FACEBOOK, O DEL CONDIVIDERE LA SOLITUDINE

FACEBOOK, O DEL CONDIVIDERE LA SOLITUDINE

DI VALERIO LO MONACO

il ribelle.com

Peggiori degli auguri ricevuti su Facebook ci sono solo le condoglianze. E avviene anche questo, a quanto si vede. Sia chiaro, non è nostra intenzione battere il tasto dello scadimento delle conversazioni e dell’anomia che concorre al tipo delle comunicazioni tra le persone al giorno d’oggi. È tema già sviscerato a fondo da tanti saggisti, visto che riguarda un cambiamento dell’uomo non solo dal punto di vista culturale ma anche da quello antropologico. Da addetti ai lavori del campo della comunicazione, però, uno studio sulla natura dei social network e delle modifiche nella società che esso porta con sé, e promuove più che rispecchiare, è praticamente obbligatorio.

Facebook è il fenomeno con maggiore diffusione, e ci ostiniamo a frequentarlo periodicamente, ovviamente non in modo quotidiano ma comunque con un criterio più volto allo studio della cosa che alla sua fruizione: in merito al campo relativo alla informazione infatti, e non parliamo di quello che concerne la cultura, il mezzo è non solo inutile, ma soprattutto controproducente.

Se ne sono accorti persino i grandissimi gruppi editoriali, che dopo aver investito milioni di dollari per diffondersi e farsi ingaggiare nelle conversazioni stanno rapidamente capendo che si ottiene un risultato (in questo caso di ritorno economico, per loro) praticamente nullo. È discorso antico - e affrontato più volte anche da questo giornale - quello relativo alla information overload, al medesimo piano sul quale vengono posti frammenti di informazione di più disparata natura che porta inevitabilmente a confondere ciò che è rilevante da ciò che non lo è (ad esempio nel nostro speciale sull'Informazione, qui). E dunque, alla fine, a impedire di fatto la messa a fuoco di quello che è realmente importante da sapere.

Ma non torneremo su questo punto, gli addicted da social media se ne facciano una ragione: gli studi ci sono, incontrovertibili, e se si ha ancora qualche cellula cerebrale attiva, oltre a quelle bruciate nelle ore sulla propria page, e la capacità di usarla per capire che è necessario approfondire l’argomento prima di imbrattare il web di messaggi a più non posso, basta andarseli a studiare. Studiare, non solo leggere, o taggare o condividere… Tornando a Facebook, a quanto ci pare gli ambiti generali di utilizzo si possono racchiudere a tre macro aree: la comunicazione, la condivisione, l’espressione. Il primo attiene i rapporti tra persone che si conoscono ma si estende fatalmente anche a quelle che non si conoscono, se non attraverso un click per concedere una amicizia. E già qui varrebbe la pena di chiedersi cosa si avrà mai da dire a persone che non si conosce. Ma insomma, ci può stare: si comunica virtualmente già al telefono, via sms o con altri supporti, e oggi lo si fa anche via Facebook. Si prendono appuntamenti, ci si scambia battute e confidenze, anche pubblicamente: chi ha il piacere di comunicare cose della propria vita privata su una bacheca ove chiunque può leggere è libero di farlo. Se la propria vita privata, un tempo considerata inviolabile e condivisibile unicamente con alcuni intimi oggi si preferisce invece divulgarla e renderla pubblica a chiunque, ciò è prerogativa delle proprie scelte. Sulle quali è superfluo sindacare. Si può non condividerle ma il tutto rientra nel campo del proprio arbitrio. Le cose si complicano quando su Facebook qualcun altro condivide aspetti privati di una altra persona, e a livello legislativo non è escluso che possano venire fuori, o prima o poi, delle vertenze di un certo rilievo. Se si va in un posto, si partecipa a qualcosa, e si viene ripresi o taggati o anche semplicemente segnalati da una altra persona su un social media, è sì o no una violazione delle propria sfera? La materia ancora è troppo giovane per fare giurisprudenza, ma siamo convinti che vi sia humus per notevoli dispute in futuro. In merito alla condivisione si apre poi lo scenario relativo alle masse. L’iter è semplice: si decide di condividere qualcosa, spesso qualsiasi cosa, e lo si fa con un click.

