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E LA LOTTA DI CLASSE SI SPOSTA TRA I BANCHI

DI MARCO LODOLI
repubblica.it

Per alcuni decenni la scuola è servita anche ad avvicinare le classi sociali: nelle aule convergevano interessi e aspettative, si respirava la stessa cultura, si creavano possibilità per tutti. In fondo al viale si immaginava un mondo senza crudeli differenze, senza meschinità e ingiustizie. La conoscenza era garanzia di crescita intellettuale, e anche sociale ed economica. Chi studiava si sarebbe affermato, o quantomeno avrebbe fatto un passo in avanti rispetto ai padri. Tante volte abbiamo sentito quelle storie un po’ retoriche ma autentiche: il padre tranviere che piangeva e rideva il giorno della laurea in medicina del suo figliolo, la madre che aveva faticato tanto per tirare su quattro figli, che ora sono tutti dottori.

Oggi le cose sono cambiate radicalmente. Chi viaggia in prima classe non permette nemmeno che al treno sia agganciata la seconda o la terza: vuole viaggiare solo con i suoi simili, con i meritevoli, gli eccellenti, i vincenti.“A me professò ‘sto discorso del merito mi fa rodere. La meritocrazia, la meritocrazia… ma che significa? E chi non merita? E noi altri che stamo indietro, noi che non je la famo, noi non contiamo niente?”. Questo mi dice Antonia e neanche mi guarda quando parla, guarda fuori, verso i palazzoni di questo quartiere di periferia, verso quei prati dove ancora le pecore pascolano tra gli acquedotti romani e il cemento. Qui la divina provvidenza del merito non passa, non illumina, non salva quasi nessuno.

Guardo la classe: Michela ha confessato che non può fare i disegni di moda perché a casa non ha un tavolo, nemmeno quello da pranzo. Mangia con la madre e la sorella seduta sul letto, con il vassoio sulle ginocchia, in una casa che è letteralmente un buco. Roberta invece mi racconta che stanotte hanno sparato in faccia al migliore amico del suo fidanzato, “era uno che se faceva grosso, che stava sulle palle a tanti, ma nun era n’animale cattivo, nun se lo meritava de morì così a ventidue anni”. Samantha invece trema perché stanno per buttarla fuori di casa, a lei e alla madre e ai due fratelli, lo sfratto ormai è esecutivo e i soldi per pagare l’affitto non ce li hanno, forse già stanotte li aspetta la macchina parcheggiata in uno slargo vicino casa, forse dovranno dormire lì, e lavarsi alla fontanella con gli zingari.

La miseria produce paura, aggressività, ignoranza, cinismo. In pochi hanno i libri di scuola, si va avanti a fotocopie, anche se ogni insegnante ha ricevuto solo centocinquanta fogli per tutto l’anno, “perché i tagli si fanno sentire anche sui cinque euro, la scuola non ha più un soldo”. In queste scuole di periferia le tragedie si accumulano come legna bagnata che non arde e non scalda, ma fuma e intossica. Tumori, disoccupazione, cirrosi epatica, aborti, droga, incidenti stradali, strozzini, divorzi, risse: tutto s’ammucchia orrendamente, tutto si mette di traverso e oscura il cielo. A ragazzi così segnati, così distratti dalla vita storta, oggi devo spiegare l’iperbole e la metonimia, Re Sole e Versailles, Foscolo e il Neoclassicismo. E loro già sanno che è tutto inutile, che i posti migliori sono già stati assegnati, e anche quelli meno buoni, e persino quelli in piedi. Hanno già nel sangue la polvere del mondo, il disincanto.

“E non ci venissero a parlà di eccellenza che je tiro appresso er banco. Tanto ormai s’è capito come funziona sto mondo: mica serve che lavorino trenta milioni de persone, ne abbastano tre, e un po’ di marocchini a pulì uffici e cessi. Il paese deve funzionà come n’azienda? E allora noi non serviamo, siamo solo un peso. Tre milioni de capoccioni, de gente che sa tutto e sa come mette le mani nei computer e nelle banche, e gli altri a spasso. Gli altri a rubà, a spaccià, in galera, ar camposanto, dentro una vita di merda”. Forse ha ragione questa ragazza, suo padre ha “un brutto male”, come direbbe il buongusto – “un cancro che lo spacca, professò”, dice lei – forse è vero che non dobbiamo fare della meritocrazia un ulteriore setaccio: l’oro passa e le pietre vengono buttate via.

I ricchi hanno capito al volo l’aria che tira, aria da Titanic, e hanno subito occupato le poche scialuppe di salvataggio: scuole straniere, master, stage, investimenti totali nello studio. L’élite non ha più tempo né voglia di ascoltare le pene della nazione, le voci dei bassifondi: ha intuito il tracollo della scuola pubblica e ha puntato sulle scuole di lusso. E così la scuola non è più il luogo del confronto, della convergenza, dell’appianamento delle differenze e della crescita collettiva. Non si sta più tutti insieme a istruirsi per un futuro migliore, a sognare insieme. Chi ha i soldi il futuro se lo compra, o comunque si prepara a “meritarselo”. Chi non ha niente annaspa nel niente e deve anche subire l’affronto dei discorsi sull’eccellenza.

Ormai il nostro paese è tornato ad essere ferocemente classista, ai poveri gli si butta un osso e un’emozione della De Filippi, li si lascia nell’abbrutimento e nell’ignoranza, mentre ai ricchi si aprono le belle strade che vanno lontano: lontano da qui, da questa nazione che inizia a puzzare come uno stagno d’acqua morta.

Marco Lodoli
Fonte: www.repubblica.it
9.02.2011

Pubblicato da Davide

  • Lucettina

    Aspro, spietato, doloroso ma amaramente REALE!
    “… l’oro passa e le pietre vengono buttate via… chi ha i soldi il futuro se lo compra”.
    Niente da aggiungere!

  • cavalea

    Che ne pensa Repubblica della globalizzazione, della perdita di ogni sovranità degli stati, della delocalizzazione di intere filiere di produzione alla spasmodica ricerca di profitti da realizzare attraverso l’impiego di disperati da pagare con qualche euro al giorno, della apertura indiscriminata delle frontiere a merci, capitali e poveracci provenienti dai 4 angoli del mondo da mettere in concorrenza con gli autoctoni?

