E SE QUESTO FOSSE L'ANNO DELLA RICERCA ?

Come Don Chisciotte - Informazione indipendente dal 2003

DI FRANCO BERARDI "BIFO" E ALESSANDRO SARTI

ilmanifesto

E se questo fosse, finalmente, l'anno della ricerca? Ricerca di una via d'uscita dal paradigma economicista che sta devastando l'ambiente e la vita umana sul pianeta ma anche, più semplicemente, l'anno in cui i lavoratori della ricerca si ribellano e organizzano autonomamente il loro sapere. Le due cose probabilmente non sono così diverse. Solo i lavoratori della ricerca possono iniziare la ricerca di una via che ci conduca fuori dall'inferno. I ricercatori riuniti a Roma il 17 settembre hanno deciso il blocco delle attività didattiche. Nelle prossime settimane si deve puntare al blocco generalizzato della scuola e dell'università, coinvolgendo gli studenti e il corpo docente. Facciamo per un anno dell'università e della scuola intera un laboratorio di immaginazione del possibile. La società europea ne ha bisogno. Il nuovo anno accademico va trasformato in un anno di riflessione sulla catastrofe presente e sulle vie d'uscita dalle politiche deflazioniste ed oscurantiste. Tutti i lavoratori precari della scuola debbono sentirsi impegnati in questo movimento perché per loro è la sola speranza di non essere travolti e cancellati. Un movimento capace di coinvolgere tutte le componenti del mondo universitario sarebbe un'occasione per restituire vitalità alla società italiana, ma anche un elemento strategico di ricomposizione dell'intelligenza sociale contro le politiche neoliberiste.



Cerchiamo di vedere la questione in una prospettiva di lungo periodo. Poco tempo dopo il collasso finanziario della primavera 2000, dopo la crisi delle dotcom e il crollo di giganti tecno-finanziari come Enron e World.com, Christian Marazzi scrisse un articolo sul pericolo della rottamazione del general intellect. Attenzione, diceva Marazzi, il nuovo gruppo dirigente americano bushista rappresenta il ritorno della old economy petrolifera e guerriera al comando del sistema globale. Le cose sono andate proprio così. L'alleanza tra lavoro cognitivo e capitale finanziario, che negli anni '90 aveva realizzato la rivoluzione della rete, era rotta. Cominciava l'attacco al lavoro cognitivo: impoverimento, precarizzazione, devastazione psichica e sociale. La Carta di Bologna del '99 sanciva la sottomissione del sapere al profitto, ne faceva principio ispiratore di una nuova organizzazione del sistema universitario. Quella tendenza oggi appare in pieno dispiegamento: riduzione del finanziamento, manipolazione e militarizzazione della ricerca finanziata dallo Stato ma sempre più sfruttata dalle imprese private, e parallelo impoverimento e precarizzazione del lavoro cognitivo.

Obiettivo prioritario della classe dirigente europea è la stratificazione e l'asservimento del lavoro cognitivo attraverso l'uso del precariato. In tutta Europa la riproduzione dell'apparato universitario si fonda su una massa enorme di lavoro precario sottopagato o non pagato affatto. Adesso è il momento di fermare questa macchina, è il momento di fare dell'università quello che essa è costitutivamente: un luogo di conoscenza impregiudicata, un luogo di condivisione pubblica dei saperi.


L'attacco contro il ciclo della ricerca e del lavoro cognitivo segue linee differenti ma convergenti. In Italia si verifica un puro e semplice disinvestimento, un taglio drastico delle risorse per la scuola pubblica e per la ricerca. In altri paesi, ad esempio in Francia, il finanziamento alla ricerca viene invece discriminato, per favorire quei progetti di ricerca che si traducono in profitto economico, mentre vengono disincentivati i settori che non dipendono in maniera diretta dagli interessi della crescita. Una situazione esemplare è quella che si è sviluppata negli ultimi mesi all'Ecole Polytechnique di Parigi. L'anno scorso Sarkozy ufficializzò lo stanziamento di 13 miliardi per la ricerca (mentre la Gelmini in Italia riduce di 8 miliardi il finanziamento per il comparto scuola). I 13 miliardi sono destinati a una generale trasformazione del sistema della ricerca francese. Prima aveva pensato di eliminare il Cnrs, che per decenni ha garantito il carattere pubblico della ricerca e soprattutto ha garantito la possibilità di accesso ai finanziamenti a chi ne aveva diritto senza discriminazioni di contenuto. Poi ha invece preferito elargire il finanziamento alla condizione che le disponibilità finanziarie venissero subordinate a un criterio di tipo economico. Solo se la ricerca è utile alla crescita economica può attingere ai fondi del ministero.

