E LA LOTTA DI CLASSE SI SPOSTA TRA I BANCHI

E LA LOTTA DI CLASSE SI SPOSTA TRA I BANCHI

DI MARCO LODOLI

repubblica.it

Per alcuni decenni la scuola è servita anche ad avvicinare le classi sociali: nelle aule convergevano interessi e aspettative, si respirava la stessa cultura, si creavano possibilità per tutti. In fondo al viale si immaginava un mondo senza crudeli differenze, senza meschinità e ingiustizie. La conoscenza era garanzia di crescita intellettuale, e anche sociale ed economica. Chi studiava si sarebbe affermato, o quantomeno avrebbe fatto un passo in avanti rispetto ai padri. Tante volte abbiamo sentito quelle storie un po' retoriche ma autentiche: il padre tranviere che piangeva e rideva il giorno della laurea in medicina del suo figliolo, la madre che aveva faticato tanto per tirare su quattro figli, che ora sono tutti dottori.



Oggi le cose sono cambiate radicalmente. Chi viaggia in prima classe non permette nemmeno che al treno sia agganciata la seconda o la terza: vuole viaggiare solo con i suoi simili, con i meritevoli, gli eccellenti, i vincenti."A me professò 'sto discorso del merito mi fa rodere. La meritocrazia, la meritocrazia... ma che significa? E chi non merita? E noi altri che stamo indietro, noi che non je la famo, noi non contiamo niente?". Questo mi dice Antonia e neanche mi guarda quando parla, guarda fuori, verso i palazzoni di questo quartiere di periferia, verso quei prati dove ancora le pecore pascolano tra gli acquedotti romani e il cemento. Qui la divina provvidenza del merito non passa, non illumina, non salva quasi nessuno.



Guardo la classe: Michela ha confessato che non può fare i disegni di moda perché a casa non ha un tavolo, nemmeno quello da pranzo. Mangia con la madre e la sorella seduta sul letto, con il vassoio sulle ginocchia, in una casa che è letteralmente un buco. Roberta invece mi racconta che stanotte hanno sparato in faccia al migliore amico del suo fidanzato, "era uno che se faceva grosso, che stava sulle palle a tanti, ma nun era n'animale cattivo, nun se lo meritava de morì così a ventidue anni". Samantha invece trema perché stanno per buttarla fuori di casa, a lei e alla madre e ai due fratelli, lo sfratto ormai è esecutivo e i soldi per pagare l'affitto non ce li hanno, forse già stanotte li aspetta la macchina parcheggiata in uno slargo vicino casa, forse dovranno dormire lì, e lavarsi alla fontanella con gli zingari.

La miseria produce paura, aggressività, ignoranza, cinismo. In pochi hanno i libri di scuola, si va avanti a fotocopie, anche se ogni insegnante ha ricevuto solo centocinquanta fogli per tutto l'anno, "perché i tagli si fanno sentire anche sui cinque euro, la scuola non ha più un soldo". In queste scuole di periferia le tragedie si accumulano come legna bagnata che non arde e non scalda, ma fuma e intossica. Tumori, disoccupazione, cirrosi epatica, aborti, droga, incidenti stradali, strozzini, divorzi, risse: tutto s'ammucchia orrendamente, tutto si mette di traverso e oscura il cielo. A ragazzi così segnati, così distratti dalla vita storta, oggi devo spiegare l'iperbole e la metonimia, Re Sole e Versailles, Foscolo e il Neoclassicismo. E loro già sanno che è tutto inutile, che i posti migliori sono già stati assegnati, e anche quelli meno buoni, e persino quelli in piedi. Hanno già nel sangue la polvere del mondo, il disincanto.



"E non ci venissero a parlà di eccellenza che je tiro appresso er banco. Tanto ormai s'è capito come funziona sto mondo: mica serve che lavorino trenta milioni de persone, ne abbastano tre, e un po' di marocchini a pulì uffici e cessi. Il paese deve funzionà come n'azienda? E allora noi non serviamo, siamo solo un peso. Tre milioni de capoccioni, de gente che sa tutto e sa come mette le mani nei computer e nelle banche, e gli altri a spasso. Gli altri a rubà, a spaccià, in galera, ar camposanto, dentro una vita di merda". Forse ha ragione questa ragazza, suo padre ha "un brutto male", come direbbe il buongusto - "un cancro che lo spacca, professò", dice lei - forse è vero che non dobbiamo fare della meritocrazia un ulteriore setaccio: l'oro passa e le pietre vengono buttate via.

