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EXTRA OMNES. L'INFINITA SCOMPARSA DI EMANUELA ORLANDI

DI GAIA CENCIARELLI
Editrice Zona, pp. 160

ASSAGGI – Ogni settimana, in esclusiva per i lettori di Information Guerrilla, anteprime ed estratti dalle migliori novità della saggistica. #2 – 16 giugno 2006 – 7263 iscritti – www.informationguerrilla.org

Uno dei misteri più inquietenti e mai risolti della nostra storia attraverso il racconto di chi – all’epoca dei fatti – aveva la stessa età, gli stessi sogni, le stesse paure di Emanuela. La storia, l’inchiesta, fino ai più recenti sviluppi, i drammatici interrogativi ancora aperti…

Introduzione dell’autrice

Il caso Orlandi è stato, sin dalle prime ore della scomparsa di Emanuela, un magistrale esempio di disinformatya. Ma, soprattutto, per chi, come me, si è addentrato nel mare magnum dei documenti, delle sentenze, delle interviste, degli articoli, dei libri, ha rappresentato una sorta di trauma. Perché il labirinto che si è andato creando a partire dal 22 giugno 1983, alle ore 19 – giorno e ora della scomparsa di Emanuela Orlandi – è un percorso a ostacoli in cui mi sono trovata davanti sempre le stesse logiche di potere, gli stessi personaggi, gli stessi criminali, le stesse lobby. Casi che apparentemente sembrano distanti anni luce l’uno dall’altro (l’attentato al Papa, il sequestro e l’assassinio di Aldo Moro, il rapimento di Emanuela Orlandi) sono legati dalla presenza di personaggi, di mandanti e di organizzazioni terroristiche ricorrenti.Credo sia stato questo l’aspetto che più mi ha sconvolto. La definitiva presa di coscienza che l’Italia sia sempre stata territorio di scambi, di contrattazioni, di do ut des, di colonizzazione politica. La consapevolezza che una ragazza di quindici anni potesse trovarsi al centro di interessi economici, politici e pseudoreligiosi. In breve: di un macabro tiro alla fune.

Nel caso Orlandi non manca nulla: il SISDE, presente in casa di Emanuela sin dalle prime ore della sua scomparsa, il KGB, la STASI, la CIA, lo SDECE (i servizi segreti francesi) Ali Agca, i Lupi Grigi e la Bulgarian Connection, il Vaticano – soprattutto – con il suo inspiegabile (o forse spiegabile?), vergognoso ostracismo, Calvi, lo IOR, Marcinkus, il caso Moro e, last but not least, la banda della Magliana (probabile esecutrice materiale del sequestro).

Non mancano gli avvistamenti di Emanuela in giro per il mondo, puntualmente rivelatisi falsi.
Non mancano le intercettazioni telefoniche tra i dipendenti della polizia vaticana che dimostrano, quantomeno, che all’interno delle Mura Leonine c’era chi sapeva più di quanto ha detto e ha taciuto.
Non mancano le persone scomparse e i delitti irrisolti. Mirella Gregori, a detta del criminologo Francesco Bruno, è stata la cavia che ha permesso agli esecutori del sequestro Orlandi di “cronometrare” i tempi di reazione delle autorità. Del presunto omicidio perpetrato da Cédric Tornay ai danni di Alois Estermann – colonnello e comandante della guardia svizzera pontificia – e della moglie Gladys Meza Romero si è dato conto nel libro. Si sa molto poco della tragedia. Perché, anche in questo caso, il Vaticano non ha concesso allo Stato italiano la possibilità di svolgere qualsiasi indagine.

Il libro approfondisce tutto quanto scritto sopra: i legami, gli intrecci, i personaggi. Le ricostruzioni, le citazioni, le sentenze sono tutte rigorose, documentate e tratte da fonti pubbliche (libri, quotidiani, ecc.). Detto questo, due precisazioni importanti. Chi acquista Extra Omnes sostiene “Libera. Associazioni, nomi, numeri contro le mafie”. La collana “900storie”, delle Edizioni Zona – che, e questo va ribadito, mi ha lasciato la massima libertà di scrivere qualsiasi cosa ritenessi giusta e fondata – diretta da Carlo D’Amicis, ha come sua caratteristica distintiva la fusione tra cronaca e autobiografia. In genere si sceglie di parlare di un “mistero d’Italia” che, come un amo gettato nell’anima, ci tiri fuori tutte le emozioni e i pensieri che pensavamo sepolti o rimossi. Perciò, nel libro, c’è – e deve esserci – anche una componente autobiografica. La mia storia personale è strettamente legata alla scomparsa di Emanuela Orlandi.
In altre parole, Extra Omnes non è un libro asettico.