L'idea che «il futuro è la ricerca industriale» non è meno pericolosa di quella puramente e semplicemente devastatrice del governo Berlusconi. Il governo italiano distrugge il sistema della ricerca, e le conseguenze si vedranno ben presto: barbarie e crollo della produzione di saperi. Il governo francese invece introduce un principio di discriminazione fra i ricercatori sulla base della loro disponibilità a subordinare la loro attività a un obiettivo extrascientifico, quello del profitto economico. Si instaura così un processo ricorsivo: con strategie di governance della ricerca, i finanziamenti vengono erogati a quei soggetti che praticano la ricerca della governance.

L'effetto sarà meno deflagrante e rapido di quello italiano, ma nella sostanza l'attacco sarkozysta è più violento e profondo, perché cancella in linea di principio la libertà della ricerca e introduce un criterio di valutazione extrascientifico (quello della redditività immediata). Non si tratta di sottigliezze ma di una questione centrale: la ricerca non può essere sottoposta a nessun criterio discriminante, meno che mai quello della redditività perché la sua funzione è proprio quella di esplorare vie non esplorate e di rendere possibili alternative concettuali, scientifiche e tecnologiche. La ricerca ha il compito di aprire porte a soluzioni paradigmatiche capaci di render possibile l'uscita dai vicoli ciechi. I vicoli ciechi si stanno moltiplicando nel pianeta, dopo trent'anni di devastazione neoliberista. Solo la ricerca può forse trovare soluzioni tecniche e concettuali che sono inimmaginabili entro il quadro presente.



Si pensi alla crisi ambientale provocata dall'ossessione economicista del petrolio e dell'automobile. Il riscaldamento globale, la degradazione degli ecosistemi, il collasso delle metropoli - tutti questi problemi non hanno soluzione entro il campo delle possibilità esistenti e visibili. La ricerca può trovare soluzioni che entro questo quadro non sono immaginabili, a patto di non dipendere strettamente dagli interessi economici dominanti, e quindi dai paradigmi che essi incarnano. Si apre qui una questione che ha carattere epistemologico ancor prima che politico. L'autonomia della ricerca non è un principio meramente politico, giuridico, formale. È la condizione della sua produttività conoscitiva. Il pensiero dominante vuole ridurre la ricerca a elemento di governance della complessità. L'ideologia della governance si fonda sulla naturalizzazione del criterio economico. L'economia pretende di farsi linguaggio universale, mentre essa non è che un sapere fra gli altri. Il ruolo normativo che l'economia ha assunto negli ultimi decenni è del tutto abusivo sul piano epistemico, oltre che devastante sul piano sociale. La ricerca deve esplorare concatenazioni conoscitive tecniche e sociali del tutto irriducibili al principio economico, altrimenti non è più ricerca ma soltanto gestione tecnica. La crisi che investe l'Europa prepara un grande sconquasso. Le destre alimentano tendenze populiste, razziste, aggressive. Un movimento della ricerca potrebbe aprire una prospettiva nuova, spostare l'attenzione dalle ossessioni ripetitive verso la scoperta del possibile. Per questo abbiamo bisogno di tempo e di spazio. Il tempo sia l'anno accademico che sta cominciando. Lo spazio siano le università europee, trasformate in laboratorio di una ricerca senza dogmi.



Franco Berardi "Bifo", Alessandro Sarti

Fonte: www.ilmanifesto.it

Link: http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/in-edicola/numero/20100922/pagina/10/pezzo/287384/

22.09.2010

Commenti (25)

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    1. Barambano 25 settembre 2010

      Quello che i commentatori finora non hanno capito è che nel NWO non c'è trippa per gatti. In USA il posto fisso non esiste tanto meno nella ricerca dove solo chi produce risultati rinnova il contratto. Tutti sono precari nell'America che piace tanto agli obamisti italiani.