I ricchi hanno capito al volo l'aria che tira, aria da Titanic, e hanno subito occupato le poche scialuppe di salvataggio: scuole straniere, master, stage, investimenti totali nello studio. L'élite non ha più tempo né voglia di ascoltare le pene della nazione, le voci dei bassifondi: ha intuito il tracollo della scuola pubblica e ha puntato sulle scuole di lusso. E così la scuola non è più il luogo del confronto, della convergenza, dell'appianamento delle differenze e della crescita collettiva. Non si sta più tutti insieme a istruirsi per un futuro migliore, a sognare insieme. Chi ha i soldi il futuro se lo compra, o comunque si prepara a "meritarselo". Chi non ha niente annaspa nel niente e deve anche subire l'affronto dei discorsi sull'eccellenza.



Ormai il nostro paese è tornato ad essere ferocemente classista, ai poveri gli si butta un osso e un'emozione della De Filippi, li si lascia nell'abbrutimento e nell'ignoranza, mentre ai ricchi si aprono le belle strade che vanno lontano: lontano da qui, da questa nazione che inizia a puzzare come uno stagno d'acqua morta.



Marco Lodoli

Fonte: www.repubblica.it

9.02.2011

Commenti (49)

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Mostra commenti 20 caricati
    1. caterinazanivan 12 febbraio 2011

      Dici bene "...hanno studiato con passione..." Non oggi, appunto.
      Naturalmente se vuoi fare un'analisi devi osservare e prendere in considerazione i comportamenti dei piu', non dei singoli che si discostano da quel filo conduttore che lega la maggioranza. Gli esempi positivi ci sono e ci saranno sempre sia tra docenti che tra discenti. Ma sono pochi, pochissimi.

    1. stefanodandrea 12 febbraio 2011

      A mio avviso tu generalizzi e anzi assolutizzi, in questo come in altri interventi, asserzioni che hanno un fondamento. E ciò è vero anche se si crede, come si deve credere, che le trasformazioni della scuola e dell'università nell'ultimo ventennio, sono andate tutte e completamente nella direzione da te segnalata. Nella scuola pubblica e nell'università pubblica moltissimi hanno studiato con passione. Perciò la tua critica, rivolta alla scuola e alla università tout court, è smentita dai fatti (che non sono solo quelli recenti bensì tutti qyuelli attestati dalla storia, anche se, immersi come siamo nell'eterno presente, tendiamo a dimenticarlo).

    1. caterinazanivan 12 febbraio 2011

      Come dovrebbero essere i discenti?
      Dovrebbero essere individui responsabili che studiano una materia che li appassiona (e non che gli permettera' di ottenere un lavoro per primeggiare sugli altri, un lavoro che li portera' un gradino piu' in alto della piramide sociale) che per questo studieranno con passione ed amore per amore della conoscenza. E per questo certo la loro formazioe non potra' mai partire dalla scuola, poiche' la stessa sottosta' alla regola base della nostra societa': potere e controllo.
      Discenti amanti del sapere e amanti dello studio, per i quali lo studiare non sara' mai quel sacrifico da te descritto, ma sara' parte della loro vita, proprio perche' fatto per loro stessi. Tali discenti potranno essere tali solo se fatti crescere al di fuori del sistema. E stare al di fuori del sistema non puo' certo ancora significare essere liberi, ma avere la propria liberta' molto meno condizionata.

    1. caterinazanivan 11 febbraio 2011

      Marco Lodoli,

      Mangiammo insieme un giorno a Roma, c’erano altre persone. Parlasti delle stesse cose di cui parli oggi. Compresi nell’ascoltarti come insegnare in una scuola di borgata e scrivere su Repubblica fecesse tanto intelletuale di sinsitra. E lo fa anche oggi.
      Solo che allora pensavo che quel tuo raccontare le storie di giovani esclusi dal mondo avesse un utilita’ sociale. Pensavo servisse a rendere coscienti di una situazione e a poterla cambiare.
      Ora non lo penso piu’. Penso che questi tuoi scritti non servano a nulla, se non ad alimentare il tuo essere, di qualsiasi natura esso sia.
      A che serve che tu insegni in quella scuola? Tu stesso ammetti che non serve a nulla. Allora perche’ per primo non porti l’esempio dando la possibilita’ ai tuoi allievi di seguire il maestro?