  • IVANOE

    Caro Lodoli ma è sempre stato così in italia, ma quando mai c’è stata integrazione tra le classi sociali ?
    Forse voi siete troppo giovani ma vi rammento che fino alla fine degli anni 80 a Roma c’erano intere aree coperte di baracche dove ci viveva gente normalissima. E per ragazzi che andavano a scuola negli anni 70 e 80 e muniti di diploma era la stessa cosa di oggi.Prendevano il loro bel diploma e poi si trovavano a fare il facchino o il manovale e quei pochi figli della gleba che riuscivano ad inserirsi nel mondo del lavoro che conta erano sperzonalizzati impignoliti dal lavoro non più persona ma pupazzi compiacenti del borghese capitlaista padrone.
    Certo oggi c’è l’aggravante del grande fratello e della de filippi che aumenta il grado di ignoranza.
    Quindi nulla è cambiato le borgate di ieri sono quelle di oggi i figli di ieri partoriti da madri plebee ignoranti con mariti servi della gleba che le mettevano in cinta una due tre quattro volte perchè poi ci avrebbe pensato la “democratica società ” e la comunità a crescerli, sono semore gli stessi.Semmai come in passato i nostri poveri genitori e oggi noi continuiamo a mettere al mondo carne da cannone ed il nostro gesto intelligente per battere i campioni della meritocrazia del tipo vuoi vincere facille sarebbe che oggi pontificano dai loro attici e dai loro luoghi di lavoro iper protetti ed iper pagati, sarebbe quello di non far nascere più nessun disgraziato, sterlizzarci tutti quanti noi poveri cristi far finire questo bieco sfruttamento delle nascite di poveri.
    Perchè è sempre stato così e la famosa resistenza, la costituzione lo stato che deve favorire l’uguaglianza delle persone è solo una utopia, battuta dalla potenza degli americani che nel 1945 hanno attaccato un’alta stella alla loro bandiera e che la crisi da loro originata sta portando alla lenta messicanizzazione del nostro paese.
    I quartieri bene di roma sono nelle più belle zone i quartieri povere in perfieria o alta perfieria. E questo da sempre. Sarebbe sufficiente per un ragazzo povero o povero cristo che vuole imitare i suoi genitori nel seminare figli, guardare i palazzi e le strade quelle ci sono da sempre per capire che il suo destino è segnato ma ha la grande opportunità e soddisfazione di non farsi fregare mettendo al mondo altri poveri cristi che vanno a popolare i disgraziati quartieri di perfieria.
    Ma purtroppo l’italiano è quello che è .E’ ignorante è individualista, furbo perchè pensa che può fregare sempre il prossimo ed è quello che gl ivuole far credere la classe dominante, perchè appena si ritrova sulle spalle una famiglia e dei figli e magari 40 anni, si accorge che non arriva a fine mese, magari è malato ( perchè ci sono anche le malattie ) e s’incavola perchè non può dare ai figli quello che invece i genitori dei quartieri altolocati danno ai loro… e il film continua senza fine..
    Non prendete per pessimismo quello che ho detto ma guardandoci dentro bene è puro ottimismo per quei giovani poveri che devono ancora pianificare la vita : non fate figli, togliete l’acqua a questa masnada di opportunisti , egoisti e sfruttatori che parlano di meritocrazia di eccellenza ecc. ecc. Avrete il doppio vantaggio di non far vivere ad altr prsone il disagio di una condizione che non si meritano ed in più toglierete i rifornimenti alla cosidetta classe dominante.
    Che continuino ad asumere ed a far venire immigrati perchè qualcuno deve pur sostituire i nostri figli, ma vedrete che tra un paio di decenni quando anche i loro figli (gioco forza ) non avranno più i lineamenti somatici italiani, forse capiranno dove è arrivato e dove li ha portati il loro egoismo e la loro voracità.

  • Hamelin

    Bhà la lotta prevede un piu’ o meno equilibrio nei ruoli dei lottatori .
    Non c’è un soggetto attivo e uno passivo , come evidentemente viene anche ben descritto nell’articolo ,in cui i poveri subiscono le scelte e le “possibilità “del ricco a loro precluse .Un titolo piu’ azzeccato potrebbe essere : ” come la classe ricca si fa beffe della becera ignoranza e creduloneria altrui ” .

    Come disse il grande Onofrio Del Grillo :

    « Ah… Mi dispiace, ma io so’ io, e voi nun siete un cazzo! »

  • vic

    Guarda Lodoli,

    non pensare che in Finlandia la vita sia facile, tutto e’ difficile li’. Eppure a nessuno, specialmente a scuola, passano per la mente ragionamenti come quelli che descrivi in modo disincantato e crudo.
    Dove sta la differenza? Sta nella mentalita’, probabilmente. Tutti si sentono membri della stessa classe, grosso modo, lassu’ nel freddo e piatto nord.

    Ma dire “guardiamo a nord” in Italia e’ peggio che bestemmiare. Io se non so nuotare cerco di osservare bene chi nuota per copiarne i movimenti. Non serve a nulla che mi lamenti del fatto che non sto a galla. La mossa me la devo dare da me, ma devo anche avere un minimo di arguzia per osservare gli esempi utili e non quelli inutili.

    Non pensare che gli insegnanti finlandesi siano pagati chissa’ quanto. Sono semplicemente immersi in un humus culturale costruttivo. Cosi’ la scuola puo’ svolgere il suo dovere educativo e non diventa un vaso dove si coltiva la disillusione.

    Non pensare neanche che in Finlandia ci sia grande offerta di lavoro. No, non c’e’. Ma i giovani e le giovani sono generalmente ben attrezzati quando emigrano, magari per giocare ad hockey, a calcio oppure per lavorare in campo sanitario.

    Altri mondi possibili esistono, e sono assai decenti, basta osservarli ed individuarne le virtu’, per farle possibilmente proprie.

  • tres1219

    Mentre leggevo a fianco del mio non-figlio e in compagnia del mio non-mutuo mi immaginavo le scene di piazza che vedremo il 13: “MERITOCRAZIA, MADE IN ITALY, ECCELLENZA, DIRITTO AL LAVORO, DIGNITA’, GNE GNE GNE e BLA BLA BLA” – e mi son accorto avere un ghigno sul volto: dato che non sono masochista, sarò mica sadico? 😛

  • Skaff

    credo che “quelli di Repubblica” facciano ipocritamente finta che la globalizzazione offriva tante occasioni a noi occidentali, ma per colpa del B. si e’ perso il treno.

    Ovviamente il teorema regge solo se si fa finta che nel resto dell’occidente le cose vadano alla grande, e invece noi sappiamo che non e’ cosi.

  • tres1219

    Ti copio un estratto del post di IVANOE: “quei pochi figli della gleba che riuscivano ad inserirsi nel mondo del lavoro che conta erano sperzonalizzati impignoliti dal lavoro non più persona ma pupazzi compiacenti del borghese capitalista padrone

    Ecco la massima aspirazione della cosiddetta classe pro meritocrazia (mai termine è stato più distorto), mentre il figlio “sveglio” della plebaia sgobba 12 ore al giorno, buttando così via la vita per rientrare nel ceto medio, i figli di quelli che distribuiscono i meriti sono a fare snowkite in Colorado o windsurf in Australia, quando tornano, tutti abbronzati, puntano il dito e dicono: “tu, tu e tu, bravi cagnolini, vi siete comportati bene in mia assenza, eccovi l’ossetto!”.

    E sotto tutti scodinzolanti: “ARF ARF ARF!”

    Altri mondi sono possibili è vero, ma l’autosufficienza e l’indipendenza dovrebbero esserne i motori, con i “loro” metodi si rimane nel inevitabilmente nel cerchio.

  • MATITA

    Sarebbe interessante sapere da Scalfari e tirapiedi vari di Repubblica dove erano quando i vari Prodi,d’alema,scalfari ciampi amato……si vendevano l’italia e tutto il partimonio pubblico che dava servizi veri e ricerca creando lavoro per molti.
    Hanno cavalcato ,dalle pagine del loro quotidiano pagato con i nostri denari, il cavallo della iperliberalizzazuione,visto che il loro vero padrone questo voleva e vuole, con la scusa che il privato è piu efficiente e meno sprecone.Evidentemente non hanno mai lavorato,il privatro ai padronoi risulta migliore perche non si garantiscono stipendi , diritti dei lavoratori..si evade il fisco e si accumolano ricchezze personali sulle spalle dell’azienda…l’efficienza non esiste.Alla faccia delle iedeologie socialiste e popolari
    Ora perchè i loro padroni vogliono liberarsi del B. ipocritamente scrivono articoli di sinistra,sdolcinati verso la povera classe popolare oppressa…..ipocriti e doppiamente schifosi,senza vergogna e senza pudore
    Il guaio è che la gente è fessa,e se dovessimo ancora votare rivoterebbero ancora i soliti noti

  • vimana2

    Ma smettetela di mandare i figli a scuola PORCA TROIAAAAAAAAAAA!!!!
    Nn avete visto che la scuola ha rovinato le persone e la società?
    Questo sul piano educativo e sociale.

    Nn avete capito ancora che insegnare troppe cose, specie tra i 7 e i 14 anni, rovina la psiche e la creatività del bambino?
    PORCA TROIAAAAAAAAAAAAAAAA

    Fategli voi le elementari e medie a bambini, oppure mandeteli alla scuola steineriana se siete benestanti…..MA QUESTO DOVREBBE ESSERE IL PRIMO PASSO per fare una scuola diversa, tra amici, vicini di casa….