      Quanti delle pletora di ricercatori specie in certe università del Sud produce risultati concreti per il paese?

    1. Simulacres 25 settembre 2010

      Poichè si discetta di "pensiero dominante e di tempo e di spazio" ampliando di poco l'argomento... riporto alcuni passi conclusivi tratti da libro "Storia e destino" di Aldo Schiavone.

      LA NOSTRA PREISTORIA STA FINENDO e non c'è modo migliore di addestrarsi a una nuova condizione che cominciare a praticarla, (...) Abbiamo costruito le armi nucleari... ma stiamo anche faticosamente imparando a non usarle (...) E' su questo terreno che si giocherà la pratica decisiva. (...).



      LA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE si è esaurita e stiamo entrando in un terzo tempo che è quello della rivoluzione tecnologica. Questa terza rivoluzione ha il compito di traghettarci in un regime dove la separazione tra vita e intelligenza – tra natura e cultura – verrà definitivamente superata. Le basi naturali della nostra esistenza smetteranno presto di essere un presupposto immodificabile dell'agire umano, e diventeranno un risultato storicamente determinato della nostra cultura.(...).


      IL NUOVO ORDINE che va via via definendosi è un ordine tecnologico governato dall'informatica (con l'intelligenza artificiale e i computer quantistici) e, appunto, dalla biologia, con il controllo e la replica dei meccanismi evolutivi dei viventi. La strada intrapresa dalla biologia è quella del "salto di specie" della compenetrazione tra l'umano e il non umano. Quando questo avverrà - il momento è più vicino di quanto si può credere - la dimensione "naturale" sarà andata perduta a favore di quella "culturale". (...) Stiamo per guardare in noi stessi, e decidere cosa vogliamo diventare. Con la tecnica faremo concorrenza alla selezione naturale e abbatteremo definitivamente il confine tra naturale e artificiale. (...) Credo che la generazione a cui apparteniamo e quella dei nostri figli saranno fra le ultime a fare i conti con l'esperienza della morte, almeno nei termini in cui la nostra specie l'ha incontrata finora (…) Fin dove spingere la propria vita (…) diventerà probabilmente una scelta soggettiva, in rapporto ai costi sociali della sua durata (…) Queste trasformazioni non sono futuribili, sono qui (...).


      UNA NUOVA POLITICA: la politica è in crisi perchè sente la vita che gli sfugge. Ha perduto i grandi sistemi ideologici messi a punto fra il XVIII e XX secolo (...). E' la nuova tecnologia con la rete di potere che determina la qualità dei nostri bisogni e dei nostri desideri. La politica le arranca dietro, in affanno: non riesce a guidare una rivoluzione cui non sente di partecipare (...). "La politica non è una forma eterna (...) e tanto meno è una forma definitiva la democrazia", tuttavia non si riesce ancora a veder nulla oltre (...). Forse più avanti (...).



      UNA NUOVA ETICA: prima ancora della politica, la rivoluzione ha bisogno di Etica (...) di un Etica che sappia trovare il Divino nell'accrescersi delle facoltà dell'umano e non nella sacralità della natura (...) che accolga le responsabilità e non le respinga; che non rifiuti l'aumento illimitato di potenza, ma ne determini gli obiettivi (...) che cerchi le sue leggi non nella natura, ma nell'Intelligenza e nell'Amore (...). Abbiamo bisogno di un nuovo Umanesimo e questa sarà la grande sfida cui dovremo dare una risposta: e sarà il discrimine fra chi guarda al nuovo come un'occasione di emancipazione e di riscatto, e chi lo vede invece solo come un'opportunità di profitto.

    1. Tao 25 settembre 2010

      Questa volta niente quiz. Vi propongo invece qualche testo e qualche dato sul tema ricerca e innovazione. Come di consueto, cercherò di limitare al massimo i miei commenti.