Ora, un uomo si riconosce anche - o forse soprattutto - dalle persone che ha intorno, per gli amici (quelli veri) che frequenta. Per le cose che fa. E per quelle che decide di condividere. A nostro avviso anche, e molto, dalle letture che preferisce. Sulla natura di ciò che maggiormente viene “condiviso” su Facebook lasciamo volentieri la riflessione al lettore. Soprattutto perché si ha il ragionevole sospetto che anche temi di una certa rilevanza vengano spesso condivisi senza essere prima stati compresi. Al di là delle varie sciocchezze (ognuno ha il proprio cosmo di valori, del resto), delle petizioni, delle operazioni di marketing (industrie investono milioni di dollari per innescare operazioni virali che gli utenti del social network si prestano a diffondere ulteriormente), dei vari fake di ogni genere e dei frammenti informativi pizzicati qui o là su internet, è su quello che avviene dopo la condivisione che si rivela l'anima dello strumento. E di chi lo frequenta e alimenta. Un titolo di un post o di un articolo (il solo titolo) può raggiungere migliaia di persone. Dai dati di frequentazione dei siti ci si accorge che tale titolo viene cliccato da una miserrima percentuale di persone (circa l'1%). E di queste ancora meno si prende la briga di andare a leggere del tutto il contenuto dell'articolo stesso. Ciò naturalmente non impedisce a questi lettori di lasciare messaggi e commenti di assoluta nullità ovunque, che non solo non apportano nulla alla (molto eventuale) discussione, ma che talvolta si spingono a contraddire semplicemente ciò che hanno letto (o non letto) con una sentenza secca. Senza alcuna argomentazione. Per lo più, per dirla con Russo e Zambardino (Eretici Digitali, Apogeo) una volta scoperto un mezzo di comunicazione, lo si usa immediatamente girando la manopola del volume al massimo.

Rumore insomma, se non frastuono. Che non merita - non può per sua stessa natura - una eventuale contro risposta: come si fa a rispondere a un commento che non spiega alcuna posizione che non sia un moto intestino di approvazione o disapprovazione? La visibilità del frammento informativo condiviso sul social network può essere dunque molto alta. La sua comprensione è bassissima. E praticamente nulla è la sua portata in merito a ulteriore svolgimento di un eventuale ragionamento e dialogo. Così come è assolutamente nulla la sua incidenza ai fini di un accrescimento informativo e culturale di una massa che pure Facebook lascia presumere di poter raggiungere. Esercizio del nulla, insomma. E faticoso e a forte richiesta di attenzione da parte di tutti. Uno sperpero di energia. Ma è soprattutto in merito all’espressione che Facebook dimostra la natura delle persone che lo frequentano con assiduità. I messaggi che vengono pubblicati mediante la funzione “a cosa stai pensando?” nella homepage di ogni utente sono rivelatori. Vi si deve dedicare qualche ora, a scorrere i vari aggiornamenti, per accorgersi poi - se si è in grado di farlo - di aver bruciato attenzione ed energia psichica per setacciare uno a uno gli sporadici messaggi degni di essere captati da un mare sterminato di rifiuti. Tra gli operatori della comunicazione, cioè tra chi svolge questo mestiere con qualche criterio analitico e professionale (o almeno così dovrebbe essere) si fa largo sempre più spesso una riflessione, ormai largamente condivisa, a margine della attuale e ormai decennale domanda sul futuro dell’informazione e dei prodotti editoriali: se i riceventi di tali prodotti, il bacino d’utenza, è quello che tracima dai social network, e da Facebook in particolare, allora vuol dire che non c’è più alcuna speranza. Non solo per chi fa comunicazione (il che può essere irrilevante oltre a chi vive di questo lavoro) ma soprattutto per chi, pur avendo bisogno assolutamente di cultura e informazione, non si rende conto neanche di averla, tale necessità. Per Habermas la televisione è culturalmente regressiva, per Baudrillard la troppa informazione, invece di trasformare la massa in energia, produce ancora più massa. Figuriamoci l’information overload di oggi.