    Ma voi pensate ancora che le scuole tecniche o scientifiche possano servire?
    Cosa gli insegnano a scuola? La balle sull’unità di italia, le balle sull’ UOMO SCIMMIA, e l’altro dogma, l’olocausto…..LA SCIENZA UFFICIALE e quant’atra merda…..e alla sera? Bar discoteche, centri sociali, da raggiungere in auto e per parlare poi di ambientalismo……..MA VAAAAAAAAAAAAAAAAA

  • MATITA

    Purtroppo hai ragione,io ho un figlio di 12 anni e mi chiedo che cazzo ha imparato in questi anni,ed è uno dei più bravi……
    una marea di materie e materiuccie,saltando di pall’in frasca senza logica.
    giornate passate a fare disegni e a colorare ,esercitazioni assurde e inutili

    una vergogna e non riusciamo a ribellarci,il guaio è che ci hanno fatto il lavaggio del cervello

  • Rumble_Fish

    Lodoli parte dal peggior disagio delle periferie della più grande metropoli italiana e salta direttamente alla classe dei fantomatici “ricchi”, dimenticandosi di tutte le tonalità di grigio che corrono dal nero al bianco.
    Una riflessione costruita su estremi tanto distanti si sa bene quel che vale.

  • Affus

    Blà, blà, blà, blà

  • Affus

    quoto in toto !

  • mat612000

    Se la gente quando legge un articolo di giornale iniziasse semplicemente a chiedersi se gli risulta vero o falso invece di contare i peli del culo al giornalista, magari sarebbe un piccolo passo per uscire dalla palude in cui sistematicamente gli altrolochisti (il problema è sempre altrove) affossano ogni forma di critica.

  • maristaurru

    Ho 65 anni, studiavo nel dopoguerra, mediamente erano le persone che erano diverse. No che le scuole fossero ricche di perosnaggi frallocchi del Cuore di quell’ipocrita di de Amicis. Ma ho fato in tempo a godere dell’insegnamento, insieme a tanti altri, di insegnanti che .. insegnavano, che ci spingevano senza poetarci sopra, ad aiutare i compagni che avevano difficoltà. Portavamo il gembiule, tutti uguale: il figlio del grosso commerciante, il figlio del portiere o dell’operaio. Se c’era da raccoglier danari per aiutare qualcuno in difficoltà, in casi particolari, veniva la preside e restava anonimo il destinatario, se i nostri genitori erano al corrente, non ce lo dicevano. Nessuno nè ricco nè povero veniva promosso senza merito. le cose cambiarono quando arrivò la nuova generazione di insegnani, ignoranti, politicizzati sindacalizzati in modo sbagliato, dovevano sempre esser contro ed arrabbiati, in lotta col ministero sulla nostra pelle, i miei vecchi insegnanti, gente di valore , professionisti sei e veri, non erano così, e non erano tanto stanchi.. chi sa perchè d’improvviso furono tuttii stanchi, fiscali ed odiatori nati di chi non apparteneva al ceto politicamente corretto, fu imbarazzante: o si era ricchi e potenti secondo il loro metro, o si era figli di operai, il resto era gente da tener da parte, ma stavamo per diplomarci ed eravamo pronti a quello che stava per succedere, eravamo stati preparati. Mi ritengo fortunata. Ora un vicepreside viene arrestato perchè chiedeva tangenti sulle merendine, gli insegnanti sono sempre arrabbiati, stanchi. reggere 18 bambini stressa una maestra, debbono esere in tre, noi eravamo in 27 in 5 elementare , ognuno di noi aveva vicino un compagno da supportare, sapevamo leggere e scrivere , la matematica riuscirono a infilarla anche nella mia testa, anche se i bambini delle baracche appunto, avevano enormi difficoltà, ovviamente , ma studiare insieme era un gioco. I libri? noi portavamo dalle medie 1o 2 libri a testa per la biblioteca di classe,li scambiavamo ed imparavamo a non sciuparli. Oggi è drammatico vedere bambini che si guatano i vestiti uno con l’altro, che schifano i poveri o quelli che credono poveri, le mamme selezionano i compagni da frequentare in base alle cordate di appartenenza. Le gite: chi non vi partecipa è guardato male dagli insegnanti, per esempio e potrei continuare, sono gli Italiani che sono snaturati da quello che erano e andrà sempre peggio. Ma quando è cominciata e si è sviluppata questa peste, questo cancro della società, berlusconi non c’era, ci vorrà un po’ di fatica per addossargli anche la nostra cattiveria, la accidia, la superbia, la ignavia, le maestre che si fanno toccare il sedereo quelle che non stanno in classe 1 minuto in più per aiutare un bambino in difficoltà.

    Repubblica? Un covo di ipocriti che ora fanno i sensibili, loro , i nati col cucchiaio d’oro in bocca

  • Sokratico

    Così scriveva Pasolini agli studenti oltre quarant’anni fa:

    “(..)
    Così parlando,
    chiedete tutto a parole,
    mentre, coi fatti, chiedete solo ciò
    a cui avete diritto (da bravi figli borghesi):
    una serie di improrogabili riforme
    l’applicazione di nuovi metodi pedagogici
    e il rinnovamento di un organismo statale. I Bravi! Santi sentimenti!
    Che la buona stella della borghesia vi assista!”

    (qui tutta le poesia: http://damianorama.wordpress.com/2010/12/16/pasolini-agli-studenti-1968-2010/ )

    Che la scuola e l’Università siano classista, non l’ha visto solo chi non voleva vedere che tanto la scuola quanto l’Università sono funzionali ad un disegno di società ben preciso.


    Ivan Illich ha scritto, Michel Foucault ha scritto, Pasolini ha scritto….ma chi ha letto?
    E tra coloro che hanno letto, chi ha capito?

  • Kazonga

    E’ agghiacciante, ma Lodoli coglie nel segno. Ma vorrei aggiungere qualcosa: anche nei quartieri non degradati, nei quartieri e nelle scuole appannaggio della media e alta borghesia, le cose non vanno molto meglio. La scuola pubblica, anche in questi quartieri, è distrutta. Il livello degli insegnanti è mediocre. La gran massa degli studenti, anche se figlia di professionisti, professori, commercianti (gente che di tavoli e tavolini a casa ne ha diversi) non ha più alcun interesse per i corsi di studio ai quali è stata forzosamente iscritta. Frequenta, magari fa anche poche assenze, ma non partecipa, non è coinvolta, non propone, è amorfa, tende al sei, se va bene. Una terrible, diffusa, rassegnata, mediocrità. Un fallimento generazionale. Un’assoluta mancanza di prospettive, speranze, obiettivi, stimoli. Una tragedia per questi ragazzi, forse meno acuta di quella dei quartieri popolari e degradati, ma terribilmente triste lo stesso.

  • Rossa_primavera

    E quando mai la situazione e’ stata diversa in Italia?Davvero qualcuno
    puo’ pensare che uno studente di un liceo classico del centro di Milano
    o di Roma abbia mai avuto nella vita le stesse opportunita’ di uno
    che ad esempio ha fatto il perito in un’oscura scuola di provincia?
    I disagi sociali delle periferie e delle borgate di Roma descritti dall’articolista esistono da sempre,Pasolini li descriveva mirabilmente
    nei suoi film.Le diseguaglianze sociali ci sono sempre state e sempre ci
    saranno,chi dice il contrario o e’ ceco o e’ in malafede.Del resto si
    capisce dopo poche righe dove l’articolo vuole andare a parare:le
    ingiustizie sociali del nostro paese sono colpa del solito noto cui ormai
    vengono addossati tutti i mali italiani del dopoguerra,come se non fossero mai esistiti 50 anni di malgoverno democristiano,di furti socialisti e di criminale comèplicitia’ del pci-pd nello smantellamento
    dello stato sociale.

