FAMIGLY DAY, FOREVER !

FAMIGLY DAY, FOREVER !

DI CARLO BERTANI

carlobertani.blogspot.it

Direbbe John Lennon, grande John Lennon: peccato che l’abbiano ammazzato, quello sì che sarebbe stato un perfetto Re del Mondo! Ci assataniamo dietro ai vari Family day, oppure ci opponiamo ai Family day, perché i “famigli” sono noiosi, spaccapalle, razzisti e fanno pure i predicozzi e la morale. Loro, ovviamente, sono contro perché (gli altri) sono froci o lesbiche, oppure non vogliono fare figli, o ancora li vogliono in provetta, e vogliono pure rubare figli già fatti per adottarli. Un perfetto casino, meglio di un Roma-Lazio che finisce al 94° minuto 1 a 1, con due rigori (uno per parte) nei minuti di recupero: Olimpico in fiamme, 247 ricoverati in ospedale e 145 fermati in Questura. Che meraviglia. Gran confusione sotto il cielo...tutto va bene! Ma, qualcuno, riflette su cos’è la famiglia e su come è messa oggi?

Nel 2014, in Italia, ci sono stati 142.754 matrimoni, religiosi e civili: le separazioni sono state 89.303 ed i divorzi 52.335 (Fonte: ISTAT). Si potrà piluccare fra i numeri, ma la somma fra separazioni e divorzi fa 141.638, ossia “l’1 a 1” che prima citavamo. La durata media di un matrimonio è di 16 anni (in costante calo). Per fortuna, la vita media di un matrimonio, per ora, è superiore a quella di un elettrodomestico: cosa importante, così non siamo ancora arrivati a dividerci i pezzi della lavastoviglie di fronte ad un magistrato.

Possiamo continuare a sostenere che la famiglia è il “mattone” essenziale del vivere sociale? Per certi versi sì: se non esistesse la famiglia, in Italia non esisterebbe stato sociale, e la famiglia tradizionale lo fa, ma con il fiato sempre più corto. Dunque, l’establishment al potere avrebbe maggiori grattacapi per sostenere le situazioni di povertà e di disoccupazione, per questo “concede” e preme su questo “format” obsoleto – o meglio, fa tanto chiasso sulla questione per l’affido dei minori – ma è un concedere monco, senza contropartite. A costo zero, come di consueto. Sull’altro versante – ossia quello degli affetti e delle aspettative – la famiglia è un disastro.

Alcuni dati, un poco approssimativi poiché difficili da verificare, ci dicono che circa un terzo o la metà degli italiani/italiane tradiscono abitualmente il coniuge, hanno un’amante (o più storie, d’amore o di sesso) vivendo realtà affettive/sessuali in modo “seriale”, oppure perseguono menage a trois che durano decenni, restando in famiglia “fin quando i figli non saranno grandi” o, ancora, frequentano abitualmente i club “privé”...su tutte queste abitudini, svettano i siti Internet per incontri: è un dilagare di posizioni, da chi propone rapporti finalizzati ad una nuova convivenza a chi, semplicemente, prospetta “una botta e via”. Qualcuno dirà “E’ sempre stato così e sempre sarà...” per alcuni aspetti è senz’altro vero – è questo l’aspetto interessante dell’evolversi sociologico – ossia il far capo a pulsioni archetipe che s’innestano in sempre diverse situazioni sociali.

La pulsione sessuale preme in tal senso e la conferma ci viene dall’etologia, laddove gli scimpanzè (che condividono con noi il 98% del patrimonio genetico) vivono un’esistenza di promiscuità, ma anche l’antropologia conferma: le popolazioni “primitive” che l’uomo occidentale ha incontrato sul suo cammino di scoperta e di conquista (Amazzonia, Polinesia, ecc.), vivevano con molta naturalità non tanto la poligamia (a ben vedere, una forma di potere), quanto l’estrema libertà sessuale (lo riporta in modo chiaro Melville, in “Taipi”). La “teoria” della sessualità plurima si basa sul fatto che l’uomo desidera spargere il suo seme in più uteri per garantire la sopravvivenza della sua discendenza, mentre per la donna accettare rapporti con più partner assicura maggior appoggio “economico”: curiosamente, tali comportamenti non avvenivano in popolazioni che vivevano in ristrettezze alimentari, bensì era un evento naturale, al quale conferire scarsa importanza, mentre i veri “tabù” erano per lo più relegati ad aspetti della loro religiosità (luoghi, periodi, ecc).

Singolarmente, in tutte quelle culture c’era la rigida proibizione dell’incesto: però, per dei “selvaggi”!
L’impatto fra le due culture, quella bacchettona e quella libertaria – siamo nel ‘700/’800, ricordiamo il noto caso del Bounty – fece esclamare a qualche antropologo, forse in vena ridanciana, che l’uomo occidentale, nella sua corsa verso la modernità, “si stesse perdendo qualcosa”. E che dire, allora, del Settecento libertino o del Quattrocento boccaccesco? O della “famiglia” latina, virgolettato per non confondere il medesimo termine con due concetti diversissimi? Al punto di nominare un “pater familias”, agghindando la lingua con un accusativo plurale, per sottolineare il concetto di potere plurimo e l’oggettività dei soggetti a lui sottoposti?