      -Potresti smettere di insegnare, perche’ non serve. Non serve a nulla in quel contesto. Ne sei consapevole. Cosi’ come non serve che i tuoi allievi passino le loro giornate richiusi tra quelle mura.
      Insegnagli che possono fare d’altro. Che la vita non e’ obbligatoriamente passare per la scuola. Gli hanno insegnato questo e tu con il tuo esempio di giornate spese a creare il nulla, ad alimentare la noia e a distruggere l’autostima gli stai confermando che questa e’ vita. Che non vi e’ altra strada.

      -I soldi necessari per far funzionare quella struttura scolastica potrebbero certo essere investiti in modo migliore. Si potrebbe dare la possibilita’ a quei giovani di entrare nel mondo del lavoro, finanziando lavoro socialmente utile. Si sentirebbero utili anche loro. Perche’ tutti hanno bisogno di sentirsi accettati e parte di un qualche cosa in cui gli e’ dato avere uno spazio.

      -L’amalgamento tra le classi c’e forse stato, ma mai tra tutte le classi. I piccolo borghesi, figli dei piccoli commercianti, si mescolavano una volta con i figli degli operai e manovali, ma oltre a questo non si e’ mai andati.

      -La scuola e’ morta. E’ inutile illudersi. Non ne hanno colpa gli studenti. Nemmeno un po’. Una volta vi si insegnava veramente perche’ vi era bisogno di individui che sapessero leggere e scrivere. (Arrivati in quinta elementare, numerosa e multiclasse si sapeva calcolare per scopi pratici cosi' come non lo si sa fare ora al termine delle superiori.)
      Ora la scuola serve solo a trasformare esseri pensanti in consumatori mai appagati.
      Non saranno mai i finanziamenti alla scuola, non i lauti stipendi che gli insegnanti sognano, non risme di carta a disposizione che ne permetteranno la rinascita.

      -Bisogna ricominciare proprio da quel modo naturale di trasmissione del sapere che avveniva nelle piccole comunita’, ancora nel mondo contadino. Quando ancora non era stata attuata quella divisione tra le persone, quella che ha creato i "vuoti" che il mercato riempie. Quando ancora si imparavano cose utili nel e per il vivere di ogni giorno. Da li, da quel vero vivere, senza piu’ essere rinchiusi nei luoghi inventati come luoghi per apprendere, ci si potra’ poi avviare verso uno studio ed una conoscenza. Senza imposizioni, senza obblighi di dover imparare quello che non si vuole, quello che non si ama, quello che si pensa non servira’ mai.

      E poi, da osservatori attenti del mondo che ci circonda non possiamo che ammettere il fallimento della nostra societa’. Ed ammettere che oggi i figli dei ricchi, quelli che frequentano le scuole migliori, soffrono della stessa sofferenza dei figli dei poveri. Anche loro, pur sapendo di poter contare per ogni caduta su di un paracadute d’oro, si sentono esclusi dal mondo. Si sento inutili della stessa inutilita’, cercano rifugio negli stessi rifugi.
      Non possiamo fermarci a quella che era la lotta di classe. Si e' tutti ammalati chi tra la seta e chi tra l'immondizia, tutti figli ammalati di questo mondo malato. E' vero. E' piu' facile vivere nel lusso, ma non significa che quello sia un bel vivere. Perche' fomentare l'odio tra ricchi e poveri? A quale scopo se non per distogliere lo sguardo dalla causa del nostro vero male e per alzare una voce in piu' a difesa del padrone denaro che rende i piu' schiavi senza catene al consumismo.

      Non vi sono scuole in cui i giovani imparino per imparare. Non ve n’e’ nessua. I figli degli immigrati, quelli dalla pelle diversa dalla nostra si impegnano e si applicano con passione e dedizione perche’ in loro e’ viva quell’illusione di sentirsi parte di una societa’ evoluta, di una scoieta’ migliore di quella in cui sono nati, o in cui i loro genitori sono nati. Un’illusione che i figli dei poveri delle scuole di borgata e i figli dei ricchi delle scuole d’elite non hanno piu’.

      Sarebbe bello che qualcuno potesse dare l’esempio. Che lo facesse un maestro. Ammettendo i propri errori, cosi’ come lo facevano i veri maestri di una volta. Ammettere che insegnare nella scuola di oggi e’ un errore, perche’ quello stesso insegnamento non fa che alimentare un sistema sbagliato che non permette e mai permettera’ di avere cittadini coscienti e responsabili. E nemmeno cittadini che sanno vivere.