  • stefanodandrea

    La scuola italiana comincio a conoscerla poco, perché i miei genitori insegnanti sono andati in pensione da un pò di anni e io l’ho lasciata ventitre anni fa.
    Conosco però l’Università nella quale lavoro. Ora, in particolare, insegno soltanto in una università di provincia. Molte cose non vanno. Ma c’è un gruppo di studenti che mi dà gioia e di questi voglio dire.
    Sono studenti figli di stranieri. Nati in Italia o venuti in Italia da piccini.
    La ragazza dell’africa nera
    Quest’anno ha seguito il mio corso, sempre in prima fila, una studentessa dell’africa nera (non so da quale nazione provenga). Mentre spiegavo accennava continuamente un “si” con il capo. Sembrava conoscere tutti gli argomenti. La cosa mi appariva strana. Perché ho un mio ordine di esposizione, che non coincide né con l’ordine del codice civile (insegno diritto privato) né con le trattazioni sistemtiche seguite dai manuali. Eppure anche quando “saltavo” e trattavo un argomento generalmente collocato negli ultimi paragrafi dei manuali, la studentessa continuava ad assentire alla mia spiegazione, dicendomi “lo so; si è così” o bisbigliando la disciplina che stavo esponendo. La studentessa, per inciso, non ha mai saltato una lezione. Si è presentata pochi giorni faall’ultimo appello per assistere agli esami. Evidentemente non si sentiva preparata. In prima posizione, assentiva ogni volta che ponevo una domanda o davo una spiegazione. Ho cominciato a interrograla incuriosito e ho constatato che conosceva la materia con profondità inaudita, una profondità che può nascere soltanto da passione, dedizione, ammirazione, ambizione, rapimento, sacrificio. Eppure non si era presentata all’esame, perché evidentemente non si sentiva pronta: che umiltà meravigliosa!
    La rumena bellissima
    Un’altra studentessa che ha seguito il corso, sempre in prima fila e senza mai assentarsi, almeno da quando l’ho notata, è una ragazza rumena, venuta in Italia quando aveva pochi anni, di una bellezza che le escort del berlusca no le arrivano alle caviglie, anche se nei corridoi apparoiva spesso consumata dallo studio e se era sempre vestita umilmente ma con stile. MI ha scritto spesso delle email, mi ha chiesto spiegazioni negli orsari di ricevimento e nell’ultimo incontro mi ha stupito con domande e osservazioni che denotavano un notevole dominio della materia. Già so, prima di averla esaminata che è una studentessa bravissima. Si è diplomata nel 2006 in un istituto per il turismo. Ma poi, lavorando, anche in importanti albergi termali, “ho capito che per vivere dignitosamente dovevo studiare”. E allora si è iscritta nel 2010 nella facoltà di economia. Come si fa a non innamorarsi di questa studentessa?
    Lo slovacco che aspira alla seconda laurea
    Quest’anno ha seguito il corso anche uno studente slovacco. Che fosse slovacco l’ho scoperto soltanto in sede di esame. Non lo avevo notato per ragioni particolari durante il corso, nascosto com’era dietro gli studenti delle prime file, se non per la posizione della testa un pò storta, forse per mettere in parallelo gli occhi anch’essi storti. All’esame ha preso il voto di ventisette, che credo di aver dato soltanto un’altra volta negli ultimi due anni. Mi ha spiegato che è già laureato nel suo paese e che ha preferito svolgere un piccolo lavoro, “anziché iniziare la carriera” (anziché è un termine che gli studenti italiani non usano più) per poter conseguire una laurea in Italia.
    Questi tre studenti, che ammiro – le studentesse posso dire sinceramente che le amo e mi inorgoglisco a credere che esse amino me – sono la mia gioia, sono l’orgoglio delle loro nazioni (dell’Italia le studentesse e della slovacchia lo studente) e sono dei fulgidi esempi dinanzi ai quali i baluba citati da lodoli dovrebbero inchinarsi.
    Per finire due insegnamenti comunisti e marxisti:
    Il comandante Che Guevara scriveva alle figlie che “i comunisti devono essere i primi nello studio e nel cameratismo”;
    Antonio Labvrilola, interrogato su che cosa avrebbe fatto se avesse avuto a disposizione un papua, rispondeva “per prima cosa lo farei schiavo”. Ora, se la frase può apparire e anzi è imperialistica per il papua (appartiene a un altro popolo e quindi lasciamo che vivano come vogliono), non lo sarebbe per i baluba citati da Lodoli.
    Viva il comunismo. Abbasso la falsa liberà. Viva la vera libertà

  • Beverast

    E’ ipocrita (o ignorante) ignorare (appunto) che gli insegnanti di oggi non hanno libertà nè potere che avevano quelli di un tempo.
    L’insegnate di oggi è sotto costante scacco degli alunni, ed in tali condizioni credo che chiunque si stancherebbe. Parlo perchè conosco la realtà da vicino pur non essendo io un insegnante.
    Parlare di insegnanti che si lasciano toccare il culo (chissà quanti insegnanti se li sono portati a letto i ragazzi ai suoi tempi, mica c’era il cellualre) laddove se osi alzare un dito su un alunno o se minacci provvedimenti disciplinari ti ritrovi dei genitori come bulldog addosso che minacciano denunce e non solo lo trovo ipocrita.
    Trovo ipocrita dare addosso agli insegnanti di oggi che si ritrovano in una realtà scolastica in cui i presidi difendono, fanno promuovere, chiedono di semplificare i programmi e tenere alti i voti agli alunni per non perdere iscritti.
    E’ ipocrita chiedere continuamente (e fare paragoni fuori dal tempo e fuori contesto) a degli insegnanti che sono precarizzati al massimo, pagati come inservienti da banco e senza nessuna tutela. Ma che volete degli eroi?

    Alla faccia dei suoi 65 anni signora, gli insegnati di oggi non sono solo i suoi 68ttini, ma anche giovani che si sono fatti un mazzo così alla SSIS, per trovare uno svilimento istituzionale deprimente, una scuola adeguata a maria de filippi.

  • Beverast

    non poteva uscire altro da uno di destraradicale.

    Se avete fame ho delle banane

  • stefanodandrea

    Questa è la scuola voluta da Benedetto Vertecchi e da Luigi Berlinguer, losche figure che hanno fatto all’Italia seimilamiliardi di volte più male che Berlusconi. La scuola di prima aveva dei difetti, poteva essere migliorata; ma nell’impianto era una cosa seria. Comunque non disperare e magari fai conoscere a tuo figlio i tre esempi che cito nel commento che ho postato più sotto.

  • misunderestimated

    Si, come no, il finale poi… Viva Popoff, abbasso Marconi!
    Un bella ammucchiata di precari con una insipida laureetta triennale, è questa la soluzione? O premiare veramente la voglia di fare in tutti i campi?
    Intanto nella giungla boliviana a crepare per la “revolucion” c’era il medico Ernesto de la Serna, mica le studentesse aspiranti alla tanto deprecata classe borghese…

  • stefanodandrea

    Lungi da me sostenere che la scuola e l’università funzionano. So bene che sono state distrutte dal centrosinistra (principalmente) e dal centrodestra.
    Però oltre alla scuola, alle strutture, alla organizzazione e ai docenti (il cui livello è sempre più basso, sia chiaro), ci sono gli studenti. E di questi ho voluto parlare, per dire che oltre ai baluba citati da Marco Lodoli, che esistono e sono la maggioranza, c’è ancora chi studia, chi fa il suo dovere, chi sviluppa la capacità di studiare-lavorare impegnarsi-sacrificarsi per quindici ore al giorno negli ultimi quindici giorni di esame. Se per te questo è un dato negativo e preferisci i baluba, non siamo d’accordo. Se per te è un dato positivo e preferisci quegli studenti ai baluba, siamo d’accordo.
    Molte volte ci interroghiamo su come dovrebbe essere la scuola e come dovrebbero essere i docenti. Dobbiamo anche interrogarci su come devono essere i discenti. Questo era il tema che volevo introdurre. Il Che diceva che si doveva – si doveva – essere i primi neglli studi. E Labriola che un papua si doveva ridurre (lui lo avrebbe ridotto) a schiavo. C’è un alternativa, che è quella chge stiamo perseguendo: lasciamo che resti papua. Quei giovani di Marco Lodoli esprimevano giudizi, mentre dovrebbero essere oggetto di giudizi. Quei giovani non credevano che esistessero soluzioni. Ma non avvertivano che il problema sono loro. Come facciamo a diventare quello che non siamo? Noon siamo bene. Non siamo bravi. Non ci va di impegnarci. Non siamo idealisti. Non vogliamo sacrificarci per un ideale, per le future generazioni. Insomma siamo delle merde. Come ,lo risolviamo questo problema?