Insomma, abbiamo alle spalle una geo-storia molto variegata, che i nostri ignorantissimi politici (per cultura, lessico, e capacità di governare la polis) restringono ad una partita di calcio: di qua i “famigli”, di là gli altri. Quanno nnammo a magnà? Sse scopa stasera? Cce sta na mignotta de quelle bbone?

Capirete che incrociare sessualità, modernità e progresso è un affare un tantino complesso, che ha occupato molte menti – ricordiamo, una su tutte, Wilhelm Reich – e che è un po’ troppo per i Razzi, gli Scillipoti et similia – e la domanda che dovremmo porci è, allora, siamo giunti al termine della cosiddetta “modernità”? Perché il mutamento non avviene solo per aggregati fisici (l’esterno: lavoro, prodotti, beni, economia, ecc) ma anche psichici (l’interno: libido, affettività, sentimenti, ecc): dire che siamo giunti al capolinea è una pietosa bestialità, poiché moderno significa soltanto meno vecchio di ieri, null’altro. Come la famosa “fine della Storia”. Tutto ciò c’impone di dialogare con quest’Uomo timido e compresso, incapace oramai di gesti autentici: un Uomo che trova liberazione solo nella purezza di un Kata, nell’illusione (che Mishima trascinò con sé, più che evidenziare) che la fuggevolezza di un istante trasfiguri gli eventi. Allora, cos’è cambiato?

La ferrovia. Non mettetevi a ridere: riflettete. A metà Ottocento la ferrovia, in pochi decenni, decuplicò la velocità di trasferimento di tutto ciò che serviva: bushel di frumento, tonnellate di carbone, metri cubici di legname. L’Uomo seguì quella velocità, a lui ed ai suoi tempi di “risposta” meno congeniale: “Tempi moderni” di Chaplin, non invento nulla. Il dopo lo conosciamo: ciò che non possiamo più sapere è come viveva, intimamente, l’Uomo di prima.

Ci rechiamo a Venezia per il Carnevale, cercando qualche forma di trasgressione remota, ma non possiamo tornare – anche solo per un attimo – in quel noto “campo” dove, nobildonne e cortigiane, si recavano all’alba, in silenzio, per lasciarsi ammirare, per far comprendere agli amanti che si davano convegno la tempesta che era passata in quella notte d’amore: lasciavano seguire le tracce di quegli amplessi passo dopo passo, scolpite sui loro visi sfatti e gioiosi. In una società segnata dalla malattia mortale, inseguita dalla peste, il carpe diem era l’unica risposta accettabile, come lo era l’ascetismo per i (pochissimi) veri asceti. Noi, oggi – magari vestiti da Marchese d’Ambaradan – non notiamo nulla, solo quattro pietre puzzolenti di piscio di cane: al più, ci massaggia la mano di una coscienziosa infermiera al Pronto Soccorso, dove vomitiamo una notte insulsa mentre attendiamo un’alba altrettanto svaccata.

Il capitalismo? E’ colpa del capitalismo? Perché, con la nobiltà di prima si campava meglio? No, erano i ritmi, la percezione del tempo che era diversa. Goethe si lascia andare per pagine e pagine nella descrizione di un paesaggio e non si cura se, il lettore moderno, scalpita e – in fin dei conti – vuol solo sapere se Carlotta, infine, gliela darà oppure non tradirà il marito. Ma non è colpa sua se ha fretta: non può capire un uomo del ‘700!

La famiglia, insieme all’Uomo, è stata triturata dall’aumento di velocità improvviso: 150 anni su...facciamo almeno 20.000? O un milione? Tanto, V=at sempre, comunque la pensiamo: Razzi, incosciente come una vergine, è rimasto “triturato”, ed anche Crozza che lo imita. Difatti, anche l’accelerazione delle separazioni sui matrimoni segue questa linea (sempre fonte ISTAT) laddove t – Data Separazione meno Data Matrimonio (in minuti secondi) – è un limite che tende a zero.

Osservare i grattacieli che tremolano nelle acque del porto, la sera, è una bella icona del matrimonio. Ne è la sintesi. Occhio acceso, occhio buio, acceso, buio, buio, buio, acceso, buio, buio, buio...nel silenzio totale, nel buio fagocitante, nello sciacquio stanco della risacca, identico da milioni di anni. I grattacieli, i grandi palazzi, sono le icone del nostro tempo e, allo stesso tempo, il “termometro” dei matrimoni e delle famiglie. Non più grandi case gaie, non più piccoli tuguri – magari gai perché quella sera c’è un salame in tavola – ma prevedibili, perfetti abituri, studiati fino all’inverosimile da coscienziosi architetti per addetti alla produzione, od al controllo della produzione. Poi al guadagno sulla produzione. Minime ristrutturazioni fra un passaggio e l’altro: saletta computer al posto della camera per il pupo. Infine, ciak, si gira! Silenzio...motore...azione! Scena 34 di “Vita umana”. Via! Il protagonista entra in scena e pronuncia poche parole: “La produzione è terminata”. Buona, spegni motore, via le luci.