E sono felice che non lo sia.

Per gentile concessione dell’autore e dell’editore pubblichiamo un estratto da “Extra Omnes” di Gaia Cenciarelli

Partiamo da un se. Alteriamo l’ordine della “fabula”, e peschiamo dall’intreccio di fatti e speculazioni. Se il teschio trovato il 14 maggio 2001, da padre Giovanni Ranieri Lucci, nel confessionale della chiesa di San Gregorio VII, a Roma fosse quello di Emanuela Orlandi – come pensa il criminologo Francesco Bruno – questo libro finirebbe qui. Il cerchio si chiuderebbe. Perché il se può essere raggelante. Paralizza. È una porta socchiusa dietro cui potrebbe nascondersi di tutto, è il terrore fatto parola. È la somma delle possibilità cui è appesa la nostra vita. Un se. Ma, d’altro canto, se quel teschio non appartenesse a Emanuela Orlandi, i fili di questa vicenda continuerebbero a penzolare, le parole si moltiplicherebbero, la fabula sarebbe infinita. E, a sua volta, genererebbe un’ennesima serie di se. E di perché. […]

Molteplici sono le ipotesi che sono state fatte per spiegare il rapimento di Emanuela, numerosi sono stati gli interventi – più che autorevoli – che hanno tentato di risolvere il mistero della sua scomparsa. C’è chi sostiene che la sparizione di Emanuela sia un evento ben distinto da ciò che poi è stato orchestrato (i comunicati, le telefonate, i ricatti) e costruito sulla sua scomparsa. In altre parole: i comunicati potrebbero essere stati scritti da chi ha inteso strumentalizzare la tragica vicenda di Emanuela (attirata in un tranello da qualche malintenzionato che nulla aveva a che vedere con i servizi segreti dell’Est o dell’Ovest) per ricattare la Santa Sede. Quali dovessero essere state – in tal caso – le richieste dei rapitori, non è dato sapere: la sentenza definitiva del giudice Adele Rando, del 19 dicembre 1997, ha escluso qualsiasi collegamento (malgrado sia stata la pista più battuta e quella che ha riscosso maggior attenzione dagli organi di stampa) tra Alì Agca – e la sua eventuale scarcerazione – e la scomparsa di Emanuela. In effetti, Agca è tornato in patria, ha ottenuto la grazia dal Presidente Ciampi il 13 giugno 2000, ma di Emanuela non si è più saputo nulla.

Quel che è certo, però, è che i comunicati, come risulta dai libri di Imposimato e di Nicotri venivano “fabbricati” dalla STASI, il servizio segreto dell’ex Germania dell’Est. C’è chi sostiene, al contrario, un legame tra l’attentato al Papa e la scomparsa di Emanuela, nella quale sarebbero coinvolti la STASI, il KGB e, in generale, i servizi segreti dei paesi dell’Est, di cui Alì Agca sarebbe stato membro attivo, un provocatore infiltrato nei Lupi Grigi. La ragazza sarebbe stata rapita per ricattare il Pontefice, per farlo desistere dalla sua intenzione di sconfiggere e umiliare il comunismo. Operazione fallita, comunque.

C’è anche chi è convinto che i motivi della scomparsa di Emanuela siano da ricercare all’interno del Vaticano, tra i nemici del Papa e della sua politica di rinnovamento. L’oscura vicenda dello IOR e della morte di Calvi sono da tenere in ogni caso presenti se si vuole credere alle lotte di potere che si svolgevano all’interno delle mura leonine e ai soldi persi nel crac del Banco Ambrosiano da chi intendeva ricattare il Vaticano per tornare in possesso del denaro investito e perduto. L’8 febbraio 1994 fu Andrea Purgatori, dalle pagine del Corriere della Sera a rivelare notizie che potrebbero avvalorare in parte questa teoria: “Poco prima che, attraverso i canali diplomatici il Vaticano riuscisse a ottenere uno stop alle indagini [le rogatorie respinte di cui si parlerà più avanti, n.d.r.], la polizia era arrivata a scoprire qualcosa di importante e inquietante. Che il misterioso interlocutore (mediatore) in contatto telefonico con gli Orlandi chiamava da una cabina della stazione Termini”.