  • tres1219

    Come lo risolviamo?

    So per certo che “primeggiare” e fare il proprio dovere, come dici tu, mentre per la becera massa è cosa buona e giusta, nella pratica si traduce in un servilismo eccellente che fa ingrassare le tasche di questo o quel padrone, se non addirittura peggio, si diventa padroni.

    Non riesco a capire come eccellere possa portare giovamenti quando il frutto di questa capacità può essere messo solo al servizio del neoliberismo.

    Se si denigra il “padrone” ma si insegue i suoi metodi e le sue proposte, il frutto del proprio operato dove credi che vada a finire o come si realizzi ?

    Ahhh questa voglia insana di spiccare come è entrata bene nelle varie testolina, si vede che hanno studiato, si si …

  • MartinV

    La scuola pubblica è (stata) uno strumento capace da un lato di permettere il mescolamento dei giovani che vengono da strati sociali diversi, dall’altro di elevare il livello culturale e sociale degli studenti. Tale mescolamento non dà sempre buoni frutti, ma è a mio parere sempre meglio della ghettizzazione o segregazione sociale della gioventù.

    La distruzione della scuola pubblica, iniziata decenni addietro, è coerente con un modello sociale che vuole limitare il mescolamento sociale. Il fine è ovviamente la trasmissione dell’appartenenza alla casta dei privilegiati ai propri discendenti. Infatti 1) meno persone preparate vuol dire meno concorrenti per i propri figli che hanno frequentato scuole private; 2) persone meno preparate sono meno capaci di colmare il vantaggio in possibilità economiche di cui gli appartenenti alla casta godono.

    La scuola è uno strumento. Può far emergere gente che ambisce a diventare una rotella del sistema economico vigente, ma pure dare i mezzi di crescita personale a chi di quel sistema potrebbe diventare critico. Avere una coscienza critica è utile anche ad un operaio o a un dipendente precario.

    La distruzione della scuola pubblica è operata sia a livello politico, riducendo il supporto finanziario per il suo sviluppo, che a livello culturale, squalificando l’istituzione e i suoi dipendenti.

    L’aspetto finanziario è evidente. Per quello culturale basta paragonare la scuola di qualche decennio orsono con quella odierna. I miei genitori appartenevano ancora alla generazione che dal professore si presentava col cappello in mano e che prendeva le sue parole per verbo sacro. L’esperienza che mi viene raccontata dagli attuali insegnanti è di tutt’altro segno. Essi sono considerati più o meno come impiegati di uno sportello pubblico da cui gli utenti pretendono un servizio secondo il loro desiderio. Insomma, se uno studente non si applica abbastanza per conseguire buoni risultati oggi la colpa viene data all’insegnante, non allo studente. Il che ovviamente non spinge lo studente a migliorarsi, anzi lo giustifica nella mediocrità del suo impegno.

    La conseguenza di questa squalificazione è l’abbassamento della motivazione dei docenti e della loro qualità.

  • Earth

    Perche’, non e’ cosi’? Scusa tanto ma se l’italia fosse come la germania o francia in questo momento non mi farebbe schifo.

  • Simulacres

    Sottoscrivo tutto.

  • maristaurru

    Gli insegnanti dei miei tempi non avevano nessun potere. All’inizio dell’anno, dal ginnasio, ci facevano sapere cosa PRECISAMENTE il Ministero pretendeva venisse insegnato e come durante l’anno. Dopo che l’insegnante gestiva con noi il programma, compresi i giorni in cui allentare la tensione o il numero ed il peso delle versioni. Partecipavamo certo più e meglio dei ragazzotti maleducati di oggi. I maleducati sono sempre esistiti, ma la scuola aveva anche il dovere di “scolarizzare” i bambini dai prmissimi anni e di fare crescere i genitori maleducati o immaturi , che non sono mai mancati, insieme ai figli. Certo che non si può inseggnare quello che non si sa. Questa è la verità, la novità che ho visto affermarsi seguendo i miei figli .

    Vero è che i Presidi avevano il potere e la CAPACITA’ di dirimere le questioni che sorgevano anche allora con i genitori. C’era il rispetto per insegnanti che sapevano farsi rispettare, e ci si fa rispettare non urlando , o mettendosi alla pari con i ragazzini o cercando di manipolarli.

    Precari: vede mio figlio avrebbe potuto essere uno di questi se avesse seguito i consigli imbecilli di molti insegnanti. Non lo ha fatto e lavora come un pazzo anche 12 ore al giorno, guadagnando ugualmente poco, pagando molto, ma padrone di se stesso quel tanto che questo stato permette, visto che si debbono pagare migliaia di precari che a mio modo di vedere, potevano fare un altro lavoro. Si sapeva da decenni che gli insegnanti sono troppi e che ci sono insegnanti che occupano due o tre cattedre anche se nessuno li ha mai visti e nessuno parla: nienti sacciu! tanto i cittadini pagano per tre e ottengono uno..ora il giocattolo si è rotto, i danè dicono che son finiti e noi siamo sfiniti a furia di pagare , pagare.. mentre c’è tanto da lavorare, ma non lo si fa, si fa il precario. I precari di oggi non mi fanno pena, si sa che non c’è posto e si spera di forzare la mano e di farsi assumere, paga lo Stato, cioè noi. Son pagati poco? E allora perchè non fanno altro? O che sono obbligati a succhiare dalle mammelle dello Stato? O che è troppo faticoso lavorare in tre giorni quello che loro lavorano in una settimana, non avere ferie se non tre o 4 giorni di ferragosto se tutto va bene e guadagnare tre lire? Si è faticoso, e allora si fa una altra libera scelta, si cerca di addossare il costo dello stipendio allo Stato, sperando in un posto sicuro e con pensione, però dopo non si rompono le scatole atteggiandosi da martiri. Una scelta , i precari di oggi nella scuola , scelgono sapendo cosa fanno. Precari sono tanti, tutti, ma pare ci siano solo quelli della scuola. Hanno rotto .

  • maristaurru

    Si credo che in un certo senso tu abbia ragione, anche ai miei figli ggli insegnati dicevano che avrebbero potuto essere “i primi” e non lo facevano ed io ero una cattiva madre perchè non li costringevo. Ma noi preferivamo che i figli facessero il loro dovere, studiando con interesse e senso critico, mantenendosi , se possibile, uno spazio per coltivare i propri interessi. E’ stato utile, non sono mai restati senza lavoro, sapevano e sanno fare molte cose. Di questi tempi una mano santa, specie per chi non può e non vuole attaccarsi a nessun carro, faticoso si, ma ti fa sentire vivo in questo mondo di morti viventi e di giovani spenti

  • maristaurru

    Teniamo presente che i giovani virgulti della sinistra studiano per lo più in scuole esclusive, costose e sciccose, spesso religiose. Poi i genitori si esibiscono in discorsetti tipo quelli di Repubblica , o peggio, senza credibilità. Sono i peggiori nemici di un popolo che non conoscono, distaccati come sono dalla realtà di chi paga le tasse, loro che sono dalla parte di chi LE RICEVE ,che cacchio ne sanno di cosa significa campare oggi nella società che ci hanno preparato?