Sparito tutto. Il carbone, che vorticava da 150 anni, non c’è più. Non si fabbricano più sedie, non si mungono mucche. Silente, il greggio scorre nell’oleodotto e finisce nella centrale, diventerà elettricità che scorrerà, anch’essa silente, nei fili. Ricordo l’angoscia che provai leggendo Tiziano Terzani che comunicava, pelle a pelle, ciò che provava osservando la prima fabbrica giapponese completamente automatica. Anni ’90: lui e il guardiano, soli nella notte. Dalla vetrata, un enorme reparto, macchine che lavoravano. Sole. Il frastuono appena attenuato dalle pareti anti-acustiche. A questo punto, i marxisti mi tireranno le loro adunche falci e martelli (questo significa gabbare Marx!), i fascisti vorranno darmi l’olio di ricino (e i figli per la Patria?), ma a me non frega nulla né degli uni e né degli altri perché – cercate di capire, non di controbattere a cervello spento – questo non è un articolo d’economia politica, ma un articolo su basi sociologiche dove si cerca di capire:

1) A che punto siamo giunti nel percorso storico/evolutivo; 2) Qual è, conseguentemente, la forma migliore per l’aggregazione sociale; 3) Come armonizzare l’aggregazione sociale con le pulsioni naturali. Detto questo, una fabbrica completamente automatica dev’essere bellissima.

In definitiva, se la velocità degli scambi – commerciali, culturali, d’informazioni – è aumentata (modificando anche la percezione del tempo nei rapporti, ma noi non ci siamo accorti di nulla perché il fenomeno è stato “diluito” in un secolo e mezzo) la famiglia patriarcale, abituata a ritmi e tempi “lunghi”, è stata travolta. Rottamata. Prima, esistevano famiglie tradizionali incastonate nella cornice del villaggio, che era anch’esso una forma di “grande famiglia”, o clan. A quel punto, intervenne il già citato aumento di velocità: le emigrazioni di massa furono possibili solo nell’era del vapore, così come le colonizzazioni “mercantili”, ossia un sistema complesso ma funzionale, che prevedeva lo stazionamento in area coloniale di una classe dirigente straniera per dirigere i traffici (George Orwell: Giorni in Birmania), mentre Stati Uniti ed Australia assorbivano l’eccesso di popolazione comune, per lavori di basso livello ma di buona competenza artigianale. Entrambe questi fenomeni iniziarono a “disossare” la tradizionale famiglia patriarcale.

La susseguente società industriale aveva bisogno, invece, solo di produttori/consumatori (più appartamenti = più lavatrici, lavastoviglie, televisori, ecc) e quindi l’impeto consumista fu diretto verso l’anello debole della famiglia patriarcale, ossia “la libertà”. E’ fuor di dubbio che, in quelle famiglie numerose, di libertà personale ce ne fosse poca, ma lo Stato – in contropartita – raccontò d’assumersi l’onere dello stato sociale. Asili, ospedali, ricoveri (non lager!) per gli anziani, ecc. Oggi, nella società post-industriale, osserviamo il fallimento di quella impostazione: come sempre, quando viene soddisfatta l’esigenza del capitalista, il resto va alle ortiche. Diventano “risparmi”, e così la gente – imbambolata dai format televisivi – li percepisce. Tali teorie non sono campate in aria: se ne occupò Gandhi in sociologia politica ed Ettore Scola, nell’arte, col film “La famiglia” (1987), oggi sono interessanti le riflessioni di De Benoist sull’argomento.

Risposte? Volete delle risposte?!? Ma per chi mi prendete? Non sono mica Renzi! Ve beh, ve le darò...d’accordo...
La famiglia mononucleare come noi l’abbiamo vissuta (padre, madre, figli), è morta e bollita: finita. Nel tempo ha mostrato tutti i suoi limiti: scarsa elasticità, sensibilità estrema alle pulsioni soggettive disgregatrici, incapacità di far fronte a minime variazioni dell’ambiente circostante. Basta un imprevisto (anche a causa dell’odierna situazione economica) di spesa pari a 600 euro ed il 30% delle famiglie è in crisi nera. In una società dove il 10% della popolazione possiede il 50% della ricchezza, non potrebbe essere diverso. Conseguentemente, bisogna allargare la base del triangolo affinché il baricentro rimanga compreso nell’area di base: in altre parole, aumentare i componenti della “famiglia”. Qualcosa del genere già accadeva nelle vecchie famiglie patriarcali, dove si trovava sempre una soluzione proprio per il numero dei componenti, ma il problema è trovare una forma d’aggregazione sociale che non ne includa i difetti: autoritarismo, subalternità della donna, morale “unica”, ecc. Inoltre, in un mondo a “redditi variabili”, la compensazione interna è molto importante, perché consente di sopravvivere anche in tempi di “magra” restringendo un poco i consumi, oppure – se la pianificazione è più saggia – attingendo a risorse preventivamente accantonate. Mi pare che qualcuno abbia già parlato di vacche grasse e vacche magre...non ricordo più il testo di riferimento...