      “1. Ricerca ed innovazione tecnologica – Nella nuova divisione internazionale del lavoro e delle produzioni tra le economie dei Paesi più evoluti e le nuove vaste economie caratterizzate da bassi costi del lavoro, un più intenso e diffuso progresso tecnologico è condizione essenziale per la competitività dei sistemi economico-industriali dell’Italia e dell’Europa…

      Una più intensa ricerca scientifica, una più estesa innovazione tecnologica ed una più efficace sperimentazione dei nuovi processi e prodotti saranno in grado di assicurare il mantenimento nel tempo della capacità competitiva dinamica dell’industria italiana. Alle strutture produttive di ricerca scientifica e tecnologica, il Paese deve guardare come ad uno dei principali destinatari di investimenti per il proprio futuro…

      Tra gli obiettivi della politica dei redditi va annoverato quello della creazione di adeguati margini nei conti economici delle imprese per le risorse finalizzate a sostenere i costi della ricerca…


      E’ necessario che la spesa complessiva per il sistema della ricerca e dello sviluppo nazionale, pari a 1,4% del Pil, cresca verso i livelli su cui si attestano i Paesi più industrializzati, 2,5-2,9% del Pil. Il tendenziale recupero di tale differenza è condizione essenziale perché la ricerca e l’innovazione tecnologica svolgano un ruolo primario per rafforzare la competitività del sistema produttivo nazionale. In tale quadro appare necessario perseguire nel prossimo triennio l’obiettivo di una spesa complessiva pari al 2% del Pil. Tale obiettivo non può essere realizzato con le sole risorse pubbliche. Queste dovranno essere accompagnate da un’accresciuta capacità di autofinanziamento delle imprese, da una maggiore raccolta di risparmio dedicato, da una maggiore propensione di investimento nel capitale di rischio delle strutture di ricerca e delle imprese ad alto contenuto innovativo…

      Presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri sarà periodicamente svolto un confronto tra i soggetti istituzionali competenti e le parti sociali per una verifica dell’evoluzione delle politiche e delle azioni sopra descritte nonché dell’efficacia degli strumenti a tali fini predisposti.”



      Il testo che precede è tratto dall’Accordo tra governo, Confindustria e sindacati del luglio 1993. Chi volesse leggerlo tutto (è una lettura piuttosto interessante) lo trova a questo link ( http://www.camera.it/temiap/Protocollo_23_07_1993_Concertazione.pdfì ) . E’ un testo famoso per le parti di esso che furono attuate, quelle sulla politica dei redditi: a cominciare dall’abolizione della scala mobile (ossia dell’indicizzazione automatica di salari e pensioni all’inflazione).


      Le righe che ho riprodotto sono molto meno famose. Forse perché a questo riguardo l’Accordo non è stato affatto attuato. Anzi: se prendiamo le tabelle fornite dal Cnr sull’evoluzione degli investimenti in ricerca e sviluppo tecnologico in Italia dal 1980 al 2005, scopriamo che dopo l’Accordo gli investimenti in R & S sono addirittura scesi: crollando sotto l’1% nel 1995 e non raggiungendo più in seguito neppure l’1,2%.

      Anche i dati forniti dall’Istat ( http://www.istat.it/salastampa/comunicati/non_calendario/20091221_00/tavole2007.zip ) sul 2007 (per il 2008 ci sono soltanto stime), si situano sull’1,18% per cento (vedi tav. 1).

      E visto che gli investimenti effettuati dalle imprese ammontano a circa la metà del totale (vedi tav. 2), essi in questi anni sono stati pari nella migliore delle ipotesi allo 0,6% del pil: un’inezia.

      Infine, nella ricerca prodotta nell’aprile 2010 dall’Istat sull’innovazione nelle imprese, leggiamo che

      “gli investimenti in ricerca e sviluppo (R&S) e in innovazione segnalano un forte svantaggio dell’Italia rispetto alle altre importanti economie europee anche in relazione alla capacità innovativa espressa dal sistema delle imprese. La spesa complessiva in R&S, stimata per il 2008 nell’1,2 per cento del Pil, presenta un valore analogo a quello raggiunto alla metà degli anni Ottanta, decisamente lontano dalla media europea (circa 1,9 per cento).