    1. tres1219 11 febbraio 2011

      Ho letto l'articolo, te lo ripeto stiamo anni luce distanti, non credo potremmo mai capirci anche usando le stesse parole.


      Innanzitutto parti dal concetto di trovare una soluzione per far rimanere tutto come è ora ma con un funzionamento migliore, io credo che è tutto da distruggere e che non c'è una legge universale per cui dobbiamo vivere aggregati in agglomerati urbani e in 7 miliardi sul pianeta tutti con le stesse concezioni su ogni cosa e intendo anche il senso di giustizia relativo al possibile diverso senso del crimine.


      Parti dal presupposto che la vita è una missione, ma missione verso cosa e dettata da chi ? Io non vedo nessuna missione.


      Parti dal presupposto che una volta generato qualcosa (un figlio, un matrimonio, un patto ecc...) si ha il dovere di adempiere al suo funzionamento anche con sacrificio, io invece credo che appena le condizioni per cui si è iniziato qualcosa vengono meno si ha il dovere di mandare a quel paese questo qualcosa dato che lo si porterebbe avanti con diversi intenti, principi e spesso solo per non considerare che si è sbagliato tutti negli anni precedenti si continua a testa bassa.


      Forse si, io tendo alla felicità, ma per il mio concetto di felicità non serve nessuna addizione, ripeto serve solo sottrarre, indi per cui non cercherò, ruberò, schiavizzerò nessuno per raggiungerla, semmai dovrò scrollarmi di dosso quelli che invece obbligano me a stare sui binari della loro idea di libertà, perchè se per la mia non servono appalti, per quella comune e odierna serve la condivisione e spesso l'assoggettazione di tutti.

    1. stefanodandrea 11 febbraio 2011

      Indubbiamente c'è una diversità della impostazione di fondo, che poi condiziona i corollari.

      Io ho una concezione strumentale della libertà. E' un concetto che ancora non mi è chiaro e che in questo momento avverto così. Sul punto non ho scritto nulla. Ma forse questa concezione si può evincere da un articolo al quale tengo molto e che mi permetto di segnalarti: "La vita come missione: contro il diritto alla felicità e contro ogni indice di misurazione della medesima": http://www.appelloalpopolo.it/?p=2525

      Il concetto di libertà mi sembra un pò simile a quello di felicità. Nascere liberi, nel significato che tu dai alla libertà, significherebbe avere delle rendite sotto il profilo economico. Ora, mi sembra impossibile che tutti abbiano rendite. E anzi mi sembra doveroso combattere le rendite che esistono. Senza rendite siamo obbligati a darci da fare. Poi, per fortuna, siamo liberi di accontentarci. Ma oltre al profilo economico, la libertà implica doveri nei confronti dei figli, della compagna o del compagno, dei genitori, degli amici, dei discenti (se sei un docente), dei clienti (se sei un professionista) del lavoratore (se sei un imprenditore) del datore di lavoro (se sei un lavoratore subordinato), di noi stessi e della nostra crescita spirituale, come noi la intendiamo, dei vicini di casa, dei concittadini.

      La libertà consiste essenzialmente e in gran parte (non totalmente, per fortuna) nella possibilità di adempiere i mille doveri che abbiamo o meglio che avvertiamo di avere. Per me questo è un fatto poco discutibile. Si può discutere soltanto sul numero e sul contenuto dei doveri che sentiamo di adempiere. E ho l'impressione che chi la pensa diversamente non abbia riflettuto a fondo su alcuni concetti e dati di fatto. Ti invito, perciò, a leggere l'articolo segnalato e magari anche i commenti, nei quali ho discusso con Tonguessy. La lettura, se non ti farà sorgere dubbi sulla tua concezione, che effettivamente appare differente, quantomeno rafforzerà quest'ultima, visto che dovrai superare alcune obiezioni. Magari questa piacevole conversazione potremmo concluderla con due commenti al mio articolo. In attesa ti saluto.

    1. tres1219 11 febbraio 2011

      A me questo discorso non porta affatto.


      Vedo un qualcosa di malato e innaturale nel voler eccellere, che poi siano i soldi o lo status sociale o altro l'aspirazione, a me cambia poco, la malattia la vedo nel fatto di voler surclassare altri, in pratica il poveraccio serve come parametro di riferimento.