Inoltre, la società post-industriale non ha più bisogno delle ciclopiche aggregazioni cittadine, zeppe d’aggressività e poco inclini all’empatia: una saggia rioccupazione del territorio sarebbe la manna per tante ragioni: economiche, energetiche, ambientali e sociali. Ma il potere, guarda a caso, “rallenta” molto su uno degli aspetti più importanti di questa rivoluzione: la “banda larga”, essenziale per la comunicazione, come lo fu il treno per i trasporti. Meglio avere a disposizione le moltitudini, per nutrirle a panem et circenses?

Una famiglia “allargata” – chiamatela comunità, comune e come cavolo vi pare – ha più possibilità di resistere all’attacco coordinato del KriminalKapitalism e del BankAssassin: la famiglia tradizionale si separa, poi i partecipanti si risposano (omo od etero, è la stessa cosa) e continuano a lottare contro i mulini a vento. Se pensate che vi stia raccontando delle bagattelle, provate a pensare cosa significa pagare un’imposta sulla spazzatura in due persone contro dieci: fa un quinto. 600 euro? 120 euro. Va meglio? Quando c’è da cambiare la lavatrice, siete in dieci (faccio un esempio) ad affrontare la spesa, non in due.

Personalmente, ho partecipato a due esperienze: una agricola ed una urbana. Sono i periodi della mia vita che ricordo con maggior gioia, poiché eri responsabile di te stesso ma non avvertivi quel senso di oppressione che la famiglia tradizionale ti assegna. Perché? Poiché la tua responsabilità era con-divisa da altre persone e...vivaddio! Fra tanti, c’è sempre qualcuno che sa cambiare un asse del cesso! Non mi sembra opportuno raccontare particolari di quelle esperienze, perché questo articolo è scritto per chi ha coraggio e ci vuole provare: per gli altri, è solo tempo perso. Nel tempo che avete impiegato a leggere questo articolo, la vita media di un matrimonio è scesa di 1,463 secondi, anche se la funzione di riferimento è ancora in studio.

Vi posso solo dire che, ogni anno, c’incontriamo tutti, i vecchi “comunardi” e siamo come fratelli: nella famiglia tradizionale è il sangue a scegliere, in quella comunitaria sei tu a scegliere, secondo le tue inclinazioni ed i tuoi desideri. La profondità del rapporto è totale, ancora dopo 40 anni, ed è come se ci fossimo lasciati il giorno prima. Per chi non avesse ancora capito, io posso recarmi – senza telefonare – a casa di chiunque visse con me 40 anni fa – magari a distanza di centinaia di chilometri – suonare il campanello e ricevere, per prima cosa, un abbraccio ed un sorriso di piacevole sorpresa. Anche i “dotti” se ne sono interessati, e sono state redatte due tesi di laurea sulle nostre esperienze.
Perché finirono? Mai sentito dire panta rei? La comunità è, per suo statuto interno mai scritto, fluida e variabile: sta a chi partecipa saperla improntare alla stabilità, sapendo bene che – se lasci – devi consentire ad altri di giungere, e d’arrivare bene, di poter fare buona vita con chi rimane. Tu passi, la comunità deve restare. Erano tempi di pionierismo, e gli errori ci furono, tanti. Oggi, a differenza di molti anni fa, mi sembra che quel “vezzo” stia diventando una necessità: urbana od agricola, poco importa, l’importante è saper reggere all’impatto dei bastardi che pretendono le nostre vite in locazione. Domani, in proprietà assoluta.

I figli? Tre coppie, nelle nostre esperienze, avevano figli: oggi campano bene – compatibilmente con il nostro tempo incivile – e non sembra che abbiano gravi problemi per essere stati abbandonati ad un’altra coppia per qualche tempo, con due mamme o con due papà, secondo chi era disponibile. L’amore, il sesso? Certo, sono storie che capitano ed hanno impatti anche violenti in certe situazioni, ma – tutti noi che vivemmo insieme – concordiamo su un fatto: fummo molto naif in quelle situazioni, e c’è modo di porre un rimedio a tutto, soprattutto se la comunità è abbastanza ampia, se l’affetto comune, il senso d’appartenenza, supera queste buriane. Chiedete al un polinesiano d’oggi come viveva suo nonno.

Per questa ragione m’appassiona poco l’attuale dibattito (ma è un dibattito o una gazzarra?) sulla famiglia: si analizzano le “qualità” dei componenti, il loro sesso, i loro orientamenti sessuali, ma il “contenitore” deve restare identico. Omo od etero, uomini o donne, devono finire tutti nel “format” del cubicolo, con figli o senza, con un lavoro saltuario oppure stabile...tutti seduti ad ascoltare il Verbo, ossia mamma Tv. Penso, spesso, che dovrebbero pagarci per guardarla (non ditelo a me, non la guardo da decenni). Nelle strutture comunitarie, c’è il rischio che, invece, la sera che non c’è niente da fare si giochi a briscola e ci si facciano quattro sane risate, condite da motteggi e frizzi: il miglior antidoto contro la depressione dilagante.

Cercavate un’alternativa? Questa non vi convince? Non so che dirvi...provate a rivolgervi a Giovanardi...

