il motore dell’odio e del divide et impera.
    Ma cristo, non vedete? Bush, che ha sangue di Carlo Magno (vedi Icke), Sharon o successore che è ebreo, Bin Laden mussulmano, tutti sanno che vanno d’accordo come vecchi amici!

    In fin dei conti anche tra i giudei c’è ancora qualcuno che ha conservato un poco di buon senso e intelligenza. Fino al punto che viene considerato dai sionisti come “antisemita” e dagli antisionisti come “sionista e giudeo infame”

    Vedi http://www.nkusa.org/index.cfm

    Magari uno dirà: “Hey, ma sta roba è roba del Mossad!”

    Non ha importanza. Vuol dire che se il Mossad (ma non credo) mantiene questi qua, allora le cose che dicono sono così importanti da dover intervenire.

    Avles “Giudeos”.

    Rimane sempre valido l’ottimo libro di David Icke “….e la verità vi renderà liberi”

  • Zret

    Come sempre avlesbeluskes centra il bersaglio. E’ tutto un piano degli “Illuminati” che alliganano in ogni confessione, ANCHE in quella islamica.