      Noto però che viviamo e ragioniamo secondo logiche distanti anni luce, tu accetti il fatto che sia normale nascere prigioniero e si debba impiegare mezza vita a ritagliarsi uno spazietto maggiore, io tendo invece a sottrarre e non ad addizionare per lo stesso scopo.


      Mi rattrista l'ultima tua frase "Qualche costo dovrà pure averlo la libertà. Altrimenti non varrebbe niente." sembra che la libertà valga in relazione al sacrificio fatto, io la vedo diversamente, invece di "lavorare" per allungare la catena tendo a spezzarla, visualizzando la libertà nella scelta e quindi anche nel rifiuto che non invece nelle varie opzioncine che altri mi propinano.


      Un pò come dire: "tu Stefano sei libero di scegliere tra la A e la B o anche la C, ma non ti è permesso di creare/immaginare altro al di fuori di quello che Io ti propongo, forza sei libero di scegliere!" :)

    1. ottavino 10 febbraio 2011

      Tutto iniziò quando i contadini vennero allontanati dalle loro terre e venne distrutta la cultura popolare, e vennero promossi in società "quelli che avevano studiato"......l'inizio della fine....

    1. stefanodandrea 10 febbraio 2011

      Scusa Tres 1219, mica tutti studiano per avere denaro. O per avere più denaro possibile. Alcuni studiano per passione (io ero tra questi e negli ultimi dieci anni ho rifiutato tutte le occasioni per guadagnare di più e chi sa molto ma molto di più). Altri perché la vedono come una strada per raggiungere una certa autonomia o una certa sicurezza. Altri perché pensano che, in linea di principio, si tratti di un completamento della propria personalità. Per le medesime ragioni si può desiderare di essere un ottimo idraulico, un imbianchino artista del mestiere, ecc. Io non vedo come tutto ciò possa essere condannato.



      Poi ci sono quelli che studiano per soldi. Questi ultimi, tranne una piccola percentuale sono ingenui (salvo che abbiano studi professionali da ereditare o cese del genere. Ma stanno fuori del nostro discorso, perché sia i baluba di Lodoli che i miei studenti modello sono figli di gente normale - invero per il cecoslovacco non lo so). Oggi, in linea di principio la scuola non dà ricchezza (salvo, appunto, che ad una percentuale molto piccola di persone.



      Infine ci sono quelli che frequentano scuola e università per cazzeggiare, per fare contenti i genitori, per ambizione piccolo borghese, per mantenere lo status di famiglia, per avere un titolo e perdono molti anni e non si laureano o si laureano con pochissime conoscenze e meno passione delle conoscenze. Vogliamo ammirare questi ultimi? Io francamente li metto al di sotto di quelli che studiano per i soldi, dei quali non ho alcuna stima, anche perché se non appartengono alla piccola minoranza dei bravissimi e determinatissimi o dei figli di papà, non sanno quel che fanno.

      Per me, rispetto alla seconda e alla terza vcategoria sono meglio, molto meglio quelli che non studiano. Sempre che abbiano lati positivi e si imepegnino in qualche cosa e partecipino alla vita collettiva (altrimenti njon li farei camminare sull'asfalto pubblico, non gli darei la carta di identità, non li ammetterei al ricorso alla giustizia e così via.

      Io sono sempre per il motto comunista: chi non lavora non mangerà! (i post comunisti, che invero sono diventati anticomunisti, sono invece per il reddito di cittadinanza!). Tra i lavori ci sono anche i lavori intellettuali. Lavorare, imparare un sapere e un mestiere sono i migliori modi per conquistare un giorno la libertà. Il sistema può e deve essere migliorato, ma credo che la regola troverebbe ancora applicazione. Non so immaginare un mondo in cui le persone nascano libere e abbiano la libertà fin da principio. Qualche costo dovrà pure averlo la libertà. Altrimenti non varrebbe niente.

    1. stefanodandrea 10 febbraio 2011

      Sono fondamentalmente d'accordo.
      Ho il sospetto che i baluba di Lodoli assomiglino proprio ai tipi che hai descritto. Gli studenti di cui ho parlato no. Sono tutta un'altra pasta.
      Lager no. Ma una scuola statale, spartana e severa si.