Carlo Bertani

Fonte: http://carlobertani.blogspot.it

Link: http://carlobertani.blogspot.it/2016/02/famigly-day-forever.html

8.02.2016

Commenti (33)

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    1. natascia 9 febbraio 2016

      La "comune" fa parte della storia dell'umanità. Essa è l'espressione del cambiamento, della rivolta, della paura. La storia e la letteratura ne hanno parlato a lungo, scandagliando tutta la sua genesi, sempre temporale,legata cioè a particolari momenti individuali, e sociali. Sembra che faticosamente si arrivi anche alla "cumune"... Me ne rallegro, significa che qualcosa si muove. In questo colossale progetto di schiavizzazione sociale, può essere il punto di partenza PER UN NECESSARIO CAMBIAMENTO DI ROTTA. Fa piacere che l 'amico Andriun, veda il declino della famiglia patriarcale come esclusiva dell'opportunismo femminile. Significa che non coglie i massi lanciati alle famiglie superstiti. Trasportatrici e smaltitori a pieno carico di oneri, di figli oggi disoccupati, di genitori ammalati, di assistenza pubblica ed entrate economiche sempre più precarie .Unico vero argine al progetto di cui sopra. Per il resto, la famiglia è un' istanza umana inalienabile, propria dei tempi della rinascita, dello sviluppo e della pace, non sempre patriarcale, spesso anche anche matriarcale. La coppia, la sua forza, la sua solidarietà corroborata dalla nascita dei figli non può essere né imposta, né cancellata per legge, solo posticipata, e a questa l'uomo ha sempre aspirato.

    1. andriun 9 febbraio 2016

      "...Attorno al concetto di risparmio non ruotavano solo pratiche discutibili, violente, da padre padrone, ma anche è sopprattutto economie affettive.
      ..."


      GioCo se mi permette, osservo che non è possibile avere la botte piena e la moglie ubriaca. Non si può prescindere dal fatto di avere un Padrone in famiglia se si desidera una famiglia "forte". Poi che questo padrone manifesti il suo potere solo in alcuni occasioni o che non voglia avvantaggiarsene troppo è altro discorso, ma potenzialmente la stabilità risiedeva proprio in questo "potere assoluto". Un potere che badi bene lui non si prendeva con la forza, salvo in rare occasioni, ma gli veniva concesso al momento che la donna decideva di sposarlo(quindi sottomettendovisi di propria spontanea volontà).

      Oggi la parola "sottomettere" viene più considerata in inglese o in altre lingue che nella forma italiana, dove è considerata negativa e si preferisce un tradimento al suo posto. Non molto tempo fa, ho letto di una figlia che ha indotto la madre a ribellarsi al "giogo" del marito padre padrone. Ora analizzando i fatti trovo che se la figlia volesse andarsene da quella casa, a cui le "regole" risultavano strette, poteva essere anche corretto, che da figlia esprimesse un suo parere nei confronti della madre anche, meno quello di imporre con il benestare dello Stato effeminato, la propria visione alla madre fino a convincerla di denunciare il marito("mostro") e quindi lasciare alla figlia maggiore libertà e meno disciplina.

      Da notare che la figlia deve proprio a quella famiglia tanto(per opportunismo), criticata la propria crescita e formazione scolastica e che, tanto quanto la madre anche il padre, aveva rinunciato a se stesso ed ai propri interessi personali, per garantirle lo stretto necessario per vivere. Quindi l'azione era e rimane del tutto ingiusta(per quanto oggi abbia ancora un senso parlare di giustizia).

      Concludendo oggi quindi, si è solo scelta una strada alternativa, che non può portare agli stessi risultati quelli ottenuti dalle famiglie di "vecchio" stampo in quanto si parte da presupposti completamente diversi.

      IO è da tempo che ho finito di illudermi(anche se non perdo occasione per dimostrare quanto inette ed incapaci siano le donne, che hanno cresciuto approfittando degli anni a loro favorevoli e a seguito di tutele da divorzi, i figli sottomessi al loro "credo", non riuscendo nemmeno a percepire il danno sociale che stavano per compiere). in quanto ho capito che questo è solo uno dei tanti sintomi di decadenza che ha fatto la sua comparsa, tanto quanto l'uomo effeminato che vive non con la donna, ma in funzione di essa.
    1. andriun 9 febbraio 2016

      In che senso Primadellesabbie(attento al nick) con la scuola? A me risulta che la scuola nel periodo fascista e comunque fino a qualche decennio fa ha sempre collaborato con la famiglia nella formazione del soggetto alunno. Con la moderna pedagogia e psicologia al contrario, si è arrivati invece a snaturare la scuola della funzione formativa, per farle assumere quella educativa.


      Quindi non più collaborando con la famiglia, ma sostituendosi ad essa(similmente a quanto fatto dalla donna nei confronti dell'UOMO che oggi guarda a caso in Italia non esiste quasi più). Ecco perchè le donne nelle istituzioni scolastiche sono ben viste. Come ben visti sono tutti quegli incarichi che sul fronte dell'apprendimento non servono a molto, ma oggi sono fortemente richiesti proprio per rispettare le normali/moderne regole pedagogiche, che vedono l'alunno(cliente) più o meno sullo stesso piano dell'insegnante(questo secondo un credo sinistroide e sessantottino), che ha il dovere di abbassarsi al suo livello per poter interloquire con lui: ovvero si tende a banalizzare i concetti a non fare lezione a non rispettare i programmi pur di non apparire troppo distaccati, alimentando così la decadenza.