      Solo il 37 per cento delle imprese manifatturiere italiane conduce attività di ricerca (contro il 70 per cento di quelle tedesche e il 59 per cento delle francesi) e il 28 per cento delle imprese produce servizi ad alto contenuto di conoscenza (ultimi nel confronto con le principali economie europee)”. Guarda il grafico ( http://www.istat.it/grafici_ra/sostenibilita/innovazione.html ) .

      Ora torniamo al documento da cui siamo partiti e rileggiamone un passo chiave:


      “Tra gli obiettivi della politica dei redditi va annoverato quello della creazione di adeguati margini nei conti economici delle imprese per le risorse finalizzate a sostenere i costi della ricerca”.


      In soldoni questo significa: eliminando la scala mobile si aumenteranno i profitti delle imprese. Ma parte di questi profitti deve essere investita in ricerca e innovazione. Così sta scritto nell’Accordo del 1993.

      La prima cosa è successa. La seconda no.

      E se fosse questo, anziché la “flessibilità del lavoro”, il problema centrale della nostra competitività di sistema?



      Vladimiro Giacchè

      Fonte: www.ilfattoquotidiano.it

      Link: http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/09/20/due-o-tre-cose-su-ricerca-e-innovazione/62449/

      20.09.2010

    1. Barambano 25 settembre 2010

      Purtropo questo è il NWO, una elite di ricchissimi, gli altri schiavi e la ricerca assoggettata al profitto di pochi. A me che fa ridere è che proprio l'estrema sinistra del Manifesto è stata maggiore fautrice di questo progetto sostenendo in ogni modo la globalizzazione fatta di immigrazione, quindi società americanizzata e devoluzione verso l'alto del potere come nel caso della UE, euro, trattato di Lisbona eccetera. Potrei dire, chi è causa del suo mal pianga se stesso.

    1. Tao 25 settembre 2010

      L'idea è nata, in modo piuttosto semplice, da un dato tra i tanti disponibili in questo sito ( http://www.italiaora.org/ ) , linkato da Debora dtre giorni fa.



      Secondo il sito ( http://www.italiaora.org/ ) , nel 2010 FINO AD OGGI gli italiani hanno speso 38 miliardi di euro in lotterie, gratta e vinci, supernalotto, enalotto, macchinette etc etc.

      Con una semplice proporzione si può verificare che su scala annua la spesa è di circa 50 miliardi di euro.

      La spesa per la ricerca in Italia è, IN TOTALE, poco più dell 1% del Pil. ( http://www.rassegna.it/articoli/2010/03/11/59559/isae-italia-al-21-posto-spesa-per-ricerca-paesi-ocse )

      Siamo al ventunesimo posto tra i trenta paesi OCSE.

      La spesa per la ricerca Universitaria in italia, nel 2009, ultimo anno disponibile, è di circa lo 0.3% del prodotto interno lordo.

      Visto che questo, ottimisticamente è di circa 1500 miliardi di euro se ne deduce che la spesa per la ricerca universitaria è di circa 5 miliardi di euro l'anno.

      v
      La proposta, che servirebbe probabilmente a creare circa 150-200.000 posti di lavoro nell'Università per giovani ricercatori, è quella di raddoppiare gli investimenti per la ricerca univerisitaria.

      Come?

      Semplicemente tramite una imposta addizionale del 10% su lotterie e giochi, da utilizzare ESCLUSIVAMENTE per i fondi destinati alla ricerca universitaria. Farebbero, potrete controllare da soli, ben 5 miliardi di euro.

      Se poi volessimo fare di meglio, con una addizionale del 30%, ovvero 15 miliardi di euro potremmo RADDOPPIARE GLI INVESTIMENTI PER TUTTA La RICERCA IN ITALIA, pubblica e privata.

      Nel processo creeremmo, ragionevolmente, qualcosa come mezzo milione di posti di nuovi posti di lavoro.

      Altamente qualificati.


      Non so se a qualcuno fosse già venuto in mente.

      Nel caso, vorrei sapere cosa stanno aspettando, i nostri ineffabili decisori, per implementare questa complessa decisione.



      Pietro Cambi

      Fonte: http://crisis.blogosfere.it/

      Link: http://crisis.blogosfere.it/2010/09/come-raddoppiare-i-fondi-per-la-ricerca-universitaria-in-italia-una-semplice-proposta.html

      24.09.2010

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