    1. misunderestimated 10 febbraio 2011

      "Mandiamo i figli a ingegneria così se eccellono magari vanno a lavorare all'ENI, mandiamoli a giurisprudenza così se eccellono vanno a difendere il loro B. paesano, di non mandarceli invece viene in mente a pochi, tutti che hanno paura di perdere un tram inventato e costruito da altri." Appunto, come aveva più volte sottolineato Pasolini, oggi (e lo diceva negli anni '70) i poveracci o baluba (a proposito, a quando un bel lager per sterminarli, magari...) rinnegano le proprie origini proletarie e contadine, che conservavano comunque la loro dignità nei calli delle loro mani, per abbracciare il luccicante miraggio piccolo borghese. E' un po' trasversale come fenomeno di costume, spazia dalle aule scolastiche ai cessi dei night club, soprattutto al Nord è praticamente impossibile stabilire il ceto di appartenenza della gente, tutta griffata, o tutta alternativa, ma in tutti e due i casi mummificata in pose, linguaggi e sguardi penosamente impostati e modulati secondo le logiche della pnl, tipico di un'economia che non produce ma frusta il giacchincravattato a vendere, e a vendersi.

    1. tres1219 10 febbraio 2011

      Lavorare/studiare per "diventare", io l'ho sempre vista come una schiavitù inventata da chi i meriti li elargisce.


      Quelli che dispensano meritocrazia "sono", non "diventano" e se una persona per ottenere una briciola più grande deve/vuole spaccarsi in quattro per me è caduto nel tranello e oramai è cieco da un bel pezzo.


      L'errore di base secondo me è visualizzare la meritocrazia come una miniera alla quale chiunque può attingere, io invece la vedo un qualcosa in mano a pochi, essi la dispensano e la fettano in tanti contentini e chi ha reso di più si prende la fettina leggermente più grande.


      La cosa più saggia come ha scritto qualcuno sotto è non foraggiare questo metodo e non adoperarsi per un qualcosa da cui non se ne esce ma casomai ci si accontenta.


      Detto questo concordo sul fatto che conquistata la libertà sei libero, la definizione intende proprio questo, ma sono curioso di sapere come puoi conquistare la libertà sgobbando tutto il giorno per cose che non ti riguardano e che forzatamente ti sei fatto piacere, ripeto, ingrassando contemporaneamente le tasche del bandito di turno.


      Non si riesce proprio ad immaginare un sistema diverso vero ?
      E non intendo un sistema pratico diverso ma almeno uno concettualmente diverso dove non si vive seguendo le regole di altri.


      Mandiamo i figli a ingegneria così se eccellono magari vanno a lavorare all'ENI, mandiamoli a giurisprudenza così se eccellono vanno a difendere il loro B. paesano, di non mandarceli invece viene in mente a pochi, tutti che hanno paura di perdere un tram inventato e costruito da altri.

    1. Beverast 10 febbraio 2011

      Lei ha espresso un ammasso raffazzonato di pressapochismo sulla scuola.
      Alla faccia della mammella: è lo stato che decide quanti insegnanti FORMARE, cioè quanti posti rendere disponibili per essere ammessi alla SSIS, tant'è che ad oggi è chiusa. Quindi secondo lei uno dopo essersi fatto un culo così non ha nemmeno diritto a ciò per cui ha FATICATO? Con questo credo di averle chiuso la bocca al riguardo. Quel che si è tagliato lo si è fatto sulla pelle della gente.
      Chissà come mai in germania non sono troppi ma qui si, forse che la qualità è lievemente diversa? La verità è che per mantenere vizi e sprechi di questo stato si sta mandando a rotoli anche quel poco di buono che c'era.
      Ora se il punto è quello di aprire gli occhi sui problemi interni ad ogni categoria, ci sto, ma se la soluzione è sparare sul corpo insegnanti perchè suo figlio si fa un culo così: bravo, ma anche no! E' grazie a quelli così che anche tutti gli altri sono costretti a scendere a patti e compromessi e vendere la vita al lavoro, non poter vivere una vita decente che non sia votata al massacro da lavoro per un tozzo di pane, sempre per riempire le solite tasche, invece di andare a risolvere i problemi dove di dovere...e sappiamo dove. I soldi ci sono e ci sono sempre stati, tutto sta a come vengono impiegati.
      Poi mi deve anche spiegare dove trovare un lavoro con un contratto che non sia precario oggi, perchè se ce n'è per 2-3 su dieci tra i quali suo figlio, non vuol dire che ce ne sia per tutti e sia solo una questione di sbattersi! Che facciamo tutti in proprio a vendere bagigi al resto del mondo che non ha più nulla da spendere? ma per piacere.
      Questi sono i soliti discorsi dello sfigato che gira come una trottola dalla mattina alla sera e che gli è andata bene!!! E dico sfigato sì, perchè una vita così è una vita buttata al cesso, nella mia umilissima opinione (sa com'è, credo che la qualità della vita sia cosa sacra).
      Ah, in tutto questo, io sono tra i fortunati ad avere un contratto di lavoro subordinato indeterminato, dove son trattato bene e nessuno mi rompe i coglioni, e guadagno poco come tutti rispetto al costo della vita, e mi girano le palle lo stesso, perchè ci possiamo pulire il culo con questi stipendi, e non mi sogno neanche dopo morto di cercare di fare altro, perchè la vita la voglio VIVERE, e non regalarla al profitto altrui.