E Facebook è inevitabilmente l’estensione migliore per l’Homo Videns di Sartori, passato dalla cultura orale, dai libri, alla televisione (quando non nato e cresciuto solo sulla tv) a internet : egli si è formato per immagini, rinunciando al vincolo logico e del tutto incapace di pensare in astratto e dunque comprendere termini e temi che implicano un concetto che va capito, un ragionamento che va fatto, una cultura che va formata e stratificata. Quest'uomo, oggi, ha quindi proprio con i social network lo strumento adatto per condividere ed esprimere la propria incultura. E soprattutto per dare uno sbocco alla propria anomia. Di questo si tratta. Aggiornare il proprio stato con frasi spezzettate che hanno senso solo per sé, soddisfa la necessità atavica dell'uomo di sentirsi esistere mediante l’espressione, perché evidentemente non si esiste altrove, per esempio nella vita reale. La necessità e la volontà fortissima di esprimersi, di auto determinarsi e di affermarsi in ogni circostanza possibile è il segno manifesto di una debolezza interiore. Studi di psicologia sono inequivocabili, in tal senso. E la semplicità e l'immediatezza con la quale Facebook permette di farlo - oltre alla percezione che si ha nel farlo, come se il messaggio pubblicato, per ciò stesso, sia immancabilmente letto e recepito da tutti - sorregge, come una stampella, l'impossibilità odierna di autoaffermarsi altrove. La necessità che spinge una persona a scrivere pubblicamente il luogo in cui si è (o si è stati) quello che si è mangiato, quello che si è comperato e qualunque cosa - qualunque cosa, sic! - si sia pensata, sottende alla volontà di affermare costantemente di esserci, di esistere. Quasi non ci si sentisse esistere altrimenti. Ci si esprime sul social network in pochi secondi, pensando di partecipare a qualcosa, a quel flusso frequentato da tanti altri, e ci si sente nuovamente parte del mondo. Anche se lo si fa nel tetro spazio soffocante della propria solitudine. Con l'aggravante che una volta sperimentato questo anestetico a buon mercato, si divora il proprio tempo nel consumarlo diverse ore al giorno, e si evita così accuratamente una riflessione più seria sulla propria miseria e quella generale dei tempi moderni di cui invece ci sarebbe estremo bisogno.

La frustrazione di oggi, che pur dovrebbe portare invece a una reazione necessaria, viene così incanalata e disinnescata nella illusione di esserci comunque, di esistere, di partecipare appunto a un "network", di essere "in società". Mentre si è soli e dispersi davanti a un monitor. Si potrebbe facilmente arrivare a sostenere che esiste una correlazione diretta tra il tempo speso su un social network virtuale e la propria assenza ovunque altrove: più si passa il tempo lì, meno si vive di qui. Lo scadimento non è solo informativo e culturale (pertanto: nessuna capacità di comprendere e conoscere e dunque tanto meno di organizzarsi per reagire alla società, in qualche modo) ma anche psichico. Oltre che estetico e morale. Una volta divenuti terminali soprav-viventi della macchina "social network" perdiamo passo a passo, ora dopo ora, giorno dopo giorno, anche gli ultimi respiri di umano che ci sono in noi. Da qui, il passo a fare auguri o condoglianze pubblicamente a persone che non si conoscono è brevissimo, e viene messo d’un colpo. Così, senza neanche pensare più…

Valerio Lo Monaco

Fonte: www.ilribelle.com

Link: http://www.ilribelle.com/la-voce-del-ribelle/2014/6/27/facebook-o-del-condividere-la-solitudine.html

27.06.2014

Commenti (34)

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Nascondi area commenti 14 caricati
    1. Cataldo 27 giugno 2014

      Troppi Picci, ca ti cugliuniano e accussì non hai chiù tempo di stare appress'u Pilu, che mò 'è la stagione proprio, d'ù Pilu !!!