  • stefanodandrea

    Non si tratta di “primeggiare”, si tratta di studiare molto, con passione, con interesse, superando gli ostacoli burocratici, facendo più sacrifici del necessario per l’ingiustizia del sistema, voler capire e poi ancora capire, cercare di rendersi liberi (come osserva Mariastarru nel commento che segue). Quell’essere i primi negli studi non può essere interpretato negativamente, se non altro per l’autore delle parole citate. D’alra parte non tutti possono essere i primi e l’importante è sforzarsi di essere bravi (fai quel che devi avvenga quel che può)
    Non è sempre vero che si finisca per ingrassare le tasche di un padrone. Si può diventare lliberi professionisti, dirigenti della Pubblica amministrazone che se vogliono hanno una loro autonomia e in qualche misura possono frenare o limitare i condizionamenti.
    Inseguire i metodi e le proposte del padrone? Se imitare i metidi significa lavorare e lavorare duro non ci vedo niente di sbaglliato. Quando hai conquistato la libertà sei libero. Uno può continuare quel lavoro duro per tutta la vita o lavorare ai suoi obiettivi serenamente, libero da padroni.
    Tu hai visto in quei ragazzi umili una “voglia insana di spiccare”. Può darsi che io mi sia espresso male o in maniera ambigua. Io ho visto la voglia di sapere, di migiorarsi, di impegnarsi, di far felici i genitori, di rendere fieri questi ulltimi e di gratificarli per i sacrifici fatti.
    TUTTI dovrebbero essere così. Poi alcuni si dedicano al bene e altri al male. Tu a tuo figlio chi additeresti ad esempio o comunque chi indicheresti come esempio da non seguire i baluba di Marco Lodoli o quegli studenti di origine straniera? Gli stranieri li volete in italia solo per fare i lavori di merda? Non riuscite nemmeno più ad ammirare la loro voglia di trarsi fuori dalla merda?

  • Earth

    Concordo, e mi soffermo su questo:

    “Il guaio è che la gente è fessa,e se dovessimo ancora votare rivoterebbero ancora i soliti noti”

    Giusto, ma chi votare allora? Infine, non possiamo manco piu’ sceglierlo noi il candidato da votare, ma lo fanno direttamente i segretari di partito…

  • Earth

    Si si, questi studiano, si laureano, poi cosa voteranno? Ho sprecato tempo per leggere di sta gente che studia per farsi i soldi, guarda che molta gente forse non lo fa a scuola, ma lo fa altrove e il motivo bene o male e’ sempre quello. Quindi la prossima volta parla di cose serie, che possano interessarci nel collettivo.

    PS: Hai usato a sproposito il vocabolo umilta’, quella ragazza da come hai raccontato appare insicura e quindi in questo caso perdere del tempo e non cogliere quella occasione la rende ai miei occhi stupida.
    PPS: ma perche’ le escort del berlusca sono belle?

  • misunderestimated

    Sai che ti dico? Che studino pure, con le loro laureette, e si sistemino in banca e nelle municipalizzate, almeno quando verrà il momento di affilare i coltelli sarà VERA LOTTA DI CLASSE, tra VERI LAVORATORI e piccolo borghesi, e sarà scongiurata la guerra tra i poveracci del settore privato e i tirapiedi del pubblico. AD MAIORA!

  • Beverast

    Lei ha espresso un ammasso raffazzonato di pressapochismo sulla scuola.
    Alla faccia della mammella: è lo stato che decide quanti insegnanti FORMARE, cioè quanti posti rendere disponibili per essere ammessi alla SSIS, tant’è che ad oggi è chiusa. Quindi secondo lei uno dopo essersi fatto un culo così non ha nemmeno diritto a ciò per cui ha FATICATO? Con questo credo di averle chiuso la bocca al riguardo. Quel che si è tagliato lo si è fatto sulla pelle della gente.
    Chissà come mai in germania non sono troppi ma qui si, forse che la qualità è lievemente diversa? La verità è che per mantenere vizi e sprechi di questo stato si sta mandando a rotoli anche quel poco di buono che c’era.
    Ora se il punto è quello di aprire gli occhi sui problemi interni ad ogni categoria, ci sto, ma se la soluzione è sparare sul corpo insegnanti perchè suo figlio si fa un culo così: bravo, ma anche no! E’ grazie a quelli così che anche tutti gli altri sono costretti a scendere a patti e compromessi e vendere la vita al lavoro, non poter vivere una vita decente che non sia votata al massacro da lavoro per un tozzo di pane, sempre per riempire le solite tasche, invece di andare a risolvere i problemi dove di dovere…e sappiamo dove. I soldi ci sono e ci sono sempre stati, tutto sta a come vengono impiegati.
    Poi mi deve anche spiegare dove trovare un lavoro con un contratto che non sia precario oggi, perchè se ce n’è per 2-3 su dieci tra i quali suo figlio, non vuol dire che ce ne sia per tutti e sia solo una questione di sbattersi! Che facciamo tutti in proprio a vendere bagigi al resto del mondo che non ha più nulla da spendere? ma per piacere.
    Questi sono i soliti discorsi dello sfigato che gira come una trottola dalla mattina alla sera e che gli è andata bene!!! E dico sfigato sì, perchè una vita così è una vita buttata al cesso, nella mia umilissima opinione (sa com’è, credo che la qualità della vita sia cosa sacra).
    Ah, in tutto questo, io sono tra i fortunati ad avere un contratto di lavoro subordinato indeterminato, dove son trattato bene e nessuno mi rompe i coglioni, e guadagno poco come tutti rispetto al costo della vita, e mi girano le palle lo stesso, perchè ci possiamo pulire il culo con questi stipendi, e non mi sogno neanche dopo morto di cercare di fare altro, perchè la vita la voglio VIVERE, e non regalarla al profitto altrui.

    P.S.
    Nei primi ’80 la mia insegnante delle elemetari ancora bacchettava col bambù sulle mani ai BAMBINI… vogliamo vedere cosa succede se ci prova qualcuno ora? E poi non avevano “potere” o libertà di azione sugli scolari? Ma mi faccia la cortesia.

  • tres1219

    Lavorare/studiare per “diventare”, io l’ho sempre vista come una schiavitù inventata da chi i meriti li elargisce.

    Quelli che dispensano meritocrazia “sono”, non “diventano” e se una persona per ottenere una briciola più grande deve/vuole spaccarsi in quattro per me è caduto nel tranello e oramai è cieco da un bel pezzo.

    L’errore di base secondo me è visualizzare la meritocrazia come una miniera alla quale chiunque può attingere, io invece la vedo un qualcosa in mano a pochi, essi la dispensano e la fettano in tanti contentini e chi ha reso di più si prende la fettina leggermente più grande.

    La cosa più saggia come ha scritto qualcuno sotto è non foraggiare questo metodo e non adoperarsi per un qualcosa da cui non se ne esce ma casomai ci si accontenta.

    Detto questo concordo sul fatto che conquistata la libertà sei libero, la definizione intende proprio questo, ma sono curioso di sapere come puoi conquistare la libertà sgobbando tutto il giorno per cose che non ti riguardano e che forzatamente ti sei fatto piacere, ripeto, ingrassando contemporaneamente le tasche del bandito di turno.

    Non si riesce proprio ad immaginare un sistema diverso vero ?
    E non intendo un sistema pratico diverso ma almeno uno concettualmente diverso dove non si vive seguendo le regole di altri.

    Mandiamo i figli a ingegneria così se eccellono magari vanno a lavorare all’ENI, mandiamoli a giurisprudenza così se eccellono vanno a difendere il loro B. paesano, di non mandarceli invece viene in mente a pochi, tutti che hanno paura di perdere un tram inventato e costruito da altri.

  • misunderestimated

    “Mandiamo i figli a ingegneria così se eccellono magari vanno a lavorare all’ENI, mandiamoli a giurisprudenza così se eccellono vanno a difendere il loro B. paesano, di non mandarceli invece viene in mente a pochi, tutti che hanno paura di perdere un tram inventato e costruito da altri.” Appunto, come aveva più volte sottolineato Pasolini, oggi (e lo diceva negli anni ’70) i poveracci o baluba (a proposito, a quando un bel lager per sterminarli, magari…) rinnegano le proprie origini proletarie e contadine, che conservavano comunque la loro dignità nei calli delle loro mani, per abbracciare il luccicante miraggio piccolo borghese. E’ un po’ trasversale come fenomeno di costume, spazia dalle aule scolastiche ai cessi dei night club, soprattutto al Nord è praticamente impossibile stabilire il ceto di appartenenza della gente, tutta griffata, o tutta alternativa, ma in tutti e due i casi mummificata in pose, linguaggi e sguardi penosamente impostati e modulati secondo le logiche della pnl, tipico di un’economia che non produce ma frusta il giacchincravattato a vendere, e a vendersi.