      Non è nemmeno consentito accennare alle statistiche come fatto sopra(scuole superiori) per non essere(e non è uno scherzo, perchè è successo) essere aditati come maschilisti e venire richiamati formalmente dalla direzione. Poi dicono che la donna si conosce. La donna dovrebbe ubbidire e cercarlo di farlo bene e già sarebbe tanto, oltre che giovarle nel recupero di un po' di sana disciplina.

    1. Primadellesabbie 9 febbraio 2016

      andrium, la famiglia a cominciato a scricchiolare con l'istituzione della scuola. Pensaci bene.

    1. andriun 9 febbraio 2016

      Si dimentica forse che la famiglia nella sua concezione più realistica del termine ha cominciato a disgregarsi con il referendum sul divorzio negli anni '70. Da li sono subentrate tutte le problematiche ed infiltrazioni e il dilagare della donna nei vari centri nevralgici di comando del Paese, che ne ha peggiorato la stabilità.


      Non sono d'accordo quindi quando si dice che presenta tutti i suoi limiti una famiglia impostata secondo il "vecchio" stile. Trovo piuttosto che dietro questa definizione vi sia solo la voglia di giustificare un fallimento che dipende in gran parte dalla donna(una soluzione effeminata per giustificare la sua, della donna, natura capricciosa e nello stesso tempo darle un contentino).

      Piuttosto si può affermare che così come la famiglia risulta essere una società in scala ridotta il fallimento della famiglia come istituzione, comporta o rispecchia(a seconda da dove si parte a considerarne la prospettiva) certamente anche il fallimento della società stessa.

      Volete una famiglia stabile? Cominciamo con il ripristinare la figura del capofamiglia, nella figura del maschio(quello vero); poi si potrebbe abolire gli assegni divorzili che costituiscono un incentivo troppo ghiotto per la donna nonchè fortemente diseducativo, essendo essa di natura opportunista per essere in grado di rinunciarvi; infine accettare alcune forme di violenza/disciplina domestica(una sberla non ha mai ucciso nessuno, ma la minaccia di denuncia da parte di una donna che arriva così a rovinare un uomo anche se fatta con torto marcio, sì), specie se la donna è ancora convinta di voler rimanere con il proprio UOMO.

      Abolire qualsiasi contributo statale, nei confronti di quelle associazioni antiviolenza significa togliere l'ossigeno alla stessa violenza altro che femminicidio.

      Ma IO so già che ciò non avverrà mai in questo Paese di effeminati e quindi continueremo a leggere di queste notizie, cercando soluzioni definite moderne, condivise ed inconcludenti.

    1. Primadellesabbie 9 febbraio 2016

      A me sembra evidente che siano saltati alcuni presupposti indispensabili al contesto familiare.


      Come e perché questo sia potuto accadere é complicato dire, anche se alcuni vogliono esibire sempre idee molto chiare.

      Altrettanto evidente mi sembra il tentativo in atto, da parte di chi si erge a rappresentante della comunità gay, che nel frattempo ha accumulato un notevole potere culturale e soprattutto economico, di profittare della situazione per proporre quella way of life come rammendo, anche istituzionale.

      Non bisogna dimenticare che la famiglia classica ha, come molte altre componenti della vita da queste parti, dei precisi significati che la rendono punto di riferimento nella società, oltre che un ruolo che la fa 'mattoncino basilare', e che sostituirla significa anche supplire quei significati con altri che si inseriscano senza stridori nel contesto chiamato civiltà, cosa molto, molto difficile.

      Ma la situazione é quella che é, e va affrontata, non saranno certo le leggi a rimediare o a fare la differenza, quelle possono complicare le cose, questo sì, come oramai d'uso.

      L'articolo inquadra abbastanza bene il problema e gli annessi e connessi, per quanto si possa fare.




    1. Gtx1965 9 febbraio 2016

      Non hai torto giannis...