      P.S.
      Nei primi '80 la mia insegnante delle elemetari ancora bacchettava col bambù sulle mani ai BAMBINI... vogliamo vedere cosa succede se ci prova qualcuno ora? E poi non avevano "potere" o libertà di azione sugli scolari? Ma mi faccia la cortesia.

    1. misunderestimated 10 febbraio 2011

      Sai che ti dico? Che studino pure, con le loro laureette, e si sistemino in banca e nelle municipalizzate, almeno quando verrà il momento di affilare i coltelli sarà VERA LOTTA DI CLASSE, tra VERI LAVORATORI e piccolo borghesi, e sarà scongiurata la guerra tra i poveracci del settore privato e i tirapiedi del pubblico. AD MAIORA!

    1. Earth 10 febbraio 2011

      Si si, questi studiano, si laureano, poi cosa voteranno? Ho sprecato tempo per leggere di sta gente che studia per farsi i soldi, guarda che molta gente forse non lo fa a scuola, ma lo fa altrove e il motivo bene o male e' sempre quello. Quindi la prossima volta parla di cose serie, che possano interessarci nel collettivo.

      PS: Hai usato a sproposito il vocabolo umilta', quella ragazza da come hai raccontato appare insicura e quindi in questo caso perdere del tempo e non cogliere quella occasione la rende ai miei occhi stupida.
      PPS: ma perche' le escort del berlusca sono belle?

    1. Earth 10 febbraio 2011

      Concordo, e mi soffermo su questo:

      "Il guaio è che la gente è fessa,e se dovessimo ancora votare rivoterebbero ancora i soliti noti"


      Giusto, ma chi votare allora? Infine, non possiamo manco piu' sceglierlo noi il candidato da votare, ma lo fanno direttamente i segretari di partito...

    1. stefanodandrea 10 febbraio 2011

      Non si tratta di "primeggiare", si tratta di studiare molto, con passione, con interesse, superando gli ostacoli burocratici, facendo più sacrifici del necessario per l'ingiustizia del sistema, voler capire e poi ancora capire, cercare di rendersi liberi (come osserva Mariastarru nel commento che segue). Quell'essere i primi negli studi non può essere interpretato negativamente, se non altro per l'autore delle parole citate. D'alra parte non tutti possono essere i primi e l'importante è sforzarsi di essere bravi (fai quel che devi avvenga quel che può)

      Non è sempre vero che si finisca per ingrassare le tasche di un padrone. Si può diventare lliberi professionisti, dirigenti della Pubblica amministrazone che se vogliono hanno una loro autonomia e in qualche misura possono frenare o limitare i condizionamenti.

      Inseguire i metodi e le proposte del padrone? Se imitare i metidi significa lavorare e lavorare duro non ci vedo niente di sbaglliato. Quando hai conquistato la libertà sei libero. Uno può continuare quel lavoro duro per tutta la vita o lavorare ai suoi obiettivi serenamente, libero da padroni.

      Tu hai visto in quei ragazzi umili una "voglia insana di spiccare". Può darsi che io mi sia espresso male o in maniera ambigua. Io ho visto la voglia di sapere, di migiorarsi, di impegnarsi, di far felici i genitori, di rendere fieri questi ulltimi e di gratificarli per i sacrifici fatti.