  • stefanodandrea

    Sono fondamentalmente d’accordo.
    Ho il sospetto che i baluba di Lodoli assomiglino proprio ai tipi che hai descritto. Gli studenti di cui ho parlato no. Sono tutta un’altra pasta.
    Lager no. Ma una scuola statale, spartana e severa si.

  • stefanodandrea

    Scusa Tres 1219, mica tutti studiano per avere denaro. O per avere più denaro possibile. Alcuni studiano per passione (io ero tra questi e negli ultimi dieci anni ho rifiutato tutte le occasioni per guadagnare di più e chi sa molto ma molto di più). Altri perché la vedono come una strada per raggiungere una certa autonomia o una certa sicurezza. Altri perché pensano che, in linea di principio, si tratti di un completamento della propria personalità. Per le medesime ragioni si può desiderare di essere un ottimo idraulico, un imbianchino artista del mestiere, ecc. Io non vedo come tutto ciò possa essere condannato.

    Poi ci sono quelli che studiano per soldi. Questi ultimi, tranne una piccola percentuale sono ingenui (salvo che abbiano studi professionali da ereditare o cese del genere. Ma stanno fuori del nostro discorso, perché sia i baluba di Lodoli che i miei studenti modello sono figli di gente normale – invero per il cecoslovacco non lo so). Oggi, in linea di principio la scuola non dà ricchezza (salvo, appunto, che ad una percentuale molto piccola di persone.

    Infine ci sono quelli che frequentano scuola e università per cazzeggiare, per fare contenti i genitori, per ambizione piccolo borghese, per mantenere lo status di famiglia, per avere un titolo e perdono molti anni e non si laureano o si laureano con pochissime conoscenze e meno passione delle conoscenze. Vogliamo ammirare questi ultimi? Io francamente li metto al di sotto di quelli che studiano per i soldi, dei quali non ho alcuna stima, anche perché se non appartengono alla piccola minoranza dei bravissimi e determinatissimi o dei figli di papà, non sanno quel che fanno.

    Per me, rispetto alla seconda e alla terza vcategoria sono meglio, molto meglio quelli che non studiano. Sempre che abbiano lati positivi e si imepegnino in qualche cosa e partecipino alla vita collettiva (altrimenti njon li farei camminare sull’asfalto pubblico, non gli darei la carta di identità, non li ammetterei al ricorso alla giustizia e così via.

    Io sono sempre per il motto comunista: chi non lavora non mangerà! (i post comunisti, che invero sono diventati anticomunisti, sono invece per il reddito di cittadinanza!). Tra i lavori ci sono anche i lavori intellettuali. Lavorare, imparare un sapere e un mestiere sono i migliori modi per conquistare un giorno la libertà. Il sistema può e deve essere migliorato, ma credo che la regola troverebbe ancora applicazione. Non so immaginare un mondo in cui le persone nascano libere e abbiano la libertà fin da principio. Qualche costo dovrà pure averlo la libertà. Altrimenti non varrebbe niente.

  • ottavino

    Tutto iniziò quando i contadini vennero allontanati dalle loro terre e venne distrutta la cultura popolare, e vennero promossi in società “quelli che avevano studiato”……l’inizio della fine….

  • tres1219

    A me questo discorso non porta affatto.

    Vedo un qualcosa di malato e innaturale nel voler eccellere, che poi siano i soldi o lo status sociale o altro l’aspirazione, a me cambia poco, la malattia la vedo nel fatto di voler surclassare altri, in pratica il poveraccio serve come parametro di riferimento.

    Noto però che viviamo e ragioniamo secondo logiche distanti anni luce, tu accetti il fatto che sia normale nascere prigioniero e si debba impiegare mezza vita a ritagliarsi uno spazietto maggiore, io tendo invece a sottrarre e non ad addizionare per lo stesso scopo.

    Mi rattrista l’ultima tua frase “Qualche costo dovrà pure averlo la libertà. Altrimenti non varrebbe niente.” sembra che la libertà valga in relazione al sacrificio fatto, io la vedo diversamente, invece di “lavorare” per allungare la catena tendo a spezzarla, visualizzando la libertà nella scelta e quindi anche nel rifiuto che non invece nelle varie opzioncine che altri mi propinano.

    Un pò come dire: “tu Stefano sei libero di scegliere tra la A e la B o anche la C, ma non ti è permesso di creare/immaginare altro al di fuori di quello che Io ti propongo, forza sei libero di scegliere!” 🙂

  • stefanodandrea

    Indubbiamente c’è una diversità della impostazione di fondo, che poi condiziona i corollari.
    Io ho una concezione strumentale della libertà. E’ un concetto che ancora non mi è chiaro e che in questo momento avverto così. Sul punto non ho scritto nulla. Ma forse questa concezione si può evincere da un articolo al quale tengo molto e che mi permetto di segnalarti: “La vita come missione: contro il diritto alla felicità e contro ogni indice di misurazione della medesima”: http://www.appelloalpopolo.it/?p=2525
    Il concetto di libertà mi sembra un pò simile a quello di felicità. Nascere liberi, nel significato che tu dai alla libertà, significherebbe avere delle rendite sotto il profilo economico. Ora, mi sembra impossibile che tutti abbiano rendite. E anzi mi sembra doveroso combattere le rendite che esistono. Senza rendite siamo obbligati a darci da fare. Poi, per fortuna, siamo liberi di accontentarci. Ma oltre al profilo economico, la libertà implica doveri nei confronti dei figli, della compagna o del compagno, dei genitori, degli amici, dei discenti (se sei un docente), dei clienti (se sei un professionista) del lavoratore (se sei un imprenditore) del datore di lavoro (se sei un lavoratore subordinato), di noi stessi e della nostra crescita spirituale, come noi la intendiamo, dei vicini di casa, dei concittadini.
    La libertà consiste essenzialmente e in gran parte (non totalmente, per fortuna) nella possibilità di adempiere i mille doveri che abbiamo o meglio che avvertiamo di avere. Per me questo è un fatto poco discutibile. Si può discutere soltanto sul numero e sul contenuto dei doveri che sentiamo di adempiere. E ho l’impressione che chi la pensa diversamente non abbia riflettuto a fondo su alcuni concetti e dati di fatto. Ti invito, perciò, a leggere l’articolo segnalato e magari anche i commenti, nei quali ho discusso con Tonguessy. La lettura, se non ti farà sorgere dubbi sulla tua concezione, che effettivamente appare differente, quantomeno rafforzerà quest’ultima, visto che dovrai superare alcune obiezioni. Magari questa piacevole conversazione potremmo concluderla con due commenti al mio articolo. In attesa ti saluto.

  • tres1219

    Ho letto l’articolo, te lo ripeto stiamo anni luce distanti, non credo potremmo mai capirci anche usando le stesse parole.

    Innanzitutto parti dal concetto di trovare una soluzione per far rimanere tutto come è ora ma con un funzionamento migliore, io credo che è tutto da distruggere e che non c’è una legge universale per cui dobbiamo vivere aggregati in agglomerati urbani e in 7 miliardi sul pianeta tutti con le stesse concezioni su ogni cosa e intendo anche il senso di giustizia relativo al possibile diverso senso del crimine.

    Parti dal presupposto che la vita è una missione, ma missione verso cosa e dettata da chi ? Io non vedo nessuna missione.

    Parti dal presupposto che una volta generato qualcosa (un figlio, un matrimonio, un patto ecc…) si ha il dovere di adempiere al suo funzionamento anche con sacrificio, io invece credo che appena le condizioni per cui si è iniziato qualcosa vengono meno si ha il dovere di mandare a quel paese questo qualcosa dato che lo si porterebbe avanti con diversi intenti, principi e spesso solo per non considerare che si è sbagliato tutti negli anni precedenti si continua a testa bassa.