    1. Fischio 9 febbraio 2016

      Nella mia terra labronica si cucina un piatto dal nome 'Cacciucco', una squisitezza unica. Questa pietanza volta al risparmio mette insieme pesciotti di poco conto rispetto ad altri, il risultato però è incredibile tanto da portarlo al primo posto nella gamma delle preferenze dei buongustai. Il contrario è successo quando porzioni di popoli variegati si ammassarono in quella terra scoperta battezzata poi America.Col tempo in quella terra si sviluppò un impero che attraversando l'oceano divenne totalizzante. Impose tra le altre cose il modello famiglia costruito su dogmi imprescindibili - casa-chiesa-famiglia-. Il problema però emerge allorchè quella imposizione va a scontrarsi con i relativi racconti secolari di ogni area distinta. Difficile calzare una scarpa 'quaranta' per un piede trentotto o quarantadue, o si scivola dentro o procura dolori. Qui da noi, terra di inventori e artisti, prolificava tra una vicissitudine e l'altra la voglia dello stare insieme, del sentire il senso comune delle cose e di esprimere in qualche modo anche imperfezioni naturali dettate da quella caratteristica chiamata istinto.Ecco, il primo punto che andava cancellato era proprio lui, l'istinto, quella fonte primaria che cozzava direttamente con la triade casa-chiesa-famiglia perchè innescava meccanismi fuorvianti. E una volta eliminato questo disappunto si doveva lavorare poi su altri fattori di contrasto, la ragione e il cuore. Ecco allora tuffare tra la gente e a più non posso la droga più letale in assoluto, al mondo conosciuta come 'tecnologia avanzata'. Cervelli e cuori sprofondati nell'abisso, il caos individuale e collettivo. Si, perchè in ogni caso, l'istinto, la ragione e il cuore esistono comunque. Dobbiamo perciò trovare la chiave giusta per tornare ad essere padroni delle nostre vite, qualcosa che abbiamo assaporato anche se non fino in fondo, negli anni 60/70, periodo in cui furono messi in discussione quei dogmi venuti da lontano e che oggi stanno dominando la scena. Ricordiamoci una cosa, la famiglia così imposta, è il caposaldo del Potere Dominante, alias Capitalismo...

    1. giannis 9 febbraio 2016

      io vedo che nelle famiglie e nelle parentele ce meno amore di una volta , si sono raffreddati i cuori , ce qualcosa di profondamente sbagliato nella nostra societa' e nel nostro modo di vivere e pensare , forse e' anche dovuto a 70 anni senza guerra e 50 anni di benessere economico , a causa di quest ' ultimo ci siamo dimenticati di che cosa e' la vita

    1. natascia 9 febbraio 2016

      Tutto vero. Solo nelle relazione l'individuo vede sé stesso. Se questo accade, vi è crescita morale e cognitiva. Nulla rispetto alle leggi del fatturato. Osservando il disegno di decisioni prese da chi ci governa, si conclude come la rete sociale dei dominanti, sa diversa e tossica. Anzi, e avendone colto l'importanza, cerchi di preservare e rinforzare questa a spese delle altre. In effetti i conflitti in corso sono tra reti sociali. La mancanza di partecipazione è forzata da reti avverse.

    1. alien2012 9 febbraio 2016

      Magari è anche tempo di pensare in modo "laterale" o fuori dal BOX.


      La soluzione
      Prendendo spunto dal Mantra "Non abbiamo un Problema, abbiamo delle opportunità" che nasce dal pensiero di Leo Strauss
      https://en.wikipedia.org/wiki/Leo_Strauss
      per il quale il "politico" non deve risolvere i problemi ma solo farsi "paladino" sulle opportunità, che nascono di volta in volta, per la sua campagna elettorale o del suo partito ritengo che anche le leggi sulle unioni civili per LGBTi facciano parte di questo.
      La comunità LGBTi è un bacino di voti.
      La comunità LGBTi è, nella definizione di Marx "Il Capitale" è "merce di scambio"; Ti faccio la legge ad hoc=Tu mi voti.
      La definizioni di leggi, sulle persone, che regolano il rapporto affettivo, sociale e altro imbrigliano le comunità, che sono una parte (vorrei definire "minoranze", ma potrebbe essere troppo offensivo) della Società attuale, in ogni nazione.
      Fatta una legge, un giorno, un'altra comunità chiederà la stessa cosa per un "nuovo modo di vivere"
      es. perché negare il diritto di un uomo a sposare qualche moglie (viceversa una donna con un tot di mariti) ?
      es. perché negare ad una "Comunità o Comune (stile anni 60-70) Hippy"
      il diritto ad un matrimonio di gruppo con adozione dei figli che nascono ...a prescindere !!! ?
      La faccio semplice e corta, per risolvere le varie situazioni, che sono le "opportunità" di cui sopra, occorre abolire il Matrimonio Civile sostituendo i vari diritti attuali (reversibilità della pensione, dichiarazione dei redditi congiunti, possibilità ad accedere, nel caso di problemi sanitari, da parte di terzi alla persona in ospedale etc etc con la definizione delle "Persona più prossima" (Next of kin nella legislazione americana http://www.thefreedictionary.com/next+of+kin)
      etc. etc. etc.

      Per "cambiare il mondo, occorre cambiare la società. Per cambiare la Società occorre cambiare le Persone. Per cambiare le Persone occorre renderle libere togliendo cose e non aggiungendo (nuove leggi)".
      Un giorno il "1984 di George Orwell" si svilupperò automaticamente e silenziosamente perché avremo così tante leggi che saremo tutti prigionieri.

    1. ottavino 9 febbraio 2016

      Ti propongo una definizione di famiglia.

      La famiglia è una figa, intorno alla quale ruotano tutta una serie di personaggi che, o provengono da lì, o sono diretti lì.
      Quindi la famiglia si fa con la figa, è la figa la sua vera base costituente.
      Senza una donna che mette il suo sesso al centro, e lo tiene lì, solido, imperturbabile, non si possono fare "famiglie".
    1. GioCo 9 febbraio 2016

      Uno dei problemi maggiori della produzione mediatica contemporanea è la sua tendenza, per costitutiva ontologia, di manipolare la coscienza collettiva sui registri interpretativi fluidi del mercato, per esempio manipolando il concetto di "famiglia", senza per altro spiegare "perché" dovrebbe essere necessario.