      TUTTI dovrebbero essere così. Poi alcuni si dedicano al bene e altri al male. Tu a tuo figlio chi additeresti ad esempio o comunque chi indicheresti come esempio da non seguire i baluba di Marco Lodoli o quegli studenti di origine straniera? Gli stranieri li volete in italia solo per fare i lavori di merda? Non riuscite nemmeno più ad ammirare la loro voglia di trarsi fuori dalla merda?

    1. maristaurru 10 febbraio 2011

      Teniamo presente che i giovani virgulti della sinistra studiano per lo più in scuole esclusive, costose e sciccose, spesso religiose. Poi i genitori si esibiscono in discorsetti tipo quelli di Repubblica , o peggio, senza credibilità. Sono i peggiori nemici di un popolo che non conoscono, distaccati come sono dalla realtà di chi paga le tasse, loro che sono dalla parte di chi LE RICEVE ,che cacchio ne sanno di cosa significa campare oggi nella società che ci hanno preparato?

    1. maristaurru 10 febbraio 2011

      Si credo che in un certo senso tu abbia ragione, anche ai miei figli ggli insegnati dicevano che avrebbero potuto essere "i primi" e non lo facevano ed io ero una cattiva madre perchè non li costringevo. Ma noi preferivamo che i figli facessero il loro dovere, studiando con interesse e senso critico, mantenendosi , se possibile, uno spazio per coltivare i propri interessi. E' stato utile, non sono mai restati senza lavoro, sapevano e sanno fare molte cose. Di questi tempi una mano santa, specie per chi non può e non vuole attaccarsi a nessun carro, faticoso si, ma ti fa sentire vivo in questo mondo di morti viventi e di giovani spenti

    1. maristaurru 10 febbraio 2011

      Gli insegnanti dei miei tempi non avevano nessun potere. All'inizio dell'anno, dal ginnasio, ci facevano sapere cosa PRECISAMENTE il Ministero pretendeva venisse insegnato e come durante l'anno. Dopo che l'insegnante gestiva con noi il programma, compresi i giorni in cui allentare la tensione o il numero ed il peso delle versioni. Partecipavamo certo più e meglio dei ragazzotti maleducati di oggi. I maleducati sono sempre esistiti, ma la scuola aveva anche il dovere di "scolarizzare" i bambini dai prmissimi anni e di fare crescere i genitori maleducati o immaturi , che non sono mai mancati, insieme ai figli. Certo che non si può inseggnare quello che non si sa. Questa è la verità, la novità che ho visto affermarsi seguendo i miei figli .

      Vero è che i Presidi avevano il potere e la CAPACITA' di dirimere le questioni che sorgevano anche allora con i genitori. C'era il rispetto per insegnanti che sapevano farsi rispettare, e ci si fa rispettare non urlando , o mettendosi alla pari con i ragazzini o cercando di manipolarli.

      Precari: vede mio figlio avrebbe potuto essere uno di questi se avesse seguito i consigli imbecilli di molti insegnanti. Non lo ha fatto e lavora come un pazzo anche 12 ore al giorno, guadagnando ugualmente poco, pagando molto, ma padrone di se stesso quel tanto che questo stato permette, visto che si debbono pagare migliaia di precari che a mio modo di vedere, potevano fare un altro lavoro. Si sapeva da decenni che gli insegnanti sono troppi e che ci sono insegnanti che occupano due o tre cattedre anche se nessuno li ha mai visti e nessuno parla: nienti sacciu! tanto i cittadini pagano per tre e ottengono uno..ora il giocattolo si è rotto, i danè dicono che son finiti e noi siamo sfiniti a furia di pagare , pagare.. mentre c'è tanto da lavorare, ma non lo si fa, si fa il precario. I precari di oggi non mi fanno pena, si sa che non c'è posto e si spera di forzare la mano e di farsi assumere, paga lo Stato, cioè noi. Son pagati poco? E allora perchè non fanno altro? O che sono obbligati a succhiare dalle mammelle dello Stato? O che è troppo faticoso lavorare in tre giorni quello che loro lavorano in una settimana, non avere ferie se non tre o 4 giorni di ferragosto se tutto va bene e guadagnare tre lire? Si è faticoso, e allora si fa una altra libera scelta, si cerca di addossare il costo dello stipendio allo Stato, sperando in un posto sicuro e con pensione, però dopo non si rompono le scatole atteggiandosi da martiri. Una scelta , i precari di oggi nella scuola , scelgono sapendo cosa fanno. Precari sono tanti, tutti, ma pare ci siano solo quelli della scuola. Hanno rotto .

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