    1. Quantum 27 giugno 2014

      Però Facebook ha dei risvolti interessanti.

      Qualche esempio...

      Appena Simmenthal ha aperto la sua pagina uno dei primi messaggi postati dagli utenti è stato: "Ma c'è ancora gente che mangia questa merda?".

      Nella pagina di Nutella viene spesso postato il video che mostra come lasciandola in auto d'estate si separi quel misero 25% di zuccheri, latte in polvere e nocciole, dal restante 75% di olio di palma che sale a galla.

      Un tizio fregato dal centro assistenza di un produttore di Televisori ha fatto delle pagine per sputtanarlo della scarsa qualità del servizio di assistenza che rifiutava di risarcirgli il danno causato dalla loro negligenza. Ha avuto ragione dopo lo sputtanamento.

      Insomma Facebook è un'arma a doppio taglio per le aziende truffaldine.

      È anche un buon meccanismo di propaganda virale. Certamente trovare roba interessante in mezzo a tanta merda è difficilissimo.

      Sarei curioso chi è che si mette a creare tutti quegli aforismi banali messi su sfondi e poi tutti iniziano a condividerli.

    1. OlausWormius 27 giugno 2014

      Facebook e altri grossi social network sono solo dei grossi esperimenti di controllo sociale oltre che degli immensi contenitori di spazzatura e pubblicità dove ogni utente è solo un prodotto da commercializzare


      Il fatto che i contenuti postati generalmente dai suoi utenti siano di così scarso interesse è dovuto al fatto che sui social network vige il pensiero di gruppo e quindi c'è un livellamento verso il basso come avviene in tutti i sistemi collettivisti.


      Il grande cambiamento rispetto al passato è stato quello di utilizzare il proprio nome e cognome e foto e dati personali. In questo modo una persona si sente meno libera di esprimersi a differenza di quanto avveniva su forum, blog, chat e altri luoghi virtuali di vecchio stampo. Questo fatto, sopratutto se qualcuno esprime posizioni controcorrente o non condivise dal suo gruppo di riferimento, rende vulnerabili ad attacchi personali (tra cui anche i commenti stupidi di una riga con sentenze superflue) , bullismo, emarginazione etc..


      Quindi ognuno si guarda bene dal dire qualcosa fuori dal coro con conseguente annichilimento delle individualità di valore a tutto favore della rassicurante mediocrità condivisa.


      Negli ultimi anni hanno anche demonizzato l'anonimato così che adesso per molti un "anonimo" è automaticamente un sospetto. In realtà ragione vorrebbe, e questo era risaputo su internet anche solo 10 anni fa, che uno i propri dati personali dovrebbe condividerli solo a persone selezionate dopo una conoscenza di opportuna durata.


      Detto questo l'ideale anziché lamentarsi di facebook, sarebbe non utilizzarlo, cosa che io faccio da sempre. Non ho profili sui social network.
      Sopratutto facebook, twitter, google+ e altri che spingono ad utilizzare i propri dati reali sono assolutamente da evitare.

    1. luiginox 27 giugno 2014

      fessbuc è bellissimo.viva fessbuc!