      La questione è piuttosto sfaccettata e complessa, ma le premesse almeno non lo sono.
      L'essere umano, qualunque essere umano, spende tutta la sua vita per un unica vitale ragione: costruire la sua rete di affetti. Tale rete, quando ci lega in via direta "peer-to-peer" (direbbero in informatica) si può considerare "prossima", oppure "locale", vicina.

      Non ha importanza se nostra madre sta in Tunisia o nel Kansans, dov'era Dorothy Gale, ne "Il Mago di Oz" quando al suo tempo uno poteva al massimo allargarsi alla fattoria vicina; oggi se noi stiamo a Roma o Pechino, ciò che conta (a prescindere dal tempo e dal luogo) è che il contatto, la vicinanza affettiva, rimanga nelle storie condivise. Noi diremo "ci si sente spesso", al telefono o in internet ad esempio.

      Oggi infatti slittiamo troppo spesso dal piano narrativo verso quello rappresentativo e questo ha ricadute molto pesanti sulla nostra attitudine a decodificare il "senso delle cose e del mondo". Spezzando le narrazioni infatti, si spezzaano prima di tutto le relazioni affettive. Per dire ad esempio che il "vecchio padre", punto di riferimento del minuscolo paese di provincia da cui provengo, dice ca%%azzate è sufficiente che cambio nella mia rappresentazione immaginata, il padre che mi è stato insegnato essere saggio, in vecchio scemo. Cambio costume all'identità che immagino dentro di me, cambio maschera rappresentativa e il padre smette di essere un ostacolo alle mie vanità.

      Ora, prendiamo ad esempio il risparmio come principio. Ai vecchi del primo dopoguerra era chiarissimo il valore del risparmio perché faceva la differenza tra vivere o morire, non solo fisicamente e nel proprio corpo, ma anche e soprattutto il vivere o morire affettivo. Come lo salvi tuo figlio se non hai da parte ciò che gli occorrerà al momento giusto? Come speri di tenerti vicino i legami affettivi se non avrai quanto serve e che fa la differenza? Per generazioni il risparmio di qualunque bene considerato primario è stato un cardine per la salvaguardia della rete di affetti.

      Poi è arrivata l'abbondanza e il '68 con le sue colorate rivoluzioni. Sembrava che il risparmio potesse filamente essere messo in soffitta e con esso un sacco di feroci pratiche violente.
      A quel punto i giovani potevano cambiare veste ai padri, saperli inadeguati rappresentanti di una tradizione, tra cui quella del risparmio, che non era più necessaria.
      Ma con l'acqua è stato gettato via pure il bambino, come si suol dire.
      Attorno al concetto di risparmio non ruotavano solo pratiche discutibili, violente, da padre padrone, ma anche è sopprattutto economie affettive.
      Per esempio era d'uso per i famigliari raccogliere tutto ciò che ogni componente produceva e redistribuirlo secondo la saggezza di uno. In questo modo il fratello che non voleva studiare poteva andare a imparare il mestiere in una bottega artigiana mentre un altro poteva studiare (e non rendere). Ma quello che lavorava non si sentiva di certo sfruttato, in quanto sapeva che le economie affettive erano chiuse e garantivano un proprio risparmio.

      Le banche non sono sicure in quanto amministrate dai furbi, i territori non sono sicuri per guerre e carestie, le case non sono sicure perché basta un innondazione, un terremoto per perderle in un attimo. L'unica realtà, la più resiliente alle catastrofi e ai cambiamenti è la rete affettiva.
      Ma nella retorica della mediocrità demoniocratica, di una mente sedotta e posseduta del demone delle merceocrazia, siamo riusciti a ridurre la rete affettiva a "cenerentola" dei valori umani.
      Non facciamo che essere sottoposti a una pressione costante, ideologica, di una famiglia inefficace, inefficiente, desueta, oramai da rottamere, sede di tutte le spiacevoli condanne che le relazioni indesiderabili ci procurano. Peccato non sappiamo cosa sia una famiglia.
      La definizione Padre+Madre+Figli può andare bene per alcuni sistemi giuridici molto arcaici, ma non è una soluzione per un futuro che si prosetta forzatamente (che lo vogliamo o no e del tutto inifluente) multietnico.

      Dovremmo però sapere che "famiglia" corrisponde a "rete affettiva vicina" e che qualunque essere umano non può prescindere da quella rete, quindi smettere di vederci ogni male e iniziare a capire che la relazione affettiva è obbligatoria ma non necessariamente "bella", a meno che non la edulcoro, come si fa con il cibo spazzatura. Associo immagini inesistenti di quello che dovrebbe essere il legame affettivo, rendendolo irrealizzabile e quindi perpetuamente desiderabile.
      La base di quasi tutta l'ansia di quest'epoca è in quella tensione, tra un bisogno di affetto inscindibile dall'essere umano e un idea, incultata a forza dalla merceocrazia, che gli affetti siano di per sé portatori di malessere.

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