A fronte di questa scoperta, gli inquirenti monitorarono tutte le cabine presenti nella stazione ma non riuscirono a venire a capo del mistero perché, malgrado le telefonate risultassero partire da lì, in quella cabina non c’era nessuno. E ciò era possibile solo nel caso in cui i rapitori di Emanuela disponessero di un sofisticatissimo congegno in grado di far “rimbalzare” le telefonate da un apparecchio all’altro. Quindi, prosegue Purgatori, l’organizzazione che aveva rapito Emanuela non era una banda di malavitosi qualsiasi, ma un gruppo formato da individui scaltri e con risorse eccezionali. Il giornalista afferma anche che gli inquirenti, già dai primi, messaggi in cui si legava la sorte di Emanuela alla scarcerazione di Agca, si erano fatti un’idea ben precisa dei fatti, e avevano dedotto l’esistenza di due possibili finali: “Il primo probabilmente chiuso tragicamente a poche ore dalla scomparsa. Il secondo voluto da qualcuno che aveva interesse a ricattare il Vaticano per recuperare parte della somma perduta nel crac del Banco Ambrosiano (cui lo IOR di Marcinkus era strettamente collegato). Nella ipotesi del secondo finale, un’organizzazione potente si sarebbe impossessata del dolore degli Orlandi per trovare il giusto contatto con il Vaticano e trattare un indennizzo”.

C’è anche chi sostiene che Ercole Orlandi non fosse un semplice messo pontificio, una sorta di postino del Papa, ma un personaggio con ben altri – e più importanti – incarichi e depositario di informazioni preziose e segreti compromettenti. Per questo Emanuela sarebbe stata rapita: per ricattare, e tenere sotto “controllo”, suo padre. Ma, d’altro canto, c’è chi, come Francesco Bruno intravede – come accennato in precedenza – nell’attentato al Papa, che sarebbe inscindibilmente legato alla sorte di Emanuela Orlandi, una “collaborazione” tra servizi segreti dell’Est e dell’Ovest, appoggiati da basisti e fiancheggiatori di questa e dell’altra parte. E, nel caso della scomparsa di Emanuela, anche dagli ambienti della malavita romana. Della Banda della Magliana, per la precisione.

Bruno sostiene che dopo la scomparsa di Emanuela, dal 1983 al 1986 – ossia dopo lo scandalo Irangate, le dimissioni di MacFarlane, e la dissoluzione di una potente lobby politica dell’amministrazione Reagan – i sequestratori della ragazza riescono a tenere sotto schiaffo la politica del Papa, che fino ad allora si era posta in potenziale conflitto con quella statunitense. Solo dopo il 1986, Giovanni Paolo II riprenderà la sua missione apostolica – dai forti connotati politici – in tutto il mondo. Vero è che, nel marzo 1983, il Papa si recò nel Salvador, guidato all’epoca dal maggiore Robert D’Aubuisson, finanziato dagli Stati Uniti. Il pontefice ribadì il suo impegno in favore dei diritti umani e contro le violenze del regime, che aveva eliminato monsignor Oscar Arnulfo Romero mentre celebrava la messa sull’altare della cattedrale di San Salvador. Monsignor Romero era stato accusato da D’Aubuisson di spalleggiare la sinistra filomarxista ai danni del governo di estrema destra. Giovanni Paolo II stravolse i suoi programmi e volle recarsi a pregare sulla tomba di Romero, in una cappella all’interno della cattedrale. Il regime non poteva tollerare che il Santo Padre compisse un gesto dai risvolti politici tanto eloquenti, per questo il Papa fu costretto ad aspettare ben dieci minuti davanti alla porta sbarrata della chiesa, prima di poter entrare. Secondo il criminologo l’attentato al Papa sarebbe stato un avvertimento, cosa che fu chiara fin dall’inizio agli addetti ai lavori. Se Agca, killer professionista, avesse voluto uccidere il pontefice avrebbe usato una P38 e non una Browning, e non avrebbe puntato verso il basso, come si vede chiaramente dalle foto che lo ritraggono mentre impugna l’arma. E in questo, le dichiarazioni di Bruno combaciano con quelle rese da Oral Çelik, esponente di spicco dei Lupi Grigi: “Agca è un tiratore formidabile. Se avesse voluto, quel pomeriggio del 13 maggio 1981 non avrebbe davvero fallito un bersaglio così facile da quella distanza. La verità è un’altra: Agca non doveva uccidere il pontefice. Il suo compito era fare esattamente quello che ha fatto: ferirlo. È questo ciò che volevano le persone della Santa Sede che hanno organizzato l’attentato”.