    1. GioCo 27 giugno 2014

      Tutto assolutamente corretto e condivisibile, c'è un "ma" però che forse può consentire un diverso approccio.
      Personalmente porto avanti una battaglia con il mulino a vento "social-network" che non distinguo da un arma strategica e tutte le volte che ripeto di non volerlo usare mi sento chiedere "perché?".
      Già l'innocente domanda è la risposta. Come quando c'erano i fumatori accaniti e invadevano ogni centimetro quadro con il fumo puzzolente e se ti lamentavi rispondevano "la tua libertà di non fumare è la mia di fumatore: se non ti va puoi andartene da un altra parte". Già, quale? Tanto il fumo ti insegue e impregna le tue nari indelebilmente, appiccicandosi suoi tuoi vestiti ...
      Ma non importava, la mentalità "politcally correct" era degna di ogni buon italo-mafioso e abbiamo pure saputo esportarla meglio della democrazia di Obama-Bin-Bush, mettendo insieme quella finta socialità di facciata che vota se stessa attraverso il credito di consensi (clicca il porcellino con tanti "mi piace") e premia l'indecenza con festose benemerenze civiche, con una spruzzatina di olio di ricino. Non siamo mai stati lontani dall'Unto del Signore (scontandone ogni pena).

      Non a caso da noi è nata la libertà coercitiva della maggioranza sociale dai fervidi pruriti di potere di un bulletto romagnolo, che in altro loco avrebbe dato solo fastidio, quella che insegna ai lupi a vestire con la pelle dell'agnello e trasforma il gregge in branchi famelici, al passo con l'oca che ha fede e cuore nello sport.
      E' il sole che scalda le pecore d'oro di psiche.

      Il punto è che nessuno (e giustamente) vuole essere pecora in mezzo ai lupi. Lo Monaco come il sottoscritto. Non è un discorso morale, ma grezzamente individualista e quotidiano, delle cose terrene.
      Se sto nel mondo post-apocalisse-nucleare, preferirò essere lo scarafaggio e vivere discretamente che un Uomo e vivere in modo inaccettabile e autodistruttivo.
      Per ciò se fossi in Lo Monaco rivaluterei gli attuali scarafaggi più positivamente, a tempo debito e nella società che verrà potrebbero anche assurgere ad esempio mitico di probità e virtù.

      L'altro aspetto è l'esigenza emotiva che non è dissimile da quella che era manipolata nel medioevo quando in contado affollava bettole puzzolenti per rognare contro il microscopico villico&nobile locale e poi servirlo in nome di Dio (e della fede della pecora) tra una confessione di vizi e l'altra.

      Il tempio del social e sempre più virtuale e niente, nessun discorso barboso da vecchio cisposo può convincere la digitocrazia dei bambocci a desistere dal confrontarsi con la quotidianità dei palmari drag&push "ovunque e sempre con te", come la sfiga. Tant'è che persino la casta dei politicastri con le ventose ne sfoggia di propri.

      Dovremmo però smetterla di vedere la merda del giardino del vicino quanto puzza, senza cogliere la presenza delle montagne di letame marce nel nostro piccolo regno e saperci tutti immersi nella stessa schifezza: la distinzione delle pillacchere sulla cima non ci cambia il panorama.



    1. alsalto 27 giugno 2014

      hahahhaahahhah!!!!!!
      si, picche' c'e' troppi pottatili, hohohohhoh!!!!!
      mitico

    1. alsalto 27 giugno 2014

      perdona, luca, ciao innanzi tutto.
      ma, saran ben cazzi suoi? :-D
      ma se ad uno piaciono le macchine con gli alettoni sara' ben libero di o no?
      neppure io lo ho e quindi?
      cioe' dico.
      ma sei uno psicanalista?
      ed io e te che non l'abbiamo, poi magari tu ci hai l'alettone e non lo dici, che motivazione inconscia ci dobbiamo aspettare? e se si e' la medesima? mappoi, perche' e soprattuto, chi?