    Forse si, io tendo alla felicità, ma per il mio concetto di felicità non serve nessuna addizione, ripeto serve solo sottrarre, indi per cui non cercherò, ruberò, schiavizzerò nessuno per raggiungerla, semmai dovrò scrollarmi di dosso quelli che invece obbligano me a stare sui binari della loro idea di libertà, perchè se per la mia non servono appalti, per quella comune e odierna serve la condivisione e spesso l’assoggettazione di tutti.

  • caterinazanivan

    Marco Lodoli,

    Mangiammo insieme un giorno a Roma, c’erano altre persone. Parlasti delle stesse cose di cui parli oggi. Compresi nell’ascoltarti come insegnare in una scuola di borgata e scrivere su Repubblica fecesse tanto intelletuale di sinsitra. E lo fa anche oggi.
    Solo che allora pensavo che quel tuo raccontare le storie di giovani esclusi dal mondo avesse un utilita’ sociale. Pensavo servisse a rendere coscienti di una situazione e a poterla cambiare.
    Ora non lo penso piu’. Penso che questi tuoi scritti non servano a nulla, se non ad alimentare il tuo essere, di qualsiasi natura esso sia.
    A che serve che tu insegni in quella scuola? Tu stesso ammetti che non serve a nulla. Allora perche’ per primo non porti l’esempio dando la possibilita’ ai tuoi allievi di seguire il maestro?

    -Potresti smettere di insegnare, perche’ non serve. Non serve a nulla in quel contesto. Ne sei consapevole. Cosi’ come non serve che i tuoi allievi passino le loro giornate richiusi tra quelle mura.
    Insegnagli che possono fare d’altro. Che la vita non e’ obbligatoriamente passare per la scuola. Gli hanno insegnato questo e tu con il tuo esempio di giornate spese a creare il nulla, ad alimentare la noia e a distruggere l’autostima gli stai confermando che questa e’ vita. Che non vi e’ altra strada.

    -I soldi necessari per far funzionare quella struttura scolastica potrebbero certo essere investiti in modo migliore. Si potrebbe dare la possibilita’ a quei giovani di entrare nel mondo del lavoro, finanziando lavoro socialmente utile. Si sentirebbero utili anche loro. Perche’ tutti hanno bisogno di sentirsi accettati e parte di un qualche cosa in cui gli e’ dato avere uno spazio.

    -L’amalgamento tra le classi c’e forse stato, ma mai tra tutte le classi. I piccolo borghesi, figli dei piccoli commercianti, si mescolavano una volta con i figli degli operai e manovali, ma oltre a questo non si e’ mai andati.

    -La scuola e’ morta. E’ inutile illudersi. Non ne hanno colpa gli studenti. Nemmeno un po’. Una volta vi si insegnava veramente perche’ vi era bisogno di individui che sapessero leggere e scrivere.
    (Arrivati in quinta elementare, numerosa e multiclasse si sapeva calcolare per scopi pratici cosi’ come non lo si sa fare ora al termine delle superiori.)
    Ora la scuola serve solo a trasformare esseri pensanti in consumatori mai appagati.
    Non saranno mai i finanziamenti alla scuola, non i lauti stipendi che gli insegnanti sognano, non risme di carta a disposizione che ne permetteranno la rinascita.

    -Bisogna ricominciare proprio da quel modo naturale di trasmissione del sapere che avveniva nelle piccole comunita’, ancora nel mondo contadino. Quando ancora non era stata attuata quella divisione tra le persone, quella che ha creato i “vuoti” che il mercato riempie. Quando ancora si imparavano cose utili nel e per il vivere di ogni giorno. Da li, da quel vero vivere, senza piu’ essere rinchiusi nei luoghi inventati come luoghi per apprendere, ci si potra’ poi avviare verso uno studio ed una conoscenza. Senza imposizioni, senza obblighi di dover imparare quello che non si vuole, quello che non si ama, quello che si pensa non servira’ mai.

    E poi, da osservatori attenti del mondo che ci circonda non possiamo che ammettere il fallimento della nostra societa’. Ed ammettere che oggi i figli dei ricchi, quelli che frequentano le scuole migliori, soffrono della stessa sofferenza dei figli dei poveri. Anche loro, pur sapendo di poter contare per ogni caduta su di un paracadute d’oro, si sentono esclusi dal mondo. Si sento inutili della stessa inutilita’, cercano rifugio negli stessi rifugi.
    Non possiamo fermarci a quella che era la lotta di classe. Si e’ tutti ammalati chi tra la seta e chi tra l’immondizia, tutti figli ammalati di questo mondo malato. E’ vero. E’ piu’ facile vivere nel lusso, ma non significa che quello sia un bel vivere. Perche’ fomentare l’odio tra ricchi e poveri? A quale scopo se non per distogliere lo sguardo dalla causa del nostro vero male e per alzare una voce in piu’ a difesa del padrone denaro che rende i piu’ schiavi senza catene al consumismo.

    Non vi sono scuole in cui i giovani imparino per imparare. Non ve n’e’ nessua. I figli degli immigrati, quelli dalla pelle diversa dalla nostra si impegnano e si applicano con passione e dedizione perche’ in loro e’ viva quell’illusione di sentirsi parte di una societa’ evoluta, di una scoieta’ migliore di quella in cui sono nati, o in cui i loro genitori sono nati. Un’illusione che i figli dei poveri delle scuole di borgata e i figli dei ricchi delle scuole d’elite non hanno piu’.

    Sarebbe bello che qualcuno potesse dare l’esempio. Che lo facesse un maestro. Ammettendo i propri errori, cosi’ come lo facevano i veri maestri di una volta. Ammettere che insegnare nella scuola di oggi e’ un errore, perche’ quello stesso insegnamento non fa che alimentare un sistema sbagliato che non permette e mai permettera’ di avere cittadini coscienti e responsabili. E nemmeno cittadini che sanno vivere.

  • caterinazanivan

    Come dovrebbero essere i discenti?
    Dovrebbero essere individui responsabili che studiano una materia che li appassiona (e non che gli permettera’ di ottenere un lavoro per primeggiare sugli altri, un lavoro che li portera’ un gradino piu’ in alto della piramide sociale) che per questo studieranno con passione ed amore per amore della conoscenza. E per questo certo la loro formazioe non potra’ mai partire dalla scuola, poiche’ la stessa sottosta’ alla regola base della nostra societa’: potere e controllo.
    Discenti amanti del sapere e amanti dello studio, per i quali lo studiare non sara’ mai quel sacrifico da te descritto, ma sara’ parte della loro vita, proprio perche’ fatto per loro stessi. Tali discenti potranno essere tali solo se fatti crescere al di fuori del sistema. E stare al di fuori del sistema non puo’ certo ancora significare essere liberi, ma avere la propria liberta’ molto meno condizionata.

  • stefanodandrea

    A mio avviso tu generalizzi e anzi assolutizzi, in questo come in altri interventi, asserzioni che hanno un fondamento. E ciò è vero anche se si crede, come si deve credere, che le trasformazioni della scuola e dell’università nell’ultimo ventennio, sono andate tutte e completamente nella direzione da te segnalata. Nella scuola pubblica e nell’università pubblica moltissimi hanno studiato con passione. Perciò la tua critica, rivolta alla scuola e alla università tout court, è smentita dai fatti (che non sono solo quelli recenti bensì tutti qyuelli attestati dalla storia, anche se, immersi come siamo nell’eterno presente, tendiamo a dimenticarlo).

  • caterinazanivan

    Dici bene “…hanno studiato con passione…” Non oggi, appunto.
    Naturalmente se vuoi fare un’analisi devi osservare e prendere in considerazione i comportamenti dei piu’, non dei singoli che si discostano da quel filo conduttore che lega la maggioranza. Gli esempi positivi ci sono e ci saranno sempre sia tra docenti che tra discenti. Ma sono pochi, pochissimi.