Negli Stati Uniti, intanto, Ronald Reagan era succeduto a Jimmy Carter, l’Unione Sovietica aveva collocato i suoi missili e ci si trovava in piena guerra fredda. Lo squilibrio politico a favore dell’Occidente sarebbe potuto essere devastante. Bruno dichiara: “Penso che a commissionare l’operazione siano stati spezzoni deviati della CIA che coltivavano interessi anche personali e che si sono serviti della complicità di altri servizi segreti. I mandanti dovrebbero essere ricercati in alcuni circoli di potere dell’amministrazione Reagan, quelli che facevano capo al Consiglio nazionale per la sicurezza, alla George Town University, al colonnello Oliver North, al capo della CIA di allora, William Casey. Dopo l’attentato si è cercato di far ricadere la colpa sull’Est, che può anche avere condiviso, almeno in parte, la responsabilità organizzativa dell’attentato perché, a livello di servizi segreti internazionali, certe azioni sono portate a termine con il beneplacito di tutte le parti. Ma la cosiddetta Bulgarian Connection [cui lo stesso Papa disse di non credere, n.d.r.] nasce scientificamente all’interno del National Security Council. Lo stesso Casey […] rivelò che la pista bulgara era stata confezionata dalla CIA. Al depistaggio della matrice dell’attentato partecipano il colonnello North e Michael Leeden, appoggiati in parte da una struttura della CIA, il Centro Studi Strategici di Washington, molto vicina alla politica del segretario di Stato Alexander Haig [concordando, così, con le dichiarazioni rese da Agca nel 1995, n.d.r.]. Molte delle foto dell’attentato casualmente vennero fornite dalla CIA… Ciò significa che in piazza San Pietro forse non c’erano molti fotografi ufficiali ma ve n’erano di ufficiosi”.

Bruno prosegue dichiarando che gli attentatori del Papa – o meglio, il gruppo cui questi facevano capo – individuarono in una ragazza indifesa, cresciuta sotto gli occhi del pontefice, l’ostaggio ideale per piegare Giovanni Paolo II alle esigenze strategico-politiche dei primi anni Ottanta. Ma l’organizzazione aveva bisogno di complici in loco, di persone che conoscessero alla perfezione l’ambiente romano e sapessero muoversi nel centro di Roma. Per questo ipotizza la partecipazione dei membri della Banda della Magliana, che finiranno poi ammazzati, come ad esempio Enrico “Renatino” De Pedis, sepolto nella chiesa di Sant’Apollinare, a due passi dall’Istituto Ludovico da Victoria dove Emanuela studiava musica. Ma i sequestratori dovevano contare anche su una serie di appoggi e di complicità – “molto estese”, a detta di Bruno – all’interno del Vaticano. “Lo stesso Amerikano poteva essere interno al Vaticano. Magari quel padre Morlion…”.

Il coinvolgimento di Enrico De Pedis, e della Banda della Magliana, può essere spiegato alla luce del comunicato arrivato il 17 ottobre 1983 all’Ansa di Milano, a firma di un certo Dragan. Nella missiva si leggeva che Emanuela era stata giustiziata da un tale Aliz e che sulla sorte della ragazza avrebbero dovuto chiedere spiegazioni a un calciatore della Lazio. Lo sportivo in questione risultò essere totalmente estraneo alla vicenda, ma pare che la moglie di un suo compagno di squadra fosse diventata l’amante di Renatino.

Di recente in televisione si è parlato molto di Enrico De Pedis. Grazie alla trasmissione Chi l’ha visto, che ha ritenuto di dover rialzare il sipario sul caso Orlandi, ricostruendo il sequestro di Emanuela, si è venuti a conoscenza di alcuni dettagli inquietanti sulla sepoltura di Renatino a Sant’Apollinare. Una telefonata anonima ha annunciato: “Volete risolvere il caso di Emanuela Orlandi? Guardate dentro la tomba di Enrico De Pedis”. La voce alludeva anche a presunti favori che Renatino aveva fatto al cardinal Poletti. Dagli atti risulta che la sepoltura nella Basilica di Sant’Apollinare di uno dei criminali più sanguinari degli anni Ottanta, colluso con la mafia, (morto ammazzato nel febbraio 1990 e tumulato nell’aprile dello stesso anno, dopo esser stato riesumato in fretta dalla tomba del Verano dove era stato inizialmente sepolto), era stata caldeggiata da Monsignor Piero Vergari, che aveva sottolineato le doti di benefattore e di fervente cattolico di De Pedis, cui sarebbe andato il merito di aver aiutato i ragazzi in difficoltà e di aver versato consistenti offerte alla chiesa. Alla richiesta di Vergari, l’allora cardinal Ugo Poletti firmò il nulla osta del Vicariato perché Renatino venisse sepolto in territorio vaticano.

Alla protesta della polizia e di tanti cattolici, lo Stato italiano rispose di non avere giurisdizione su una basilica protetta dall’extraterritorialità. Infatti, in base al regime concordatario, la cripta è inaccessibile per lo Stato. Durante la trasmissione del 12 settembre 2005 di Chi l’ha visto, è arrivata la replica del Vicariato di Roma. In sostanza vi si dichiarava che la salma di De Pedis non poteva essere spostata perché la sua tumulazione era stata decisa a suo tempo dal cardinal vicario Poletti e perché, secondo il Vicariato stesso, non esistono motivazioni per una estumulazione dei resti di Renatino.