    1. fernet 27 giugno 2014

      Nel mondo siamo conosciuti per qualcosa di negativo... Quelle che voi
      chiamate piaghe... Una terribbile, e lei sa a cosa mi riferisco: Faccebookke il social
      networke, ma è una bellezza naturale... Ma ce ne un'altra grave che nessuno
      riesce a risolvere, lei mi ha già capito... Internette... il PC brucia e
      sicca, una brutta cosa... Ma è la natura... e non ci possiamo fare ninte... Ma
      dove possiamo fare e non facciamo, perché in buona sostanza, putroppo non è la
      natura ma l'uomo... dov'è? È nella terza di queste piaghe che veramente diffama
      il mondo intero... ehh... lei ha già capito, è inutile che io glielo dica... mi
      veggogno a dillo... è windowse! Toppi pottatili ! è un taffico di rete tentacolare,
      votticoso, che ci impedisce di vivere e ci fa nemici famigghia contro
      famigghia, toppi Picci!!!

    1. alsalto 27 giugno 2014

      banalizzero' ma trovo poco comprensibili analisi antropologiche su fenomeni talmente ovvii da comprendere che...
      si 'sto banalizzando

      negli anni '80 i bordi degli autoscontri erano cio' che oggi e' faccialibro?
      in qualche modo.
      la messa la domenica...etc.
      ossia, omologazione.
      Non sei su FB? Non esisti.
      Eppure io esisto, suvvia, pure senza le hogan. Ma va? Eggia'.
      Ma lui allora? Ma lui e' lui ed e' libero di.
      Quindi?
      Falso problema, in parte e' il si stava meglio quando si stava peggio.
      Banalizzando. Una sorta di snobbismo intellettuale, quello di lo monaco.
      da quando c'e' FB non ci sono + le 1/2 stagioni. Eggia'. Essi'.
      Vero. Come il fatto che dietro faccialibro c'e' un ragazzotto con la faccia da fesso oggi multimilionario. Eggia'. Ma va? Si. Cu Cu'.

    1. cardisem 27 giugno 2014

      Ho già risposto e non volevo soggettivare la discussione, ma mantenerla su un piano oggettivo come è l’articolo...
      Invece quasi mi si fa un processo per il fatto che ho un account FB...
      cosa di cui DEVO giustificarmi...

      Ma lo stesso è per il telefono e il telefonino
      per l’automobile
      per internet...

      per il caffé che mi si è bruciato mentre stavo a rispondere...

    1. cardisem 27 giugno 2014

      Ti fermi sulla soglia... Mi dai dello stupido?
      Devo stare a spiegarti le ragioni per le quali ho un account fb?
      Interessano proprio?

    1. AlbaKan 27 giugno 2014


      "Ho un account perché lo hanno tutti e sono praticamente costretto ad averlo anche io"


      Mai sentita una stupidaggine del genere!
      Bisogna avere un account FB perché ce l'hanno tutti? E quindi sei costretto? Prova a stare senza e scoprirai che vivi bene lo stesso!

    1. lucamartinelli 27 giugno 2014

      Perdonami, amico. Mi sembra poco convincente che tu abbia FB perchè ce l'hanno tutti. Il sottoscritto non ha FB, anche se ce l'hanno tutti. Naturalmente non sto facendo la classifica del più bravo ma intendo dire che devi avere un'altra motivazione, magari inconscia. Buona giornata

    1. cardisem 27 giugno 2014

      Io da sempre detesto facebook. Ho un account perché lo hanno tutti e sono praticamente costretto ad averlo anche io, ma ne faccio l’uso più ridotto possibile e neppure lo so usare bene in tutte le sue modalità...

      Ciò che particolarmente mi indigna è il modo in cui si è usato questo socialnetwork per inguaiare una persone che a) pensava di parlare a quattro amici b) soprattutto usava espressione in modo metaforico e grottesco senza nessunissima seria intenzione di fare quel che diceva (se mi fanno questo, io entro in un certo luogo e faccio cose indicibili)... È stato preso sul serio, se ne è fatta una campagna di stampa e il solito PM ha aperto un fascicolo... Ignoro come sia poi finita la storia, la cui origine era FB e una schifosissima spia che stava in agguato e campa di questi agguati mediatici.


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