Negli anni Ottanta, la Banda della Magliana era la padrona incontrastata di Roma. Trafficava in droga, faceva affari con la mafia, era coinvolta nelle stragi e dei delitti più cruenti della storia d’Italia: l’attentato alla stazione di Bologna e il sequestro Moro, tanto per citarne solo due. Nessuno meglio di chi ne faceva parte sapeva muoversi per le vie del centro storico (e non solo), e dissolversi nel nulla, in pieno giorno (dato che era estate e le giornate, come si sa, sono lunghissime), potendo contare su una rete di conoscenze e di complicità potente ed estesa. A tutti i livelli. Maurizio Abbatino, durante la già citata intervista a Chi l’ha visto, ha sostenuto che nel libro paga della Banda della Magliana comparivano politici, medici, infermieri, imprenditori, magistrati di grande levatura. Aldo Semeraro, ad esempio, era il loro psicologo e criminologo “di fiducia”: stilava perizie false ogni volta che qualcuno di loro finiva in carcere ed era a conoscenza delle collusioni e degli affari più sporchi della banda. (La sua morte fece scalpore: fu trovato nel 1982 morto – decapitato – nella sua auto).

Quindi nessuno avrebbe potuto portare a termine un’impresa così rischiosa – rapire una ragazza nel cuore della città e nel bel mezzo del traffico del centro storico – senza che la Banda della Magliana ne fosse perlomeno al corrente. C’è da ricordare che Pierluigi e Mario – i due telefonisti, le persone che per prime contattarono la famiglia Orlandi per far credere loro che Emanuela si fosse allontanata volontariamente – erano italiani, e che Mario parlava con un forte accento romano. È plausibile, quindi, che i mandanti del sequestro Orlandi avessero scelto come “interfaccia” proprio la Banda della Magliana? A quanto pare, più che plausibile è probabile. Sempre Chi l’ha visto, lunedì 20 febbraio, manda in onda l’intervista realizzata da Fiore De Rienzo ad Antonio Mancini, amico fraterno di Renatino De Pedis. Mancini riconosce in “Pierluigi” (uno dei primi due “telefonisti” che si misero in contatto con la famiglia Orlandi), la “voce della Magliana”, e fa il nome e lo pseudonimo con cui sarebbe conosciuto il responsabile della telefonata del 25 giugno. Il pentito sostiene che si tratti del killer di fiducia di De Pedis, proprietario di un ristorante (il che spiegherebbe anche il rumore di piatti che fa da sottofondo alla conversazione tra Pierluigi e lo zio di Emanuela) e tuttora in vita. Il pm Italo Ormanni ha già individuato, tra le carte del processo, la persona cui si riferisce Mancini. Le indagini stanno battendo anche questa strada.

Quanto a padre Felix Andrew Morlion, frate domenicano belga, era uno dei più abili 007 del Vaticano e viveva a Via Pola, dove risiedevano anche Antonov e la moglie, in un primo tempo chiamati in causa da Alì Agca come corresponsabili dell’attentato al Papa ed esponenti di primo piano della “pista bulgara”: Andreotti, che non aveva mai creduto alla suddetta Bulgarian connection, per dimostrare che le dichiarazioni di Alì Agca erano state pilotate da un servizio segreto occidentale, parlò dello schizzo che aveva fatto Agca per dimostrare di essere stato davvero a casa di Antonov. Nel disegno compariva una porta scorrevole tra la sala dove mangiavano e il salone in cui si incontravano. Dopo un sopralluogo venne appurato che quella porta scorrevole non esisteva nell’appartamento degli Antonov, ma che si trovava a casa di Padre Morlion6. Il frate belga era un vero e proprio agente segreto a contatto con la CIA ma anche con Federico Umberto D’Amato, capo dell’Ufficio Affari Riservati del Ministero dell’Interno. Verso la fine del 1991, poi, Melvin A. Goodman, membro della CIA nella sezione che si occupava dell’Unione Sovietica, rivelò che l’intelligence americana aveva infiltrato alcuni agenti nel servizio segreto bulgaro e sapeva che il Vaticano e il Cremlino si stavano tenendo in contatto nell’eventualità che il Papa potesse svolgere un ruolo da intermediario nei problemi politici della Polonia. Alla luce di questi fatti, la pista bulgara, con cui si attribuiva la responsabilità dell’attentato al Papa ai sovietici, non era credibile. Ma lo studio della CIA venne distorto, in modo che i servizi segreti dell’Est risultassero gli unici colpevoli.

Il 10 aprile 1994 Ercole Orlandi dichiarò: “Siamo vittime di un’oscura ragion di stato. Un tarlo ci rosicchia: non capiamo il perché di questa tragedia. Ci devono dire qual era la trattativa. Chi erano le parti in causa? […] Quel personaggio con l’accento americano, sapendo che il nostro apparecchio era sotto controllo, non faceva durare la telefonata più di sei minuti. Doveva avere un timer. Spaccava il secondo e agganciava. Nostra figlia è stata rapita da un’organizzazione così potente, così efficiente, che non aveva nessun timore degli inquirenti italiani. È un intrigo internazionale. Dietro la scomparsa di Emanuela si sono mossi grossi apparati. Servizi segreti ma non italiani. Centrali di spionaggio straniere, ben organizzate, ben protette, con infinità libertà di movimento. Che dire… CIA, KGB…”. Quanto alle telefonate, Ercole Orlandi ricordò che l’Amerikano gli aveva detto che era inutile tentare di registrarle perché, se avesse voluto, avrebbe potuto far apparire le chiamate in quindici posti diversi. Secondo indiscrezioni riportate dall’Indipendente, una volta gli investigatori erano riusciti a isolare le prime quattro cifre delle telefonate, che risultarono essere partite dall’Ambasciata Americana di via Veneto. Il quotidiano dedusse, di conseguenza, che il telefonista si serviva di un apparecchio interno all’ambasciata oppure riusciva a far “rimbalzare” le chiamate sul suo centralino. Comunque, quale che sia la teoria “giusta”, è indubitabile che la sera del 22 giugno 1983, in casa Orlandi, tutto finì.

La vita si fermò.

E cominciarono le parole.

Ilario Martella, il giudice istruttore che ha seguito il caso Orlandi dal 1985 al 1990, dopo Domenico Sica, a sua volta subentrato a Margherita Gerunda, dichiarò invece, ad Aldo De Luca, del Messaggero: “Tra la straordinaria capacità criminale manifestata nell’attentato al Papa e quella emersa nel caso Orlandi, io non so quale delle due è più grande e più potente… dietro la scomparsa di Emanuela c’è un fatto così grosso che probabilmente solo il tribunale della storia sarà in grado di giudicare. Se le dicessi le cose che ho scoperto le verrebbe la pelle d’oca, come è venuta a me. Ci sono elementi agli atti dell’istruttoria che devono restare riservati, perché sono cose che fanno pensare… è un solco molto misterioso, che porta molto in alto. […].

Posso dire solo una cosa: il caso Orlandi è stato tenuto in piedi finché è stato celebrato il processo per l’attentato al Papa, poi il silenzio […]: è una circostanza che non va sottovalutata, che io non sottovaluto”. […] Il criminologo Francesco Bruno è convinto che il caso Orlandi sia strettamente legato alla scomparsa di Mirella Gregori. Che Emanuela Orlandi sia stata uccisa poco dopo essere stata sequestrata, il tempo di carpirle le informazioni che avrebbero tenuto sulla corda e alimentato le illusioni dei familiari e dell’opinione pubblica. E che Mirella – cittadina italiana, attraverso cui, oltre al Vaticano, poteva essere ricattato anche lo Stato italiano – sarebbe stata fatta scomparire perché i rapitori di Emanuela dovevano fare una prova. Vedere dopo quanto si sarebbero mosse le forze dell’ordine, come avrebbero reagito. Una cavia, quindi. […]

Il SISDE, alla luce dei “komunicati” ricevuti, delinea un profilo della regia – unica – che avrebbe elaborato tutti questi messaggi e avrebbe poi fatto le telefonate. Precisa che solo una minima parte dei documenti ricevuti è attendibile, e cioè quella che rivela dettagli su Emanuela che solo lei o i suoi parenti più stretti potevano conoscere. “Dal 5 luglio 1983 il servizio è venuto in possesso di trentaquattro messaggi relativi alla scomparsa della Orlandi (tale numero è stato ottenuto sommando le comunicazioni telefoniche, quelle pervenute per mezzo postale e i messaggi rinvenuti). Il 18 per cento circa (numero real sei) di tali comunicazioni è stato prodotto quasi sicuramente da mitomani inseritisi nella vicenda. Il 12 per cento (quattro) è di difficile attribuzione. La maggior parte degli elementi, infatti, sembra far escludere che anonimi interlocutori o estensori siano in contatto con la presunta organizzazione di sequestratori ma alcuni fattori lasciano inalterati i dubbi sull’attribuzione. Otto comunicati (23 per cento) sono stati firmati da due sedicenti gruppi (il Fronte anticristiano Turkesh e Phoenix) che, allo stato delle indagini non sembrano essere implicati nella scomparsa della ragazza, ma soltanto nella gestione del caso.

Numerosi elementi contenuti nei quattro comunicati del Turkesh e negli altrettanti di Phoenix, infatti, portando ad acclarare l’ipotesi che gli estensori siano a conoscenza di fatti inerenti a Emanuela Orlandi o relativi alla sua vicenda, sconosciuta sia agli organi di stampa che agli stessi presunti rapitori. I restanti messaggi (sedici) provengono con molta probabilità dal gruppo che ha operato e gestito direttamente il sequestro, oppure che è riuscito a mettersi in contatto con i veri responsabili della scomparsa di Emanuela Orlandi. A livello analitico e operativo, questi ultimi sedici messaggi possono, quindi, essere considerati quali materiale da utilizzare. Occorre rilevare che il numero dei messaggi potrebbe rappresentare solo una parte delle comunicazioni, in quanto spesso si è avuta la sensazione che vi siano stati altri contatti (tra i familiari, l’avvocato e i presunti sequestratori) di cui non si è a conoscenza. […]. Verosimilmente, il soggetto in esame [ovvero la regia dei messaggi ritenuti attendibili dal SISDE, n.d.r.] è un profondo conoscitore della lingua latina, anzi possiamo affermare che Mister X conosce meglio la lingua latina che quella italiana. E ciò è solamente possibile nel caso che il soggetto sia uno straniero che in un primo tempo ha acquisito l’idioma latino e, successivamente, quello italiano. Infatti un italiano con profonda conoscenza del latino manterrebbe inalterato il suo background stilistico-linguistico (al limite ne verrebbe migliorato) e non si sognerebbe mai di usare ‘traslare’, al posto di ‘trasferire’, ‘novello’ al posto di ‘nuovo’, ‘veridicità’ al posto di ‘vero’ […].

Un possibile profilo del personaggio in esame può complessivamente tener conto dei seguenti tratti: 1) straniero, verosimilmente di cultura anglosassone; 2) livello intellettuale e culturale elevatissimo; 3) conoscitore della lingua latina e, successivamente, di quella italiana; 4) appartenente (o inserito) nel mondo ecclesiale; 5) formalista, ironico, preciso e ordinato nelle sue modalità comportamentali, freddo, calcolatore, pieno di sé, sicuro del proprio ruolo e della propria forza, sessualmente amorfo; 6) ha domiciliato a lungo a Roma. Conosce bene soprattutto le zone della città che rappresentano qualche cosa per la sua attività; 7) ben informato sulle regole giuridiche italiane e sulla struttura logistica del Vaticano”. Il professor Francesco Bruno, docente di psicologia forense alla Sapienza di Roma e funzionario dal 1978 al 1987 della divisione tecnico-scientifica del SISDE, condivise il contenuto del rapporto e dichiarò che con quella descrizione si voleva individuare – come già accennato in precedenza – Monsignor Paul Casimir Marcinkus, direttore dello IOR. […] Nel febbraio del 1990, l’inchiesta sulla scomparsa di Emanuela Orlandi passa da Ilario Martella ad Adele Rando. Emerge comunque un anello di congiunzione, così lo definisce il giudice Rando, tra la scomparsa di Mirella e quella di Emanuela: le telefonate che arrivarono di seguito alla loro scomparsa sarebbero state fatte dalla stessa persona, l’Amerikano. […]

Il 9 febbraio 1994, il giudice Rando ascolta il prefetto Vincenzo Parisi (allora vicedirettore del SISDE) che ricorda benissimo di aver incontrato, l’11 luglio 1983, Monsignor Dino Monduzzi (reggente della Prefettura della Casa Pontificia presso cui lavorava Ercole Orlandi) nella speranza di ricavarne qualche spunto interessante. Parisi ebbe subito l’impressione che il Monduzzi fosse reticente e che, più in generale, il Vaticano avesse mantenuto un atteggiamento di riserbo ingiustificato con gli investigatori, non rivelando mai il contenuto di alcuni contatti telefonici che sarebbero potuti essere fondamentali. Adele Rando, spinta dalle parole di Parisi, si convince della necessità di ascoltare alcuni prelati: Agostino Casaroli, Angelo Sodano, Giovanni Battista Re, Dino Monduzzi ed Eduardo Martínez Somalo.

Il 2 marzo 1994 presenta una seconda rogatoria all’autorità giudiziaria vaticana – a otto anni di distanza dalla prima, avanzata dal giudice Ilario Martella. Alla richiesta di Martella, il Vaticano aveva risposto – in soldoni – che lo stato italiano avrebbe dovuto cavarsela da sé: “1): Nessuna inchiesta giudiziaria è stata esperita dalla magistratura vaticana, trattandosi di fatti avvenuti al di fuori del territorio dello Stato; 2): Le notizie relative al caso, occasionalmente pervenute agli uffici della Santa Sede, sono state trasmesse a suo tempo al Pubblico ministero dottor Sica”. Ma il sostituto procuratore Malerba accerterà che di quelle notizie, agli atti, non c’è traccia. La richiesta di rogatoria del giudice Rando viene respinta: il Vaticano motiverà questo rifiuto affermando che secondo gli accordi internazionali, il magistrato italiano non doveva necessariamente essere presente all’interrogatorio e che, inoltre, non avendo il giudice specificato quali fossero le domande da porre ai prelati, l’interrogatorio non aveva potuto avere luogo.

Un anno dopo, il 7 marzo 1995, il giudice Rando presenterà una seconda richiesta di rogatoria. Il Vaticano la respingerà, pur inviando le risposte alle domande che stavolta il magistrato si era premurata di far arrivare alle autorità vaticane. I “chiarimenti” saranno insoddisfacenti: il Vaticano, secondo quanto affermano le autorità d’Oltretevere, non avrebbe mai avuto né alcuna registrazione, né alcuna trascrizione delle telefonate provenienti dall’Amerikano. E, ancora più sconfortante, arriva la smentita di monsignor Monduzzi, il quale dichiarerà di non avere mai incontrato il prefetto Vincenzo Parisi. Tutto ciò porterà la giudice Adele Rando a scrivere, nella sua sentenza: “L’apporto istruttorio delle rogatorie introdotte davanti all’autorità giudiziaria della Città del Vaticano, lungi dal soddisfare i quesiti per i quali le stesse erano state proposte, si traduce nella conferma di alcuni interrogativi”. E, sulla reticenza del Vaticano, anche Pietro Orlandi, fratello di Emanuela, dirà la sua al Corriere della Sera: “Trovo pazzesco che ci sia qualcuno che sa ma non parla… Nelle vicende che lo riguardano, il Vaticano non vuole esporsi, non vuole rischiare… Non so quali informazioni raccogliesse il Vaticano sulla scomparsa di mia sorella: se hanno fatto un’indagine interna, non ce l’hanno fatto mai sapere. Loro ci sono sempre stati vicini con la preghiera, ma non è assolutamente sufficiente… Mettiamola così: il Vaticano non ha aiutato una sua cittadina… I magistrati hanno lavorato, ma trovandosi di fronte il Vaticano hanno incontrato parecchie difficoltà: è un ambiente impenetrabile”.

Ma non solo il Vaticano fu responsabile di aver opposto un muro di gomma alle richieste degli inquirenti italiani. Anche la Francia ostacolò per un lunghissimo periodo di tempo le procedure di identificazione e di estradizione di Oral Çelik in Italia. Davanti al giudice Priore, De Marenches, il direttore dello SDECE, che già dal 1979 aveva avvertito le autorità vaticane della possibilità di un attentato al Papa, confermò tutto. Ma i cardinali Achille Silvestrini, Eduardo Martínez Somalo, e Agostino Casaroli negarono di essere stati messi a parte di quell’informazione. Priore, sconsolato, dichiarerà: “La collaborazione tra gli stati, anche per un delitto sì grave, unico da più secoli a questa parte, e definito il crimine del secolo, in un contesto internazionale che fa continui proclami, è stata minima, e con alcuni stati, di fatto, nulla. Per citare, la Francia e la Città del Vaticano. La prima ha ostacolato per anni l’estradizione di un personaggio prezioso per l’inchiesta, nascondendone persino l’identità e accettando per queste sue condotte un costo elevato in perdita di credibilità e prestigio. Anche lì ove ha mostrato di collaborare, come quando ha consentito l’escussione del direttore dello SDECE, di fatto con la protezione delle fonti ha impedito di appurare l’origine, e quindi gli ambienti che avevano generato il piano, dell’informativa sull’attentato. Così come la Città del Vaticano, che con una formale esecuzione delle rogatorie, ha di fatto impedito che di questa notizia si accertassero fonti, natura e destinatari. […]. Da ultimo, una forte percezione – ma questo non è elemento di giudizio – che in più parti, nelle più alte sedi degli stati vi fosse, oltre a una istintiva protezione dei proprio arcani, una diffusa volontà di porre una definitiva e inamovibile pietra sulla vicenda”.

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Pubblicato da God